Non ho mai frequentato molto Moretti, ma mai come in questi anni continuo a citare il famoso e abusato (probabilmente anche da me) discorso da Palombella rossa, quello che dice che le parole sono importanti.
Un po’ mi tocca citarlo per lavoro, anche se in realtà per i miei colleghi nordici la citazione è carta straccia, giustamente, ma più spesso ancora devo ricorrere alla citazione nelle interazioni sociali standard, il che come effetto collaterale mi fa anche a volte passare per una fanatica della grammatica. Si sa d’altronde, che fare le elementari con una maestra che ti tirava scappellotti ad ogni errore forse induce a fare una certa attenzione a ciò che si scrive; anche avere un papà che fa le pulci a come i giornalisti scandiscono le parole leggendo le notizie al tg aiuta, insomma quello che non avevo già nel sangue me lo hanno inculcato a scappellotti, ed eccomi qua.

Questa tendenza è anche molto ben imparentata con l’incoerenza totale delle affermazioni con il proprio comportamento.
Succede che un collega (di quelli buoni, sicchè figuratevi gli altri) nel mezzo di una degnissima tirata contro la società occidentale il cui benessere si basa sul malessere del resto del mondo cosiddetto sottosviluppato, mi prende come esempio di débaucherie e tuona che “altro che comprare le primizie che arrivano da chissà dove” perchè… secondo lui essendo vegetariana compro le primizie? O secondo lui la soia – che mangio pochissimo – fa parte delle primizie? Insomma mi sono guardata bene dallo scoprire cosa stava dietro a questa accusa patentemente assurda, perchè secondo me era un problema di analfabetismo funzionale (dubito fortemente che sappia cosa si intende per primizia, ma tanto ormai le parole si tirano a caso).
Nella fattispecie, se ve lo chiedeste, frequento agricoltori locali senza serra, perciò le primizie non le vedo proprio, a differenza di lui che fa la spesa nella stagione indistinta del supermercato in cui tutto si trova sempre, primizie comprese.
Ah detto collega aveva appena finito di mangiare un piatto contenente manjoca, che quella sì che è a km 0.

Lavoro a Genova, vivo sulla costa di Levante. 54km che spesso fanno la differenza tra odiare l’estate o no, e come in questo caso, tra l’allerta rossa e no. La Liguria è un territorio montuoso pieno di vallette, e spesso da una parte all’altra di Genova c’è un clima diverso, figuriamoci il resto della regione.
Insomma, ieri alle 13.30 circa il comune di Genova manda un avviso sul canale Telegram dicendo che l’indomani ci sarebbe stata allerta arancione, ma dato che fanno le cose bene mandano anche l’immagine del sito Arpal, che mostra come inequivocabilmente dove vivo io l’allerta sarà rossa da mezzogiorno perchè è un’altra zona per le allerte.
Avviso in ufficio, con grande stridore di denti visto che avrei un corso imprescindibile e il capo svedese è venuto giù apposta, e mi appresto a leggere la notizia dell’allerta arancione e rossa sul canale Telegram del mio comune. Il mio comune, invece, non comunica un beato ciufolo. Fino alle 22.30 di ieri sera, non comunica nemmeno che l’allerta fino a mezzogiorno sarà arancione.
Dato che esiste un gruppo Facebook di gente che rogna sulle cose del comune, tutto occupato da foto di sacchetti della spazzatura al posto sbagliato e macchine parcheggiate male, faccio presente in modo estremamente urbano – anche se non ci credete, non aggredisco per prima, qui faccio quello che voglio perchè è casa mia, ma fuori no – che il canale non riporta informazioni e insomma l’allerta c’è o non c’è?
Solo in seguito al primo messaggio si degnano di annunciare l’allerta arancio sul canale Telegram, con fine oggi a mezzogiorno. Poi basta. Recriminano pure che loro hanno detto che le scuole saranno chiuse (come se a me nullipara non insegnante di cosa fanno le scuole me ne importasse qualcosa, leggo scuole e passo oltre). Adesso sono le 13, siamo in allerta rossa, e il comune bontà sua non ha ancora avvisato nessuno, non dovessi lavorare andrei a fare un giro sul fiume, cosa potrà mai andare male, no? Tanto a sentire loro l’allerta arancione è finita e non c’è avviso di niente altro.
A colmo di presa in giro scrive l’amministratore di condominio per dire (alle 12.15) che sarebbe meglio togliere le moto e le macchine dal box, visto che siamo in allerta rossa da un quarto d’ora, con una chiosa da burocrazia in stile, beh fate voi, del tipo “Tanto si doveva e distintamente si saluta.”. Perchè certo, siamo tutti a casa a fare niente e possiamo spostare macchine e moto appena lui fa un beo. Intanto si è, come si dice, parato (eh già mancano un paio di sillabe).
Credo che questa saga non sia neppure finita.
Mi dite per favore che questo paese verrà ben presto bombardato da un asteroide? Per favore.

Recentemente ho avuto un’avventura di salute, in breve, ho avuto un TIA (attacco ischemico transitorio). Ho scoperto che una recente compagna di scorribande motociclistiche che ha la mia età ha avuto anche lei un TIA, e fin qui, è il solito discorso, per quanto ti possa venire una cosa strampalata, appena lo dici a qualcuno scopri che conosci un tot di persone che ci sono passate uguale. Io non muovevo un braccio e non articolavo le parole, lei non riusciva ad alzarsi dalla sedia, però alla fine la solfa è stata la stessa, e gli esami che abbiamo fatto o dovremo fare sono sempre quelli (una filza, e magari la causa non si troverà nemmeno); se mai ve lo chiedeste, le risonanze non evidenziano danni di sorta, e non abbiamo nessuno dei fattori predisponenti come pressione alta, o qualcosa della combriccola colesterolo/trigliceridi/diabete/fumo. Volevo dire un’altra cosa però.

Ho chiesto all’amica se lei lo aveva detto in ufficio. A me è venuto in vacanza, perciò ho potuto scegliere, e non l’ho detto; a lei è venuto in ufficio, e non ha potuto – se avesse potuto scegliere però mi ha detto che avrebbe volentieri evitato di dirlo.  Entrambe abbiamo la semplice ragione che temiamo ripercussioni sul lavoro. Nessuna di noi due ha chissà che posizione, lavoriamo entrambe nel privato, ma abbiamo posizioni di una qualche responsabilità, e abbiamo temuto che ci giudicassero non più consone ad assumerle, non più valide, non più meritevoli che si faccia per noi un qualche investimento di formazione o temiamo che ci venga piano piano tolta ogni rilevanza in azienda.

E’ qualche giorno che ci penso, e lo trovo molto triste. Della discriminazione di genere sul lavoro si parla tanto, e a ragione, ma non è anche questa una forma di discriminazione? Siamo veramente pronti ad alzare l’età pensionistica a manetta, se poi non possiamo nemmeno dichiarare un incidente del genere senza temere conseguenze? E chi è in una posizione meno dorata di noi sul lavoro perchè fa lavori diversi, o ha meno competenze, cosa fa?

Allora, vi dicevo, il menaggio quando ho deciso di non tingermi più i capelli.

Avevo cominciato intorno ai 35 credo, in seguito al ritrovamento di tre capelli bianchi in mezzo al castano, sobillata dal consorte. Nel tempo avevo cambiato parrucchiere ed ero approdata alla più à la page del paese, guidata dal fatto che era l’unica che prendeva appuntamenti. Ero stufa infatti di arrivare davanti al parrucchiere alle 8 (apriva alle 9) e trovarci altre quattro persone davanti, tutte fra l’altro in età da pensione (deh tu che ci puoi andare il martedì, lascia il sabato a chi al martedì è in ufficio – macchè)

Essendo la parrucchiera à la page (e anche bravissima, e con ottime tinte Aveda che non mi hanno mai dato fastidio), e avendo io un taglio a caschetto, che come si sa richiede un minimo di manutenzione, a botte di un taglio+tinta ogni 2 mesi l’esborso si quantificava in 600 euro all’anno. 

A inizio 2020 allo scoccare dei 50 decido che 600 euro all’anno li posso impiegare  a fare dell’altro, e contemporaneamente decido a) di far crescere i capelli b) di smettere la tinta, prima che lo stacco con il bianco sia tale da farmi desistere dal lungo processo di ricrescita, anche perchè io i capelli corti manco morta.

I due anni di lavoro da casa certo mi hanno dato una mano, ma tant’è, a me i capelli crescono pianino, insomma una lagna (anche se ho scoperto che alla fine non è che siano poi così tanti questi capelli bianchi, se mi si vede da lontano sembro ancora castana)

Da che dico alla parrucchiera che smetto di fare la tinta, ovviamente, essendo lei parte interessata, cerca di dissuadermi in tutti i modi, dicendomi “ma no, lavori pure, vuoi andare a lavorare senza tinta” e già mi parte il primo embolo, perchè evidentemente esperienza, laurea, ecc se sei donna valgono meno della tinta.

In seguito ho dovuto sentire commenti di ogni ordine e grado

  • ma dai davvero, che coraggio (ah sì?)
  • e al lavoro come fai (daje: al lavoro, di solito lavoro, al limite chiacchiero con i colleghi)
  • vedrai che cambi idea (sempre possibile, ma non certo per i vostri menaggi)
  • poi sembri sciatta (sempre sembrata sciatta, ce l’ho nel DNA la sciatteria)

Anche se il peggio è stata un’amica che mi ha fatto un pippone dall’antipasto alla fine del primo mentre eravamo a cena fuori, concludendo che non doveva essere una questione ideologica (embè, lo è anche, al consorte nessuno dice di farsi la tinta ed è più brizzolato di me, se c’è una cosa sessista nella vita di tutti i giorni è anche questa, inoltre avrò diritto di prendere delle posizioni ideologiche o no?)

Unica dalla mia parte, la mamma, che non si è mai tinta e adesso ha una capigliatura candida perfetta (ma la parrucchiera mi ha detto che potrei anche non averla ereditata, uffa)

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