Il mio sentiero non è proprio della casa dei Cech, ma pare veramente uscire dalla suo cancello, quindi lo mettiamo a seguito del racconto che ci parla del Sasso, che si trova proprio sul suo percorso (QUI).
E non è nemmeno propriamente mio, il sentiero, ma me lo sento molto mio perché io lo voglio vivo, aperto, percorribile, mentre non pare interessare ad altri, escluso mio marito. Con mio marito infatti condivido la gioia di vedere i sentieri di montagna utilizzati, anche se i percorsi sono stati sostituiti da altre strade più comode, larghe, carrozzabili. Ma il fatto che siano carrozzabili, e quindi i motori sono i veri padroni della strada, a me non piace percorrerle a piedi. A piedi, anche quando non più necessario, ma è sempre piacevole, si cammina su terra e sassi e non su monotono e piatto asfalto, si attraversano boschetti e ruscelli, anche le carrozzabili certo li attraversano ma tutto è defilato, ai bordi, sfuggente. Nei sentieri ti ci tuffi nei boschetti e guadi i ruscelli!
Quindi, se vogliamo camminare i sentieri e nessuno li pulisce, tocca farlo a noi e quest’anno è stata dura, i rovi se l’erano ripreso quasi completamente, il mio sentiero!
E così, mentre lo pulivo con il mio nuovo e leggero decespugliatore per le parti basse erbose, con le cesoie per i rami alti di rovi e ortiche, con il forbicione per i fusti più grossi, con il falcetto per una pulitura di cernita e trasporto, e con tanto sudore che gocciolava così salato da far bruciare gli occhi, mentre era tutto questo, io ero felice di stargli semplicemente vicino, anzi proprio dentro a questo trascurato sentiero.
E mentre lavoravo, ogni tanto mi fermavo e col mio piccolo cell documentavo i lavori, e alla fine un video-mappa. Esagerata? Per molti sicuramente, ma per me è un modo per completare “il laboratorio”.
E vabbè ci si deve proprio scrivere un post? Ma sì dai, la storia è cominciata per noi alcuni anni fa, la storia del sentiero molto molto prima, ma per questo ci vorrebbero ricerche approfondite.
Una ventina di anni fa, non ricordo come, scoprimmo questo sentiero che correva duecento metri sotto la nuova carrozzabile di fronte a casa nostra, e raggiungeva il paesino poco più a valle, per poi agganciarsi ad altri percorsi fra i boschi, e scendere giù e giù. Mancava però il tratto di partenza, proprio quello tagliato dalla nuova strada. Sulla mappa si vedeva la traccia di questa via, denominata Strada vicinale, ma dal vero questa traccia si perdeva in un prato inzuppata a fianco della rolgia anche lei chiusa dalla vegetazione e un grande roveto inespugnabile.
Fortunatamente per ritrovare la traccia del sentiero sparito, abbiamo avuto l’aiuto di chi lo aveva percorso personalmente molte volte, per raggiungere la scuola, per fare la spesa, per fare legna, raccogliere castagne, o semplicemente per scendere verso Morbegno.
I primi lavori di ricerca del pezzo di sentiero perduto sono del novembre 2020. Ho ritrovato alcune foto del giorno memorabile in cui avevo anche preparato una torta/mappa da offrire ai lavoratori e conoscitori del vecchio sentiero. Dopo aver pulito la rolgia e reso camminabile la parte di discesa nei prati, ci toccava fare la curva e scoprire i “sassi-gradini” che ne testimoniavano la presenza e portavano al guado del piccolo ruscello-sorgente, da qui in poi il sentiero era ben delineato fra massi e muri, rimasto protetto all’ombra di castagni, frassini, ciliegi e noccioli. Quattro uomini muniti di idonei attrezzi a motore e non, si trovano e attaccano il roveto proprio nel centro, creando una galleria … a questo punto si festeggia con la morbida torta a tema e un bicchiere di caffè caldo. Io continuerò a ripulire per bene per mettere in evidenza ogni gradino e dare spazio al passaggio. Arriva l’inverno e la vegetazione va a riposo, quindi siamo tranquilli che l’apertura non verrà subito invasa.
rolgia tappata
rolgia pulita, ora il sentiero
la torta-mappa
merenda per lavoratori
In febbraio 2021 si riprendono i lavori per eliminare i troppi rovi e legname depositato e che ancora non offrono il giusto decoro all’accesso del sentiero e impicciano lo scorrere dell’acqua nella sua canalizzazione costruita con paziente fatica.
Al lavoro
pulito accesso sentiero
Sono passati altri cinque anni, ogni stagione il volenteroso marito si impegnava a tenere percorribile il sentiero, specialmente la parte vicina a Chempo, quella da Naguarido veniva pulita da altri volontari. Quest’anno però il marito non ha potuto, da Naguarido nessuno si è mosso, accidenti non si accede più sotto Chempo, e per lunghi tratti si resta imbrigliati e graffiati da possenti rovi e agguerrite ortiche e gli alti ciuffi di erbe promettono zecche affamate… dunque bisogna che mi metta io al lavoro: inizio la riapertura del sentiero il 29 luglio scorso. Procedo poi 1l 13 agosto e termino con il marito tornato in attività il 14 agosto.
sentiero chiuso
riecco i gradini
ritorno dal 29 luglio
13 agosto evvai!
14 agosto: affanno!
Il 15 agosto è festa e anche il sentiero festeggia con la sua riapertura che rendo ufficiale con un video/percorso.
Sono solo 800 metri, con andata e ritorno, veloci e piacevoli: sono soddisfatta!
– Il 22 giugno saliamo in montagna, e mi porto un piccolo bagaglio di libri per un altro mese di immersione in un bravissimo scrittore italiano “adottato” anche dal Portogallo, per il forte richiamo verso questa terra, il Portogallo di Pessoa e dell’ Oceano.
Ma ora basta, con l’ultimo libro, L’oca al passo – Notizie dal buio che stiamo attraversando – sospendo il mio tuffo in questa esperienza che conserverò come un piccolo tesoro. La fine era già decretata, perché questo era l’ultimo libro di Tabucchi in programma. Per onestà ne ho altri in attesa, ma sapranno aspettare. Vorrei però ricordare con Alicemate questo mese di viaggi virtuali e di dialogo con lo scrittore Antonio Tabucchi, dialogo profondo e proficuo, ma anche variato e giocoso. Un bravo maestro! Lo avevo scoperto come cultore e traduttore di Fernando Pessoa. Come scrittore l’ho conosciuto vedendo il film Sostiene Pereira tratto dal suo omonimo romanzo, che ho poi letto.
Ed eccomi al termine di questo mese “tabucchiano” soddisfatta e arricchita.
Ora, con Alicemate, sistemo in ordine le letture fatte e i commenti finali ad ognuna di loro, scritti, a mano a mano terminavo, sulla libreria virtuale Anobii. Le foto invece le scattavo in lettura, spesso con un fiore vicino che mi rasserenava e che poi mi piaceva condividere sui social.
25 giugno 2026 (valutazione 3,5*su 5) Questo libro non lo ha scritto Tabucchi ma lo metto lo stesso perché è tutto sul Portogallo e ha preceduto tutti i Tabucchi. Questa “guida/non guida” mi era stata consigliata per prepararmi al Portogallo. Non ho fatto in tempo a leggerla prima, ma l’ho goduta al ritorno. Certo per la ricostruzione del percorso ho preferito seguire Saramago nel suo Viaggio in Portogallo perché toccava ANCHE le mie mete e il suo scrivere mi arricchiva. Una ricchezza diversa ma speciale me l’hanno data anche questi bravissimi autori degli undici articoli presenti su questo The Passenger. Queste informazioni sono fuori da ogni percorso ma servono a capire meglio il luogo, la storia, la cultura, le forti connotazioni che hanno formato e trasformato il paese. Ricordo l’articolo sulle vongole “diaboliche”, quello sulle diverse modalità per gestire le dipendenze, come siano incontrollabili gli incendi e come gli eucalipti, tanto numerosi in Portogallo, siano infiammabili, e ancora i metodi antichi dei contadini del Barroso. Questo articolo mi ha commosso nel sentire le fatiche e la tristezza di chi ancora convive con la solitudine della sopravvivenza, che annulla la bellezza della montagna.
Ciao Portogallo, dolce e amaro, nero e bianco, potente e schiavo.
Ah, una fatica mia: le pagine scritte a colonne, alternate ad altre notizie e foto, e con un carattere piccolo mi stancavano.
Piccoli equivoci senza importanza
1 luglio 2026 (4*su 5) Primo approccio a Tabucchi Per Tabucchi gli equivoci non sono metafore della vita. In questa raccolta di 11 racconti, ancora 11 come i capitoli del libro The Passenger appena terminato, ecco una coincidenza che insospettisce, ma non deve essere fonte di ansia o caricata di importanza, certo sono cose curiose che possono aiutare a collegare fatti, a stimolare racconti di storie fantasiose, ma senza creare fobie o costruire congetture. Le storie che Tabucchi racconta, originate da equivoci infatti, ho fatto fatica a capirle, come si fatica appunto a chiarire i vari equivoci che capitano nella vita ordinaria: malintesi, incertezze, comprensioni tardive, inutili rimpianti, ricordi forse ingannevoli, errori sciocchi e irrimediabili. Elenco che Tabucchi ci fa nelle note introduttive. Il terzo racconto, Rebus, ho dovuto rileggerlo: racconto dove ho scoperto la Bugatti degli anni venti con l’elefantino impennato, non avevo capito niente. Sarà stato perché non conoscevo le auto di lusso, le ricche auto da rally? Mah… Poi ho pensato: Ah, il titolo del racconto è Rebus… ma senza indicazioni di soluzione. Dunque senza certezza, senza finale… E come questo anche gli altri racconti poi ho imparato a seguirli, viverli, ma non risolverli, lasciarli così come fa l’autore, non conclusi. E allora sì che mi sono diventati leggibili e interessanti! Bisogna che conosca meglio questo bravo scrittore, scoperto perché molto portoghese ed esperto di Fernando Pessoa. Ora vorrei leggere Il gioco del rovescio, per poi passare a Requiem che mi incuriosisce molto. Sostiene Pereira, ho visto il film, ma lo leggerò…
Il gioco del rovescio
6 luglio 2026 (4,5*su 5) Il titolo è perfetto!
Alice nel paese delle meraviglie, Gatsby di Fitzgerald, Las Meninas di Velasques, teatro da cabaret, teatro di Shakespeare, compiti di latino, Dino Campana, Pindaro, operarsi a Casablanca e fare fortuna in Africa… Sí tanta roba interessante in racconti che si chiariscono solo alla fine e non del tutto. Il titolo della raccolta ti avvisa: saper giocare non è facile e se si rovescia? La soluzione è nel dritto o nel rovescio?
7 luglio 2026Oggi, leggendo Requiem, ho scoperto São Tomé, é l’isola principale dello stato di São Tomé e Príncipe. Si trova nell’Oceano Atlantico, nel Golfo di Guinea, al largo della costa centro-occidentale dell’Africa. É stata una colonia del Portogallo dal 1470 fino al 1975. Il nome dell’isola maggiore deriva da Tommaso apostolo (in portoghese São Tomé) per via del giorno in cui fu visitato per la prima volta dai portoghesi (21 dicembre 1471), all’epoca data di commemorazione del santo. Post su Facebook dedicato a Tommaso che oggi festeggia! Scoperta l’isola come? Leggendo un romanzo speciale, mi sa, l’ho appena iniziato ma promette bene ah, Requiem è una sonata o un sogno, sempre in questo libro. Auguri Tom!
Requiem (romanzo di Tabucchi scritto in portoghese alla sua Patria d’elezione)
9 luglio 2026 (4,5*su 5). Sono partita in sordina, seppure sapevo che doveva piacermi: era ambientato in Lisbona. Poi la fatica del sognatore parte, dalla casa di vacanza di amici in Azeitao arriva a Lisbona, una torrida domenica di luglio a mezzogiorno. Accidenti l’appuntamento col grande poeta è mancato, sarà per le 12 di notte come si conviene a incontri coi fantasmi. E qui dal molo di Alcantara, luogo dell’appuntamento, si sposta ai vicini giardini, prende un tassì per andare da un amico artista, trova la zingara fuori dal cimitero di Prazeres, la strada per arrivarci, che il tassista ingegniere, proveniente dall’isola di Sao Tomé, non conosce, beh io la conosco e mi sento parte del racconto! Entro sempre di più in questo pomeriggio onirico dove la gente semplice mostra i talenti che i ricchi fingono di non vedere. Si mangia, si beve bene e si fuma pure: i lussi del popolo! Al cimitero, grazie al disponibile custode, può parlare con l’amico, anche di Isabel. Questa misteriosa Isabel di cui non svela molto ma che dovrà incontrare nella Casa di Alentejo, ristorante moresco descritto sala per sala, dove Isabel arriverà… e stop! Eh no, io volevo sapere di più di lei. Vabbè leggerò anche “Per Isabel”…
Quindi, dopo tutti i simpatici alentejani e la casa del faro e il museo con “Le tentazioni di Sant’Antonio”, il cruciverba in treno, finalmente ecco che il Poeta portoghese che parla inglese arriva e sarà l’atteso Convitato in un moderno ristorante all’Alcantara. Speravo che il romanzo di incontri reali e irreali svelasse più misteri, eh no.
Obidos, Alcobaça, Nazaré, Batalha, Fatimaecco le prime cinque località del Tour del Portogallo che abbiamo toccato il giorno 11 maggio 2026. Un paesino medievale, due stupendi monasteri intorno ai quali sorsero i borghi. Per non confondeci i due stupendi monasteri, le visite saranno separate da un virtuale tuffo all’oceano di Nazaré. Alla sera saremo a Fatima per la processione, facoltativa, e una buona nanna, consigliata.
Partiti da Lisbona, giornata piovosa, l’unica che ha dato senso al trasporto di un ombrellino nello zaino. Obidos però non se la meritava, la pioggia. Questo bianco e serafico paesello medievale che non aspetta altro che deliziare i turisti con casette, chiesette, stradine e le mura del castello camminabili con vista, ma possibilmente se asciutte le pietre e senza nebbia la vista!
Prepariamoci a entrare in Obidos ascoltando Saramago, perchè Vitor è ora meno leggibile:
“Obidos, per i gusti del viaggiatore, dovrebbe essere meno infiorata. I fiori che, come qualunque persona normale, gli piace vedere e annusare, qui son troppi, un inutile belletto: il valore cromatico del bianco delle pareti è sminuito dalla massiccia quantità di giardinetti, spalliere di verzura che ricadono dall’alto dei muri, aiuolette da cui salgono rampicanti di vario colore e forma, vasi alle finestre alte. Il viaggiatore non ha dubbi che alla maggior parte dei visitatori piaccia, e non dice che siano loro ad avere cattivo gusto: si limita ad esprimere un’opinione dal momento che il viaggio è il suo. …
Ma Obidos merita il resto delle lodi. Può anche darsi che la cittadina abbia un modo di vivere un po’ artificiale. Essendo un luogo obbligatorio di passaggio e sosta dei visitatori, si è preparata bene per fare non una, ma tante fotografie, preoccupandosi di venire al meglio in tutte. … Ma insomma è proprio bella, non c’è che dire.”
Ora, noi abbiamo trovato una Obidos bagnata, e anche se la stagione di Saramago era simile alla nostra, io di fiori non ne ho visti molti, che l’abbiano letto e ascoltato? Certo un bellissimo geranio rosso non mi è sfuggito ed è stato fissato in un piccolo scatto da buona turista (vedi foto), i muri bianchi non brillavano e ho gradito molto gli interni in cui abbiamo sostato riparandoci pure dalla pioggia. Un negozio di sardine turistiche, la Chiesa di Santa Maria con azulejos e tenere pitture, ma anche una libreria speciale, una libreria allestita in una chiesetta incastonata fra i torrioni del castello, beh, non male direi, quale decoro per questi beni cartacei, e quali testi memorabili: Pessoa, Saramago, proprio quello del viaggio, ma anche Simone Weil in compagnia di altri famosi filosofi e La Montessori e lo scaffale per bambini allestito vicino a poltrone e tavolino, proprio come Montessori vuole, per sosta senza orologi. (Le foto che documentano le troverete nel video, ok?)
“Situata su uno dei lati dell’armonioso spiazzo, la Chiesa di Santa Maria è, nel suo insieme, una preziosità. Lo è di primo acchito nella proporzione generale della facciata principale, nel delicato portale rinascimentale, nella robusta e sobria torre campanaria. E di nuovo lo è nell’interno nelle magnifiche decorazioni del soffitto, una festa per gli occhi che non si stancano di percorrere volute, medaglioni ed elementi vari … e lo è nella scultura del sepolcro… ; e lo è altrettanto per i dipinti di Josefa de Ayala, per quanto il viaggiatore non svenga d’amore per questa applaudita signora.
Il viaggiatore di Saramago farà poi un salto al mare, avrebbe voluto vedere un’isola, ed è tornato ad Obidos per la notte, così il mattino farà altre visite, pare non salti nemmeno una chiesetta, ma lui sa cosa guardare. Il mattino dopo farà un giro anche sulla ronda del castello, contemplando il paesaggio. E poi di nuovo al mare, ma stavolta in una spiaggia. Noi niente ronda, bagnata e scivolosa, meglio evitare, e il tempo stringe, abbiamo un fitto programma e anche noi vogliamo vedere il mare-oceano, oggi!
Prima dell’oceano abbiamo ancora Alcobaça! Siete carichi? Dai che facciamo partire Saramago:
Alcobaça si chiama così perché si chiamano Alcoa e Baça i fiumi dei dintorni, o se invece, non avendo ancora battezzato i fiumi, si decise di dividere in due il nome del paese, uno a te, uno a me. … anche se il problema del nome di Alcobaça non è risolto.
Questo problema lo risolverà Vitor, chi è Vitor? Lo sai, la nostra super guida portoghese!
Con disincantata e bonaria ironia ecco la favoladocumentata dai fatti che ci racconta Vitor intorno al nome di Alcobaça:
Alco era un giovane contadino della zona, Baça la bella principessa che viveva al castello. Si incontrarono e si innamorarono, ma come possiamo immaginare, il padre di lei vietò i loro incontri. Entrambi straziati dal dolore piansero tante lacrime da dare origine ai due fiumi che si incontrano ad Alcobaça: Alco e Baça appunto. Ma chi dei due giovani innamorati pianse di più? Chi soffrì maggiormente, ci chiese Vitor dopo il racconto. Noi potremo fare ipotesi e congetture differenti, ma Vitor ci mostrò le prove con la differente portata delle acque dei due fiumi. Il fiume Alco si mostrò più vigoroso e ricco di acqua, Baça più lento e scarso di acqua. Certo la principessa essendo ricca potè in qualche modo consolarsi più facilmente, così pare ci voglia far ragionare Vitor sogghignando sulla maggior onestà di sentimenti della parte dove lui meglio si riconosce.
Ma il monastero ci mostrerà anche un’altra storia d’amore, vera e tragica, quella del re Pedro e della sua amata Ines. Nel monastero di Alcobaça infatti troveremo le tombe di questi due sfortunati amanti, tombe-opere d’arte che ci stupiranno per la loro bellezza.
Eccoci davanti al grande monastero cistercense (1153) Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
Quello che di notevole ha la facciata del monastero è la perfetta integrazione dei suoi diversi stili, tanto più che il barocco nel quale culmina non fa alcuno sforzo per avvicinarsi al gotico del portale… Ma dentro la chiesa il viaggiatore dimentica la facciata. La navata è profonda e sembra strettissima tale è l’altezza delle volte. L’insieme è imponente, schiacciante. Adesso ci sta girando un viaggiatore un po’ alterato, in cerca della propria dimensione. Queste sono le tombe di Pedro e Ines, gli amanti immortali che aspettano la fine del mondo per rialzarsi e riprendere l’idillio nel punto in cui i “bruti uccisori” lo interruppero. Sono le tombe di un re portoghese e di una dama di corte che ebbero amori e figli: per ragioni politiche lei fu uccisa. Le tombe sono due preziosità di scultura. Il viaggiatore lamenta solo che questi alti sarcofagi praticamente nascondano la parte della statua giacente, visibile solo in difficili scorci. Queste tombe dovrebbero essere situate a livello inferiore per potersi concedere allo sguardo.
Che dire di mio, certo che nel monastero ci si sente tutti tanto tanto piccini, cosa che ha ben contrariato il viaggiatore, come capitò anche alla curiosissima Alice nel paese dell Meraviglie, quando le sue dimensioni non erano in accordo con il mondo circostante. Dunque è in questi casi che si ricorre all’uso dei funghetti per riportarsi alle volute dimensioni? Ma no, direi che ce ne possiamo fare una ragione ;)
Ora non ci resta che vedere le foto che documentano il nostro passaggio in questi luoghi, o forse qualcuno preferisce usare l’immaginazone?
Dai che ora si va a vedere l’oceano! L’oceano diNazaré!
È la prima volta che vediamo l’oceano del Portogallo, quello che ha spinto tanto arditi uomini a partire per scoprire nuovi mondi, nuove vie, nuove terre, nuove genti, nuove e rare mercanzie che faranno ricco e potente il Portogallo.
Ora questo antico borgo di pescatori è diventato famoso per i surfisti che giungono da tutto il mondo per cavalcare le sue onde eccezionali. Ha una profonda spiaggia sabbiosa e una scogliera scheggiata su cui poggiano delle costruzioni che dal basso pare siano in procinto di precipitare sulla spiaggia. Noi ci siamo affidati a Vitor e abbiamo goduto di una bella padella di cataplana in un locale della Praia, poco distante dalla spiaggia. Poi un profodo respiro d’oceano senza fare il bagno neh, che “per l’oceano il viaggio ha un biglietto solo di andata” ci terrorizza Vitor, ma col freddino che fa, neppure i piedi ci bagnamo.
A essere sinceri, ci sarebbe piaciuto raggiungere la parte alta di Nazarè, Sitia, la vecchia città appollaiata cento metri più in alto, sul promontorio con il faro, e il forte da cui vengono scattate quasi tutte le foto delle famose e altissime onde dei surfisti. Anche saltando il pranzo, il pentolone di pesce locale, secondo i calcoli di Vitor, fioretto non sufficiente. Beh allora ci avvicineremo all’acqua, ma non sulla spiaggia a nord, appunto la Praia do Norte, che io pensavo significasse spiaggia della morte, e comunque in questo caso non sbagliavo molto, no, la spiaggia vicina è quella a sud, quella dei turisti, d’estate, ma d’inverno occhio che si parla di risacca della vedova, anche qui…
E il viaggiatore di Saramago cos’è andato a fare a Nazaré? Precisiamo che negli anni ottanta, quando Saramago fece il suo viaggio, Nazarè ancora non era conosciuta dai surfisti.
Qui, il viaggiatore, dovrebbe stare e trattenersi per vedere i pescatori andare in mare e dal mare ritornare, speriamo tutti; dovrebbe conoscere il colore e il rifrangere delle onde; dovrebbe tirare le barche, dovrebbe gridare con chi magari gridasse e piangere con chi piangesse; dovrebbe soppesare il pesce e il denaro, il morire e il vivere. Dovrebbe essere un locale, dopo esserlo stato in altri posti. Così è solo un viaggiatore che passa in un giorno festivo, nessuno in mare, un mare pacifico, e con un sole tanto luminoso da abbagliare, un mucchio di gente a spasso sulla litoranea o seduta sul muretto… il viaggiatore in questi casi si immalinconisce… Stabilisce perciò di andare al Sitio (quartiere a 110 metri di altezza) a vedere dall’alto del promontorio le case e la dolce curva della spiaggia. Anche qui c’è tanta gente che guarda. … Il viaggiatore è certo di aver contribuito ben poco e se ne scusa.
Noi dopo un buonissimo pesce andremo a respirare e fotografare l’oceano. Quanto mi piace l’oceano così indomabile e selvaggio!
Ora dobbiamo tutti prepararci ad affrontare il Monastero di Santa Maria da Vitória di Batalha. Prepararci perchè visitare un altro grande monastero dopo quello appena visto di Alcobaça si rischia una overdose di bellezza.
Qualche info storica per capire che qui sempre di re si tratta e non di eremiti che cercano la vita spirituale, re che fanno le cose in grande, muovono denaro e artisti, insediando poi monaci con regole e capacità di gestire queste enormi opere. Dunque questo monastero fu ordinato dal re João I come ringraziamento alla Vergina Maria per la miracolosa vittoria du Aljubarrota (1385) che assicurò l’indipendenza del Portogallo dagli spagnoli. (ricordate che era anche sulla storia di Évora?) Il condottiero portoghese di questa vittoria fu Nuno Álvares e lo troviamo sul suo cavallo all’ingresso del monastero, lavoro del 1961. Perchè questa statua dopo 300 anni? Perchè questo condottiero fu santificato nel 1918 e poi divenne santo. Quindi ha guadagnato questo posto a guardia di un monastero costruito per voto di una sua importante vittoria, ma che in seguito rinunciò a tutto e divenne un carmelitano dedito ai poveri e allo spirito.
E Saramago? Nonostante molto più esperto di noi, pare confuso, fa discorsi un po’ sibillini e non capisco se prova o non prova piacere guardando dall’ingresso la grande navata, gli alti e grossi pilastri che, lungo la navata, nascondono e poi, procedendo, fanno scorgere le navate laterali. Io ricordo sempre la sensazione di essere microscopici noi in queste esagerate dimensioni. E qui, sotto queste volte, nessuno del popolo poteva entrare, solo i monaci lo custodivano e abitavano, il popolo poteva assistere alle funzioni dall’esterno. Mah! certo la clausura forse, ma quanto spazio inutilizzato.
Il viaggiatore è passato nel Claustro Real, nel Chiostro Reale. … È l’esuberanza manuelina che aggiunge alla gravità gotica il valore scenografico che, fondamentalmente, le appartiene.
La cappella reale custodisce le tombe del fondatore, re João I, di sua moglie Filippa di Lancaster e dei suoi figli.
Entrando nella Sala del Capitolo, sotto la chiave di volta: “Cade, non cade”. La volta non è caduta, la volta non cadrà. Ecco lì due soldati vivi a custodire un soldato morto. Nella sala del Capitolo c’è un milite ignoto, qui sono ignoti tutti.
La Sala del Capitolo con una volta ribassata, ardita meraviglia per l’epoca, al cui interno è custodita la Tomba al Milite Ignoto, dove io non ho sostato, sotto la volta arditissima…
Costeggiando dall’esterno la Sala del Capitolo, il viaggiatore è andato vedere il Pantheon di D. Duarte, assurdamente, ma irrimediabilmente detto Capela Imperfeitas, la Cappella Imperfetta. Per nostra fortuna il Pantheon non fu ultimato. Avremmo sopra la testa una volta, avremmo una visione priva di sorprese. Così c’è una promessa che rimane tale e ci soddisfa quanto l’opera compiuta, se non di più.
Spero che le foto che caricherò sul video possano dare un’idea di queste grandiosità, lo spero solo perchè possiate farvi un’idea, non perchè esistono, a mio parere sono un tantino esagerate per l’uso a cui erano destinate, e ora sono un bene UNESCO da preservare, sono di tutta l’Umanità. Ok grazie, maaaa, mi piacerebbe saperli meglio utilizzati.
Andiamo alla Fatima dell’apparizione ai bambini, dove ci potremo ristorare anche il corpo, e se vogliamo, partecipare alla processione serale nel grande piazzale del Santuario.
Oggi l’immensa spianata è un deserto. Il viaggiatore ha le sue personali opinioni, la prima delle quali è che l’estetica, qui, ha servito la fede davvero male. La torre della chiesa non sa bene come concludersi, il colonnato non ha trovato nè la proporzione nè l’equilibrio, solo la fede potrà salvare Fatima.
“E il miracolo di Fatima continua ad attrarre fedeli, forse in numero ancor più grande di prima.
Il futuro del Portogallo è legato al futuro dell’Europa… Ma il Portogallo è molto più dell’Europa. È l’Atlantico, l’oceano, il mare. La lingua, la storia, la mitologia. È il sogno di ciò che può essere.
La mia patria è la mia lingua, diceva ancora Pessoa. Anche la letteratura, oltre alla lingua, è una patria.
Essere portoghesi è essere passeggeri. Essere portoghesi oggi è essere multipli, come Pessoa nella sua straordinarietà aveva anticipato.” (da The Passenger -Portogallo- Nona Artur Silva)
Oggi è trascorso un mese dal mio bis-viaggio in compagnia di José e nel ricordo di tutti i compagni di viaggio. Non so se le misure siano corrette, ma ora ho bisogno di stare ferma.
E oggi- 20.o6.2026 – è una bella data e un bellissimo compleanno a cui dedico questo post.
Ecco le ultime due tappe del tour nel nord del Portogallo prima di tornare a Lisbona e poi a casa. Però, nel mio tour virtuale ho saltato la prima giornata, da Lisboa a Fatima. Potrò sempre recuperarla. Ora però procedo con la giornata iniziata a Èvora (QUI), il punto più a sud da noi toccato, per poi risalire in diagonale a nord-ovest, attraversare il Tago sul ponte 25 aprile per raggiungere Sintra e poi un salto a Capo da Roca, a guardare l’oceano e ritorno a Lisboa dove trascorreremo l’ultima giornata libera, che già vi ho raccontato nel primo mio post. (QUI)
“Tutte le strade portano a Sintra” scrive Saramago, ma per raccapezzarmi con la sua di strada mi sono dovuta impegnare ben bene, ce la mette tutta per deviare, ritornare indietro, fermarsi qua è là a gioire o a fremere per qualche momento di sconforto. Lui è arrivato a Sintra dal nord, ogni tanto faceva una scappata all’oceano o nelle valli e finalmente, ma lentamente, raggiunge Sintra. Lui dice di prendere quello che viene prima, e entra nel regno del silenzio che circonda la cittadina: La Serra di Sintra, il bellissimo colle boscoso, da come lui lo descrive e noi abbiamo intravisto, dove sorge il famoso e colorato Palácio da Pena, e dove i mori avevano costuito il Castello, distrutto dal terremoto e ricostruito da un re cristiano, dove c’è anche un convento, ma quanti ce ne sono di conventi in Portogallo, questo di Sintra è il più povero di tutti. E finalmente, Josè Saramago, approda nella cittadina di Sintra.
Ecco, invece noi più tranquillamente, si fa per dire, siamo giunti direttamente nella piazza del centro storico di Sintra, partiti da Èvora con il nostro pullman e il nostro Vitor. Qui, proprio davanti al Palácio National, con tutti i servizi per rifocillarci e predisporci alla visita del palazzo moresco.
Questo palazzo, Palácio National da Vila o Paço Real, inizialmente residenza di governanti musulmani (X-XIsec.) avrà poi una continua sovrapposizione di arti e stili diversi con il succedersi dei vari re portoghesi. Dopo un apprezzato giretto nelle strette e ripide viuzze di Sintra, una Sintra turistica ma molto gradevole, dove trovo anche un locale dedicato al passaggio di Lord Byron nel suo Grand Tour de 1809, siamo pronti per ascoltare Vitor e lasciarci trasportare attraverso sale incantevoli e freschi patii. Salita la bella gradinata, e aggirata la tonda fontana, ci troviamo immersi in un mondo da Mille e una notte.
Facciamo dire due parola a Saramago intorno a questo Palazzo:
A suo gusto, del viaggiatore, le sale dovrebbero essere più nude. Meno male che non arrivano al soffitto gli arredi.
Io non ho visto molti arrendi disturbanti, forse lo hanno ascoltato e rimediato, era o no un precursore.
Il viaggiatore perciò può guardare il soffitto a pannelli della Sala dos Brasões, la Sala degli Stemmi, e senza che niente lo distragga verificare come lo stemma reale sia qui simile a un sole intorno al quale si distribuiscono, come satelliti, gli stemmi degli infanti e quelli della nobiltà del tempo. E può ammirare anche La Sala dos Cisnes, la Sala dei Cigni, e quella delle Pegas, cioè delle Piche o Gazze che pronunciano tutte “a fin di bene” anche quando dichiarano ciò che andrebbe taciuto. E non si può essere ingiusti con questi splendidi azulejos, quelli della Sala da Galé, la Sala della Galea, e tutti gli altri, i cui segreti di fabbricazione probabilmente si sono perduti. Poche cose possono essere più belle e riposanti dei Patii interni del palazzo de Vila.
Quando lo spirito cristiano si incontrò con lo spirito arabo, una nuova arte volle nascere.
Nel videotroverete le sale con i soffitti citati da Saramago, e anche La Sala Araba (o Sala Mourae) con al centro la bella fontana, azulejos, sguardi e passaggi sui patii, nel patio grande La Gruta dos Banhos,la suggestiva Grotta dei Bagni, decorata con grandi scene di azulejos, soffitti stuccati, e un tempo funzionava anche la tecnologia degli spruzzi per vaporizzare l’acqua.
Siamo poi scesi nella grande cucina da dove si aprono i due enormi coni-camino che si vedono dall’esterno, ma che dall’interno sono impressionanti.
Che altro aggiungere, ah sì la brutta storia del re dichiarato morto al popolo e tenuto prigioniero nel Palazzo per nove anni dal fratello (futuro re Pedro II) e dalla moglie Maria Francesca Isabella di Savoia. Mi ricorda un’altra storia simile… Ma facciamo raccontare ancora a Saramago:
Per via delle parole udite nel Palazzo di Sintra, il viaggiatore ha finito col pensare al sovrano che vi stette per nove anni prigioniero: Alfonso VI (1643-1683). Questo Alfonso VI era mezzo pazzo e soffriva di carenze varie, fra cui la minima virilità che si richiede ai re a garanzia di successione. Il viaggiatore vorrebbe impietosirsi di quest’uomo, ma finisce per essere distratto dal ricordo della ferocissima guerra di palazzo, in cui furono coinvolti tutti, re, regina, infanti, favoriti, ministri, mentre nel regno il popolo nasceva, lavorava, moriva e ne faceva le spese. Ci furono prigionieri, pensa il viaggiatore, che meritarono ben altro rispetto.
A questo proposito il nostro Vitor ci raccontava con minor clemenza la prigionia del debole re, certo che era sempre un prigioniero in un bel palazzo, ma i gesti di sopraffazione fanno sempre raccapricciare, ma sentito ora anche Saramago, abbiamo un altro punto di vista e questo è un bene.
Attenzione, dopo aver visitato quasto Palácio National, siamo partiti per Cabo da Roca a vedere l’Oceano: Qui… Dove finisce la terra E comincia il mare. Questi i versi del poeta portoghese Luís de Camões, dal suo poema I Lusiadi, che leggiamo sulla targa in questo luogo meta di tanti turisti. Capo da Roca è un promontorio a picco sul mare, c’è un grazioso faro e una stele con i dati geografici di questo punto, il più occidentale, il più estremo dell’Europa continentale.
Sono stata felice di respirare questo oceano, avrei voluto essergli più vicina, ma il sapore arrivava e anche la sua voce, nonostante i numerosi turisti. E le foto aiutano ad allungare questi momenti che vorresti più lenti.
————–
Scritto, documentato e pubblicato da
Maria Valenti/Alicemate ^_^
con la tenace collaborazione di José Saramago
Manca all’appello ancora il primo tratto di tour da Lisbona a Fatima, che metterò insieme appena possibile, perchè è tempo ormai di occuparci d’altro.
Ora il giro ci riporta a Lisbona per l’ultima giornata da cui siamo partiti QUI
Eccoci a Évora, un vento pungente ci costringe a incappucciarci ben bene, accidenti è la città più a sud che abbiamo toccato! Ma via, se poi sentirete quanto caldo ha patito Saramago durante la sua di visita a Évora, possiamo star felici!
Il viaggiatore di Josè Saramago inizia il racconto parlando della storia di Évora da piazza Giraldo (il nome del Senza Paura), da questa piazza dove noi non passeremo. Anche a noi però Vitor, la nostra fedele guida portoghese, ha raccontato la storia della città, illustrandoci il bassorilievo in bronzo senza scomporsi, nella sua leggera camicia, al vento freddo di un tranquillo giardino di Évora, una linea del tempo scolpita che riassume l’identità di Évora, dichiarata patrimonio dell’Umanità UNESCO: – in alto a sx (cliccare sull’immagine e ingrandire per leggerla) vediamo l’immagine e la data della riconquista cristiana della città da parte di Giraldo il Senza Paura nel 1165; – 1186 costruzione della Cattedrale, la Sé di Évora;- 1385 rivolta per indipendenza portoghese con la vittoria nella battaglia di Aljubarrota; . 1485 istituzione del tribunale dell’Inquisizione a Évora – 1497Vasco da Gama, vissuto anche ad Evora, è affiancato dai simboli delle grandi scoperte marittime; – 1559 fondazione dell’Università; – 1637rivolte popolari contro la Spagna in varie zone, in particolare nell’Alentejo e in Algarve, note come “Manuelinho“; 1965 epoca della collocazione del monumento.
Ora, l’arrivo ad Évora del viaggiatore di Josè Saramago, sempre lui, il grande scrittore portoghese che collabora alla ricostruzione del mio viaggio in Portogallo:
“Il viaggiatore si trova a Évora. Questa è la famosa piazza del Giraldo, quel cavaliere brigante o quel brigante cavaliere che si decise a conquistare Évora. Vi riuscì per pecca e innocenza dei mori, che avevano di vigilanza un solo uomo con sua figlia, il cavaliere Senza Paura nè pietà tagliò loro la testa. Questo avvenne nel 1165. Évora non è mai più tornata in mani islamiche.
Il viaggiatore si ritiene fortunato, qualcuno conquistò un buon posto dove costruire questa città di Évora, qualcuno la eresse, qualcuno la difese. Ringrazia col pensiero il Senza Paura, quantunque non gli perdoni la giovane decapitata, ringrazia il popolo ribelle del 1383, senza dovergli perdonare niente.
A Évora c’è un’atmosfera che non si ritrova in nessun altro luogo; Évora possiede una presenza costante della Storia nelle sue vie e piazze, in ogni pietra od ombra; Évora ha saputo difendere il posto del passato senza togliere spazio al presente. Con questa felice sentenza il viaggiatore si ritiene dispensato da ulteriori generici giudizi, ed entra nella Cattedrale.
Anche noi raggiungeremo la grande Cattedrale con le torri asimmetriche e lo stupendo Portale gotico, con gli apostoli scolpiti lungo le cornici dell’arco, ma non entreremo. Prima di arrivare davanti a questa severa costruzione, simile a quelle di Lisbona e Coimbra, noi ammireremo il Tempio Romano o Tempio di Diana, simbolo di Évora, attraverseremo una bella piazzetta su cui si affaccia la Igleia e l’ex Convento dos Làios, ora hotel di una catena di lusso, Pousada, e passeremo a fianco del Palazzo dei duchi di Cadaval, oggi museo d’arte. Questi luoghi li vedrete nelle foto che scorreranno nel video, tutto osservato e ascoltato al riparo dal vento freddo con impermeabili e cappucci.
E il viaggiatore di Saramago?
“Il viaggiatore, dopo aver ammirato con tutta calma il Tempio di Diana, che di Diana non è, si dirige al museo. Cammin facendo medita cosa è accaduto a questo tempio romano: distrutto nel V secolo dai barbari del Nord, fu utilizzato nel Medioevo come cassaforte del castello con gli intercolunni cinti da pareti e infine si trasformò in macello municipale. Durante la rivoluzione del 1383, l’occuparono gli artigiani e lottarono contro il castello. Il museo di Évora non ha duemila opere di merito, ma ne possiede d’avanzo per le possibilità del viaggiatore. Qui a lato c’è la chiesa del Convento dos Làios. Si scendono i gradini del porticato e si entra nel tempio, che è gotico -manuelino.
Alla Chiesa di São Francisco il viaggiatore arriva quasi privo di forze. Le vie di Évora sono un deserto, solo per dovere si attraversa da questo marciapiede a quello. Il sole picchia, durissimo, il caldo sembra soffiato dalla gola di un forno immenso.”
AllaChiesa di San Francesconoi non arriveremo in così tristi condizioni, solo un po’ infreddoliti, ma al riparo dal vento potremo toglierci i cappucci e dedicarci alla scoperta di quest’altra chiesa. Certo ne abbiamo veramente viste tante, poi le conterò, ma qualcosa si sarà fermato nella mente intorno alle arti portoghesi, che nelle chiese trovano sempre modo di esprimersi al meglio. Ricordate la chiesa di San Francesco di Porto, che non si poteva fotografare? Un interno tutto coperto di legno dorato, anzi legno scolpito e dorato?La Talha dorata. Ecco anche questa São Francisco, inizialmente sobria e francescana, utilizzata poi come cappella del Re, coprirà d’oro e di vari ornamenti tutti gli altari laterali, ben dodici, che diventeranno barocchi, opulenti e luccicanti. Vedrete le foto, stavolta ne ho immortalati molti a mano a mano che Vitor ce li presentava. Del convento vicino pare rimasta solo una cappella, la famosa, tutti la citano, è la grande attrazione di quanto resta del convento: la Cappella Dos Ossos. Di questa non dirò nulla, lascerò parlare Saramago. Fotografo anche tre Presepi in mostra, presepi dal mondo, quello ambientato nel centro di Évora è molto grande e riproduce il centro storico della città, anche questi Presepi sono nell’elenco UNESCO. Dal bel chiostro usciamo e diamo un occhio alla facciata della chiesa e al suo particolare portico. Nel parco un eccentrico porticato moresco del Palazzo Reale, una parte rimasta, le arcate a ferro di cavallo richiedono una foto.
Ora metto il video delle foto di questo 15 maggio a Évora
Dai sentiamo Saramago intorno alla Capela Dos Ossos. A voi è piaciuta?
Due passi nella grande navata della Chiesa Reale di San Francesco, il viaggiatore veda pure le pitture, il San Bruno,(ah, questo santo esiste, ma non cercatelo in questa chiesa, ora non c’è più) e, se il viaggiatore vuole, se ama gustarsela, per un piacere morboso e francescana mortificazione della carne, vada pure alla Cappella dos Ossos, a meno che al contrario non gli sembri, come in effetti gli sembra, che sfiori l’oscenità quell’ordinamento architettonico di resti umani, talmente numerosi che finiscono per perdere ogni sensibile significato. Il viaggiatore, che li ha già visti, oggi non ci va.
E voi che ne pensate di questo uso francescano delle ossa?
Da sapere è che la Cappella dos Ossos di Évora è stata ispirata dal Santuario diSan Bernardino alle Ossa di Milano, che il Re João V aveva visitato. E sapete che anche a Roma c’è la Cripta dei Cappuccini , decorata con ossa. Si trova sotto la chiesa di Santa Maria della Concezione, anche Sartre ne scrive in un suo libro di viaggi in Italia: La regina Albemarle o l’ultimo turista.
Ok FINE!
Rieccoci al nostro pullman per proseguire il tour. Il 15 maggio non finisce qui, vedremo altre due località speciali, non in questo post però. Qui si va più lentamente, il prezzo non cambia!
In viaggio, ciao Alentejo!
————–
Scritto, documentato e pubblicato da
Maria Valenti/Alicemate ^_^
con la gradita collaborazione di José Saramago
I passi di Saramago sono stati tratti da Viaggio in Portogallo
Se il Tour continuerà … avremo SINTRA e CABO da ROCA
A Castelo de Vide non abbiamo visto il Castello, ma il borgo e più che altro il ristorante, a Marvao abbiamo visto il Castello ma c’è anche un bel borgo.
Preparerò ancora un video con le foto perchè ho terminato da un po’ lo spazio per le foto sul blog.
Ma prima vi racconto il veloce passaggio in questi due posticini con storia e storie.
Oggi giornata di Castelli: abbiamo appena lasciato il Castello Templare di Tomar (QUI) e ci dirigiamo a Castelo de Vide, come dal programma del Tour, poi avremo Marvao e raggiungeremo Evora, ma solo tardi in hotel.
A Castelo de Vide, non vediamo il Castello, non entriamo nelle chiese, Sono tutte chiuse e nessuno le frequenta, ci ripete la guida Vitor con simpatica ironia. Quindi percorriamo il borgo salendo e scendendo le sue strade che mostrano il loro carattere popolare e ordinato. Vitor ci ferma in uno slargo dove si vede discendere una stretta via e ci racconta di tempi in cui qui c’era un quartiere ebraico che ha lasciato una forte impronta sia nella struttura della cittadina che nelle tradizioni del paese.
Qualche conoscenza storica ci farà capire come mai la Judiaria (quartiere degli ebrei) ora è solo memoria, musei e cucina.
Nel 1492, sì l’anno che Colombo scopre l’America e chissà se avrà qualche attinenza con questi fatti, ma proprio nel 1492 vennero espulsi dalla Spagna, precisamente dalla Castiglia e dall’Aragona, gli ebrei, molti di loro si stabilirono a Castelo de Vide per la vicinanza al confine, incrementando la comunità ebraica già presente. Ma pochi anni dopo, nel 1496, con un editto, il Re Dom Manuele, per la negoziazione del matrimonio con Isabella D’Aragona, figlia di Re cattolici spagnoli, dovette sottostare alla condizione di liberarsi di tutti gli ebrei. Ma il Re Manuele non voleva privarsi degli ebrei e li costrinse a diventare cristiani. Gli ebrei, forzati a restare, divennero “cristiani nuovi” o marrani, in tono dispregiativo, in quanto spesso di nascosto continuavano a professare la loro religione (questo valse anche per i mori rimasti e obbligati a convertirsi). Con l’introduzione poi dell’Inquisizione*, migliaia di “cristiani nuovi” vennero perseguitati e costretti a fuggire verso l’Impero Ottomano, i Paesi Bassi o le Americhe.
*L’Inquisizione in Portogallo fu istituita ufficialmente nel 1536 su richiesta del re João III, operando come tribunale ecclesiastico per reprimere eresie, giudaismo (specialmente tra i “nuovi cristiani”) e stregoneria, estendendosi anche alle colonie. Il tribunale fu abolito definitivamente nel 1821
A Castelo de Vide la comunità ebraica sparì. Nel 2015 dal Governo Portoghese ci saranno leggi di riparazione.
Questa triste storia cosa lasciò al borgo di Castelo de Vide? Le loro case, la loro Sinagoga, le loro abitudini e la loro cucina.
Noi procediamo poi verso una bella piazza luminosa, dove ci guarda la Igleja de Santa Maria da Devesa (chiusa) e dove troneggia la statua del giovane e amato Re Pedro V, e proprio lì il Ristorante Pedro V ci accoglie con i piatti tipici del luogo. Io prenderò quello suggerito da Vitor che pare unico come originalità del luogo: CARNE DI PORCO À ALENTEJANA, cioè pezzettini di maiale fritti con vongole, mio marito ENSOPADO DE BORREGO, agnello in umido. Tutto buono, ben servito, a buon prezzo! Molti piatti conservano il legame con la storia dei “cristiani nuovi”e la tradizione giudaica della cittadina.
Prima di lasciare questo borgo sentiamo alcune parole di José Saramago:
“Una terra tanto abbondante d’acqua dovrebbe avere la propria fontana monumentale. Eccola lì, la Fonte da Vila. Il viaggiatore ha bevuto con la mano a conca e poi è andato alla Judiaria. Le vie si arrampicano per il pendio ripido, qui c’era la Sinagoga. Questi quartieri sono di una bellezza rustica difficilmente comparabile…
Dal Castelo de Vide si vede Marvao, ma da Marvao si vede tutto. A più di ottocento metri di altitudine Marvao ricorda uno di quei monasteri greci sul monte Athos. È vero. Da Marvao si vede la terra quasi tutta: dalla parte della Spagna si avvistano Valência de Alcântara, São Vicente e Albuquerque, oltre a una moltitudine di piccoli borghi; e da ogni punto tutto intorno si vedono paesi e monti. È comprensibile che in questo luogo, dall’alto del maschio del Castello di Marvao, il viaggiatore mormori rispettosamente: “Com’è grande il mondo”
Avete ritrovato il racconto nelle foto del video?
Ora buon riposo, le visite per oggi sono terminate. E domani si scoprirà Evora.
—————————–
Scritto, documentato e pubblicato da
Maria Valenti/Alicemate ^_^
e la speciale collaborazione di José Saramago
Questo articolo lo dedico a noi, a me e mio marito che oggi abbiamo aggiunto un altro anno di “casamento”.
Salutata Coimbra e i suoi studenti (QUI), un buon riposo in hotel e si parte per una meta curiosissima: un antico Castello dei Templari!
Non so nulla di nulla, ma so che sarà una visita insolita, come non esserlo se si pensa a questi guerrieri infiammati nello spirito, preparati nelle tecniche e allenati nel corpo e nell’uso di armi?
Eppure mi ha stupito, ho visto cose speciali, in particolare i colori e le forme della Charola, l’antica chiesa templare, rotonda e alta, con un corridoio che gira intorno alle otto colonne che delimitano il cerchio e in cui pare che i Templari potessero pregare sul loro cavallo prima di partire per le difficili missioni. Le colonne affrescate con linee, greche, disegni teneri e geometrici e i colori, colori delicati, che si parlano, si uniscono e fuggono, anche le colonne pare si incontrino là in alto dove si fatica a vedere la cupola. Col tempo poi si sono aggiunte altre arti, altre pitture, altri quadri e statue… ma sempre resta uno spettacolo, un po’ destabilizzante, che richiederebbe tempi lunghi, ma lo sguardo non ne resta che affascinato.
A sx il plastico che Vitor, la nostra guida, ci ha illustrato appena entrati nel Castello, ma senza grandi risultati, scolara impreparata! Ora ho aggiunto le scritte, spero esattamente, mi sono consultata con più testi
Nel convento stavano facendo lavori di restauro, Vitor, ci ha detto che sono vent’anni che stanno procedento ininterrotamente i lavori, scale e materiali intorno, e c’erano altri turisti oltre al nostro gruppo, trasognati e allocchiti a raccapezzarsi su cosa si stava aprendo ai loro occhi. Io seguivo la voce di Vitor, la seguivo per non perderlo, ma poco capivo di quello che diceva perchè guardavo e guardavo. Decido di fare video, così prendo tutto e pure la voce, ma sbaglio e non filmo niente di buono, e mi dispiaccio di lasciare la Charola per la navata stellata e non ricordo come abbiamo fatto a raggiungere il terrazzo che ci apriva la visione sulla grandiosa finestra manuelina: la Janela. Probabilmente abbiamo camminato in un corridoio coperto del Claustro Grande e salito una sua scaletta per giungere a quel livello. Qui mi impongo l’attenzione, Vitor ci parla con calma, siamo all’aperto, su un terrazzo che gira intorno a un altro antico e intimo chiostro, il Claustro de Santa Barbara, siamo soli e nessuna fretta pare più farci muovere da lì. Avessi potuto restare più a lungo anche nella Charola! La finestra è veramente uno spettacolo, pare un sipario di pietra bianca, ma è anche il teatro della narrazione, quante avventure in mare, quanta ricchezza ha portato al Portogallo, ai Re del Portogallo, forse un po’ anche ai marinai? Certo nella scultura vediamo corde, nodi, anelli, materiali marini, ma tutto questa materia che ha permesso le grandi imprese è lì a sostegno di corone, stemmi, croci che si innalzano e e si procurano l’eternità nella storia del popolo futuro.
Ok, si scende, da dove? mah, arriviamo nel refettorio… potenza della fotografia! Bel salone con due pulpitini che paiono giocattoli, ma… tutti zitti che i lettori sono là sopra per farsi ascoltare. Il silenzio era una vera virtù da conquistare col sacrificio, niente chiacchiere nemmeno a tavola!
Un altro chiostro, o forse due, uno l’ho ripreso di lato, penso si tratti del Claustro dell’Hospedaria, degli Ospiti, benedette le guide con piantine e le ricerche con l’IA.
Usciamo e camminiamo increduli, c’è un bellissimo rincorrersi e sovrapporsi di archi, l’Acquedotto di Pegões, che portava acqua al Convento, quando i pozzi non bastarono più e i Templari erano diventati l’Ordine di Cristo. Poi ne riparliamo.
Nel video trovate foto del nostro percorso che spero riescano a trasmettere un po’ di quello che ho provato in quelle due ore di lucido stordimento.
I Templari di tutta l’Europa, a partire dal 1303, furono annientati dal tribunale dell’Inquisizione per volere di un re troppo indebitato con loro, accusati di eresia, e i loro beni passati ai rispettivi Re. Solo in Portogallo, i Templari presenti dal 1128, rimasero, con una mossa astuta, cambiarono il nome e la regola: si traformarono in un altro ordine religioso-militaresco, l’”Ordem de Cristo” che continuò a crescere anche in arte e innovazioni, favorito dai Re per l’aiuto che il loro tesoro rese al successo delle rotte dei grandi esploratori. Questo ordine continuò ad operare fino al 1834, anno in cui, in Portogallo vennero chiusi o andati ad estinguersi tutti i monasteri religiosi.
Il perchè, se vi incuriosisce, lo potete chiedere anche voi all’IA.
E di José Saramago niente? Sì sì, adesso vi dico quello che lui ha visto, è un esperto lui, ma modesto. Siamo d’accordo però su quello che più ci ha colpito: la Charola!
Metto un’altra piantina per seguirlo meglio.
“Il Convento di Tomar è il portale, è il coro manuelino, è la Charola, è la grande finestra, è il chiostro (grande). Ed è il resto. Fra tutto, quello che più colpisce il viaggiatore è la Charola, per l’antichità, certo, per l’esotica forma ottagonale di questa sorta di tempietto, ma soprattutto perchè vi si vede… il santuario, luogo segreto, accessibile ma non esposto, punto centrale e focolaio… La Charola contemporaneamente sole irradiante e ombelico del mondo.
Per il viaggiatore il Chiostro (grande) è duro e freddo. Diciamolo in maniera diversa: come Diego Torralba, autore del progetto, non si riconosceva nel manuelino e per gran parte di ragioni nel romanico e nel gotico, anche il viaggiatore può dal proprio odierno punto di vista, non riconoscersi nel neoclassico italiano, e la ragione, se si deve spiegare è la durezza e la freddezza dell’opera. È soggettivo. Può darsi. Il viaggiatore ha diritto alla propria soggettività, oppure non gli servirebbe a nulla il viaggio, giacché viaggiare non può essere altro se non confronto fra questo e quello. Tranquilliziamoci però, il viaggiatore lascia nel chiostro di Dom João III una passione: quelle porte del pianterreno, fra le colonne, con il finestrino superiore, trionfo della linea retta e della rigorosa proporzione.
Della Grande Finestra si è già detto tutto: probabilmente c’è ancora tutto da dire. Il manuelino non sarebbe potuto nascere, non avrebbe potuto essere impiantato all’ombradegli uliveti lusitani: è un insieme culturale assorbito in terra altrui, e successivamente qui rielaborato. Perdonate al viaggiatore la sua audacia.
A rigore, una scultura, questa finestra o una semplice statua non si possono spiegare a parole. Non è neanche sufficiente guardarle, dal momento che anche gli occhi devono apprendere a leggere le forme. Non c’è altro da fare che vedere, identificare i diversi elementi nel campo delle conoscenze di cui si dispone, indagare per supplire a ciò che manca, ma questo sarà compito di ciascun viaggiatore, non di uno solo che vede per tutti, e a tutti spieghi. Una guida sarà un buon aiuto.
Il viaggiatore prosegue, nel tragitto incontrerà l’Acquedotto di Pegões Altos, una dimostrazione di come l’utilità non sia incompatibile con la bellezza: la ripetizione successiva di archi a tutto sesto sugli archi spezzati, più ampi, avvicina la monumentalità della costruzione, la rende meno imponente, un falso acquedotto che fa da sostegno a quello vero nel quale viene trasportata l’acqua.”
Per vedere le foto di cui parla anche Saramago: nel video e fate pausa, o al link sotto dove c’è un articolo che merita.
Siete confusi anche voi come me? Ora la mia nebbia è dissolta, un po’ di sole illumina il monastero fortezza che è rimasto a raccontarci storie e a far da scenario per il cinema.
Alla prossima!
—————————–
Scritto, documentato e pubblicato da
Maria Valenti/Alicemate ^_^
e la speciale collaborazione di José Saramago
dal libroViaggio in Portogallo, in lettura.
Questo articolo lo dedico alla mia sorellina che iniziava il suo compleanno in questo scenografico castello:
Lasciata Braga (QUI), invertiamo la rotta verso sud, con sosta imperdibile a Coimbra.
Coimbra è stata la seconda capitale del Portogallo, dopo Guimarães dal 1128, e prima dell’odierna Lisbona. Nel 1139 fu Alfonso Henriques, a trasferire la capitale da Guimarães a Coimbra, che rimase tale fino al 1255.
A Coimbra c’è una parte alta e una bassa e il pullman dove ci avrà lasciati? In alto, così non ci affatichiamo, scenderemo poi a piedi da una storica e ripida stradina.
Inizio con José Saramago, che ne dite, scrive da Dio, o meglio da Nobel e allora ascoltiamolo, questa volta ci stupirà, farà il timidone, ma pian piano sono riuscita a raccapezzarmi e rimettere ordine a foto e ricordi.
Coimbra una città di provincia con due teste, una propria e l’altra aggiunta, zeppa di sapere e di qualche immateriale prodigio. Se il viaggiatore avesse tempo, dovrebbe ricercare la Coimbra naturale, dimenticare l’Università che si trova lassù. …Il viaggiatore non entrerà, non saprà mai quale aspetto abbia la Sala Grande, come sia la Capela di São Miguel, Si vede lì nel Patio das Escolas, circondato da scienza ovunque, e non osa andare a bussarealle porte… nel Patio das Escolas si limita a fare il giro senza apprezzare le statue della Giustizia e della Forza che Laprade ha disposto nella Via Latina, ma arrendendosi davanti al Portale manuelino della Capela di São Miguel, e visto che era entrato passando per la Porta Ferrea, é uscito di nuovo da lì.
Entrati nel Patio das Escolas dalla Porta Ferrea di cui ho fotografato un bel mosaico sul pavimento che raffigura La Sapienza, che troverete con altre nostre foto nel video sotto.
Nel cortile siamo rimasti tutti stupiti dalla presenza di numerosi studenti e studentesse che si raggruppavano, si facevano fare foto, lanciavano in alto i loro neri mantelli, o formavano con questi delle figure, come il 50 della foto sopra, insomma pareva stessero tutti festeggiando qualcosa, Vitor ci ha illuminato dicendoci che preparavano la festa tradizionale che celebra la fine del percorso accademico prima della fatica finale. Si tratta della Queima das Fitas, il Rogo dei Nastri che simboleggia la liberazone dagli studi e l’ingresso nel mondo del lavoro, Questa festa si prepara per l’ultima settimana di maggio, le foto fatte le avrebbero esposte e vendute durante i festeggiamenti. Molte le foto sullo scenografico scalone che conduce alla Via Latina dove troneggia in centro il gruppo scultoreo con le statue della Forza e della Giustizia.
Guardiamo poi intorno, merita anche la storica struttura, il Portale Manuelino è, come tutte le opere di questo stile, particolarmente interessante e per noi insolito. Noi siamo rimasti parecchio in cortile ad aspettare di poter entrare a visitare la Cappella di São Miguel e anche la Biblioteca Joanina. Intanto abbiamo ammirato la vista su Coimbra attraversata dal suo fiume, il Mondego, la Torre das Cabras, che teneva il tempo agli studenti col suono della campana, la statua in mezzo al cortile del Re Dom João III che nel 1357 fissò qui nell’exPalazzo Reale la sede dell’Università riformata.
Eccoci entrati nella Cappella: molto bella, affrescata nei soffitti, decorata e colorata con legni e azulejos speciali. Vedrete le foto nel video.
Proseguiamo nella barocca Biblioteca Joanina dove non si potevano fare foto, la ricordo come qualcosa di irreale, gigantesca, antichissima, preziosa e fragile. Pensate che una colonia di pipistrelli vive nella biblioteca da secoli e ogni notte si ciba di tarme, pesciolini d’argento, falene e altri insetti che si nutrirebbero della carta, e per fare questo ogni sera gli addetti devono ricoprire tutti i piani, tavoli di legno antico, con particolari tovaglie pesanti perchè gli escrementi dei pipistrelli non possano fare danni. Qui un articolo del Post in merito ai pipistrelli, dove vedere anche qualche bella foto dei superbi ambienti.
Mi spiace per Saramago che non ha chiesto di vedere questi gioielli, ma sono certa che sarà tornato in un altra occasione.
Ora usciamo anche noi da dove eravamo entrati e scendiamo verso Coimbra Bassa, passando dalla Sé Velha (Cattedrale vecchia) che ammiriamo da sotto la sua possente sagoma difensiva, poco oltre attraversiamo un arco, l’antica porta di accesso a Coimbra, Porta de Almedina, ed eccoci in piano… Ora siamo liberi un momento e ne approfitto per entrare in una bella libreria dove acquisto dei libri curiosi. Ma, un momento, Josè ci vuole dire qualcosa sulla Sé Velha:
Se al viaggiatore piace il romanico tanto quanto dice, avrà soddisfazione assicurata nella Cattedrale Vecchia, che, per generale consenso, è il più bel monumento in stile romanico esistente in Portogallo. Sarà. Il viaggiatore è stupefatto dalla forza, dalla robustezza delle forme originarie, dalla bellezza degli elementi aggiunti come la Porta Especiosa. … Su questi gradini nelle notti calde si suole cantare il fado. Ben fatto. Ma il posto non sarebbe male neanche per ascoltare Johann Sabastian Bach. Per esempio.
Il viaggiatore ha fatto un giro per le strette e frequentate vie della parte bassa della città, ha salutato il Mondego e, di voglia o contro voglia, é uscito da Coimbra.
Anch’io ho salutato il Mondego dal ponte sul nostro pullman che ci portava verso la successiva meta… a TOMAR coi templari, se volete cominciare a prepararvi :D
Devo impegnarmi a continuare il Tour del Portogallo! QUI due tappe, se le avete lette, ora un’altra. Vi ricordo la cartina del percorso, è disegnata da me, non precisissima, ma a me è stata utile. Alla fine del post di Lisbona, QUI.
Il Tour é stato veloce per il corpo ma ancor di più per la mente! Il corpo si riposava e il giorno dopo ripartiva, la mente si riposava e il giorno dopo rimpiazzava le nuove alle vecchie, e così al ritorno ho dovuto rifare il viaggio con lo stimolo e l’aiuto di José Saramago e il suo viaggiatore, un itinerario portoghese ben più complesso del mio ma ben fissato con le parole. Beh certo anch’io qualcosa avevo bloccato con le foto e qualche veloce impressione condivisa… che non da tutti viene apprezzata, ma da Josè sì e ve lo documento:
Il viagggiatore loda mentalmente i prodigi della tecnica: la memoria, infedele, potrà rinnovarsi in questo rettangolo colorato, potrà ricreare il momento, notare che la gonna era di tessuto scozzese, le trecce erano crespe. e le calze di lana, e la scriminatura dei capelli al centro, e scoperta inattesa, che c’era un’altra bambina là dietro…
Ammirava la foto dunque! Infatti aveva a tracolla la sua macchina fotografica, anche se non sempre osava utilizzare, per rispetto dell’altrui intimità. E oggi poi, con i cell si fanno foto non professionali ma quali vantaggi aggiunti: sono innanzi tutto leggeri, multifunzionali, dei nostri scatti vengono salvati sia la data che il luogo, rimane da capire cosa rappresenta, ma per questo abbiamo anche la IA che ci svela quello che ancora è nascosto o dimenticato. ed eccoci riapparire la realtà, riapparire non sempre subito invero, alcune ricerche richiedono impegno, E quello che Vitor diceva? Eh ciao, del percepito con l’udito non ho avuto che la mia memoria, avrei dovuto registrare, ma non so se, restare nel gruppo, con radioline allertate, bandierina da avvistare, gambe in spalla, occhi sgranati sulle opere degne, e fare e farsi fare foto per immortalarci nei ricordi, e con la power bank di soccorso, non so… di super eroi c’era solo Vitor.
Basta? so che vi ho convinto almeno sul fatto che mi sono data molto da fare, ma ecco un esempio:
La foto sopra di una facciata, scattata il 13 maggio alle 11:34 cos’è? É sul cell, sotto la foto ho la mappa e pure l’indicazione che si tratta della Cattedrale di Braga, ricordo che Vitor ci aveva citato come notevole la statua della Madonna del Latte, in centro in alto sotto al baldacchino. Certo che è ben strana come facciata, ma con la foto qualcosa ho rimediato, se voglio posso fare altre ricerche.
Dunque smettila di ravanare e vai a Braga a pregare
Avrete capito che questi detti ce li ripeteva spesso Vitor, Vitor la nostra guida, il nostro super eroe portoghese: a Porto si lavora, a Braga si prega, a Coimbra si studia e a Lisbona si amministra, e qui ci mostrava il tipico gesto della mano dell’arraffare. Ma è solo un modo di dire, certo, lui era di Lisbona ;)
Lasciato l’hotel di Guimarães di buon mattino, noi e tutta la combriccola diligente, sotto la direzione autorevole del nostro apprezzato e semplice Vitor, accomodati sul nostro grosso pullman condotto egregiamente dal nostro elegante e cortese autista, ci si rimette in viaggio.
Prima tappa ancora a nord, a BRAGA per poi iniziare il ritorno verso Lisbona, con seconda tappa a COIMBRA. Dunque inizieremo con le preghiere e poi pausa pranzo, pomeriggio di studio in Università… e ci saluteremo sul ponte del Mondego e avanti. Tutto chiaro?
Scrive Saramago:
Al Santuario del Bon Jesus si va per devozione o per piacere. Il viaggiatore è andato per piacere. É ampio il panorama, e fresca l’aria in questo novembre assolato, e se artisticamente le meraviglie non sono generose, in tutto c’è un gusto popolare, un colore da pellegrinaggio che ha fatto presa sulle statue, sulla scalinata, sulle cappelle, e che giustifica ampiamente la visita.
Noi abbiamo semplicemente seguito il programma del Tour senza discussioni, da parte mia la devozione era come quella di José e il nostro mese di maggio come il suo novembre.
Gli occhi vagavano sui panorami, arricchiti dalle scenografiche scalinate, e le cappelle e le fontane delle virtù, ah non ho ben capito i simboli delle fontane delle virtù, ma la scritta c’era. e le fontane dei cinque sensi, simboli di purezza e devozione che Vitor ci mostrava, scendendo? Le fontane dei cinque sensi sono particolari perchè l’acqua scende proprio dall’organo addetto a ciascuno dei sensi, quindi la fontana dell’udito aveva l’acqua che sgorga dalle orecchie. Le fontane sono granitiche e un po’ scure, ma significative, specialmente se si fa il percorso correttamente in salita e ricchi di virtù cristiane. Infatti il pellegrino sale la gradinata per meritare il favore di Gesù, mentre noi siamo saliti con la funicolare e scesi a piedi. Percorso contrario ma scelto da Vitor per facilitare il gruppo.
Nel mio video vedrete un po’ di fontane, non sono bellissime, lo dice anche Saramago, ma se ci mettete un po’ di virtù…
La funicolare che ci ha portati al Santuario è ad acqua, mai vista, ed è degna di nota perchè dovrebbe essere la più antica al mondo ancora in funzione, stesso primato della libreria Bertrand di Lisbona :)
Scesi dunque i 557 gradini suddivisi in scenografiche rampe doppie ci facciamo trasportare in Braga centro.
Di chiese a Braga ce ne sono a bizzeffe. Visita obbligatoria sarà quella alla Cattedrale. Visto che il viaggiatore non è molto ferrato in particolari eruditi, si cerchino in altri resoconti la minuzia e la precisione enciclopedica. Qui si parla di impressioni, di occhi che vagano e accettano il rischio di non captare l’essenziale perchè attratti dal superfluo. La ricchezza è eccessiva per la capacità di assimilazione di chi entra. Nacque con grandi ambizioni questa chiesa. Se il viaggiatore non erra, Braga iniziò con l’intenzione di non restare indietro rispetto a Santiago de Compostela. In questa confusione di stili e tecniche dal romanico al barocco, passando per il gotico e per il manuelino, quello che conta per il viaggiatore è l’impressione generale, della sua grandezza e incompiutezza delle costruzioni laterali che la mettono in comunicazione con il contesto urbano…
Ok, avete dato un’occhiata al video dove ho disposto le foto di Braga? Bene, tante foto per il santuario che è stato precedente alla visita della Cattedrale, tante perchè è semplice e ordinato lungo un cammino. La Cattedrale invece, ricchissima e labirintica che, persa la voce di Vitor, trovo sale enormi e porte chiuse.
Un occhio alla facciata della Sé o Cattedrale, fotina in alto, Vitor ci riempie di info che poi perdo nel labirinto della mente…
Ma ecco il momento per l’assaggio del Vino Verde, tipico di Braga: come avevo già anticipato, troppo aspro, assomiglia a quello delle uve valtellinesi, senza offesa per nessuno che io sono incompetente, ma non sono stata la sola a non essere rapita dalle sue virtù.
Due passi e siamo nel largo do Paço ci facciamo una foto alla fontana e trovo che José la ritiene una delle più belle piazze che abbia visto. Che gli edifici intorno formano ali con i soli due piani e nient’altro serva per abitare.
E ai giardini bisognava andare perchè Vitor ce lo aveva consigliato, i fiori nelle chiese devono sempre essere freschi, qui si coltivano e si lasciano godere anche a tutti i cittadini devoti e meno.
Dopo la pausa libera compreso il pranzo, che per qualcuno è stato un aperipranzo, con cosine a base di baccalà, ci si ritrova al punto stabilito per proseguire verso Coimbra e dedicarci un poco anche allo studio, quindi si parte per COIMBRA!
La troverete QUI, al prossimo articolo, ho divise le due tappe per renderle più leggibili.
—————————-
Scritto, documentato e pubblicato da
Maria Valenti/Alicemate ^_^
sempre con la speciale collaborazione di José Saramago
dal libro Viaggio in Portogallo, ancora in lettura.
noticina: non correggete la punteggiatura, è un mio nuovo scopiazzamento dal premio nobel Saramago ;) Libertà e velocità di espressione?
Partiti da Fatima (QUI a fine articolo la cartina, ho saltato il percorso Lisbona-Fatima, che forse recupererò in futuro) partiti quindi alle 8 di mattina arriviamo a Porto alle 10:30 dopo aver visto cicogne in case singole o in condominio, così ci aveva allertato la nostra simpatica e competente guida… Vitor! E di pali di legno o tralicci si trattava dove i nidi erano o singoli o su più piani.
La prima cosa che vediamo raggiungendo Porto è il panorama della città mentre attraversiamo il fiume Douro, che belle le città sull’acqua!
Scendiamo dal pullman in piazza Batalha e facciamo subito conoscenza con Pedro V (1837-1861), un Re molto amato dal popolo che regnò solo sei anni ma fece grandi cose per il suo popolo. Morì a 24 anni di colera, proprio del morbo che aveva colpito il suo popolo.
E forza che si parte, c’è molto da vedere e da camminare: piazze si susseguono a strade in discesa e poi ancora discendono e attraversano piazzali doppi, traffico di auto, gente, operai su lavori di rifacimento e di nuove linee, negozi, palazzi, chiese, torri, ah la torre che si vede da tutti i punti di Porto: la Torre della chiesa dos Cléricos progettata dall’architetto italiano Nasoni. Siamo in una veloce città, non sarà come Milano, ma è viva è laboriosa, infatti Vitor ci ripete quel che si dice:
A Porto si lavora!
A questo proposito sentite che scrive Josè Saramago nel suo libro Viaggio in Portogallo (1981):
Porto è ormai vicina. Sono passate da poco le sei quando il viaggiatore entra in città. Alle fermate degli autobus aspettano lunghe file di donne. Sono le operaie delle fabbriche di questi sobborghi.
E scrive anche:
Il viaggiatore è determinato a non girare di chiesa in chiesa come se da questo dipendesse la salvezza della sua anima. Andrà a quella di São Francisco. Il viaggiatore vede quello splendore, che non lascia un centimetro quadrato di pietra scoperta, si stordisce nella magnificenza dello spettacolo, il miglior esempio di talha esistente nel paese.
La Talha dorata è una tecnica scultorea in cui il legno é scolpito (talhato in portoghese) e successivamente dorato.
Anche noi, a Porto, abbiamo visitato esclusivamente la chiesa di São Francisco, esageratamente indorata e pomposamente rappresentata, niente a che vedere con la regola di San Francesco! Non si possono fare le foto, vi metto questo link Igreja de São Francisco dove c’è una foto di questa decorazione.
Un’altra espressione artistica tipica del portogallo è l’azulejo, in origine i motivi erano principalmente geometrici, nel tempo si sono evoluti in vere e proprie opere d’arte che raccontano storie. Un buon esempio di questa arte lo abbiamo visto nella Stazione Ferroviaria di Porto.
É l’ora del pranzo. Il viaggiatore mangiucchia una fetta di baccalà, beve un po’ di vino verde dal sapore un po’ troppo aspro.
Il vino verde, è rosso però, lo abbiamo assaggiato a Braga, sì, decisamente aspro. Con il baccalà ci sanno fare parecchio i portoghesi, si dice abbiano 365 ricette, anche noi lo abbiamo gustato, ma qui proviamo un tipico panino di Porto, di fronte alla fontana di san Giovanni Battista, in Praça da Ribeira, chiediamo La Francesinha, un panino con vari tipi di carne e ricoperto con salsa di birra e formaggio fuso, sempre contorno di patatine al forno.
Il video che ho montato con le nostre foto si presenta con l’immagine di questo nutriente panino, guardatelo, il video, e troverete un po’ di quello che abbiamo fatto a Porto e dove poi abbiamo concluso la giornata: a Guimarães, la culla del Portogallo, é proprio qui che ha avuto inizio questo piccolo ma straordinario paese.
Dopo la pausa pranzo, eccoci sulle rive del fiume Douro, emozione di azzurro attraversato dal grande ponte in ferro a più piani che ci trasporta dall’altra riva.
Il fiume è sempre lì, al suo posto, stretto fra le pietre di qua e le pietre di là, fra Porto e Gaia. Il viaggiatore ha attraversato il Douro, a Villa Nova di Gaia entra in terre che sono veramente differenti. Su questa sponda sinistra del fiume sono sotterati grandi tesori, sfociano i grandi affluenti delle uve schiacciate e del mosto, qui si filtrano, decantano e dormono gli spiriti sottili del vino…
Anche noi siamo entrati nellecaverne dove gli uomini vengono a conservare il sole! Abbiamo assaggiato il sole e ne abbiamo portato un po’ con noi. Un po’ di bianco per aprire il pasto e un po’ di rosso per chiuderlo in gloria!
Felici per la visita alla cantina e per gli aromi del vino Porto, ci lasciamo cullare dal barco rabelos, antica imbarcazione usata per trasportare le botti di vino Porto, ora riadattate per il trasporto turistico, e che ci dondola sotto i ponti e le due rive, a tratti verdi e ombrose, a tratti popolate dai rioni e grandi caseggiati.
A Porto si lavora, ma a Gaia si produce e commercia da secoli un buon vino fortificato!
Lasciamo Porto, ma la porto nel cuore.
Giunti alla medievale e tranquilla Guimarães, borgo UNESCO e prima capitale del Portogallo, non la riesco ad apprezzare del tutto, così pulita e conservata, manca la vitalità e la laboriosità della città dei sei ponti. Ricordiamo la piazza nel centro storico: Plaça Oliveira, nome derivato dall’ulivo salvato dal grosso crocifisso al riparo nel severo cippo. Ricordiamo sicuramente la Chiesa di São Gualter, ufficialmente nota come Igreja de Nossa Senhora da Consolação e Santos Passos, nel grande spazio scenografico: la Plaça do Toural.
Ci accoglie una cenetta servita con attenzione, un grazioso braccialetto da donare, una camera spaziosa e un bagno eccezionalmente completo di bidet! Guimarães ci sa fare. Buona notte!
————–
Scritto, documentato e pubblicato da
Maria Valenti/Alicemate ^_^
con la gradita collaborazione di José Saramago
I passi di Saramago sono stati tratti da Viaggio in Portogallo, ora in lettura.
Eccomi, sono stata a Lisbona, e minitour del Portogallo.
Per ora però vorrei scrivere solo un po’ di Lisbona. Già, ma sono nel dubbio se farlo o continuare a leggere intorno a quello che ho visto.
Ma no scrivi subito, se leggi poi non riesci più a scrivere, il tempo passa e quello che leggi è sempre così speciale, Certo che vorrei anche scrivere di quello che ho potuto ritrovare sui passi fatti da Ricardo Reis, degli strani incontri con il grande Pessoa, tutto questo nelle pagine di Saramago. Quanto mi è piaciuto leggere di questo spaccato di Lisbona e quanto mi è piaciuto scoprire dove ha alloggiato Reis lungo il fiume Tago, dove usciva sempre sotto la pioggia, camminare sulla stradina da cui provenivano i rumori in sala da pranzo, dove ha fatto il supplente cardiologo guardando le spalle della statua di Luiz de Camoes, dove ha abitato solo, con le piacevoli visite della disponibile Lucia e l’unica visita, con trepidante attesa, della giovane innamorata Marcenda, là in cima a Santa Catarina, con la panchine dei due vecchietti che leggevano sempre il giornale, e la statua del mostro Adamastor e la vista sul tenero fiume che illumina le case dai tetti rossi…
I primi di aprile avevo iniziato a leggere Cecità, libro del premio Nobel José Saramago, perché non si può andare in un luogo senza conoscere nessuno, senza avere nessun aggancio, completamente in debito con gli ospiti! QUI
E poi un secondo libro sempre di Saramago che mi rapisce di più, è un regalo per passeggiare a Lisbona: L’anno della morte di Ricardo Reis e lo finisco e commento QUI. Romanzo dove Ricardo Reis cerca una via nel difficile labirinto della sua vita con lo sguardo a Lisbona e la sua struttura labirintica.
Passo poi ad un libro scritto da Fernando Pessoa: Il libro dell’inquietudine, QUI a fine lettura.
Tram 28 in Martim Moniz
discesa a Mouraria
Largo di Chiado
Praca Luiz de Camoes
Arriva il famoso e atteso tram 28, ma noi non saliamo, aspettiamo più di un’ora e poi prendiamo il 12 che fa quasi lo stesso percorso, ma in cima a una salita nel quartiere Mouraria, sotto il Castello, tram fermo con tutti gli altri mezzi perchè un’auto si è parcheggiata su una rotaia. Il tram non può fare inversione, non può deviare , siamo fermi… scenderemo a piedi per riprendere la metro, godendoci il popolare e storico quartiere che ricorda proprio la nostra Napoli delle parti alte, senza tram però! E i tram di Lisbona sono delle vere chicche: antichi, chiacchierini, potenti e tanto umani, creativi e imprevedibili!
Con la metro e lunghe scale mobili saliamo al largo di Chiado, il quartiere degli artisti, ed eccomi al tavolino del Caffè Brasileira con Pessoa. Luís Vaz de Camões, troneggia poco più in là nel largo Camões, l’autore dei Lusiadi, il grande poeta padre della letteratura portoghese, il loro Dante Alighieri, il loro Omero. Che Portogallo sarebbe senza Camoes e senza i Lusiadi, hai mai pensato? Alle spalle di Luis de Camoes, Ricado Reis dal suo ambulatorio come supplente cardiologo lo vedeva: un D’Artagnan di spalle.
Largo Carmo
elevador Santa Justa
Libraria Bertrand
Largo São Carlos
Non ci possiamo fermare molto perhè invece di mezz’ora di viaggio turistico ci sono volute due ore di avventura. Subito al Largo do Carmo per rivivere la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974 che mette fine alla lunga dittatura. Là si trova anche la grandissima Chiesa del Carmo, rimasta senza tetto, ma conserva altissime mura e un bel portale con sei arcate ogivali, uno dei più belli dei suoi tempi. Spiamo Lisbona dalla piazzetta di arrivo dell’elevador di Santa Justa, fermo. Un veloce aperipranzo davanti ai bellissimi azulejos di Casa do Ferreira, con Pastéis de Bacalhau, tagliere e Sangria, drink sbagliato visto che a Lisbona abbiamo la Ginjinha, ma non c’era Vitor a consigliarci.
Nella Chiado, in via Garrett, cerchiamo la libreria più antica del mondo ancora in attività: Libraria Bertrand del 1732, punto di incontro per artisti e intellettuali, all’interno, attraversiamo gli archi, fino al caffè con il murales dedicato al loro poeta Pessoa.
A pochi passi siamo al Largo São Carlos, la statua di Pessoa sotto la targa della casa in cui è nato e di fronte il teatro São Carlos del 1793, ora coperto per lavori.
Elevador da Bica
mostro roccia Adamastor
I vecchi sulla panchina…
dall’ Alto de Santa Catarina
– Per scendere a Cais de Sodré, al fiume Tago, all’hotel Braganςa, l’elevador da Bica è fermo, come tutti gli altri, ma una foto ci sta e poi si scende a piedi, a metà discesa si devia per raggiungere l’Alto de Santa Catarina, no, non si può saltare, il tempo c’è e ci meritiamo il miradouro dove ha abitato il Ricardo Reis di José Saramago e uno sguardo al mostro del poeta epico, il mostro/roccia.
– Adamastor… questo viso corrucciato, la barba arruffata, gli occhi incavati, la postura né funesta né cattiva, é pura sofferenza d’amore ciò che tormenta lo straordinario gigante, figuriamoci se vuole sapere se passano o non passano in Capo le navi portoghesi, le navi di Vasco da Gama che passerà il Capo di Buona Speranza nel 1497 e poi… si ha da leggere i Lusiadi.
–i vecchi li vedremo qui con le facce sbarbate, increspate di rughe e di allume, bianchi solo di capelli bianchi, parliamo del più basso, che quello alto non ha più che qualche sconsolato pelo sopra le orecchie. Sulle spalle di Adamastor cade una luce ormai smorta, il dorso erculeo brilla (dietro alle foglie)
– e Lisbona è un grande silenzio che rumoreggia, niente più.
Ma non per noi che la stiamo ammirando e la risaliamo e scendiamo con attenzione guardinga sui ciottoli lisci e sconnessi.
. Siamo giù, sotto un ponte di Rue do Alecrim, c’è allegria, locali che accolgono, un sassofono dà gioia, ombrelli colorati e pavimento rosa: la notte sarà vivace ma per me è Rue do Carvalho da cui Ricardo Reis sente rumori dalle finestre dell’Hotel Bragança.
. Al fiume, sento grande dolcezza per questo luogo di popolo, di viaggiatori e poeti che saluto toccando le sue pietre deposte dai posatori lungo la calda banchina.
. Ed è tardi tardi assai per il Coniglio, Seguimi! è meglio tornare ai treni cara e svagata Alice!
e ciao!
anche dal tour di città e luoghi speciali che abbiamo toccato e che meriterebbero tanta attenzione…
Tolgo gli auricolari e vedo un addetto del treno con il mio trolley.
– Ah, sì – E lo guardo un po’ allarmata.
– Era appoggiata alla porta. – Mi informa gentilmente l’operatore.
– Accidenti alle rotelle, lo avevo appoggiato dietro ai sedili!
– Glielo metto sul portapacchi?
– Grazie.- Rispondo un po’ confusa per aver creato questa fuga di bagaglio, ma anche preoccupata al pensiero di doverlo poi riprendere dall’alto.
Vabbè, rimando il pensiero e torno a guardare il film dove un protagonista è partito da Torino per Roma. E io invece sto andando a Torino.
Ed eccomi così sola soletta in viaggio per un weekend nella città dove abita e lavora mia figlia Martina, che mi accoglierà a Porta Susa fra circa tre ore.
A Torino, da quando ci abita Marti, ci sono stata nel 2018 (Qui e qui). Nel 2023 (Qui). In regalo nel 2024 (Qui)
E oggi 20 marzo 2026, dopo due anni, torno a scoprire Torino per un altro gradito regalo avuto il mese scorso, precisamente per il 20 febbraio. Questa volta il regalo si personalizza intorno al mio interesse per il “restauro”, diciamo che fu uno dei diversi sogni giovanili, ma rimase poi come una mia inclinazione al “recupero”, una gioia nel riportare in vita oggetti abbandonati, ripulire e dare decoro a luoghi che raccontano storie dimenticate. Quindi Marti mi porterà alla scoperta di un importante centro restauro appena fuori Torino: allaReggia di Venaria.
Inizialmente un po’ preoccupata di dovermi rimettere in gioco ad apprendere tecniche e materiali che poi difficilmente riuscirei ad utilizzare, capisco che sarà invece un tuffo turistico nell’ambiente della Venaria Reale, luogo ricco di storia e arte e dove dal 2005 ha sede uno dei tre poli nazionali di Laurea Magistrale in Conservazione e Restauro.
In quel periodo stavo leggendo la saga di Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliege, dove la sua bisnonna Anastasìa aveva abitato in centro Torino nel periodo di Cavour, e appena adolescente era stata la fidanzatina di Edmondo De Amicis, di cui leggerò La carrozza di tutti Bene, bene… oltre al restauro, un ripasso del Risorgimento e una passeggiata in via Lagrange. E poi Vittorio Emanuele II che amava la caccia ma anche le donne, lo ritroverò in Piazza Castello e sui cavalli a Venaria.
Regalo
Fine lettura
Nuova lettura
e disegno la mappa
Sono motivata e preparata, finalmente mi sono fatta una mappa mentale, e non solo, della città. Torino, come Napoli, mantiene ancora un reticolo ortogonale della sua fondazione romana. Decumani e calli si incrociano perfettamente creando un susseguirsi di viali simili, che possono facilmente confondere. Ma ecco alcuni tagli diagonali di nuova costruzione che ci aiutano a creare punti di riferimento moderni, ci volevano! Ora le porte e le torrette romane che circondavano la città lungo la cinta muraria sono state demolite… restano i documenti e alcuni reperti da visitare e studiare. Bello però camminare sui vecchi tracciati del Decumano maggiore (Via Garibaldi) e delle numerose e tranquille Calli. E raggiungere la piazza un tempo Foro Romano della colonia Iulia Augusta Taurinorum, ora Piazza Palazzo di Città.
Piazza Statuto
parte via Garibaldi, fino
a Piazza Castello
dentro le Calli
Palazzo all’antico Foro
Eccoci fuori dalle “mura”: dal Teatro Regio in Piazza Castello, si va in via Lagrange, in Piazza San Carlo. Gli spazi sono grandi, regali, coperti per proteggere re e reami da pioggia e neve…
Portici regali
Teatro Regio
Piazza San Carlo
piazza Solferino
dal tram
Ed ecco il “momento clou” del viaggio: a ritroso nel tempo alla scoperta della storia della Venaria Reale, da residenza venatoria dei Savoia (residenza di caccia) di metà Seicento fino ai grandi ampliamenti settecenteschi che la trasformarono in sontuosa Reggia (Piccola Versaille), poi l’abbandono e il recente restauro.
Ma prima di tutto entriamo nel galoppatoio coperto, con inglobate le modernissime strutture di vetro e acciaio, dove assistiamo ad un’ora di immersione in quello che è diventato una scuola di restauro magistrale. Due operatrici ci accompagnano e ci presentano ambienti, materiali e alcune operazioni di intervento di restauro professionale su vetro e metallo. Niente foto! Usciamo migliorate e, dopo una pausa di ristoro, ci tuffiamo nella Reggia: le grandi sale, le gallerie esagerate di luce, la Chiesa, uno sguardo alle Scuderie Juvarriane con il salotto galleggiante, e per finire un giro esterno fra natura scolpita, acque incanalate e dolcissimi ciliegi rosa sotto i quali i pennelli provano a rapire forme e colori.
Restauratrice soddisfatta
Galleria Grande
alle scuderie
natura scolpita
Fontana di Ercole
ciliegi rosa
corrnici fluide
Il giorno dopo piove un po’, niente parco, andiamo a Porta Nuova, un giro a sud a salutare Natalia Ginzburg, poi risaliamo in Piazza Carlo Felice, al monumento di De Amicis, da ripulire un po’, attraversiamo la vivace Galleria San Federico per raggiungere Palazzo Madama. Ebbene sì lo visiteremo, la giornata piovosa si presta: un po’ di storia della Porta Decumana inglobata, sale affrescate, mostra di J. Vermeer con la Donna in blu che legge una lettera, e sulla torre a scoprire la Torino importante.
Il mondo non è quello che si vede direttamente,
ma ciò che si legge, si osserva, si rappresenta.
Torino, il Palazzo Madama e quello che ci svela…
Palazzo Madama bagnato
dove Porta Decumana
ora Palazzo Madama
Porta Decumana nel palazzo
nel “mondo di Alice”
“Dietro lo specchio”
La “Donna in blu”
Dalla Torre
Torno a casa e, non so perchè leggo due libretti di Nietzsche, quelli che ha scritto proprio a Torino, gli ultimi, in quell’autunno 1888 che ha trovato un gran benessere in questa città: clima, cibo, quiete, benevolenza, vitalità. Questo scrive nelle Lettere da Torino ai suoi amici e parenti. Scrive anche Ecce homo dove vuole presentarsi, denudarsi in modo così impietoso da sembrare esaltato. Infine il crollo della sua mente.
Ma non solo leggo, siamo nella settimana di Pasqua, si incontrano amici e ci si scambia gli auguri, serviranno? Mah, forse si può almeno sognare un po’ immaginando sorprese e buoni messaggi. Illusioni?
Un augurio per chi lo vuole
e una lettera dove leggere quello che vorremmo scrivere o leggere.
Il Cappellaio … si limitò a dire: – Cos’hanno in comune un corvo e uno scrittoio? – .
– Bene! adesso ci divertiamo un po’! – , pensò Alice. – Sono contenta che abbiano cominciato a far giochini, credo di poterlo indovinare -, aggiunse ad alta voce.
Con questo post mi riallaccio ai primi articoli di Alicemate, scritti sedici anni fa, dopo le visite guidate al complesso di Sant’Antonio di Morbegno: ex Convento Domenicano e ora anche ex Chiesa annessa al convento.
Quindi, dopo il Ritorno nel “sottomondo”… come “Alice in Wonderland” (qui) dove ho seguito un carissimo Bianconiglio, e dopo l’esperienza di “Attraversare lo specchio” (qui) con la dolcissima Regina Bianca… eccomi qui, dopo un po’ di anni, Alla tavola di un Cappellaio, non certo matto, ma la cui mensa offre tè selezionati da gustare con il sorriso e la curiosità. Una curiosità stuzzicata dal geniale Cappellaio preparato e interessato a far godere tutti gli invitati alla sua tavola… invitati per l’occasione che ricorre ogni 8 marzo: la Giornata internazionale della Donna.
Che meraviglia! Un regalo che ci fa sorseggiare la storia di una donna sicuramente emancipata, istruita, autonoma nelle idee e nelle scelte di vita e purtroppo anche di morte: una giovane che diventerà Santa Caterina d’Alessandria.
La nostra Caterina, vissuta fra il 200 e il 300 ad Alessandria d’Egitto, la storia si mischia alla leggenda, ed eccola letta sugli affreschi della prima cappella a sinistra della ex chiesa di Sant’Antonio, fatta dipingere dai frati Domenicani nel corso del 1400 e 1500 con il supporto economico delle famiglie ricche di Morbegno.
1^ scena nella cornice in alto: l’imperatore romano del tempo vide Caterina e si invaghì della sua bellezza, volle la sua obbedienza e le chiese di adorare la statua come fosse una divinità. Caterina non accetta ma spiega i suoi motivi essendo lei cristiana. Quindi l’imperatore la chiede in sposa, ma Caterina risponde di essere già sposata con Cristo.
2^ scena nella cornice in basso. A questo punto il potente imperatore chiama cinquanta sapienti affinchè convincano la giovane ad accettare le sue richieste e abbandonare il suo credo. Dopo le discussioni intorno a questi argomenti, Caterina ha convertito i cinquanta sapienti alla sua religione e per questo saranno tutti messi a morte. E Caterina?
3^ scena nella parte alta centrale della cappella (figura sopra): Caterina sarà sottoposta a gravi torture affinchè ceda e si conceda come sua sposa all’imperatore. Nell’affresco si vede la giovane nuda circondata dai torturatori armati, mentre dalle finestre del palazzo, l’imperatore e la sua corte aspettano la sua resa.
4^ scena, in alto: Caterina mantiene le sue convinzioni e viene incarcerata. Durante la prigionia riceve la visita dell’imperatrice con la corte. Tutti saranno da lei convertiti e, tutti perderanno la vita.
5^ scena, in basso: senza più speranze di avere Caterina, tanto bella e colta, l’imperatore decide di martirizzarla con la ruota dentata. Ma, un angelo sceso dal cielo, spezza la ruota, tutti fuggono per la paura.
6- A questo punto non resta all’imperatore altra scelta che quella di farla decapitare: dal suo collo tagliato non uscirà sangue ma latte, che verrà raccolto e conservato al monte Sinai nel convento a lei dedicato.
—————————–
Matteo e Marco
Luca e Giovanni
San Vincenzo Ferrer
San Martino
San Giovanni Battista
Aggiungo altre “buone tazze di tè assaporate, cambiando posto” e offerte dal nostro Cappellaio con la competenza a lui sempre riconosciuta. Nella terza cappella sono affrescati a sinistra e a destra, gli evangelisti con al fianco o ai piedi i rispettivi simboli: l’angelo a Matteo, il leone a Marco, il bue a Luca e l’aquila a Giovanni.
Nella quarta cappella sx: scene di vita di San Vincenzo Ferrer.
Nella terza cappella a dx: belle immagini dell’umiltà e attenzione ai semplici da parte di San Martino.
Sempre in questa cappella si vede un frammento di un antico dipinto che risale alla precedente chiesetta di Santa Marta: si tratta di un San Giovanni Battista.
Dopo di che tutti gli invitati soddisfatti escono nel chiostro per annusare le ultime fragranze e “abbandonano con ossequiosi inchini la profumata tavola“.
Questa tavola che ha onorato le donne con la presentazione di elevati esempi che dovranno essere recuperati e aggiornati al nostro tempo.
Auguri speciali a tutte le Alici e anche ai Cappellai, of course, che abbiano a godere insieme di Paesi Felici, se non proprio delle Meraviglie.
Note: Un ringraziamento speciale alla guida e “Cappellaio” di Alice: Renzo Fallati Un altro ringraziamento all’associazione IPC (Insieme per conoscere) che ha organizzato la visita. E grazie alla bravissima Elisa che coordina e documenta gli eventi della scuola IPC. Le foto dei gruppi sono di Elisa. Quelle degli affreschi mie.
Il libro su cui il “nostro Cappellaio” ha raccolto molte domande è scritto da lui e lo ha da poco pubblicato:
– Alla scoperta di Morbegno e dintorni(una montagna di domande), Renzo Fallati, 2025
La domanda alla “Cappellaio” presa dal suo libro: – Si vedono i piedi della Madonna e di San Giuseppe nel dipinto nella lunetta della Natività di Gaudenzio Ferrari, sulla facciata di Sant’Antonio?
Beh, noi eravamo proprio lì sotto e abbiamo potuto controllare e rispondere correttamente… ma diversamente?
Milano è in Lombardia, è il capoluogo della regione in cui abito da più di mezzo secolo, bisogna che la conosca un po’ questa Milano, mi pare di essere più napoletana ormai! Quindi deciso: bisogna che me ne occupi!
Con il libro KEEP CALM e passeggia per MILANO, comprato ormai dieci anni fa, cercherò qualche percorso e, unito ad altri spunti più attuali, mi darò lo sprint necessario a prendere un treno, un treeeeno? mamma mia è una avventura di questi tempi!
Ma ecco venerci in soccorsoI Giochi olimpici invernalioMilano Cortina 2026, che dal 6 al 22 febbraio 2026 si svolgeranno fra Milano e Cortina d’Ampezzo, e non solo, anche alle valtellinesi Bormio e Livigno (SO), a Predazzo e Tesero (TN), Rasun-Anterselva (BZ) e Rho e Assago (MI). Dunque le Olimpiadi Milano-Cortina e la loro efficientazione di servizi aiuteranno anche i nostri spostamenti. Inoltre a Milano hanno acceso ilBracieresotto l’Arco della Pace… bisogna cogliere al volo questo momento per schiodarmi da Napoli!
Ed eccoci al punto: ieri, giovedì 12 febbraio, si va!
Il capitolo-itinerario “Una giornata al Parco Sempione“ sembra quello più adatto per dare uno sguardo anche al Braciere e goderci poi il Parco, che ok non sarà nè verde nè fiorito, ma anche in inverno è pur sempre un Parco naturale! Lo dico perchè qualcuno ce lo ha fatto notare. E questo itineraio parte così:
In una tersa giornata di primavera o in un afoso pomeriggio d’estate, è dolce e rilassante perdersi tra gli alberi, le aiuole e i giardini del Parco Sempione. Affascinante anche d’inverno sotto una coltre di neve o in autunno, quando è interamente coperto di foglie, il parco all’inglese più grande della città… ecc ecc.
Noi siamo in inverno, ma niente coltre di neve, pareva più un autunno inoltrato per i resti di foglie secche su rami e terreno, per lo più l’ambiente era un grande raduno di alberi spogli sotto una doccia incerta.
All’interno del parco, un placido laghetto popolato da anatre, lo si supera su un ponticello con le sirene dalle code arrotolate, su e giù dagli alberi piccoli e vivaci scoiattoli grigi.
scoiattolo
foto ponte
laghetto
Parco
sirena
Ai suoi margini, oltre a giochi per bimbi e una pista gioco di auto ora parcheggiate “in garage custoditi“, troviamo la grande Arena, la Triennale, la Torre Branca, l’Arco della Pace, l’Acquario e il Castello Sforzesco.
Acquario
Arena
castello
giochi bimbi
Triennale
Noi li abbiamo avvistati tutti, spiati e fotografati, ma quello a cui eravamo maggiormente attirati è stato L’Arco della Pace con il Braciere. Il Braciere acceso per i Giochi Olimpici, un braciere ispirato ai disegni di Leonardo da Vinci che brucerà solo durante i giochi olimpici e paraolimpici. Quanta arte, quanta scienza, quanti simboli, tradizioni e … innovazione!
Ripartiamo
Torniamo poi verso il Castello, con un altro percorso (che potrete vedere nel video-mappa Relive in fondo al post), per poter godere del parco. E in Piazza Cannone troviamo le installazioni dei partner dei giochi olimpici: guardiamo al maxi-schermo una discesa, ci stupiamo delle lunghe code in fila per accedere alle immersioni proposte e ci riposiamo sorseggiando una calda cioccolata offerta.
Schermo gigante
Provare il Curling
Simulazione discesa
Coda per immersione
nel cortile del Castello
Nepomuceno controlla!
Lasciamo il Castello per raggiungere via Torino con la Chiesa di Santa Maria presso San Satiro e le Cinque Vie. Non pensavamo di entrare in un secondo itinerario, ma non avendo visitato nulla in particolare abbiamo altro tempo per scoprire Milano.
Sempre a piedi ci spostiamo:
usciti in Piazza Castello
la Torre da via Dante
il Duomo da via Orefici
La Galleria da via Torino
Il video mappa del giro completo fatto in questa giornata. Mi sento già un po’ più milanese, ma il mare di Napoli non c’è… azz!
Nel racconto del prossimo itinerario ci sarà lo stupore di come il saper disegnare la prospettiva può ovviare alla mancanza di spazio. Non solo Leonardo da Vinci ha lasciato il suo genio a Milano. In una bella chiesa, poco in mostra, seppure sulla via Torino, lavorò un suo contemporaneo, architetto e pittore, maestro di prospettiva: Bramante! E poco dopo “alla stellina” delle Cinque Vie. E poi altro, nel video sopra il percorso è velocemente anticipato.
– Natale si stava avvicinando e bisognava cominciare a costruire il presepe anche perchè avevo pensato di utilizzare la mia recente visita a Napoli come spunto per una nuova presentazione della Natività, sempre dentro al nostro piccolo caminetto.
Dunque mi ero fatta delle idee, tenuto un cartone buono da imballaggi da cui ricavare “un vicolo di Napoli”. Un vicolo molto abitato in cui trovare un posticino per ospitare il grande evento natalizio. Guardo le foto scattate da me e cerco ispirazioni. Ecco dove nascerà Gesù, proprio sotto l’antico arco di una porta di Napoli, una delle quattro rimaste, ed erano più di venti. Inoltre questa Porta ha un affresco ancora ben conservato, l’unico rimasto dei sette affreschi che il bravo pittore Mattia Preti aveva avuto l’incarico di dipingere, durante la grave epidemia di peste del 1659.
La Porta è quella di San Gennaro, santo di grande devozione a Napoli, e questo passaggio conduce dal centro storico al Rione Sanità, Rione che mi ha molto colpito perchè ha mantenuto un aspetto reale, non contaminato dalle nuove esigenze del turismo. In particolare la via dei Vergini con lo slargo che accoglie il suo mercato quotidiano. Ecco, i vicoli si immetteranno anche nel presepe in una piccola piazzetta con il mercato, le case avranno alcune caratteristiche che ho fotografato ma non si tratterà della reale disposizione di vie e mercati, mischierò un po’ a mio uso, tenendo conto delle foto scattate.
Quindi decido di condividere la costruzione del mio Presepio-Napolisu facebook, lo farò un po’ al giorno partendo dal primo dicembre, un po’ come un calendario dell’Avvento, ma forse no, vedremo come si evolverà.
Quindi racconterò a puntate della costruzione del presepe e intanto rivivrò il mio primo e breve viaggio a Napoli dello scorso novembre e, spero di coinvolgere un po’ anche chi leggerà questo post.
Era il 15 novembre quando passavo sotto la Porta di San Gennaro.
A Napoli San Gennaro é fra la gente, e anche la sua porta é ben stretta a loro, le loro case le sono vicine vicine, i loro esercizi, la loro vita si svolge tutta intorno… Nella chiesa appena dietro l’arco, un presepe!
E se facessi il piccolo presepe sotto laPorta di San Gennaro?
Camminare a Napoli, nei vivaci decumani, nelle strette calli del centro o nei vicoli dei quartieri spagnoli o del Rione Sanità… sempre ci si poggia su larghe lastre di pietra scura, dura e lucida: i BASOLI. Sembra proprio di camminare su antiche strade greche e romane. Piacevoli da vedere, robusti sotto case così alte e vissute, salotti o mercati, passeggi o trasporti…
Ma, fare attenzione a non inciampare, possono sconnettersi anche loro e non sono particolarmente regolari!
– Io mi accingo a ricordare questi basolati colorandoli su un cartone.
Lastricare il presepe
Lungo il Decumano principale, la via dei Tribunali
Sulle pietre del Decumano inferiore, la “Spaccanapoli”
Sulla calle della “via dei Presepi” , San Gregorio Armeno
Questo è l’affresco dipinto sopra alla Porta di San Gennaro a Napoli, sotto questo arco, nel mio presepe, ci sarà la Natività.
Anche nell’affresco c’è una Madonna con il piccolo Gesù, ma qui Madre e Figlio sono in alto, lassù con gli angeli, in basso la povera gente che soffre e muore, in centro i loro Santi che intercedono affinché la peste abbia fine!
Così i responsabili demandano al Cielo speranze e consolazione.
Anche se dai vicoli di Napoli, dove la gente vive e lavora, il mare non si vede.
Non importa io l’ho disegnato perché Napoli è anche mare e Vesuvio.
Il mare, il cielo, il Vesuvio sullo sfondo, saranno belli solo per chi è di passaggio? Non credo, comunque anche Gesù era di passaggio, non nasce nella sua casa, sarà di sicura consolazione la luce del cielo e del mare! Ma, ma di più il calore delle persone semplici che lo accoglieranno.
Apro col taglierino alcune delle finestre disegnate sulle case, case che hanno creato uno slargo fra i vicoli.
Si sa che Napoli ha un bel clima e la campagna è generosa nei raccolti. La gente ama stare all’aperto, è estroversa, gioviale. Si esce dalle case, i balconi sono piccoli ma numerosi… ma dunque apriamo anche le finestre appena possibile per assaporare l’aria, i tanti aromi che profumano di cibo, e sentire le voci che accompagnano la vita di commercianti e compratori, spesso le loro parole sono poesia e musica!
… ecco i profumi e i richiami dal “Frutteto d’Oro”
A Napoli c’è luce: quella del cielo, del sole, del mare… e di notte? Come in ogni città non manca l’illuminazione e avvicinandosi il Natale si accenderà sicuramente a festa: siamo nel paese dei presepi, della musica, del teatro.
Mi devo assolutamente impegnare per illuminare il mio piccolo “teatrino” di Napoli!
Il giorno dell’Immacolata sono passate le mie nipotine! Avevo popolato la città/presepe perchè la potessero godere. Napoli vuota penso sia impossibile, inenarrabile… Ma credo che le bimbe siano rimaste stupite e disorientate, tanto che ho sospeso i preparativi del pranzo per dare loro alcune indicazioni che le facesse entrare in contatto con quella moltitudine di persone e di panni stesi.
– Nonna sono un po’ troppi, i panni.
Ho mostrato le foto e si sono convinte che per Napoli andavano bene!
Solo dopo pranzo hanno preso confidenza con il presepe e pian piano sono “entrate in Napoli” e hanno scorazzato divertendosi.
Sentite che scriveva, 150 anni fa Mark Twain (sì quello di Le avventure di Tom Sawyer) ospite nella città:
Immergersi in Napoli è come soccombere al caos. È Broadway in ogni strada, in ogni cortile, in ogni vicolo. Che massa, che moltitudine di umanità frettolosa, brulicante, affannata. Mai visto nulla del genere neppure a New York. In bilico tra contrasti di opulenza e povertà, tra magnificenza e miseria…”
Vogliamo entrare un po’ nei particolari della vita in strada a Napoli?
James Fenimere Cooper (autore di L’ultimo dei moicani) durante il suo soggiorno a Napoli di duecento anni fa ci dà già un’idea.
“La vita a Napoli ha un altro ritmo, ogni semplice gesto come il litigare e subito dopo riappacificarsi, oppure cucinare, addirittura fare l’amore, rannicchiarsi in un angolo a dormire, poi mangiare, bere con manifesta soddisfazione, accade in strada. Come se non esistessero le abitazioni. Neppure il caos di New York è capace di tanto.”
Ecco alcune scene di vita in strada nel mio presepe:
Non avevo mai ascoltato con attenzione le canzoni napoletane, le trovavo lontane e troppo melanconiche. Maaa, mi piace Mia Martini e ascoltando con maggior interesse, ecco una serata in musica con la passione e la poesia di questa città.
Oggi una parentesi storica/letteraria nella Repubblica napoletana del 1799 con il romanzo La Sanfelice di Dumas nel bel film dei fratelli Taviani (2004).
Ma perchè? Per capire un po’ le vicissitudini dei napoletani nella loro lunghissima storia.
La musica a cui avevo abbinato questa immagine è di Cimarosa perchè era presente a Napoli durante la Repubblica, incarcerato come nemico dai Borboni e poi rilasciato e mandato in esilio, morendo in modo un po’ sospetto l’anno successivo a Venezia)
Torniamo nei vicoli e nel piccolo presepe che li vuole come scenario. e sentiamo cosa scriveva Herman Melville, il grande autore di Moby Dick, quando era stato a Napoli nel 1857:
“Riesce difficile vedere la differenza (di Napoli) da Broadway. Mi sembrava di essere lì. Balconi con donne. Un panno sul selciato. Uno spasso. Mi sono voltato indietro e ho reso il più grato e grazioso inchino di cui sono capace. Dai balconi mi hanno sventolato fazzoletti. Grida di simpatia. Mi sono sentito più orgoglioso di un imperatore. Napoli è la città più gaia del mondo… Il loro equilibrio appare sempre precario…”
Nato e cresciuto nel Rione Sanità, in una casa che ancora deve essere recuperata. Un luogo che mi ha fatto molta tristezza, l’angolo più trascurato che ho visto nel mio giro a Napoli. Sicuramente verrà risanato e aperto al pubblico, io ero convinta di trovare qui accesso e storia… non degrado e abbandono.
22 dicembre 2025
Stu cor’ analfabbeta,
l’aggiu mannar’ a scola,
e s’è imparar’ a scrivere
e s’è imparar’ a leggere
soltanto ‘na parola
“AMMORE” e niente cchiù. (daSiamo Uomini o caporali di Totò)
Un assaggio del grande artista venuto dal popolo affamato e monello come un Pinocchio.
NelRione Sanitàho provato le emozioni più vive, più speciali, per una Napoli diversa dalle altre grandi città italiane: è la città più popolosa d’Italia e si capisce che qui ci si abita, si lavora e non si fa solo vetrina per turisti.
Dove c’è un largo fra i vicoli ecco i mercati, i parcheggi, non belle fontane scenografiche e liberi piazzali per le chiese. Le chiese ci sono e sono tantissime, sono dietro ai mercati, i palazzi dietro ai portoni… le moto servono per passare ovunque, e anche per trasportare e servire velocemente un caffè caldo!
Dunque anche nel mio presepe sono arrivate le motorette, il 23 sera, in tempo per parcheggiare prima del lieto evento!
Rione Sanità: a dx Chiesa della Sanità. a sx Palazzo dello Spagnolo
Il largo dei Vergini ritorna nei vicoli
Lo scalone del Palazzo Sanfelice
Parcheggiare nei vicoli di Sanità
Parcheggi nel presepe
dove si può
24 dicembre 2025
E siamo alla vigilia di Natale, lo stupore di ogni nascita, di ogni nuova vita, come di ogni nuova visione: per me è nata una nuova città, Napoli e con lei una scena natalizia differente e più vicina alla gente!
A Napoli
Nel Presepe
25 dicembre 2025
Letture:
– AmericaNa – Storie e itinerari di dodici scrittori americani a Napoli e in Campania – di Pier Luigi Razzano
– Il gioco delle perle di vetro – Saggio biografico sul Magister Ludi Josef Knecht pubblicato insieme con i suoi scritti postumi – di Hermann Hesse
Commenti recenti