Nabokov ha il dono di saper condurre per mano il lettore lungo la scala delle emozioni.
Scrive di una scena esilarante.
Fedor era andato a fare il bagno in un laghetto.
Uscito dall’acqua, aveva scoperto di essere stato derubato di scarpe e vestiti ed era costretto a rientrare a casa con addosso solo il costume da bagno:
“Quando, uscito dalla foresta, attraversò la strada, la catramosa sensazione dell’asfalto sotto i piedi nudi (si noti l’uso originale ed evocativo degli aggettivi e delle metafore, ndr) si rivelò una piacevole novità. E anche dopo, sul marciapiede, fu strano e interessante camminare a piedi nudi. La leggerezza del sogno. Un anziano passante con un cappello di feltro nero si fermò, si voltò a guardarlo, disse qualcosa di villano, – ma immediatamente dopo, come felice compensazione del danno subito, un cieco con la fisarmonica, appoggiato con la spalla a un recinto di pietra, mormorò come se nulla fosse la sua richiesta di una piccola elemosina (eppure è strano – avrebbe dovuto sentire che sono scalzo) e spremette da suo strumento un suono poligonale.
Dalla poppa di un tram due scolari gridarono qualcosa in direzione del passante nudo, e poi i passeri tornarono a posarsi sull’erba che cresceva tra le rotaie, da dove li aveva messi in fuga lo sferragliante vagone giallo. Caddero gocce di pioggia, ed era come se qualcuno gli applicasse sul corpo monete d’argento. Dall’edicola del giornalaio si staccò lentamente un giovane poliziotto che attraversò la strada per raggiungerlo.
“È vietato andare in giro per la città in questo stato” disse fissando l’ombelico di Fedor Konstantinovic.
“Mi hanno rubato tutto” spiegò brevemente Fedor Konstantinovic.
“Questo non deve succedere” disse il poliziotto.
“Ha ragione, però a me è successo” disse Fedor Konstantinovic annuendo con un cenno del capo (intanto intorno a loro si era formato un capannello di persone che seguivano il dialogo con curiosità).
“Che lei sia stato derubato o meno, è vietato girare nudi per le strade” disse il poliziotto cominciando a spazientirsi.
“Capisco, ma converrà che devo pur arrivare in qualche modo al posteggio del taxi”.
“Non in questo stato”.
“Disgraziatamente non ho la facoltà di mutarmi in fumo o di farmi spuntare un vestito dalla pelle”.
“E io le ripeto che non può andare in giro in questo stato” disse il poliziotto (“che sfacciataggine inaudita!” commentò alle loro spalle una voce grassa).
“In questo caso” disse Fedor Konstantinovic “non le resta che andare a cercarmi un taxi, io intanto aspetterò qui.”
“Anche aspettare nudi è vietato” disse il poliziotto.
“Posso togliermi il costume e imitare una statua” propose Fedor Konstantinovic.
Il poliziotto tirò fuori il suo taccuino e ne estrasse la matita in modo così brusco che la fece cadere sul marciapiede. Un operaio la raccolse servilmente.
“Nome, cognome e indirizzo” disse il poliziotto oramai fremente di rabbia.
“Fedor Godunov-Cerdyncev”.
“La smetta di fare lo stupido e mi dica come si chiama” urlò il poliziotto.
Se ne avvicinò un altro, superiore di grado, e chiese cosa stesse succedendo.
“Mi hanno rubato i vestiti nella foresta” spiegò pazientemente Fedor Konstantinovic, e di colpo si accorse di essere zuppo di pioggia. Qualcuno dei curiosi correva a ripararsi sotto una tenda, e una vecchietta che stava proprio accanto a lui per poco non gli cavò un occhio aprendo l’ombrello.
“Chi glieli ha rubati?” chiese il brigadiere.
“Non lo so, e soprattutto non me ne importa assolutamente nulla. Adesso vorrei soltanto tornare a casa ma lorsignori me lo impediscono […]”
Oggi sul blog di Coulelavie si è parlato di “Lolita” di Nabokov; a me è venuta in mente questa scena tratta da “Il dono” dello stesso autore che ho importato da qui scritto da Orazio C. perchè copiarla dal libro in mio possesso della Adelphi, 124, pag. 429 sarebbe stata un’impresa molto ardua.
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