Ponte-ciclabile da demolire, pronto itinerario altenativo
“Con la chiusura del ponte sul torrente Argentina in programma dal 13 ottobre, il sindaco di Taggia, Mario Conio, durante l’assise comunale di lunedì sera ha illustrato il percorso alternativo una sorta di “bretella” provvisoria, predisposta dalla struttura commissariale regionale, pensata per garantire la continuità della pista ciclabile e della viabilità durante la demolizione e la ricostruzione del ponte sul torrente Argentina.”
Il Secolo XIX, 1 ottobre 2025

La domanda ha percorso la Riviera avanti e indietro per tutta l’estate. Passeggiatori seriali, runners, ma soprattutto ciclisti, amanti della bicicletta e del ciclismo da ogni dove non parlavano d’altro: “Da dove passerà la ciclabile del Ponente Ligure quando butteranno giù il ponte sull’Argentina?”.
C’era chi ipotizzava una passerella, chi un ponte di barche, chi una navetta che avrebbe mandato in ulteriore deficit l’RT. C’era pure chi non ne voleva sentir parlare, affezionato a quel vecchio ponte che aveva resistito al bombardamento del ’44 (ma non al PNRR 80 anni dopo). Ma niente: devono buttarlo giù, un nuovo ponte s’ha da fare, insomma, e s’ha “riqualificare” la zona. Intanto, però, il sig. Brambilla arrivato con la sua Colnago sull’argine dell’Argentina, è costretto a mettere il piede a terra: “E adesso, da dove passo?”. Ora che il percorso della “bretella provvisoria” è stato deciso, tutti sono più tranquilli.
Oppure no?
I ciclisti della domenica hanno cominciato a preoccuparsi quando hanno visto i corridori più forti di sempre avventurarsi nella zona. Era un po’ che non si vedevano tanti prof del pedale in Riviera. Forse gli ambienti professionistici avevano avuto qualche soffiata. Forse quel percorso, da semplice “bretella”, innocuo by-pass ciclabile, era diventato qualcosa di più. Giravano voci che quello che doveva essere un segmento di pochi chilometri s’era trasformato in tour de force, in una tappa dolomitica.
Del resto il ciclismo è sempre alla ricerca di nuove sfide, percorsi sempre più duri, traguardi sempre nuovi. Con le nuove tecnologie e allenamenti si supereranno presto le gare di sempre. Il pubblico, gli sponsor vogliono prove sempre nuove. Con quelle bici che spianano le salite e quegli atleti che macinano centinaia di chilometri senza fatica, chi volete che segua l’ennesima edizione della Paris – Roubaix, con il solito, noiosissimo pavé o quelle soporifere tappe pirenaiche del Tour de France da appena 5.000 m di dislivello o le “côte” della Liegi – Bastogne – Liegi, i muri del Fiandre, ridotti a rampe di garage? E la Milano – Sanremo? Pfù, una gara da allievi. Dunque appena si videro i grandi pedalare sulla ciclabile in Riviera ci si rese conto che quella di Arma di Taggia più che una “bretella” sarebbe stata un cordone, un cinturone, un cilicio di chissà quanti chilometri e metri di dislivello (e di sofferenza).
Il passaparola tra i ciclisti non ha frontiere nè geografiche nè tantomeno chrono. In poco, Radiobici, il telefono senza fili dei ciclismo, ha fatto girare le informazioni in tutto il mondo. Arrivarono i ciclisti più forti di sempre.
Tutto nacque dal primo a provare il percorso, il francese Henri Pélissier, vincitore di uno dei Tour de France più duri della storia, nel 1923. Partì dalla deviazione dalla sponda destra e lo si vide affrontare di buona lena l’area di cantiere adiacente alla Darsena, percorso decisamente non “eroico”.
Ma qualcosa dev’essere andato storto: quando si presentò a Riva Ligure, dieci ore dopo, era stanchissimo, tutto infangato e inzaccherato. Seduto in un bar, radunò i giornalisti. Lui che aveva superato Alpi, lui che aveva domato i Pirenei, non aveva mai visto un percorso così duro.
“Questa valle è un inferno – dichiarò – quando la strada incomincia a salire, non sai dove ti può portare… e poi d’un attimo diventa sterrata, e poi fa freddo, poi fa caldo… e ci sono curve dove non passano umani per settimane. E’ una vera pazzia, roba da forzati della strada”.
Usò la stessa frase che nel 1924 aveva usato per descrivere il Tour de France in polemica con il patron Henri Desgrange. Al che, gli chiesero che strada aveva fatto e cominciò la descrizione della sua impresa.
Disse che aveva seguito la strada sull’argine come gli avevano detto di fare e di cercare un ponte per passare dall’altra parte e chiudere il giro. Ma lui non aveva visto nessun cartello e aveva seguito il torrente fino a veder crescere i monti davanti a sè. Un ponte l’aveva trovato, ma era lungo, antico e in pavè come la foresta di Arenberg e così aveva proseguito fino ad entrare nella valle con le spalle dei monti che nascondevano il sole. Di ponti ne aveva incontrato altri, ma nessuno era quello giusto.
“Arrivato a Triora, vidi che la strada cominciava a scendere e pensai di essere arrivato – disse – In fondo alla discesa c’era un ponte modernissimo: doveva essere quello giusto. Ma portava che ad un paesino, “Cetta”, e la strada finiva lì. Spaesato, sono ripartito, ma la strada non accennava più a scendere. Anzi… Vidi un altro ponte il “Ponte della pace”, che attraversava un torrente. Voilà, ci siamo, pensai. Invece arrivai a Realdo: e il posto mi piacque e mi sarei fermato a mangiare prima di affrontare Passo Sanson, ma trovai il paese deserto e pensai fosse un borgo fantasma. Non immaginavo nemmeno quello che m’aspettava: salita, salita, salita. E nessuno, nemmeno un pastore che mi desse un bicchiere di latte. Quando fui in cima, a quasi 2 mila metri, m’accorsi che avevo passato il confine, ero in Francia! Io invece volevo tornare in Italia… ma dovevo affrontare ancora una salita, il mitico colle di Tenda. Da lì sono finito in Piemonte e poi tornato in Riviera Ligure da Ceva. Eccolo il vostro by-pass: sono 10 ore di fatica!”.
Tutti ammirarono l’impresa, i suoi fan su Strava aumentarono a dismisura, lui gongolava, orgoglioso del trofeo come alla fine di una tappa del Tour: era il KOM, il King of the Mounaint di Passo Sanson.
Solo un operaio del cantiere del ponte gli fece notare che probabilmente aveva sbagliato strada, che sarebbe dovuto passare sul ponte in corrispondenza del campo sportivo Sclavi e poi sulla strada provinciale sulla sponda sinistra del torrente, fino a raggiungere il sottopasso di Riva Ligure e la pista ciclabile, completando così l’anello che collega le due sponde. Pélissier allora s’innervosì e se ne andò. Era così Henri Pélissier, sanguigno, umorale, a piedi come in bicicletta.
Aveva però fatto storia: era nato il Tour de la bretelle. Dopo Pélissier, arrivò il belga Lucien Buysse, famoso per aver vinto il più lungo Tour de France della storia: ben 5.745 km, con 17 tappe lunghe in media 338 km. Buysse superò di poco Pélissier, a testimonianza che il Tour de la bretelle era veramente duro. Ma non ci sono solo stranieri nell’albo d’oro del KOM di Passo Sanson: Coppi dichiarò che assomigliava alla tappa di Pinerolo, Bartali lo paragonò al Galibier (e non si sa chi dei due passò la borraccia sul Sanson), l’imperiese Perletto imparò quelle curve a memoria, Gimondi lo scalò dalla vicina Diano Marina e Merckx che non volle restare indietro provò pure lui.
Chi sarà il prossimo re del Tour de la bretelle? I pretendenti sono tanti. E i lavori per la demolizione del ponte appena iniziati…








