Le Tour de la bretelle

Ponte-ciclabile da demolire, pronto itinerario altenativo

“Con la chiusura del ponte sul torrente Argentina in programma dal 13 ottobre, il sindaco di Taggia, Mario Conio, durante l’assise comunale di lunedì sera ha illustrato il percorso alternativo una sorta di “bretella” provvisoria, predisposta dalla struttura commissariale regionale, pensata per garantire la continuità della pista ciclabile e della viabilità durante la demolizione e la ricostruzione del ponte sul torrente Argentina.”
Il Secolo XIX, 1 ottobre 2025

La domanda ha percorso la Riviera avanti e indietro per tutta l’estate. Passeggiatori seriali, runners, ma soprattutto ciclisti, amanti della bicicletta e del ciclismo da ogni dove non parlavano d’altro: “Da dove passerà la ciclabile del Ponente Ligure quando butteranno giù il ponte sull’Argentina?”.
C’era chi ipotizzava una passerella, chi un ponte di barche, chi una navetta che avrebbe mandato in ulteriore deficit l’RT. C’era pure chi non ne voleva sentir parlare, affezionato a quel vecchio ponte che aveva resistito al bombardamento del ’44 (ma non al PNRR 80 anni dopo). Ma niente: devono buttarlo giù, un nuovo ponte s’ha da fare, insomma, e s’ha “riqualificare” la zona. Intanto, però, il sig. Brambilla arrivato con la sua Colnago sull’argine dell’Argentina, è costretto a mettere il piede a terra: “E adesso, da dove passo?”. Ora che il percorso della “bretella provvisoria” è stato deciso, tutti sono più tranquilli.

Oppure no?
I ciclisti della domenica hanno cominciato a preoccuparsi quando hanno visto i corridori più forti di sempre avventurarsi nella zona. Era un po’ che non si vedevano tanti prof del pedale in Riviera. Forse gli ambienti professionistici avevano avuto qualche soffiata. Forse quel percorso, da semplice “bretella”, innocuo by-pass ciclabile, era diventato qualcosa di più. Giravano voci che quello che doveva essere un segmento di pochi chilometri s’era trasformato in tour de force, in una tappa dolomitica.
Del resto il ciclismo è sempre alla ricerca di nuove sfide, percorsi sempre più duri, traguardi sempre nuovi. Con le nuove tecnologie e allenamenti si supereranno presto le gare di sempre. Il pubblico, gli sponsor vogliono prove sempre nuove. Con quelle bici che spianano le salite e quegli atleti che macinano centinaia di chilometri senza fatica, chi volete che segua l’ennesima edizione della Paris – Roubaix, con il solito, noiosissimo pavé o quelle soporifere tappe pirenaiche del Tour de France da appena 5.000 m di dislivello o le “côte” della Liegi – Bastogne – Liegi, i muri del Fiandre, ridotti a rampe di garage? E la Milano – Sanremo? Pfù, una gara da allievi. Dunque appena si videro i grandi pedalare sulla ciclabile in Riviera ci si rese conto che quella di Arma di Taggia più che una “bretella” sarebbe stata un cordone, un cinturone, un cilicio di chissà quanti chilometri e metri di dislivello (e di sofferenza).

Il passaparola tra i ciclisti non ha frontiere nè geografiche nè tantomeno chrono. In poco, Radiobici, il telefono senza fili dei ciclismo, ha fatto girare le informazioni in tutto il mondo. Arrivarono i ciclisti più forti di sempre.
Tutto nacque dal primo a provare il percorso, il francese Henri Pélissier, vincitore di uno dei Tour de France più duri della storia, nel 1923. Partì dalla deviazione dalla sponda destra e lo si vide affrontare di buona lena l’area di cantiere adiacente alla Darsena, percorso decisamente non “eroico”.
Ma qualcosa dev’essere andato storto: quando si presentò a Riva Ligure, dieci ore dopo, era stanchissimo, tutto infangato e inzaccherato. Seduto in un bar, radunò i giornalisti. Lui che aveva superato Alpi, lui che aveva domato i Pirenei, non aveva mai visto un percorso così duro.
“Questa valle è un inferno – dichiarò – quando la strada incomincia a salire, non sai dove ti può portare… e poi d’un attimo diventa sterrata, e poi fa freddo, poi fa caldo… e ci sono curve dove non passano umani per settimane. E’ una vera pazzia, roba da forzati della strada”.
Usò la stessa frase che nel 1924 aveva usato per descrivere il Tour de France in polemica con il patron Henri Desgrange. Al che, gli chiesero che strada aveva fatto e cominciò la descrizione della sua impresa.
Disse che aveva seguito la strada sull’argine come gli avevano detto di fare e di cercare un ponte per passare dall’altra parte e chiudere il giro. Ma lui non aveva visto nessun cartello e aveva seguito il torrente fino a veder crescere i monti davanti a sè. Un ponte l’aveva trovato, ma era lungo, antico e in pavè come la foresta di Arenberg e così aveva proseguito fino ad entrare nella valle con le spalle dei monti che nascondevano il sole. Di ponti ne aveva incontrato altri, ma nessuno era quello giusto.
“Arrivato a Triora, vidi che la strada cominciava a scendere e pensai di essere arrivato – disse – In fondo alla discesa c’era un ponte modernissimo: doveva essere quello giusto. Ma portava che ad un paesino, “Cetta”, e la strada finiva lì. Spaesato, sono ripartito, ma la strada non accennava più a scendere. Anzi… Vidi un altro ponte il “Ponte della pace”, che attraversava un torrente. Voilà, ci siamo, pensai. Invece arrivai a Realdo: e il posto mi piacque e mi sarei fermato a mangiare prima di affrontare Passo Sanson, ma trovai il paese deserto e pensai fosse un borgo fantasma. Non immaginavo nemmeno quello che m’aspettava: salita, salita, salita. E nessuno, nemmeno un pastore che mi desse un bicchiere di latte. Quando fui in cima, a quasi 2 mila metri, m’accorsi che avevo passato il confine, ero in Francia! Io invece volevo tornare in Italia… ma dovevo affrontare ancora una salita, il mitico colle di Tenda. Da lì sono finito in Piemonte e poi tornato in Riviera Ligure da Ceva. Eccolo il vostro by-pass: sono 10 ore di fatica!”.
Tutti ammirarono l’impresa, i suoi fan su Strava aumentarono a dismisura, lui gongolava, orgoglioso del trofeo come alla fine di una tappa del Tour: era il KOM, il King of the Mounaint di Passo Sanson.
Solo un operaio del cantiere del ponte gli fece notare che probabilmente aveva sbagliato strada, che sarebbe dovuto passare sul ponte in corrispondenza del campo sportivo Sclavi e poi sulla strada provinciale sulla sponda sinistra del torrente, fino a raggiungere il sottopasso di Riva Ligure e la pista ciclabile, completando così l’anello che collega le due sponde. Pélissier allora s’innervosì e se ne andò. Era così Henri Pélissier, sanguigno, umorale, a piedi come in bicicletta.

Aveva però fatto storia: era nato il Tour de la bretelle. Dopo Pélissier, arrivò il belga Lucien Buysse, famoso per aver vinto il più lungo Tour de France della storia: ben 5.745 km, con 17 tappe lunghe in media 338 km. Buysse superò di poco Pélissier, a testimonianza che il Tour de la bretelle era veramente duro. Ma non ci sono solo stranieri nell’albo d’oro del KOM di Passo Sanson: Coppi dichiarò che assomigliava alla tappa di Pinerolo, Bartali lo paragonò al Galibier (e non si sa chi dei due passò la borraccia sul Sanson), l’imperiese Perletto imparò quelle curve a memoria, Gimondi lo scalò dalla vicina Diano Marina e Merckx che non volle restare indietro provò pure lui.

Chi sarà il prossimo re del Tour de la bretelle? I pretendenti sono tanti. E i lavori per la demolizione del ponte appena iniziati…

Lascia un commento

Archiviato in Cosmitragiche, Cronache del Sol Ponente

Sulla ciclabile contromano

“Navette sulla ciclabile per il Festival. Via libera al progetto sperimentale
L’assessore Sindoni: “Costi abbattuti grazie a parcheggi e sponsorizzazioni”.

Via libera della giunta comunale al piano del traffico per il prossimo festival che prevede l’attuazione di un servizio di trasporto pubblico effettuato con navette sulla pista ciclabile che in determinati orari sarà riservata a tale scopo.”
Il Secolo XIX Imperia, 20 dicembre 2025

Su una strada si può andare avanti o indietro: sulla Pista Ciclabile del Ponente ligure, ahimè, si continua ad andare solo contromano.
Dopo la triste chiusura ad Arma di Taggia per l’abbattimento del ponte sull’Argentina (per cui non c’è ancora un percorso alternativo), ora arriva la notizia che a febbraio 2026 durante il Festival di Sanremo, la ciclabile sarà chiusa per il passaggio di alcune “navette” e taxi destinati a decongestionare il traffico.

Si parla (quasi orgogliosamente) di “progetto sperimentale “, ma sappiamo bene in Italia questo cosa può significare: sostanzialmente tradire un progetto.
La Pista Ciclabile del Ponente ligure è l’infrastruttura che dal 2005 ha cambiato faccia alla provincia di Imperia (e la sta cambiando tuttora, con gli ultimi lotti in realizzazione a tra Diano Marina e Andora). Forse abbiamo la memoria corta: in quegli anni la Riviera non era che una lunga striscia ostaggio degli orari FS e in preda ad un traffico asfissiante. Davanti al mare c’era una trincea. A Sanremo attraversare i binari era un terno al lotto. Oggi usiamo l’Aurelia Bis e possiamo goderci la spiaggia in due passi. Al posto di languire nel traffico possiamo pedalare, passeggiare, correre. In molti dall’estero l’hanno capito: sono tantissimi i turisti che, soprattutto dal nord Europa, nella nostra bassa stagione, ma quando da loro è freddo e buio, arrivano a pedalare al sole di Sanremo. Ora, come si pensa che verranno prese prima la notizia di una chiusura e poi quella dell’impraticabilità della Ciclabile durante il Festival? Delle due l’una: non verremo più a pedalare a Sanremo. Ecco che una eccellenza di cui vantarsi per promuovere il turismo (durante il momento clou del Festival) diventa un assist per un autogol.

Possiamo poi vedere la cosa all’italiana: un progetto “sperimentale” durante il Festival, la riconferma per la stagione estiva e magari la cosa diventa fissa in autunno. Ed ecco che va in fumo tutta la fatica fatta per costruire la Pista Ciclabile del Ponente ligure. Passata la festa, gabbato lo santo.

E poi c’è il discorso bicicletta: in un paese dove ci va in bicicletta rischia la vita (addirittura ora gli si spara) Sanremo e la Riviera con la sua pista era diventata un oasi felice, una repubblica per i ciclisti. Ecco perché dovrebbe restare tale e aprirla a “navette” e taxi rischia di essere un pericoloso precedente. Tanto più che autobus e auto con il loro peso e gli pneumatici rovineranno il già consumato sedime della pista che in più punti andrebbe rivisto.

In ultimo un amarcord: mi pare di risentire le parole di un convegno all’Ariston di tanti (tantissimi, ormai) anni fa, ancora vivente Francesco Biamonti. Si parlava del futuro della ferrovia a mare dopo la realizzazione del raddoppio a monte. A quei tempi c’era già chi parlava della ciclabile, come l’architetto Gianni Gaggero o Libereso Guglielmi che se la immaginava come un lungo giardino botanico (pensate che bello sarebbe stato…). Ma in quel convegno, oltre a Biamonti, chiamato forse a rappresentare un territorio, partecipava un noto politico locale, attualmente vivissimo (e appena rieletto a incarichi importanti) che manifestò il suo progetto: “un filobus di cristallo” che avrebbe percorso la strada dove una volta passava la ferrovia. Ubi major…

Ecco, non è che sulla Pista Ciclabile del Ponente ligure abbiamo innestato la retromarcia?

Lascia un commento

Archiviato in Contromano, Cronache del Sol Ponente

Nonna, andamu?

Ovvero di quando mia cugina Monica mi salvò.

In memoria di Monica Sardo

Di poche persone nella vita potrei fare una mappa dei luoghi in cui le ho incontrate, non di tutti ricordo infatti quando come dove perchè li ho visti fin da bambino. Monica è una di quelle persone.
Tra le tante persone che ho conosciuto, tra le tante teste in fila in questo corridoio lungo 50 anni, Monica sapeva lei decidere quando come e dove mettersi, spuntava quando meno me lo aspettavo e nei posti più impensabili, come una banshee che con i suoi capelli rossi portava una risata d’allegria. Incontrarla è legato ai luoghi in cui sono cresciuto, ci sono parti di Taggia in cui non posso passare senza immaginare di vederla spuntare da un momento all’altro. E non è solo il Pantan, la via sotto i portici dove la incontrai per la prima volta e dove, in un certo sento, Monica mi salvò. Ecco com’è andata.

Andrò avuto 6 anni. Ero con mia nonna Giulia. Spesso era l’altra mia nonna Bianca a portarmi in giro per Taggia, ma quando andavo invece con la Giulia erano vere e proprie peregrinazioni: passava in questa e in quest’altra bottega. Incontrava questa o quest’altra parente. Andava in questa o quest’altra chiesa. Cercava nonno Chicò al bar da Langìn per vedere se aveva finito di giocare a carte. E io mi annoiavo a morte. Delle chiese mi piacevano solo le campane, delle botteghe i canestrelli e dei parenti quelli che, quando m’incontravano, facevano finta che non esistessi e non mi dicevano nulla. Pochi. Appena potevo scappavo. Per questo motivo nonna Giulia mi teneva stretto per mano. Era una stretta ineludibile, ogni mio tentativo andava a vuoto: era abituata a caricarsi chili di plumosus sulla schiena e stringeva la mia mano come il capo di uno di quei lenzuazzi. E, forse, avrei resistito se si fosse trattato di qualcuno ogni tanto con cui lei scambiava due parole; no, la nonna Giulia conosceva tutti, tutti le volevano bene e attraversavano le volte del Pantan per venire a salutarla e fare due parole con lei. E guai a non farlo: lei aveva il libro nero di chi l’incontrava e non la salutava. Con ognuno poi la nonna Giulia intratteneva una conversazione privata e speciale, esclusiva, densa di dettagli che riprendeva ogni volta, magari dopo mesi, dal punto in cui era stata interrotta, come un romanzo d’appendice. C’era chi si confidava sull’annata delle olive: lei figlia di defiziei, frantoiani, da pochi dettagli riusciva a dare quotazioni di resa degne di un allibratore all’ippodromo; chi voleva da lei la tal ricetta: e lei sfoderava dosi e tempi di cottura come un gourmand; c’era chi criticava la predica o la cronaca o la politica: e lei ne aveva per tutti, il prete, il presidente del Consiglio (e a volte pure per il Papa). E io tiravo, tiravo e dicevo sempre la stessa cosa: “Nonna andamu?”. Ma niente.
Allora potevano accadere due cose: vedendomi tirare e penare l’interlocutore si prendeva pietà e inventava una scusa per andare; ma ce n’erano di quelli, cinici e infingardi, cui nulla importava della mia sofferenza e che probabilmente non avevano nulla da fare, nè altri parenti da visitarte o amici, nè una casa da pulire o una cena da preparare. Niente. Una era Maieta.

Quel pomeriggio era andato tutto bene: eravamo già passati in chiesa e acceso le candele, poi a comprare i canestrelli e a salutare una zia moribonda. Io avevo già iniziato gli “Nonna andamu?”, ma tutto lasciava sperare che presto saremmo tornati a casa e che magari sarei riuscito a vedere finire la puntata di Holly & Benji. Invece no, Maieta era in agguato: già dal bar Vivado la vidi (da bambino ero ipermetrope) che usciva dal negozio di Pasquetti. Nonna non la scorse subito e sperai fino alla fine che non l’incontrasse, ma fu lei a puntare dritto su di noi, appena vide una signora paffuta che dava la mano ad un bimbetto con la testa ricciola domata inutilmente da una riga austera. A quel punto il copione era sempre lo stesso: Maieta si avvicinnava salutando la nonna “Bona Giulia!” e scaricava su di me una serie infinita di complimenti di circostanza, “Ma mia che bélu peciùn“, “L’è tutu so’ maie“, concludendo con “Ti ghe l’hai zà l’amighetta?“, detti più per captare la benevolenza di nonna che la mia, giacchè a 6 anni sapervo già distinguere tra complimenti e domande retoriche. Poi le due ingaggiarono un dircorso su don Santino e Padre Alipio, seguito su un trattato su come preparare la comunione per un nipote con tanto di case istories negative ed esempi virtuosi di ristoranti dove andare a mangiare. Io tiravo, tiravo, ripetevo “Andamu“, “Andamu“, “Nonna andamu” con la frequenza di un mantra tibetano, mi contorcevo, ma nulla, la mano della nonna mi stringeva con un potere assoluto.

Fu allora che arrivò mia cugina Monica. Del resto, crescendo scoprii che eravamo praticamente sotto casa sua: sotto la “casa dei Garaci”, in decine e decine di passeggiate per il Pantan venni educato a portare rispetto assoluto per quel luogo, quella scala scura che s’impenna da un portone sotto i portici, tanto che divenne un luogo mitico che chissà dove portava, che lassù c’erano Nonna Bedina, zio Cicìn e la zia Lia e Enrica e Monica e chissà quanti altri Garaci, zio Gucciu, quello col vocione che cantava in latino e Benedetto, il professore.
Mentre nonna era impegnata nella conversazione con Maieta, vidi una giovane ragazza attraversare la strada puntando nonna Giulia, per salutarla toccandole una spalla. A me non disse nulla, solo una carezza sul capo poco prima di chiamare nonna. Quando nonna vide che il tocco arrivava da sua nipote esplose in un abbraccio e in una festa a dir poco popolare, ma nel senso proprio del termine, cioè che tutti si accosero che Giulia aveva incontrato Monica e Monica aveva incontrato Giulia: i loro occhi di Garace s’intrecciavano felici e parlavano una lingua tutta loro; per le voci, pochi avrebbero resistito al livello di decibel sollevato. Poi le due cominciarono a parlare di questioni familiari, di come stavano i Garaci e cosa dicevano i Segnùi e via via, a scalare, tutti i parenti fino al quinto grado o dal Licheo alla Sempreviva.
Ora Maieta a quel punto, ignorata e compressa in un tripudio di conversazioni familiari, s’era venuta a trovare lei, come un un gradito contrappasso, prigioniera dei discorsi di Nonna Giulia, e cominciò cominciò allora a divincolarsi a cercare di sfuggire proprio come me qualche minuto prima. Eccola che tentava gli ultimi approcci, eccola che s’arrampicava sugli argomenti con cui s’intratteneva qualche minuto prima, ma che ora erano pareti 7b, ecco che di cercava di divincolarsi dai discorsi che continuavano ad avvinghiarla come tentacoli. Nulla poteva contro Monica, la figlia di Cicìn, fratello di nonna Giulia, la nipote che le assomigliava di più nel corpo e nello spirito, la più garacia dei Garaci: Maieta scansati. Cedette di schianto: s’allontanò quasi senza salutare, oppure solo io ascoltai il suo timido “Alua… a se viemu”, perchè nonna non lo sentì e poi a casa disse che Maieta era una maleducata pechè se n’era andata senza salutare.

Da allora, da quando mi salvò, non ho finito di appuntarmi tutte le volte ho incontrato Monica: senza contare battesimi, comunioni, cresime, matrimoni e funerali (la famiglia è grande e per un certo periodo ce ne furono almeno due all’anno), posso dire d’averla incontrata alla fiera di Santa Lucia in piazza Ruffini, alla fontana del Braki la sera dei furgari o a luglio, seduta su uno scalino del Ponte Romano mentre aspettavamo che arrivassero i Madaenanti. E guardandomi negli occhi, ne sono sicuro, sapeva che la ringraziavo ancora per quella volta che m’aveva salvato.

Lascia un commento

Archiviato in ZirichilTaggia

A Triora per Halloween: panetto o scherzetto?

Articolo uscito su http://www.lamialiguria.it il 28/10/25

Triora, il borgo delle streghe e del pane della valle Argentina è una meta perfetta per Halloween, ma anche tutto il resto dell’anno

Quando si pensa ad una strega, la si immagina vecchia e brutta, sempre a cavallo della sua scopa. Invece l’antichissima Triora, che delle streghe in Liguria è il quartier generale, la capitale, è sempre più bella ogni giorno che passa. A Triora ad invecchiare è solo il tempo.

Triora, tra i luoghi della Liguria misteriosa, è il posto perfetto da visitare ad Halloween. Ma anche durante il resto dell’anno non sfuggirai al suo incantesimo, uno dei tanti che questo borgo nell’Alta Valle Argentina usa per ammaliarti, per non farti più andare via: i suoi caruggi, stretti e scuri come un labirinto da risolvere; i suoi colori, sempre cupi anche nelle giornate di sole, come in un perenne autunno; e il cibo: dimentica il pesce e le specialità di mare, qui sei in montagna e già si mangia come da millenni fanno i pastori: è la cucina bianca.
E, infine, c’è la storia della stregoneria: puoi crederci o no, cercare affrontarla in modo razionale o vedere “basure” (come chiamano qui le streghe) in ogni vicolo, ma non riuscirai a liberatene facilmente. Anche quando tornerai a casa continuerai a chiederti se quel che hai visto è vero, se quei rumori, quei fruscii, quelle parole erano solo vento, se quelle figure erano solo riflessi nei balconi. E non vedrai l’ora di ritornare…

Triora
Triora

La stregoneria

Tra il 1587 e il 1589 Triora fu teatro di uno dei fatti più tragici dell’età moderna in Liguria: i processi per stregoneria. Trovi tutto nel documentatissimo museo della Stregoneria, allestito, non senza suggestione, all’inizio del paese o nell’altro nuovo Museo Civico e difffuso in P.zza Tommaso Beato Reggio.
Fu un singolare intrecciarsi di fattori storici, ambientali, culturali e irrazionalità collettiva: da anni la zona soffriva di una grave carestia e la popolazione, esasperata, trovò come capro espiatorio alcune donne (tredici donne, quattro ragazze e un fanciullo) che vennero accusate di stregoneria. Probabilmente si trattava di antichi riti pagani o di pratiche medicina popolare che sopravvivono tuttora, mentre la carestia è da addebitarsi a speculazioni o cattive gestioni delle colture unite a maltempo e siccità (un po’ come ai giorni nostri…), ma la cosa fu complicata dall’invio da Genova di uno zelante commissario, tal Giulio Scribani, che instaurò un vero clima di terrore e una caccia alle streghe. Chiunque poteva venire accusato di malefici, pestilenze, furti di bestiame, rapimenti di bambini e unione carnale con il demonio. La parte più debole della società, le donne, ne fece le spese. Molte delle imputate confessarono sotto tortura e vennero incarcerate, una parte del borgo (via San Dalmazzo) venne trasformata in un carcere dove le imputate furono murate vive, altre vennero trasferite a Genova in attesa di un processo che non arrivò mai per contrasti tra le autorità civile e religiosa. Nessuna fu condannata, alcune morirono per le torture o si suicidarono, tutte ne potarono i segni per tutta la vita. Resta, tra tante, la memoria di Isotta Stella, che morì per le torture e le parole di Franchetta Borelli che, nonostante l’età, resistette a lungo legata al cavalletto e disse “Stringerò i denti e diranno che rido”.

Museo Etnografico e della Stregoneria di Triora
Museo Etnografico e della Stregoneria di Triora

La Triora delle “basure”

Chi sono le “basure”?
A Triora non troverai le streghe con la classica scopa: ovvero, una c’è ma è la statua all’inizio del borgo. Le basure (o “bazzure”, “baggiure”) di Triora sono indistinguibili, persone normali, donne, ragazze iniziate fin da bambine alla raccolta di erbe selvatiche e al loro uso per guarire malanni, a volte in modi inspiegabili per la scienza di oggi. Una basura può farti il caffè al bar, servirti la cena in trattoria, sedere vicino a te sul bus per Sanremo. C’è chi “cura” a distanza bollendo erbe in un pentolino, chi “segna” ascessi e infezioni con una moneta di argento, chi sa quale frutto usare per non prendere il raffreddore: nessuna di loro vola sull’isola Gallinara o rapisce bambini in cima ad un monte (e tantomeno fanno “date” con il diavolo su Tinder) come scritto nei verbali dei processi del ‘500.
Certo il centro storico di Triora stimola la suggestione: caruggi che si avvitano su loro stessi e calano chissà dove, case disabitate con imposte che sbattono, e la piazza della Collegiata, con sul sagrato disegnata non una croce ma un Cerbero, il drago a tre teste che sta alle porte dell’Inferno per impedire ai morti di uscire e ai vivi di entrare (da qui il nome Tri-ora, “Tre bocche”).

Museo della Stregoneria, Triora
Statua della “bagiua” di  Triora

C’è anche la “casa delle streghe”, la “Cabotina”: una zona nella parte nord del borgo, all’“ubago”, in ombra sotto il castello, dove tradizione vuole che abitassero le streghe. Oggi è parte del bel percorso culturale e paesaggistico di Triora. E se quando arriverai un grosso gatto nero ti attraversa la strada niente panico: forse sta solo andando a bere alla vicina fontana…
Se invece vuoi vedere davvero l’inferno fermati all’inizio del borgo: su un sentiero che scende al Ponte di Loreto, vicino ad un grande ippocastano, troverai la chiesa campestre di San Bernardino dentro cui, proprio nel XV secolo, poco prima dei famosi processi, Giovanni Canavesio o uno sconosciuto pittore toscano affrescarono il Giudizio Universale. Non lo dimenticherai facilmente.

Verso la Cabotina a Triora
Verso la Cabotina a Triora

Viaggio nella valle del pane

A Triora ci arrivi con la mitica SP 548, la spina dorsale della valle Argentina che collega i borghi come Taggia, Badalucco, Montalto e Molini di Triora. Insomma, senza la SP 548 ti perderesti un bel pezzo di Liguria: il borgo dell’oliva, quello dello stoccafisso e quello degli innamorati. Quando arrivi a Molini alza lo sguardo: lassù, appollaiata come un corvo, c’è Triora che ti aspetta. Ma se di molini si parla, significa che ci saranno anche torrenti, grano, farina e forni in cui avviene la magia del pane. Infatti, già da Taggia se ne sente profumo: poco dopo il bellissimo Ponte Romanico, quasi sotto il più moderno ponte dell’A10 c’è Pane di Oz un panificio che produce il pane tradizionale di Molini di Triora e tante altre magie di farina: dal pane d’orzo dei pastori tipico di Carpasio, ai canestrelli di Taggia.

Pane di Molini, il Pane di Oz
Pane di Molini, il Pane di Oz

A Triora non si trovano molte zucche di halloween, semmai potrebbero fare la tipica “Jack-o’-lantern” con una forma del famoso pane: appena prima di entrare in città, trovi il panificio del “Pane di Triora”. Miglior benvenuto non ci può essere, soprattutto se è ora di pranzo. Puoi farti consigliare uno dei mille sfiziosi utilizzi: tagliato a fette sottili con sopra una bruschetta, un’acciuga o un po’ di bruss, la ricotta fermentata che trovi solo qui: siamo ai confini con l’area brigasca e i pastori sono di casa. Dulcis in fundo, provalo con la Nutella.
Guarda bene quel pane: si prepara con farina di tipo 1 e crusca e si cuoce e si lascia raffreddare su foglie di castagno (oltre alla crusca). Una delle possibili spiegazioni della stregoneria è che anticamente in quella crusca ci fosse anche la segale cornuta da cui deriverebbe una muffa contenente alcaloidi: da qui le fantasie su fatture e sabba.

Il Pane di Triora, panifico Asplanato Angiolino
Il Pane di Triora, panifico Asplanato Angiolino

Triora a piedi

Una volta posteggiata la scopa, ti serviranno solo le gambe per girare a Triora. Ecco un percorso ad anello che ti porterà dalla chiesa di San Bernardino (quella affrescata con il Giudizio Universale) al santuario della Madonna di Loreto, vicino ad uno spettacolare ponte sulla valle e, poi, risalendo gradualmente il versante ti porterà tra boschi e a coltivi fino alla Fontana delle Streghe (775 m) alle porte di Triora, uno dei luoghi dei “sabba” stregoneschi.

Parcheggio per scope di streghe a Triora
Parcheggio per scope da strega a Triora

Lascia un commento

Archiviato in La mia Liguria

Una questione privata di Beppe Fenoglio

Non avevo mai letto “Una questione privata” di Fenoglio.
Lo so, è una pecca grossa, ma in qualche modo alla fine ho rimediato. Da un po’, questo libro mi inseguiva. Non so: può un volumetto di 200 pagine scarse inseguirti? Sì, se ne trovi traccia in quello che leggi, ascolti, segui. Se ricorre spesso nei discorsi che fai o che senti. Una questione privata era entrato nell’algoritmo della mia vita e arrivava ogni tanto a ricordami che non l’avevo ancora letto. Forse perchè quelle parole lavorano nell’ombra da tanto. Più probabilmente ero io a inseguire quel libro, da quando nemmeno sapevo leggere e scrivere. E il mio era un inseguimento che durava da troppo. Prima o poi ci dovevo arrivare.

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio è uno di quei libri assoluti, da spedire nello spazio su un pianeta deserto con quel che di meglio ha prodotto l’umanità, come Moby Dick, Le città invisibili, Furore e altri (l’elenco è lungo, per fortuna gli alieni si annoieranno).
Ecco come è andata che non l’avevo mai letto.

Lo vidi la prima volta in una bancarella di libri usati nei vicoli di Genova, in piazza Banchi, luogo che frequento spesso per la mia dose mensile di vecchi Urania. E doveva essere una delle prime edizioni: sopra c’era la faccia di Fenoglio (bellissimo, con quei capelli leccati all’indietro e la sigaretta da attore ammericano anni ’60). Ma quella volta non lo comprai, preferendogli a qualche raccolta di Sheckley o Asimov e, per il Primo principio dei libri di piazza Banchi (: tutti i libri ripassano di lì prima o poi), aspettavo che tornasse.
Non tornò. Peggio, da allora quel libro, quel volume, diventò un archetipo: volevo quella questione privata e basta, una delle prime edizioni,con la foto di Fenoglio, le pagine ingiallite e qui e là macchie marroncine di muffa. Forse perchè allora, nel 1963, quando uscì con questo nome, il mondo era vergine di questa storia, non c’era introduzione nè commento a “spoilerare”, volevo sentirmi come chi lo lesse la prima volta: solo di fronte al testo. Lo cercai, trovai altro Fenoglio: “Il partigiano Johnny”, “La Malora”, “La paga del sabato”, i racconti (fulminante “Il gorgo”, leggetelo), tutti bellissimi, ma niente, nessuna questione privata. Inutile chiedere a Fausto della bancarella, lui non sa di avere un libro prima di averlo venduto, anche se poi ricorda tutto di chi lo ha comprato. E mi disse che la “mia” questione privata era andata ad uno psicanalista che conosceva bene. Capii chi era, ma e mi sembrava assurdo chiedergli del libro. Ora, dopo averlo letto, ammetto che era finito in buone mani: è la storia di una ossessione d’amore, come ce ne sono tante al giorno d’oggi. Ma non abbandonai l’idea di cercarlo.

Negli anni mi sono appassionato alle storie della Resistenza. “Il sentiero dei nidi di ragno” fa parte dei testi obbligatori per chi scrive (nel ponente ligure soprattutto) e anche nei racconti di “Ultimo viene il corvo”, Calvino è a metà tra diario e narrazione, sono imperdibili. Ma ne ho letto molti altri, “Uomini e no” di Vittorini con quei nazisti crudeli, “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, con quel finale terribile: quella della Resistenza è una vera e propria letteratura che va oltre la guerra, e Fenoglio ne è tra i fondatori. Forse se ne dovrebbero scrivere anche oggi di romanzi di Resistenza, come in America si scrive ancora di Far West, ne avremmo bisogno.

Sta di fatto che non avevo ancora letto “Una questione privata”. E, parlando con conoscenti e amici ogni volta che veniva il discorso si finiva sempre lì: “Ah “Una questione privata” di Fenoglio…”, “Che bello! Non l’hai mai letto? Uh!”. E mi rodevo dentro.
Sapevo che il momento sarebbe arrivato: non potevo spiegare però come volevo quel libro, non potevo raccontare la mia di questione privata. Che, un libro così, non si può millantare d’averlo letto: sarebbe come trasformare Milton, il protagonista, in un robot, sottraendogli i sentimenti che lo portano a cercare una verità che lo ucciderebbe prima dei fascisti.

Una volta andammo in vacanza. Eravamo in Toscana in una casa presa in affitto per qualche giorno. Arredamento country, attrezzi rurali, cesti di vimini appesi alle pareti, lampadari a ruota di carro. Sono stati giorni bellissimi, di passeggiate, strade bianche e tavolate nel Chianti. Solo qualche ora prima di partire mi accorsi che nella casa, di fronte al camino, c’era una libreria. Qualcosa mi spinse a guardare i titoli. Sentivo il richiamo del Primo principio di piazza Banchi (a questo punto posso dire di averne creato un altro, un secondo: “I libri che incontri in piazza Banchi prima o poi li ritroverai”). C’erano libri in inglese e tedesco, best-seller banali, edizioni Pinguin, Keller, manuali, guide Routard e altro, ma poi eccolo: “Una questione privata”. E’ proprio lei, la “mia” questione privata. Mi tuffo nella lettura. C’è Milton nella nebbia che visita una villa deserta, lasciando giù un povero compagno a fare la guardia ad eventuali pattuglie. Quella è la casa di Fulvia, la ragazza di cui è innamorato: la nebbia diventa quella dei ricordi, è affamato di vita normale. Gli arrivano mille madeleines che Fenoglio rende con flash-back come un flusso di coscienza. Grande scrittura. Ma Milton non si ferma, vuole di più. Riesce a farsi riconoscere dalla governante. Entra in quella casa. Appena dentro viene investito da altri ricordi, dai dettagli del suo rapporto con Fulvia (ascoltano 28 volte “Over the rainbow”), ma poi la sua hybris viene punita: ecco le parole della governante. Oltre a lui, anche un altro, Giorgio Chierici, un suo amico d’infanzia, veniva a trovare Fulvia. E una sera s’erano anche appartati insieme. “Io non so, non vorrei dire se poi hanno fatto il male…” dice la governante. Eccola, eccola la Questione privata. Ed ecco che il partigiano Milton comincia a combattere un’altra guerra, con il tempo, con la realtà, con sè stesso. Riuscirà a conoscere la verità?
A quel punto però eravamo in partenza, dovetti smettere di leggere. Di rubare quel libro non se ne parlava: anche se in quella libreria tra tanti Wilbur Smith e Taschenbuch non se ne sarebbe accorto nessuno, non volevamo rischiare una brutta recensione su Airbnb.
Ho cercato di tornare in vacanza nel Chianti nella stessa casa, ma impegni di lavoro ce lo hanno impedito. Per mesi mi sono chiesto come sarà andata a finire. Milton sarà riuscito a parlare con Giorgio? Fulvia e Giorgio saranno davvero stati insieme? Non ottenevo nessuna risposta, solo altre domande.

Poi uscì il film dei Taviani con Marinelli. Lo vedemmo una sera d’autunno, fuori pioveva. Ma fin dall’inizio non mi sembrava la voce di Fenoglio: un libro non è solo una storia, è anche e soprattutto la voce che te la racconta. Dopo nemmeno un quarto d’ora, quando Milton aveva appena saputo di Giorgio e Fulvia uscii dalla sala. Camminavo nei vicoli attorno al cinema, per salvarmi dalla pioggia mi rifugiai nel timpano del Teatro Carlo Felice. La mia compagna mi raggiunse ansiosa di raccontarmi tutto, ma no, le tappai la bocca: “Schh! No! E’ la mia questione privata!”.

C’è molto fango e molta nebbia in questo libro, fango sui volti, nelle scarpe, sui vestiti. I partigiani scivolano, cadono, s’inzuppano, lottano nella nebbia per salvarsi, vagano come zombies in un latte denso che entra a tentacoli dappertutto, nelle case, nei villaggi, nei dormitori. Forse non c’è metafora migliore per una guerra: fango e nebbia.

Com’è andata a finire? Che questa mia mia mancanza su Fenoglio ormai la conocevano tutti.
Al giorno d’oggi, coi social, le voci corrono in un attimo. E’ come il mito del Re Mida che fu punito da Apollo con delle orecchie d’asino: il suo barbiere se ne accorse e, non ruscendo più a tacere, scavò una buca e ci urlò dentro “Il Re Mida ha le orecchie d’asino”. Ma poi vi crebbero delle canne, e il vento facendole stormire mormorava quella frase e tutti.
Ebbene, io non potevo più andare in libreria senza che una voce dentro mi dicesse “Non hai letto Una questione privata”… devi leggere “Una questione privata”.
Qualche giorno fa un amico, impietosito dal mio tormento, mi ha comprato “Una questione privata” in libreria. Era una banale tascabile Einaudi, ma con una bella intro di Nicola Lagioia (che ho letto dopo il libro) e un saggio di Gabriele Pedullà che devo ancora leggere.
Ma è bastato per farmi capire quel che ci mormora Fenoglio: oggi, come ai tempi della Resistenza, non esiste una questione davvero privata. Leggetelo.

Lascia un commento

Archiviato in Letture