Oggi compie 69 primavere il nostro svedesone preferito, e visto che ha fatto una particina in un recentissimo nuovo film diretto da Isaac Florentine, ex grande regista marziale sceso parecchio nella scala della Z, perché non cogliere entrambe le occasioni per recensire Hellfire?
Uscito in giro per il mondo nel febbraio 2026 (mi dice IMDb), in lingua italiana lo trovate a noleggio sulle principali piattaforme.
Lo straniero senza nome arriva dal nulla e porta il “fuoco d’inferno” con sé
Gli americani adorano il canone narrativo reso celebre almeno dal romanzo Shane (1949) di Jack Schaefer, da cui il mitico film Il cavaliere della valle solitaria (1953): è un archetipo talmente efficace che viene ripetuto pressoché identico da allora, cambiando giusto qualche particolare alla bisogna.
Così un esercito di minuscole case produttrici – praticamente i primi venti minuti di film sono occupati solo dalla presentazione delle decine di loghi delle case! – si unisce per creare un filmettino semi-amatoriale, che ci ricorda quanto sia caduto in basso Isaac Florentine da quando non è più regista di punta della Millennium Films. Un giorno riuscirò a capire come mai abbia abbandonato la sua alma mater.
Un tempo era un nome che faceva vibrare la marzialità in tutti noi
Dal nulla, arriva in paese uno “straniero senza nome” – per citare il titolo italiano di High Plains Drifter (1973) di Clint Eastwood, espressione nostrana nata dal celebre Per un pugno di dollari (1964) dove appunto il protagonista è senza nome, al massimo fornendone uno falso, copiando fedelmente l’originale giapponese – e questo vagabondo, tenendo fede ai classici, si inventa su due piedi il nome Nomada, che credo giochi con il concetto di nomade in maniera non efficace quanto pensavano gli autori.
Visto che lo straniero senza nome ha il volto di Stephen Lang, è chiaro che la situazione diventerà ben presto incandescente.
Con quella faccia un po’ così, non potrà che finire male
Come vuole il canone, l’eroe è arrivato in un paesino dominato dal solito ricco prepotente di turno, che regna su tutti usando come braccio armato il solito figlio idiota – ogni capo ha un figlio idiota, è la legge del cinema! – e in questo caso il bieco ricco prepotente è Jeremiah (piccolo ruolo per Harvey Keitel).
Ruolo piccolo, ma pettinatura importante
Il paesino serve a Jeremiah come base di lavorazione della droga, tutti gli abitanti sono ricattati in qualche modo e costretti a lavorare per lui, ovviamente sfruttati con cattiveria, e la specialità locale è nascondere la droga nelle bibite in lattina: pare ne migliori il sapore…
Il vecchio Owen (Chris Mullinax) riconosce nello straniero un ex soldato e dall’11 settembre 2001 in America i soldati sono Santi, tutti, nessuno escluso, e grazie per il vostro servizio (quale servizio, però non si sa): Owen offre al milite ignoto un pasto caldo e da dormire in cambio di alcuni lavoretti nel suo locale. Non ne è felice la figlia Lena (Scottie Thompson, che ho già visto da qualche parte ma non ricordo dove), perché sa come gli stranieri non piacciano ai padroni del paese.
Mi è molto familiare ma non riesco ad inquadrarla
Sempre secondo canone, infatti, il perfido Jeremiah ha lo sceriffo sul libro paga, di più: lo sceriffo è solo un suo scendiletto, manovrato come una marionetta alla bisogna.
Devi andartene all’alba, straniero!
E chi sarà mai questo indegno uomo di legge che lavora per il crimine? Lui, Dolph Lundgren.
Il vostro amichevole e baffuto sceriffo corrotto di paese
Altri attori avrebbero sofferto ad essere chiamati a fare piccoli ruoli e per di più spregevoli, ma Dolph nella Z ci sguazza da decenni e se la diverte: entra in scena camminando dinoccolato (sarà un’imitazione della celebre camminata di John Wayne?), sfoggia baffoni finti (o che sembrano tali) e si diverte un mondo a fare un tipico personaggio western, quello ciò che dice al “cavaliere della valle solitaria” che deve lasciare il paese.
Si vede il marsupio? (cit.) Cioè, volevo dire la pistola?
Sceneggiato da un professionista della serie Z come Richard Lowry, il film procede esattamente come ci si aspetta, replicando paro paro il canone e chinandosi ad ogni stereotipo del genere: un guizzo di personalità, se così possiamo chiamarla, si trova quando il figlio idiota del cattivo decide di ammazzare tutti i paesani, gesto privo di senso ma che serve perché lo straniero entri in modalità viuleeeeeenz’.
A sorpresa, c’è un eroe marziale in questa vicenda
Nella memoria muscolare di Florentine ci sono ancora tracce di quand’era maestro dei film d’azione marziale, così facciamo che uno degli sgherri del boss – Zeke (Johnny Yong Bosch) – ha conoscenze marziali a casaccio e tiriamo qualche calcetto in aria. Poca roba, anche un po’ triste, ma per il nostro Isaac è un modo per ricordare i bei tempi in cui i suoi film spaccavano.
Calci volanti a casaccioooooo
Mi immagino che durante le riprese il nostro Dolph girasse per il set finché non ha trovato Isaac da solo, gli ha ricordato che hanno un amico in comune (Scott Adkins) e magari gli ha chiesto se per caso ci fosse il modo di non apparire così negativo: e se alla fine il suo personaggio decidesse di schierarsi con il protagonista? C’è modo di uscire a testa alta dal film?
Ma sì, Dolph, lo sai che sarai sempre a testa alta nei nostri cuori.
Alle prossime elezioni… vota Dolph Lundgren!
Applausi per Lang che all’età di 74 anni ancora riesce a sembrare credibile in tipici ruoli d’azione di genere, il film se lo regge tutto lui sulle proprie spalle ed è di gran lunga l’unico vero attore del cast: Keitel fa solo una comparsata e Dolph… be’, Dolph non è un attore… è Dolph!
Glieli dareste 74 anni a Stephen Lang?
La musichetta country di banjo e voce garrula ci ricorda che questo è un puro western, senza cavalli né diligenze, senza Colt né scazzottate al saloon, ma è pura narrativa western che affonda le radici nel classico più classico: l’eroe solitario che arriva, risolve il problema e se ne va, cavalcando verso il tramonto. Be’, qui cammina, che il cavallo non c’è. E non è il tramonto, ma ci siamo capiti.
Lo straniero senza nome torna nel nulla da cui è venuto
Un super-mega-classicone che sapete già esattamente cosa succederà in ogni singolo fotogramma, quindi non mi sento di consigliarlo a chi cerchi un buon film. Chi invece porti la Z nel cuore e adori vedere gli Eroi della Z impegnati a scontrarsi, è un filmettino simpatico che darà pane alle nostre Zanne.
Auguri, Dolph: anche in versione sceriffo corrotto rimani il migliore.
Il nostro Romulus si è lasciato intrigare da una recente prima visione di Rai4 e ha voluto lanciare una sorta di mini-ciclo dedicato a Ron Perlman, noto caratterista dalla filmografia sterminata.
L’ho conosciuto che avevo all’incirca 12 anni, vedendo al cinema Il nome della rosa (1986), quindi a pensarci festeggiamo anche i quarant’anni dell’unico ruolo per cui il nostro Ron è davvero famoso. Vado in ordine e parto dal meno recente del film segnalati da Romulus, cioè questo Asher presentato allo Sitges Film Festival spagnolo nell’ottobre 2018 (mi dice IMDb) e uscito in patria americana nel dicembre successivo.
Inedito in home video italiano, da noi appare a pagamento su Premium Cinema (Mediaset) almeno dal settembre del 2019 mentre IRIS lo presenta in prima visione in chiaro il 3 dicembre 2020, quando lo vedo per la prima volta.
Le schermate di questa pagina vengono dalla replica de “i Bellissimi” di Rete4 della notte profonda del 7 agosto 2022: adoro i loghi televisivi quindi preferisco questa edizione a quella “pulita” fornita da Romulus.
Certo che è diventata vaga la definizione di “Bellissimi”
Secondo l’Urban Dictionary il nomignolo Asher starebbe ad indicare una personcina caruccia e simpatica, magari timida ma con un cuore d’oro, e in un certo senso il protagonista è molto riservato, caruccetto e buono… quando non uccide la gente.
Che il termine ash, “cenere”, abbia qualcosa a che vedere con il suo nome, che non sappiamo se sia vero o da battaglia? Perché il titolo del film appare mentre il protagonista sta usando il lucido da scarpe? Per caso quel lucido è chiamato ash in inglese?
Visto che in più occasioni il protagonista è anche chiamato “Uomo di latta” (Tin Man) e chi lo dice è il primo a non sapere il perché di questo nomignolo, direi che la sceneggiatura a firma di un passante (Jay Zaretsky) non è di quelle da approfondire.
Tanto caruccetto e timido, l’assassino cenerificatore
Asher (Ron Perlman) è il solito assassino di professione stanco del proprio mestiere, solo che questo canone narrativo un tempo vedeva protagonisti più giovani, che magari a trenta o quarant’anni volevano smettere di uccidere: il tempo che passa e l’assenza di un ricambio generazionale fa sì che ora gli assassini abbiano abbondantemente superato l’età pensionabile.
Asher è uno splendido 68enne che continua a fare un lavoro che prevederebbe più baldanza e resistenza fisica, ma lui è il “killer dell’ombrello”: va a casa della vittima, fa scattare l’allarme anti-incendio e quando quella esce… bang, colpo a sorpresa, niente strepito, niente fiatone e via a festeggiare con una nuova bottiglia di vino rosso pregiato.
Ai vari nomignoli del protagonista, aggiungete “killer dell’ombrello”
Come ogni assassino prezzolato giunto a fine corsa, anche Asher ha il solito capo infame che lo conosce da una vita, lo apprezza, lo stima, gli vuole bene, ma prima o poi manderà qualcuno ad uccidere, non si scappa: questo canone narrativo non conosce molte varianti di trama.
Qui il capo infame è Avi, nome che tradisce leggermente la sua provenienza, ed è interpretato da Richard Dreyfuss, che ormai ha accettato di essere diventato anche lui un Eroe della Z: l’anno dopo interpreterà Daughter of the Wolf (2019) con Gina Carano, che è tipo il bacio della morte cinematografico.
Ormai anche Richard Dreyfuss è un Eroe della Z
Avi gli commissiona tre colpi ma il nostro Asher comincia ad avere il fisico che non regge più, e durante il primo di questi colpi si sente male, finendo tra le braccia di Sophie (la sempre splendida Famke Janssen).
Seguendo il copione classico, il vecchio assassino d’un tratto sente il suo piccolo cuoricino tornare a battere, dopo anni di morte torna a pensare all’ammmòre ed è ancora più deciso a mollare il proprio mestiere per potersi godere ciò che gli resta da vivere con la bella Sophie.
La donna che risveglia il vecchio cuore arido dell’assassino
Per un altro colpo, Asher dovrà affiancarsi ad Uziel (quella gran faccia da infame di Peter Facinelli), che è il suo allievo. Ah, ma qui si va proprio sui classiconi: vuoi vedere che siamo in zona Professione: Assassino (1972) in quanto a rapporto “assassino d’esperienza contro allievo ardimentoso”?
Gli autori devono averci pensato ma poi hanno deciso che no, serviva una trama più generica.
Come fai a fidarti di Peter Facinelli?
Una curiosità. Uziel ha una moglie incinta interpretata per l’occasione da Blake Perlman, la figlia di Ron in una deliziosa comparsata.
Due generazioni di Perlman a confronto
I problemi di salute, il novello sentimento crescente per Sophie, i pericoli del mestiere di assassino e i tradimenti di una faida fra organizzazioni criminali sono tutti elementi che si alternano in buon ordine sullo schermo, in fila per alternarsi senza mai accelerare troppo il ritmo dell’azione.
Questo è il penultimo film del regista scozzese Michael Caton-Jones, che ha conosciuto fasti lontani come Scandal (1989) e Memphis Belle (1990), commedie come Doc Hollywood (1991) con Michael J. Fox, drammi come Voglia di ricominciare (1993) con il giovane DiCaprio, ma poi con The Jackal (1997) si vede che la noia ha preso possesso del suo cuore, e dopo Basic Instinct 2 (2006), che comunque è tecnicamente un ottimo film, si vede che ha diradato il proprio impegno.
Qui in Asher Caton-Jones si diverte a creare un piccolo film addirittura quasi frizzante, visto che sia l’inizio che la fine gioca molto con uno stile sbarazzino, quasi a presentare un assassino settantenne come solo un gioco narrativo.
Ma come fa Ron Perlman ad invecchiare così bene?
La mano registica è ottima e Ron Perlman è sempre in grande spolvero, ma certo la trama è proprio un classicone linearissimo, non so se perché volevano giocare con un canone fisso o semplicemente non hanno trovato uno sceneggiatore migliore.
All’epoca della mia prima visione non ho recensito il film perché non c’era proprio niente da dire, stavolta l’ho fatto solo per venire incontro a Romulus così desideroso di un ciclo dedicato ad alcune delle mille e mille opere recenti dell’attore: più di questo non c’è da dire su un film onesto nella sua semplicità.
Nel film c’è Asher che spara e poco più
Se cercate un thriller d’azione o una bella storia di assassini, non è questo il film che fa per voi. Se vi piace gustare Ron Perlman che gira e fa cose, e ogni tanto ammazza qualcuno, allora il Cenerificatore è il titolo giusto.
Ero indeciso se affrontare questo libro qui sul blog, dove stiamo festeggiando il centenario della nascita di Klaus Kinski, l’argomento è scabroso e travalica il cinema – pur rimanendovi legato – ma poi l’altro giorno è uscito fuori il discorso nella sezione commenti e a questo punto sento sia giusto dargli l’approfondimento che merita.
Nel 2013, all’età di 61 anni, Pola Kinski ha deciso, con il saggio Kindermund, di raccontare la propria infanzia e adolescenza, segnate prima dall’essere figlia di una personalità folle e inaffidabile come Klaus Kinski e poi dalle continue aggressioni sessuali subite da suo padre. Lo stesso anno Newton Compton porta il libro in Italia, con il titolo L’amore di papà (lo trovate su Amazon).
Ignoro se la berlinese Pola Kinski sia un personaggio famoso in Germania, forse al momento di raccontarsi in forma autobiografica ha dato per scontato tanti passaggi della propria vita, convinta fossero già ampiamente noti, o forse è una scrittrice non all’altezza della situazione: temo che un ghostwriter sarebbe servito, anche solo per l’impianto cronicistico della sua biografia.
Nata nel 1952 da Gislinde Kühbeck (informazioni prese da IMDb, perché in 250 pagine l’autrice non ha trovato il tempo di nominare sua madre), ragazza diciannovenne che ha preso una sbandata per un giovane artista ribelle, quel Klaus Kinski alla continua ricerca di affermazione nel mondo dello spettacolo tedesco, Pola cresce senza un padre perché era ancora in fasce quando sua madre molla Klaus, un folle che li faceva vivere in un sottoscala gelido la cui porta neanche si chiudeva. I due genitori hanno divorziato? Chi gliele ha raccontate queste cose, visto che Pola era ancora in fasce all’epoca degli eventi? Non si sa.
Quando anni dopo sua madre si sposa con un uomo serio, posato, con cui ha subito un figlio, la situazione precipita: Pola è “l’altra figlia” che d’un tratto si sente esclusa e indesiderata nel nuovo nucleo familiare che sta nascendo. In questo momento di crisi personale, torna in scena suo padre: Klaus Kinski è diventato Klaus Kinski, fa spettacoli in teatro, è un volto notissimo del cinema tedesco (grazie ai krimi tratti dai romanzi gialli di Edgar Wallace) e arrivano le proposte dal cinema internazionale. Litiga con tutti, fa scenate e insulta il pubblico quando è sul palco, quindi è un mito in rapida ascesa.
Ignorata dalla famiglia, la giovane Pola accetta con piacere gli inviti del padre a fare gite in auto di lusso e cene in ristoranti di classe, poi dopo aver parlato con la sua agente di futuri progetti internazionali, Klaus esce dal ristorante, porta la figlia in un albergo, la spoglia e le pratica sesso orale.
Se l’autrice qui dimostra una grande forza nel colpire il lettore allo stomaco, così che possa capire l’immediatezza della vicenda e la totale immobilità stupita che attanaglia la ragazzina, paralizzata davanti a un qualcosa che mai si sarebbe potuta aspettare, dall’altra poi perde subito smalto: negli infiniti racconti di abiti, viaggi e vita quotidiana, non sapremo mai molto altro dell’insana passione di Klaus per sua figlia.
La cronologia è praticamente assente da questo libro, in cui Pola racconta la sua vita senza date né alcun tipo di riferimento. (Per beffa, ha usato lo stesso identico stile con cui suo padre ha scritto la propria autobiografia del 1991.) Per fortuna ogni tanto si distrae e abbiamo qualche indicazione: dovrebbe avere all’incirca undici anni quando suo padre la aggredisce sessualmente la prima volta, e gli abusi continueranno per lungo tempo, anche se non è chiaro con quanta frequenza e soprattutto in che modalità.
Non si tratta di curiosità morbosa, lo specifico, ma per esempio Pola ci racconta che all’età di tredici anni si invaghisce di un giovane tennista che vede nell’albergo in cui alloggia con Klaus: non mi intendo di queste cose, non ho idea di come possa funzionare la psiche di una ragazzina abusata, ma l’autrice non trova minimamente strano raccontare di come fosse abusata sessualmente la sera e poi di mattina fosse civettuola con il bel tennista. Non mi addentro in questi delicatissimi risvolti psicologici, ma è Pola che ha scritto questo libro per raccontarsi: mi sarei aspettato più spiegazioni e meno aneddoti generici.
Il tennista, comunque, si rivela essere un mascalzone pure lui: portata in gita la ragazza, appena giunti in un luogo isolato si apre la patta dei pantaloni e la costringe a fargli del sesso orale, per poi sparire e ignorarla. Certo che è proprio sfortunata, povera Pola! Subito la ragazza va dalla matrigna e, preoccupata, le chiede se si può rimanere incinta con il sesso orale. Questa sua domanda fa nascere in noi due domande: visto che aveva così confidenza con la matrigna da parlare di certi argomenti, perché per anni non è mai riuscita a parlare del trattamento di Klaus? E poi, se solo in quel momento sono nati questi dubbi sul sesso orale, significa che quindi certe cose Klaus non le faceva con lei? Chiedo scusa per queste domande, ma il non accennare mai alla natura degli abusi provoca inevitabilmente curiosità morbosa.
A proposito, chi era questa matrigna che d’un tratto appare dal nulla? Fra le tante cose che Pola non ci racconta, c’è anche la sua vita familiare da parte di padre. Di nuovo, solo grazie ad IMDb sappiamo che Kinski è stato sposato con Brigitte “Biggi” Ruth Tocki dal 1960 al 1971, con cui ha avuto Nastassja Kinski, e a lungo Pola racconta della felice convivenza in questa nuova famiglia e di come adorasse la sua nuova sorellina di dieci anni più giovane: possibile che in questa felice convivenza non abbia mai trovato l’occasione di chiedere aiuto alla matrigna? O, peggio ancora, si sia mai preoccupata per l’eventuale simile sorte che magari sarebbe potuto toccare a Nastassja?
Non una parola viene fornita da Pola per descrivere una situazione sì incresciosa ma che, a distanza di decenni, sarebbe stato plausibile affrontare con analisi più approfondita: in pratica, il libro sembra raccontato dalla bambina “in diretta”, invece è una donna di sessant’anni a scrivere, per questo mi sarei aspettato più ricostruzione analitica e meno ricordi di bambina.
Pola ci tiene a farci sapere che adorava vivere nel lusso grazie ai soldi che suo padre le regalava, adorava indossare gli abiti firmati che lui le donava e alcune pacchianate tipiche degli arricchiti, tipo «trenta sigarette, ognuna di un colore diverso e con il filtro dorato: “Bambolina mia, così potrai fumare la sigaretta che si abbina meglio ai vestiti!”». Ah già, Pola accusa il padre di averla farla diventare una tabagista all’incirca a 15 anni: davvero? Nello stesso periodo mio padre iniziava a fumare e di anni ne aveva undici, e la cosa era socialmente accettata: era un altro mondo, un’altra epoca, non mi sembra che quello del fumo sia la colpa più grave da imputare all’attore.
Pola e Nastassja Kinski
Torniamo alla prima aggressione. All’epoca, Pola ci racconta che faceva guadagnare la propria famiglia grazie a delle parti che ricopriva al cinema e in TV: non risulta traccia di tutto questo in IMDb, stava esagerando o scherzando? Proprio quando aveva 11 anni risultano due sue partecipazioni a una serie TV, ma dubito che portasse chissà che introiti a casa.
Abbiamo un altro indizio quando racconta con orrore che suo padre vuole portarla in Spagna dove dovrà girare un film e vuole averla tutta per sé (per farle cosa, possiamo solo immaginarlo). Malgrado avesse un contratto esclusivo con la Rialto, notoriamente Kinski se ne fregava e accettava ingaggi da chiunque lo pagasse (storico è il suo motto «Non mandate copioni, mandate assegni»), anche perché doveva mantenere uno stile di vita ben più alto del semplice attore di contorno dei krimi tedeschi.
Quindi siamo nel 1965 di Per qualche dollaro in più di Sergio Leone, girato in Spagna, e Pola ce lo conferma indirettamente con il successivo progetto:
«Durante il giorno mio padre recita nel Dottor Zivago la parte del rivoluzionario che lotta per la libertà e i diritti umani e di notte salta addosso a sua figlia.»
Entrambi i film citati sono usciti in sala nel dicembre del 1965, e se ipotizziamo siano stati girati quell’anno stesso allora Pola (classe 1952) ha 13 anni all’apice degli abusi sessuali.
Poi c’è il collegio privato, con cui sua madre cerca sempre più di allontanarla dalla nuova famiglia, poi c’è un nuovo amore – di nuovo sfortunato, perché è solo un ragazzo che sfrutta i soldi che Pola ha dal padre per gozzovigliare in casa sua coi propri amici – e in tutto questo racconto vago e senza date, dove da una pagina all’altra possono essere passati tre anni, Pola è sempre vittima del padre – non sappiamo con quale frequenza – senza mai riuscire a chiedere aiuto a nessuno.
Poi, sembra di capire, arriva Minhoi Loanic, l’asiatica che Kinski sposa nel 1971, e tutto cambia. O almeno così pare di capire perché nulla è davvero spiegato. Così come nessuna delle persone di questa storia è mai citata o spiegata: sembrano ombre che si aggirano su una parete. Pare di capire che Minhoi “raddrizzi” Kinski, lo spinge persino a uno stile di vita sano, o forse Pola è diventata abbastanza grande da imporsi e dire di no al padre, o forse un insieme delle due cose. Possiamo solo ipotizzare, perché non abbiamo altro da un libro che si prefigge di spiegare ciò che non spiega.
Quando nel 1991 arriva la notizia che Kinski è morto, Pola decide di fare un percorso di ricerca di se stessa. Che però non sembra averla portata chissà dove, visto che ventitré anni dopo racconta il suo terribile passato come fosse ancora irrisolto. Come se lo stesse rivivendo da bambina.
Non voglio sembrare insensibile, l’esperienza vissuta da Pola spezzerebbe chiunque e sin dall’inizio ho specificato che il ciclo zinefilo dedicato a Kinski riguarda la sua “arte”, il caratterista magnetico e rissoso che tutti conosciamo, non l’uomo: se già come persona non è mai stato un gran che, a vederlo da fuori, i racconti della figlia rendono impossibile non condannarlo come uomo e prenderne ogni distanza.
Però poi c’è l’aspetto narrativo, c’è il “racconto di vita” e qui forse Pola si sarebbe dovuta far aiutare da qualcuno più del mestiere: per quanto sia scabrosa la terribile esperienza che ha vissuto, non basta elencarne le modalità per scrivere un’autobiografia, soprattutto da parte di una donna adulta che ricorda eventi lontani decenni. È chiaro che la piccola Pola non poteva gestire con razionalità l’orrore in cui è finita, ma la Pola adulta che scrive dovrebbe saper dare al lettore qualche analisi in più, anche solo notare certe discrepanze.
Per esempio, raccontare che per anni lei continuava a desiderare la vicinanza del padre, accettandone soldi e regali senza sosta, e come sia caduta nello sconforto quando quei soldi e regali sono finiti può sì lasciar supporre una sorta di sudditanza psicologica, una “sindrome di Stoccolma”, ma dovrebbe essere l’autrice a dircelo, non noi ad immaginarlo. Invece, con la stessa dubbiosa leggerezza con cui ci racconta di quando cercava di rimorchiare il bel tennista subito dopo essere stata abusata sessualmente, così Pola trova assolutamente naturale raccontarci come si è goduta la bella vita che suo padre incestuoso le ha regalato. Come persona posso comprendere il corto circuito psicologico di una situazione così complessa, ma come lettore mi sarei aspettato più analisi a posteriori.
L’amore di papà non è un saggio, non c’è analisi, non c’è studio, non c’è neanche un’annotazione o un giudizio morale: sembra di leggere il diario di un’adolescente abusata dal padre, una brutta storia da brividi che però viene raccontata in maniera asettica, vaga e spesso non chiara.
Chiudo con un appello che faccio sempre, riferito ad ogni ambito dell’arte e dello spettacolo: seguite gli artisti, mai le persone. Ogni volta che parlerò di Kinski nel blog sarà sempre e solo in quanto caratterista dallo sguardo magnetico che ha arricchito la storia del cinema con i suoi litigi, le sfuriate coi registi e particine pepate in giro per l’Europa. Del Kinski uomo non posso che averne disprezzo.
Alcatraz 2025 – La lupa mannara di Clemence Housman-Era il 1973, data ricolma di orrore e paranormale in ogni formato narrativo, quando Longanesi & C. presentò Le signore dell’orrore, edizione italiana di un’antologia del 1971 che raccoglieva «due secoli di storie soprannaturali ad opera del gentil sesso», come … Continua a leggere →
In Central Perk – “Carrie” (2026) di Mike Flanagan
Come abbiamo visto, notte tempo un dirigente della Paramount è andato a portare il franchise di Pet Sematary al cimitero dei micmac, ha scavato il terreno meno pietroso di quello del cuore umano (dove ci si coltiva ciò che si può e se ne ha cura), ci ha sepolto la saga e ha aspettato: ciò che è tornato in vita, Pet Sematary (2019), sarà sporco e di cattivo odore ma mi aspettavo peggio, essendo una reinterpretazione e non un rifacimento posso dire di averlo apprezzato più di quanto avrei pensato.
E ora che si fa? Si torna a seppellire il franchise nel cimitero degli animali? Ma no, dài, un’altra resurrezione ancora: dal cimitero dei micmac esce Pet Sematary: Bloodlines.
Stando ad IMDb, il film è apparso a livello internazionale (Italia compresa) nell’ottobre 2023 sulla piattaforma Paramount+, temo all’insaputa di tutti, poi per puro caso – ma lo sappiamo che il caso non esiste – a metà ottobre 2026 vedo apparire questo film nel catalogo di Infinity+ (Mediaset), a cui sono abbonato principalmente perché faccia compagnia a mio padre. Il tempo di farmi venire in mente l’idea di presentare la saga questo ottobre 2026, e il film scompare dalla piattaforma: la mia testimonianza rimane l’unica prova che sia mai riapparso in lingua italiana dopo il 2023.
Il Pet-verse continua ad ampliarsi
Siamo sempre a Ludlow, nel Maine caro a Stephen King, ma stavolta nel 1969, e ovviamente nell’aria c’è Bad Moon Rising (1969): cosa sarebbero gli ultimi anni Sessanta senza i Creedence Clearwater Revival?
In questo clima d’altri tempi vediamo Bud Spencer salutare il ritorno di suo figlio dalla guerra… Come dite? Non è Bud Spencer ma David Duchovny? E che fine hanno fatto i suoi occhi?
Questo è Bud Spencer, ok, ma dov’è Terence Hill?
Bill Baterman (David Duchovny) sta informando tutti che suo figlio Timmy (Jack Mulhern) è tornato dalla guerra, ricevendo strane reazioni: erano tutti convinti… che Timmy Baterman fosse morto al fronte.
«Timmy Baterman era uno dei giovanotti di Ludlow, circa una ventina, che andarono oltreoceano a combattere contro Hitler. Partì nel ’42. Tornò dentro una cassa con sopra una bandiera, nel ’43. Morì in Italia. Suo padre, Bill Baterman, era sempre vissuto qui. Per poco non impazzì quando arrivò il telegramma… e poi si acquietò. Sapeva del terreno di sepoltura dei micmac, capisci. E aveva deciso quello che doveva fare.»
Sballando le date, anticipando d’una ventina d’anni, ecco il gioco della regista e sceneggiatrice Lindsey Anderson Beer, che esordisce rimaneggiando un passaggio del romanzo Pet Sematary (1983) di Stephen King dove si racconta di un precedente uso scriteriato del “cimitero vivente”, quando cioè papà Baterman non volle accettare la morte del figlio in guerra, procedendo a seppellirlo nella terra rocciosa dei micmac.
«Tutti sapevano che Timmy era morto; c’era stato il suo necrologio sul Daily News di Bangor e sull’American di Ellsworth non più tardi di una settimana prima, con foto e tutto il resto, e mezzo paese era andato in città per assistere alle esequie. Ma Margie l’aveva visto camminare lungo la strada: barcollare lungo la strada.»
Tutte le citazioni qui riportate sono dalla traduzione della mitica Hilia Brinis del romanzo di King, che Sperling & Kupfer ha ristampato nel 2019 in occasione del rifacimento e poi nel 2025, forse ispirata da questo “prefacimento”.
Timmy Baterman torna dalla guerra, non lo accoglie la sua terra, né lo cinge d’allor
La giovane neo-regista e co-sceneggiatrice si è affidata allo stesso Jeff Buhler che aveva curato il rifacimento del 2019 e che ipotizzo già all’epoca avesse creato le basi per una mitologia che poi la Paramount ha impiegato più tempo del previsto a concretizzare, forse per via della pandemia del 2020 che ha riempito i cimiteri, purtroppo non viventi. Buhler infatti insieme al film aveva firmato un cortometraggio di Marcus Perry, dall’esaustivo titolo The Tale of Timmy Baterman, in cui John Lithgow accennava brevemente alla terribile vicenda che la cittadina di Ludlow aveva vissuto in passato, lasciando intuire che sarebbe stata materia di future narrazioni.
Il cortometraggio lo trovate come contenuto speciale del DVD del film del 2019.
Nel DVD, John Lithgow ci anticipa gli eventi di questo film del 2023
«I micmac conoscevano quel luogo, ma questo non significa che siano stati loro a renderlo così. I micmac non erano stati sempre qui. Forse, in origine, erano venuti dal Canada, o dalla Russia, o dall’Asia. Si fermarono qui nel Maine per mille anni, o forse duemila: è difficile dirlo, perché non lasciarono un marchio molto profondo sul territorio.»
Usando piccoli indizi sparsi da King nel proprio romanzo, Jeff Buhler – che mi preme ricordare aver firmato quel gioiellino di Studio 666 (2022), che ripropone (non so quanto truffaldinamente) il Paganini Horror (1988) di Luigi Cozzi, migliorandolo (e non ci voleva molto) – ci porta indietro addirittura al 1674 quando i primi esploratori americani incontrano i micmac e scoprono, nel peggiore dei modi, gli usi infernali del loro cimitero, da cui i cadaveri risorgono sotto forma di strumento del Maligno sulla Terra.
Scusi, buon micmac, vado bene per il cimitero vivente?
La prima vittima americana del cimitero si chiamava Ludlow, ed è in suo onore che è stata edificata la cittadina su quel territorio. Da allora, le principali famiglie locali hanno stretto un patto segreto di custodire il terreno per evitare altri usi scriteriati… finché Bill Baterman non è andato a seppellirci il proprio figlio.
Ah, come erede di una delle famiglie storiche di Ludlow c’è pure Pam Grier: sarà storicamente accurato che nel 1674 c’era pure gente nera a fondare una cittadina americana?
Pam Grier aggredita da ciò che è tornato dal cimitero dei micmac
Esiste persino un diario che spiega tutto, con tanto di illustrazioni, e ricorda che l’unico modo per uccidere le “cose” fuoriuscenti dal cimitero dei micmac è colpirle negli occhi: non ho visto nessuno farlo, in questo film, perciò mi sembra una roba buttata lì a caso. Però apprezzo molto la creazione di un diario antico pieno di illustrazioni orrorifiche.
Lo voglio pure io, il diario segreto con le istruzioni sul cimitero vivente
Mentre papà Baterman fa danni in giro, un altro padre – Dan Crandall, interpretato da Henry Thomas, che ha ormai fatto dimenticare il suo ruolo giovanile in E.T. (1982): per me sarà sempre e solo il giovane Norman Bates di Psycho IV (1990) – vuole assicurarsi che il proprio figlio Judson (Jackson White) se ne vada da Ludlow: non glielo dice, ma lo fa per salvarlo dal peso che grava sulle famiglie locali.
Figlio mio, ora ti darò delle dritte per svoltare (cit.)
Judson e la sua fidanzata Norma (Natalie Alyn Lind) si mettono in auto per lasciare Ludlow, partono… ma un piccolo incidente li spinge a incontrare Timmy Baterman, e questo sarà fatale.
«Timmy Baterman voleva che ci ricordassimo solo del male perché lui era il male… Il Timmy Baterman che era partito per la guerra era un bravo ragazzo come tanti, Louis, forse non molto intelligente, ma buono. La “cosa” che noi vedemmo quella sera, intenta a fissare il sole… quella era un mostro. Uno zombi, forse, o un demone. Forse non esisteva un nome per definirla, ma i micmac avrebbero saputo cos’era, con il nome o senza.»
Bello il Maine, ma ci sono troppi zombie in giro
La regista ha la mano sicura per essere un’esordiente, ma come sceneggiatrice la Beer è un po’ troppo impostata sul tipico horror “fàmolo strano”, buttando là orrore a casaccio: mettiamola così, non ho trovato nell’intreccio e nella sceneggiatura la stessa lodevole perizia che invece ho trovato nella costruzione visiva delle scene.
Ciò che va apprezzato è la mitologia di Buhler, che dal romanzo di King estrae un altro piccolo spunto da ampliare: il fatto che Timmy, come satanica figura messianica, fosse tornato a rinfacciare i peccati dei compaesani.
Al di là di questioni paranormali, infatti, a Ludlow si sono fatti anche parecchi inghippi legali, truffettine immobiliari e zozzeriole varie che le famiglie blasonate tendono a mettere sotto il tappeto: Timmy, ora, sa tutto e procede a punire i colpevoli sostituendosi al fisco.
Chi avrà la coscienza così pulita da guardare negli occhi i propri peccati?
Trovo deliziosamente kinghiana l’idea di un “ritornato” che metta paura non tanto fisicamente quanto per ciò che sa, per i peccati che può portare alla luce, infatti ho trovato questo indizio nelle pieghe delle poche pagine del romanzo dedicate a Timmy: approvo l’idea di Buhler di ampliare il tutto in un film, solo che poi oltre a queste intuizioni c’è poco o niente.
Il morto che dà fuoco ai peccati dei vivi
Eppure le potenzialità c’erano ed erano ottime. Per esempio, il cimitero dei micmac assume qui una grafica a spirale e io volo, volo altissimo. Nel romanzo Spiral (1995) Kōji Suzuki fonde la potenza della Sadako del precedente Ring (1991) con la spirale del DNA e da allora ho un debole per il “male a spirale”.
Guarda caso – ma lo sappiamo che il caso non esiste – Buhler riscrive il cimitero dei micmac a forma di spirale come il luogo roccioso in cui si conclude nel sangue la vicenda di Suspect Zero (2004): perché non completare l’opera e dare più valore a questa simbologia geometrica che funziona sempre?
Il “cimitero vivente” a spirale
E la spirale funziona sempre, quando si parla di morte
Se fosse stato solo per la Beer direi che questo Pet Sematary: Bloodlines è un ottimo film d’esordio, molto curato dal punto di vista tecnico ma alla fin fine un normale horrorucolo confusionario, che butta nella mischia nativi micmac, truffe immobiliari, morti vendicativi e altra roba a casaccio.
Il problema è che dietro questo miscuglio si avvertono gli ottimi spunti della “mitologia” di Jeff Buhler, un tentativo non disprezzabile di portare negli anni Duemilaventi l’intuizione kinghiana del 1983, anche se appunto rimangono spunti sepolti sotto un terreno roccioso. Sopra il quale c’è Bud Duchovny con una pala.
Mi piace imputare sempre a Buhler l’ideona finale che riallaccia questo “prefacimento” al “rifacimento” del 2019: l’idea che Judson detto Jud accetti la responsabilità di Ludlow e rimanga come nuovo custode del cimitero vivente.
Pronto ad invecchiare in forma di John Lithgow che vedremo nel 2019, snocciolando la frase-simbolo del Pet-verse, che qui viene pronunciata solo alla fine. E la spirale è completa.
Il modo perfetto di chiudere la spirale: nella fine, il nuovo inizio
Di nuovo, mi sorprendo di me stesso nel non disprezzare un film che invece ha tutte le carte in regola per essere l’ennesimo titolo sfornato per mantenere la proprietà di un franchise, sarà che le idee della nuova mitologia micmac le ho trovate intriganti.
Ora però mi sorge un dubbio: com’è possibile che davvero io mi ritrovi ad essere indulgente con un film come questo? Vuoi vedere che io non sono io ma ciò che è tornato dal cimitero dei micmac? Come mai il terreno del mio cuore non è più roccioso di quello del cimitero vivente? Mi starò ammorbidendo con l’età o sono diventato solo un’estensione zinefila del Wendigo?
Siamo giunti a uno dei migliori film sull’argomento “chirurghi per amore“, o “scultori di donne“: cioè quei dottori poco etici che per ridare salute e/o bellezza alla donna amata sono disposti alle pratiche più ignominiose.
Brevissimo ripasso sugli “scultori di donne”
Abbiamo visto come la chirurgia estetica esplosa nel primo dopo-guerra è stata anticipata dal nero francese, con Gustave Le Rouge che nel 1912 scriveva nelle storie d’appendice del dottor Cornélius, “scultore di carne umana” (sculpteur de chair humaine), ma se lui lo faceva per scopi criminosi (truffe per ottenere soldi e potere), finora il primo “chirurgo per amore” è il dottor Ritter del britannico Volto rubato (1952), il primo film Hammer di argomento truculento.
Finora, il primo “scultore di donne” del grande schermo
Il ben poco deontologico dottore prende una povera galeotta sfregiata e la “scolpisce” fino a trasformarla nella copia esatta della donna da lui amata e perduta. Questa ossessiva manomissione fisica e morale deve aver stuzzicato di nuovo i francesi (chissà), perché guarda caso nel 1954 i due decani del “nero gotico” (espressione mia, non ufficiale) Pierre Boileau e Thomas Narcejac pubblicano il romanzo D’entre les morts che, dopo lunga e travagliatissima lavorazione, diventa il film La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock.
Stavolta il protagonista non è un dottore ma comunque rimane l’idea di un’ossessione di “ricreare” la donna amata che spinge ad atti violenti, magari omicidi ma comunque medicalmente spregevoli. Ne sa qualcosa il dottor Cadman dello statunitense Il sonno nero del dottor Satana (1956).
Nasce l’idea del dottore che uccide in nome della sua amata
Per risvegliare la moglie dal coma, e magari curarla dal cancro che ce l’ha mandata, il dottor Cadman porta aventi terribili esperimenti a cervello aperto su pazienti svegli, i quali poi sono devastati nel fisico, e spesso nella mente.
I nostri Riccardo Freda e Mario Bava conoscevano tutti questi esempi, quando hanno presentato il loro “primo film gotico italiano”, I vampiri (1957)? Qui il professor Julien du Grand ha trovato un “qualcosa” (mai spiegato) che preleva “linfa vitale” da vittime rapite per donare alla contessa du Grand novella giovinezza, trasfromandola in pratica in una contessa Bathory quando però nessuno conosceva ancora il personaggio, che diventerà noto al mondo esclusivamente negli anni Sessanta grazie al pittoresco saggio di Valentine Penrose.
La versione italiana del dottor Satana
Nell’agosto del 1960 il professor Gregorius dell’italiano Il mulino delle donne di pietra (1960) di Giorgio Ferroni, è anche lui scienziato che ruba “linfa vitale” ma stavolta per tenere in vita sua figlia: a posteriori, posso dire che il personaggio è ricalcato dal protagonista del film di oggi.
Anche se è palesemente derivativo, è comunque il primo “scultore di donne” a colori!
Nel 1959 infatti il numero 56 della collezione “Angoisse” della storica collana francese “Fleuve Noir” pubblica Les Yeux sans visage, libro che scompare immediatamente nel nulla e soprattutto ha decisamente l’aspetto della versione romanzata della sceneggiatura che Jean Redon ha venduto al cinema. Va infatti segnalato che “La Stampa” del 31 gennaio 1959 annuncia che l’attrice Alida Valli è impegnata in Francia nelle riprese di Occhi senza volto, segno che quindi il romanzo “originale” è uscito in libreria mentre già il film era in lavorazione.
Per chiudere il cerchio, quella sceneggiatura di Jean Redon viene rimaneggiata dai decani Boileau e Narcejac, e il giovane ma già talentuoso Georges Franju porta al cinema uno dei grandi gioielli di questa narrativa.
Il film che chiude il Decennio delle Donne Scolpite
La distribuzione
Uscito in patria francese l’11 gennaio 1960 (mi dice IMDb), Les Yeux sans visage finisce sul tavolo della censura italiana tre mesi dopo (29 marzo 1960), in una commissione presieduta dal ministro Umberto Tupini, classe 1889!
Anticipazione del 18 maggio 1960
Il 1° aprile il film riceve il visto di proiezione in pubblico ma con divieto ai minori di 16 anni, per il «carattere impressionante del film» (come riporta ItaliaTaglia.it) e la cosa non dev’essere piaciuta ai distributori, che evidentemente provano a ri-sottoporre il film: il 13 giugno 1960 il film ottiene un secondo visto ma niente, il divieto rimane. Scomparirà solo nel 2008 della distribuzione in home video, com’è ferrea usanza italiana.
La LUX Films (è una co-produzione italo-francese) lo porta nelle nostre sale dal 19 maggio 1960 con il titolo Occhi senza volto («un film dell’orrore artisticamente perfetto»): lo stesso giorno escono Sansone e Dalila (1949) di Cecil B. DeMille e Signori si nasce (1960) con Totò e Peppino.
Uscite di un certo livello, quel 19 maggio 1960
Il 30 marzo 1980 inizia la sua breve e invisibile vita nei piccoli canali televisivi: inedito in home video, semplicemente il film scompare nel nulla più totale: neanche alla morte del regista, nel 1987, si riesce a tirar fuori un film ormai sepolto.
Nel 2007 fincalmente la Sinister Film riesuma il film dal suo sepolcro e ci regala l’edizione “estesa”, con alcuni minuti in più che all’epoca la censura italiana aveva tagliato. Non si sa da dove arrivi la splendida pellicola italiana conservata su RaiPlay, ma la differenza fra le due edizioni è di circa sei minuti.
La meravigliosa pellicola italiana che trovate su RaiPlay
Le schermate di questa pagina sono tratte dal DVD Sinister Film che non ricordo come ho recuperato, se su bancarella fisica o digitale: trovo “leggerini” i commenti di Luigi Cozzi ma sono contento che un così profondo amante del cinema fantastico lasci segni del suo passaggio.
Luigi Cozzi presenta il film dal DVD
Occhi senza volto
Il “chirurgo per amore” di questo film, lo “scultore di donne” di questa storia, è il dottor Génessier (Pierre Brasseur, storico attore francese sin dagli anni Trenta), il quale in una conferenza ad inizio film ci spiega la sua grande invenzione: l’«eteroinnesto», «cioè il trapianto di tessuti viventi e organi vitali da un essere umano in un altro».
Aspetto rigoroso e serissimo per un insospettabile “chirurgo per amore”
Mi preme sottolineare come all’epoca non esistesse anche solo l’idea dei trapianti di organi umani, ciò che noi oggi diamo per scontato era puro fanta-horror: il celebre Christiaan Barnard stupirà il mondo con il suo primo trapianto di cuore umano solamente nel 1967, quindi ben lontano dalla grande idea del dottor Génessier: quell’«eteroinnesto» che è la deliziosa traduzione italiana di hétérogel, che nella versione anglofona diventa «heterograft».
Grazie agli esperimenti del dottor Peter Medawar durante la Seconda guerra mondiale, condotti su animali, era noto e studiato il fenomeno del rigetto: l’organismo ospite sembrava accogliere l’elemento esterno che gli veniva impiantato ma poi spesso lo rigettava, dopo un po’.
Il 10 dicembre 1960 a Stoccolma il britannico Medawar riceve il Premio Nobel per la Medicina grazie ai suoi studi sulla tolleranza immunitaria… ma nel precedente gennaio il nostro dottor Génessier già aveva tristemente anticipato tutto: i suoi trapianti di pelle vengono sempre rigettati dal volto sfigurato della sua povera figlia.
Il dottor Génessier rinuncerebbe al Nobel, pur di ridare un volto a sua figlia
A causa di un incidente d’auto, la giovane Christiane Génessier (una strepitosa Edith Scob, non a caso futura apprezzata attrice cine-treatrale) è rimasta ferocemente sfigurata e suo padre non si dà pace, votando ogni singolo istante della propria vita alla missione di ridarle un volto. Costi quel che costi.
Finora, la migliore “donna scolpita” di questo filone
Segregata in una casa priva di qualsiasi superficie riflettente, Christiane vive protetta ma in realtà è prigioniera, costretta a vivere con un volto devastato che non conosce e che deve coprire dietro una inquietante maschera che le dona un viso neutro, quasi disumano.
Qui il premio Nobel lo merita chi ha inventato questa maschera inquietantissima
Come se non bastasse, la ragazza subisce l’amore malato di suo padre, così ossessionato dal ridarle un volto da spingerlo a tenerla segregata fino al punto di dire a tutti che è morta, così che nessuno possa disturbare il processo medico per cui la povera ragazza è costretta a infinite operazioni chirurgiche.
Due volte vittima, Christiane è poco più che una bambola umana, ed è questo aspetto che verrà sottolineato nel citato rifacimento Il mulino delle donne di pietra, uscito al cinema qualche mese dopo.
Una vittima due volte
Nella sua ossessione “scultorea” – la qualifica di “scultore di carne umana” viene qui veicolata attraverso l’ossessione di trapiantare pelle – Génessier è aiutato da Louise (la nostra Alida Valli), che non è chiaro chi sia: è l’amante del dottore? Sua moglie? Non è chiaro, sappiamo solo che gli è accanto ciecamente, mossa dalla gratitudine di averle dato un viso nuovo: Louise infatti sotto la collana porta una cicatrice rivelatoria del fatto che il trapianto di pelle umana è possibile.
Direi che il “volto nuovo” di Louise è decisamente apprezzabile
A questo punto, la domanda nasce spontanea: dov’è che il nostro Génessier prende la pelle da trapiantare sul volto della figlia? Visti i continui rigetti subiti dalla ragazza, c’è sempre bisogno di nuova pelle… da dove arriva? La risposta mi sembra ovvia: da ragazze giovani con un volto simile a quello di Christiane, che queste lo vogliano o meno. E ovviamente non vogliono.
L’unico momento in cui scorgiamo il vero volto di Christiane
La vita di Louise, quando non si occupa di Christiane, consiste nel cercare in giro ragazze papabili per poi rapire in qualche modo perché il dottore possa prelevarne il viso, con un’operazione chirurgica su cui il regista Georges Franju incede parecchio, sapendo benissimo che provocherà l’orrore negli spettatori. Ma solo all’epoca: ormai oggi la chirurgia plastica ha mostrato cose ben peggiori.
Confrontando l’edizione originale in DVD e la pellicola italiana di RaiPlay, si nota subito che da noi è stata completamente cancellata la lunga, minuziosa e “scientifica” rimozione della faccia della ragazza, ad opera del bisturi del dottor Génessier.
Va bene qui la matita, ma quando arriva il bisturi la censura italiana interviene
Christiane sa cosa fa suo padre, cerca di salvare le sventurate ma è sola e pressoché indifesa di fronte all’ossessione paterna di far sparire l’orrore dalla carne del suo volto.
Ogni tanto un trapianto riesce e possiamo ammirare il “vero” volto di Christiane, che non sappiamo quanto corrisponda al suo originario, ma sono soddisfazioni temporanee: il rigetto prende presto il sopravvento e il dottore, con la morte nel cuore, dovrà strappare via la pelle infetta dal volto di sua figlia.
I rari momenti in cui Christiane ha di nuovo un volto
Devo essere onesto, rivisto oggi a quattordici anni di distanza ho dovuto purtroppo notare il ritmo diversamente agile del film: 90 minuti sembrano infinitamente lunghi per la storia narrata, e la maggior parte delle scene è composta da puro riempitivo. Quando il dottore viene chiamato dall’altra parte della villa, c’era bisogno di mostrare ogni suo singolo passo per arrivarci? Davvero la scena aveva bisogno di tutto quel tempo per essere sviluppata?
Il film si salva per la grande perizia registica, della fotografia ma soprattutto autoriale, perché se fosse per il ritmo ci sarebbe da dormire della grossa già all’inizio, quando serve metà film perché finalmente inizi la trama.
In realtà sono ingiusto, sarebbe impossibile dormire con questo film perché c’è l’orripilante e mostruosa musica di Maurice Jarre che ti dilania le orecchie: a un certo punto ho dovuto mutare l’audio – tanto nessuno parla, in questo film – perché quella musichetta da giostra di paese mi stava seviziando i timpani.
Un personaggio incredibile, da portare nel cuore
Dimostrando molto ma molto meno dei suoi 23 anni, l’attrice Edith Scob ci regala un “mostro” che avrebbe meritato un intero ciclo della Universal: vittima come Frankenstein o l’Uomo Lupo, cioè schiava di mutazioni corporali che non ha voluto. Aggirandosi efebica, con un abito che serve a farla sembrare ancora più magra e inconsistente, Christiane si aggira con il suo volto negato per gli ambienti con un’aria a metà fra il sognante e l’omicida.
Quando infatti la ragazza deciderà che l’amore di suo padre si è fatto troppo malato, e la sua ossessione per “scolpirla” troppo dolorosa e invadente, dovrà per forza cedere la parola alla violenza e alla morte. Tanto lei è già stata dichiarata morta da chi le ha dato la vita, e poi ha cercato di darle un volto.
La chirurgia per amore arriva per forza alla morte
Occhi senza volto ha dei forti spunti che dovrò per forza lasciare “misteriosi”, perché dovrò affrontarli in seguito. Per esempio l’idea di un chirurgo che tiene la propria paziente segregata in villa, all’insaputa di tutti, che darà spunto a un altro francese per una delle più crudeli storie di questo sotto-genere, che a sua volta darà sviluppi molto interessanti. (Lo vedremo più avanti, in questo ciclo.)
Persino il menu del DVD è inquietante!
Rivisto oggi, mi sembra un film che allunghi forse un po’ troppo il brodo, mentre I vampiri (1957), di cui è palesemente forte debitore, integra la vicenda con una sotto-trama poliziesca qui invece l’idea è pressoché inconsistente, per quel poco che vediamo le forze dell’ordine. Sono davvero troppe le scene allungate a dismisura per non considerarle degli allunga-brodo, ma poi il succo della storia è così intenso che rimane un gioiellino di film.
Ormai la diga si è aperta, le idee sparse per gli anni Cinquanta sono da considerarsi incanalate nel sotto-genere “chirurghi per amore”, che soprattutto l’Europa saprà sfruttare a dovere, come vedremo.
Lo scorso 18 ottobre 2026 è stato il centenario della nascita di Klaus Kinski, che nessuno ha celebrato perché è stato un pessimo uomo che ha lasciato una pessima impressione di sé in ogni persona incontrata nella sua vita.
Tipico spaghetti warmovie che si finge malamente di produzione americana. Ricevuto il visto censura il 17 gennaio 1969, il film diretto dal romano Gianfranco Parolini con il consueto pseudonimo di Frank Kramer esce nelle sale italiane il 18 gennaio 1969, stando all’IMDb: di sicuro è al cinema dal 26 marzo 1969 con il titolo Cinque per l’inferno, mentre la pellicola usa il titolo “numerale” 5 per l’inferno.
Parolini stesso si occupa della sceneggiatura insieme a Renato Izzo, su soggetto di Sergio Garrone, ed è spacciata per storia vera, «tratta dagli archivi di guerra della campagna d’Italia», recita una voce fuori campo.
La vita televisiva del film inizia già nell’ottobre 1977 su Montecarlo, mentre per un’edizione in videocassetta per l’home video si dovrà attendere il marzo 1988 con la VHS De Laurentiis-Ricordi Video.
Il tenente Hoffmann (Gianni Garko dietro il consueto pseudonimo di John Garko) è un tipo alla mano, che mastica gomma americana per far capire al pubblico quanto sia posticciamente americano il film. Riceve l’ordine di portare a termine una missione praticamente suicida: rubare il piano K dalla cassaforte di Villa Verde, residenza occupata dai nazisti al comando del generale Friederich Gerbordstadt (Irio Fantini).
Recuperare quel documento significa salvare centinaia di vite umane, quindi Hoffmann sceglie solo gli elementi peggiori: il siciliano esperto di cassaforti Al Siracusa (il noto atletico caratterista Salvatore “Sal” Borgese), il ballerino Nick Amadori (Nick Jordan, al secolo Aldo Canti), il forzuto Sam McCarthy (Sam “Samson” Burke, noto all’epoca per qualche suo peplum) e infine il cecchino miope John White (Luciano Rossi).
Il nazista col cappello sulle ventitré
Fra un immotivato salto e una capriola gratuita – non dimentichiamo che tanto Borgese quanto Canti erano noti interpreti dei film “salterini” amati dal pubblico italiano dell’epoca – la “sporca mezza dozzina” inizia la sua missione all’insegna della minima serietà. E in fondo non sembrano avere davanti un nemico molto concentrato: lo Standartenführer (colonnello) Hans Mueller (Kinski) è più interessato ad avere ripetuti rapporti sessuali con frau Helga Richter (Margaret Lee) che ad interessarsi della guerra.
C’è un tempo per la guerra… e un tempo per l’amore
Sebbene palese rifacimento in salsa italiana di Quella sporca dozzina (1967), lo stile ben poco serio se non addirittura parodistico rende il film uno spettacolo decisamente più divertente della media degli spaghetti warmovie del periodo, anticipando titoli molto più famosi come Quel maledetto treno blindato (1978) di Enzo Castellari.
Una curiosità. Per uno speciale su “Kinski in Italia”, presentato nella trasmissione RAI “StraCult” nel dicembre 2010, viene intervistato il regista Parolini (scomparso a Roma nel 2018) e il suo ricordo dell’attore risale proprio a Cinque per l’inferno. Racconta della prima scena in cui Kinski appare, nell’androne della Villa (a Frascati), nella cui scenografia campeggia una grande lampada: le indicazioni precise di Parolini sono di stare attento a non essere “impallato” dalla lampada, cioè a non finirci dietro, perché nel caso bisognerebbe ripetere la scena buttando via costosi metri di pellicola.
Nessuno può dare a Kinski indicazioni di regia!
Kinski fa la scena e la sbaglia, finendo dietro la lampada, quindi si ripete la scena, e la sbaglia ancora. Alla terza scena rovinata, il regista perde la pazienza, afferra Kinski per il bavero e grida:
«Adesso m’hai rotto li coglioni! Hai capito? Tu non lo devi fare, sei un attore pagato, sputi sul piatto dove magni: sarai apolide, sarai quello che ti pare ma devi fare quello che ti dico io!»
Liberato dalla presa del regista grazie all’intervento di un macchinista corpulento, a quanto pare Kinski da quel momento è diventato molto amico di Parolini.
Il romano Tonino Ricci, noto in seguito con vari pseudonimi, esordisce nell’estate del 1969 scrivendo e dirigendo uno zoppicante warmovie minimalista, dati anche i pochi mezzi a disposizione: Il dito nella piaga.
Ricevuto il visto della censura italiana il 5 agosto 1969, la Euro International Films lo porta nelle sale italiane già dal 28 agosto successivo: finisce subito nel circuito della seconda visione e rimane a girare per piccole sale italiane fino almeno al 1973. Riappare nell’aprile 1981 iniziando a girare per piccoli canali televisivi locali, e dieci anni dopo – il 2 febbraio 1991 – viene “promosso” in una rete nazionale come Odeon TV, che lo trasmette in seconda serata: ci vorranno altri dieci anni di oblio per ricevere un’ulteriore “promozione”, venendo trasmesso da Rete4 nella seconda serata di lunedì 19 agosto 2002.
Per mantenere fede ad una sorta di curiosa “promozione decennale”, il 2 agosto 2013 il film fa la sua prima apparizione sul canale Mediaset IRIS, sui cui apparirà saltuariamente, fino alla “promozione” successiva, stavolta più veloce: il neonato canale Cine34 (sempre targato Mediaset) lo manda in onda in rapida successione nella notte del 16 febbraio 2020 e la mattina del 17 febbraio successivo.
Destino ben diverso quello sul fronte dell’home video, dato che non esiste in lingua italiana alcuna traccia di VHS o DVD del film ad esclusione di una videocassetta di data ignota appartenente alla collana “Nocturno Guerra!”.
Brani scelti dal Vangelo di Giovanni aprono la pellicola, quasi si trattasse di un film biblico, chiudendo la curiosa introduzione con: «L’uomo peccò, e Iddio gli disse, cacciandolo dal suo giardino, “Ora tu conoscerai il bene e il male”». Questo ci catapulta alla fine del Secondo conflitto mondiale, quando dopo l’eroismo arriva lo sciacallaggio, e senza alcuna parola vediamo agire su fronti diversi due identici sciacalli: il soldato nero Calvin Grayson (Ray Saunders) e il caporale Byron Haskins (Kinski), i cui nomi possono cambiare a seconda del doppiaggio del film. Le prime parole pronunciate nella vicenda sono quelle con cui il giudice recita il verdetto della corte marziale: «Degradando la divisa e voi stessi con brutali omicidi», i due uomini vengono condannati a morte.
Vi sembra la faccia di un uomo che possa fare cose brutte?
L’impettito tenente Michael Sheppard (George Hilton), fresco di West Point, viene incaricato di far eseguire la condanna e con una solerzia e rigidità che gli attirano l’antipatia di tutto il reparto si appresta a compiere il proprio dovere secondo regolamento. Un attimo prima di impartire l’ordine dell’esecuzione capitale, però, un gruppo di tedeschi assalta il plotone e dalla sparatoria che ne nasce rimangono in vita solamente i due prigionieri e il tenente Sheppard, il quale scopre che gli insegnamenti sui libri di West Point non lo hanno preparato alle vere azioni di combattimento. Seguirà i due criminali perché non vuole perderli di vista e aspettare l’occasione giusta per riportarli indietro in manette.
«Sei proprio il tipico ufficiale deficiente al quale è stato lavato il cervello, e che crede d’essere obbligato a morire». Non sono molte le parole pronunciate dai protagonisti, ma di sicuro sono pepate. Nel loro lungo viaggio muto finiscono nel paesino di San Michele, dove vengono scambiati per un’avanguardia dell’esercito americano liberatore ed accolti con musica e danze. Impossibile per Haskins resistere al fascino di una signorina locale: sarà proprio Daniela (Betsy Bell) a far riapparire nel duro cuore dello sciacallo un raggio di sole, proprio come un bambino del posto (Roberto Pagano) farà lo stesso con il duro Grayson. Entrambi però rimangono uomini che vivono d’espedienti, che rubano e uccidono senza alcun rimorso: quando i paesani decidono di festeggiare il Santo Patrono tirando fuori dalla cripta l’oro di San Michele, la situazione si fa tesa.
Riuscirà persino Kinski a diventare un essere umano?
Malgrado la carne sia debole e i due criminali abbiano l’istinto da criminali, l’amore che hanno ricevuto in quel piccolo paese si farà strada, e quando arriverà una pattuglia tedesca ci sarà l’occasione per immolarsi in nome di sentimenti che per tutto il film si è detto di disprezzare.
Alla sua uscita nelle sale italiane la critica dimostra di non gradire l’aspetto moralistico-religioso della sceneggiatura. Ecco come il film viene accolto da “Stampa Sera” lo stesso 28 agosto 1969 della sua uscita in sala: «Difficile salvare qualcosa, sia pure le intenzioni, nel diluvio di parolacce e di luoghi comuni.» La recensione si chiude giudicando il film “qualunquista”, e quando nell’aprile 1981 sarà la volta di presentare il film fra le novità in arrivo sulle TV locali, lo stesso quotidiano avrà di nuovo parole pesanti: «Settimana grigia per il GRP che alle 22 ripesca il brutto bellico italiano Il dito nella piaga con Klaus Kinski criminale di guerra in vena di riscattarsi. Divertente e datatissimo». Purtroppo sono recensioni difficili da contestare.
Però le pose di Klaus sono impagabili
L’esordiente Ricci ha l’entusiasmo poco dosato di chi vuole fare subito bella figura con argomenti per lui importanti ma che poi, una volta sviluppati, risultano essere solo un tema da primo giorno di scuola. Costruire un film muto – solamente per pochi minuti totali viene pronunciata qualche frase – basato su tre personaggi stereotipati di cui uno, Grayson, è assente ingiustificato, è un’impresa che stroncherebbe anche un regista navigato: il povero Ricci non ha mai avuto scampo. Lo aiuta Kinski, che è maestro del recitare con gli occhi e con il corpo, il che in un film muto aiuta moltissimo, visto poi che l’altro attore non fa che fissare il vuoto e il protagonista George Hilton sembra ignaro di se stesso. Il film quindi è un altro prodotto costruito addosso a Kinski, al suo sguardo prima disinteressato poi fiammeggiante, prima pietoso poi crudele, infine innamorato.
Se non fosse per Kinski, il film non varrebbe la pena vederlo
L’unico momento vagamente intenso è quando il tenente Sheppard coglie Haskins sul fatto, e all’arrivo della innamorata Daniela trova il biondo criminale riverso in terra, battuto dal suo superiore, in mezzo all’oro di San Michele: il talento naturale di Kinski per il melodramma e il suo segreto intenso piacere nel venir maltrattato davanti ad una cinepresa rendono il tutto memorabile, pur con i suoi innegabili difetti. A parte questo non rimane molto di uno dei più minuscoli film di guerra mai girati, sicuramente il più povero di sceneggiatura in generale e di parole in particolare.
Case cinematografiche italiane, tedesche e jugoslave ci parlano di rivoluzione portandoci nella Cipro degli anni Cinquanta con Appuntamento col disonore, che il 29 maggio 1970 finisce sul tavolo della commissione di censura italiana, la quale il 10 giugno successivo concede il nulla osta di proiezione ma con il divieto ai minori di 18 anni, «per le numerose scene di violenza e di crudeltà di cui è intessuto il racconto cinematografico». La nostrana Roberto Cinematografica fa ricorso e il 27 ottobre la commissione si riunisce di nuovo, abbassando il divieto ai minori di 14 anni malgrado la casa avesse chiesto la rimozione di ogni divieto: la commissione specifica che non può farlo per via della presenza dei citati atti di violenza «che, se anche inquadrati in un contesto di guerriglia, devono ritenersi controindicati alla particolare sensibilità dell’età evolutiva dei predetti minori». Curiosa annotazione: l’essere “inquadrati in un contesto di guerriglia” secondo alcuni potrebbe rendere meno violente certe scene? Solamente nel novembre del 1994 il film riuscirà ad ottenere un nulla osta di proiezione senza alcun divieto ai minori.
Il film, co-sceneggiato e diretto da William McCahon (il lombardo Adriano Bolzoni) – tratto da un fantomatico romanzo omonimo di William Gage di cui non esistono tracce – arriva nelle sale italiane almeno dal 28 novembre 1970, pronto a rimanerci per almeno tre anni. Dal 24 marzo 1978 inizia la sua vita televisiva in piccoli canali locali: è inedito in qualsiasi forma di home video.
No, proprio non ce lo vedo in un ruolo da religioso…
Una scritta iniziale ci informa che siamo a Cipro nel 1956, quando «la lotta secolare tra la maggioranza greca e la minoranza turca si inasprisce. L’odio è giornalmente alimentato da violenti fatti di sangue. In nome dell’ENOSIS (“Unione alla Grecia”) si battono i partigiani dell’EOKA contro l’occupazione inglese e la polizia turca». Ovviamente il punto di vista della storia è dalla parte greca, e il protagonista – il colonnello britannico Stephen Mallory (Michael Craig) – è attivo nel cercare una tregua alla spirale di violenza, non ultimo perché si è innamorato della greca Helena (Eva Renzi) e vuole salvaguardare quel popolo dai turchi, ritratti sempre con toni foschi e viscidi.
Il capo partigiano Hermes (Adolfo Celi) ci viene presentato come un uomo rude ma giusto, che aborre l’inutile spargimento di sangue e soprattutto non vuole crudeltà: sta combattendo per la libertà del proprio Paese, non per brama di sangue. Di tutt’altro avviso è il suo alleato Evagoras (Kinski), pope locale che al culto religioso preferisce il massacro: solo la violenza più estrema, secondo lui, potrà scacciare gli invasori inglesi e turchi dall’isola. Lo scontro fra culture così profondamente diverse metterà a dura prova tutti i protagonisti.
Kinski e Luciano Pigozzi, caratteristi di serie A
Il film scorre con il ritmo tipico dell’epoca e senza alcun momento davvero ispirato, o in cui ci sia del vero coinvolgimento emotivo dello spettatore. Di sicuro le scene che vedono Kinski in abito da religioso ortodosso sono le più interessanti: come sempre il ruolo dell’attore è marginale, anche se meno “da tappezzeria” come negli anni Sessanta, ma è la sua presenza che dà spessore alla pellicola, altrimenti priva di molto interesse.
Non ci sarebbe molto da dire su questo film, la solita robbetta dimenticabile (e dimenticata) che la Blumhouse sforna a raffica puntando sulla quantità, com’è filosofia di Jason Blum, ma non solo si tratta di una prima visione di Italia2, che quindi ha una corsia preferenziale sul blog, ma c’è un mistero misterioso sulla sua distribuzione nostrana: mistero molto più interessante del film in sé.
Presentato a Los Angeles il 3 gennaio 2024 (mi dice IMDb), la Universal Pictures Italia porta Night Swim nelle nostre sale dal 22 febbraio 2024 (fonte: ComingSoon.it), dove rimane il tempo di un bagno in piscina: la stessa Universal lo porta in DVD dal 10 maggio successivo e poi sbarca a pagamento su SKY Cinema Uno dal 19 settembre, sempre dello stesso 2024. E fin qui, tutto normale.
Viene replicato a iosa su SKY finché lo scorso 23 ottobre 2026 sbarca in prima serata su Italia2, con tanto di logo “Prima TV” per la gioia dei collezionisti pazzi come me. Mentre lo vedo, però, a metà film ho un senso di “già visto”: c’è voluta metà film, perché essendo una storia abbastanza banale è difficile che lasci un ricordo netto.
Magari avrò visto il film all’epoca del suo DVD, vado a controllare il mio database personale e rimango di stucco: l’ho visto su MediasetPlay il 5 agosto 2026… cioè due mesi fa! Com’è possibile, se è una prima visione? E com’è possibile che abbia già perso ogni ricordo in così poco tempo? (Quest’ultima domanda purtroppo è un problema senza soluzione.)
Scopro così che il film era già andato in onda nella notte di Italia1 del 4 agosto 2026, senza alcun contrassegno “Prima TV”, e così il lunedì mattina successivo me lo sono visto apparire su MediasetPlay, vedendolo e dimenticandolo in contemporanea.
Quindi la prima visione del 23 ottobre non era una prima visione, o forse si intende “prima visione per Italia2”? Di solito Mediaset non fa così, ma capisco che quel passaggio estivo nella notte profonda di Italia1 non avrà avuto chissà che spettatori, quindi si è preferito ignorarlo.
Ma proprio ora doveva passare quella maledetta scritta?
Bryce McGuire ricicla un proprio cortometraggio del 2014 e lo stiracchia a lungometraggio, pratica comune che lascia spesso traccia dello stiracchiamento nell’andamento diversamente guizzante del ritmo narrativo. Così una storia esile, perfetta per un corto, si trasforma in lungaggine immotivata, ma ormai siamo abituati alla Blumhouse priva dello smalto dei tempi d’oro.
La famiglia Uàllera… cioè Waller cerca una casettina discreta dove trasferirsi, e pensa bene di comprare la solita super-villa con piscina che stando ai film americani chiunque si può permettere.
Chi è che non può permettersi una super-villa con piscina, al giorno d’oggi?
Papà Ray (Wyatt Russell) è un giocatore di baseball di un certo spessore ma si è infortunato e deve stare a riposo, così ha deciso di stare con la propria famiglia, che tanto non c’è bisogno di guadagnare per permettersi le ville con piscina, gratuite di natura.
Rimessa a nuovo la villa e sistemata la piscina, suo figlio Elliot (Gavin Warren) inizia a giocare a qualcosa che tutti noi abbiamo fatto almeno una volta nella vita: chi di voi infatti non ha passato ore di puro divertimento… stando in apnea sul fondo di una piscina? Matte risate garantite!
I bambini americani si divertono con poco…
Seguendo il più classico dei classici, la piscina è tornata in vita grazie al sangue versato da Ray, che si è ferito durante i lavori, e ora che la potenza oscura può tornare ad usare l’acqua come psicopompo – cioè traghettatore d’anime – possiamo giocare con le scene in cui vari personaggi si divertono un mondo a stare fermi al centro della piscina, di notte (sai che divertimento?) così da essere minacciati da un demone.
Amico demone, ma con tutta la piscina libera… proprio qui dietro devi stare?
Sempre rimanendo in tema di classico dei classici, la “cosa” che vive nella piscina vuole un tributo di sangue ma non è egoista, in cambio concede salute. Infatti Ray, che stava messo maluccio, torna in forma fisica splendida e smagliante.
Grazie alle cure del demone, papà Ray torna il giocatore stagionato che è
Ma come fa la “cosa” a stabilire chi curare? L’entità piscinosa si fa un giro nella villa, studia gli ospiti, misura la pressione, fa un paio di analisi del sangue (qui la glicemia è un po’ alta, signora, eh? E i trigliceridi? Non mi sottostimate i trigliceridi) e alla fine stabilisce chi curare? Non si sa, parliamo di un cortometraggio di quattro minuti esteso a cento, senza che la sceneggiatura abbia avuto la stessa espansione.
Ma quindi è sì un demone, però anche un dottore e diagnosta? Può sempre fare comodo…
Momenti di vero interesse non ne ho trovati, ma magari ero in apnea a dialogare con “la cosa nella piscina” e non me ne sono accorto. Tanti primi piani intensi a sopperire la mancanza di mezzi e di idee, qualche scena molto ben girata – di sicuro McGuire è più bravo come regista che come sceneggiatore – e i soliti “zompaura” (jump-scare) posizionati nei punti più ovvi.
Ah, e sempre a proposito del più classico dei classici, mamma Eve (Kerry Condon) rimane in immersione per qualcosa come dodici ore: è scientificamente provato che quando una madre si lancia a salvare il figlio può stare ore sott’acqua.
E Tom Cruise… muto!
Un film sciatto nella sua vuota scontatezza, un lungometraggio che pensa di parlare la stessa lingua di un corto, con poche idee e stiracchiate all’estremo.
Ringrazio Italia2 per la strana prima visione, che non è una prima visione, ma temo che tornerò immediatamente a dimenticare di aver visto questo film.
Ogni tanto Rai4 impazzisce e ci regala chicche marziali all’improvviso, così lo scorso 19 ottobre 2026 – quasi in tempo per il mio compleanno del 13 ottobre – cosa mi va a fare? Non solo mi inizia un ciclo dedicato a Scott Adkins, ma lo fa con una prima visione. Annovero tutto questo fra i regali ricevuti per il mio compleanno di questo 2026.
Quando Scott Adkins piomba a sorpresa in prima serata
Tokyo 1950, Scott Adkins entra in un dojo e comincia a menare gli astanti: iniziare un film con una tipica citazione di Dalla Cina con furore (1972) è senza prezzo.
Grazie, Scott e Rai4, per questo regalo di compleanno
Ricordate il nostro vecchio amico Louis Mandylor, che portava la thai boxe ad arricchire il kung fu di Sammo Hung nella serie “Più forte, ragazzi” (1998)? Va be’, se vedevate quella serie su Italia1 siete disadattati come me, magari invece avete conosciuto Louis in uno dei tanti filmacci di serie Z in cui è apparso, oltre che essere il fratello dell’erede di Saw l’Enigmista (Costas Mandylor).
Se siete lettori affezionati del Zinefilo, ricorderete che in tempi recentissimi Mandylor si è impegnato in una “trilogia bellica” ambientata all’epoca della riconquista dei territori nel Pacifico occupati dai giapponesi, sfornando Battle for Saipan (2022), Operazione Watchtower: tre giorni all’inferno (3 Days in Malay, 2023) e Operation Blood Hunt (2024). Purtroppo solo il secondo è arrivato in Italia.
Poi Mandylor cambia casa produttrice, va dalla Odyssey Motion Pictures – specializzata in filmucoli con Eroi della Z – e in qualità di regista e produttore continua a parlare della Seconda guerra mondiale nel Pacifico, stavolta spostandosi nella Penisola di Bataan (Filippine), nell’aprile del 1942.
Se siete appassionati di cinema bellico o lettori storici del Zinefilo, dovreste sentire qualche campanello suonare: proprio lo stesso 1942 in cui si svolte la trama di questo film la MGM presentava nei cinema americani Bataan, dove Robert Taylor guidava un manipolo di eroi americani in una missione praticamente suicida contro i giapponesi, nella tradizione de La pattuglia sperduta (1934) di John Ford.
Decisamente meno epico è stato Gli eroi del Pacifico (Back to Bataan, 1945), con John Wayne grande padre bianco che guida i bamboccioni filippini a riconquistare le terre prese dagli giapponesi. Non un film da rivalutare.
Io ci vedo una citazione altissima
Qui, in Prisoner of War – giunto in lingua italiana solo grazie a Rai4, che lo manda in onda in prima visione il 19 ottobre 2026 – il pilota tenente colonnello James Wright (Scott Adkins) viene colpito in volo e cade a Bataan, dove viene catturato dai soldati giapponesi.
I quali però notano la strana peculiarità del pilota britannico: combatte usando stili marziali asiatici, e nel 1942 non è per nulla scontato. Mi piace ricordare come le arti marziali nipponiche fossero note persino ad Hollywood, dove un insospettabile James Cagney poteva farne sfoggio già negli anni Quaranta, ma certo è comprensibile lo stupore dei soldati giapponesi davanti alla lotta di Wright.
Ma tutti i piloti britannici sanno fare queste cose?
Al campo militare, il tenente Benjiro Ito (Peter Shinkoda) rimane stupito dalle qualità di Wright, che fa fuori soldati giapponesi come bruscolini, e decide che l’unico modo per piegare il prigioniero sia farlo combattere, così da essere umiliato prima dell’esecuzione capitale.
Per punire i prigionieri a mazzate, Ito usa il suo campione marziale Capezzoli Scuri, dai muscoletti guizzanti.
Non ho trovato coreografi citati quindi immagino sia stato Adkins a gestire da solo la parte marziale del film, che di solito non fa: chiunque sia stato, dati i tempi e dato il film direi che ha fatto un ottimo lavoro di “mediazione”.
Si tratta pur sempre di una ricostruzione storica, infatti, non di un tipico film marziale d’altri tempi quindi le scene di combattimento si tengono al minimo e con poca spettacolarità, cercando di rendere plausibile il tutto. Il massimo dell’esuberanza è… la rovesciata dell’Uomo Tigre! (che in realtà faceva anche Jeeg Robot.)
Non so come si chiama la rovesciata, ma da ragazzino la vedevo sempre in TV
Malgrado prometta continuamente d’ucciderlo, Ito è intrigato da Wright e cerca di spezzarlo o comunque di usarlo per i propri scopi, preferendo trucidare a piacimento gli altri prigionieri inutili.
Questo rapporto fra vittima e torturatore mi ricorda qualcosa…
Ah ecco!
Diciamo che il film è una sorta di versione moderna e più spietata di Missing in Action 2 (1985), con il soldato alleato vittima della tortura fisica e psicologica del sadico direttore di campo giapponese, ma Adkins sta parecchio più informa di quanto Chuck Norris sia mai stato, o comunque è più scolpito.
Hai capito zio Scott come si mantiene!
Proprio nell’ottima dell’omaggio al celebre film vedo l’esigenza di un finale “alla spada”, che diventa davvero molto difficile da mandar giù: davvero un pilota britannico sa usare la katana allo stesso livello se non meglio di un nobile ufficiale giapponese?
Va be’, il finale è la parte meno interessante di tutto il film
Al di là di quanto sia davvero plausibile la marzialità del protagonista in quel contesto, mi sento di dire che Louis Mandylor è nettamente cresciuto come regista: c’è un abisso fra i precedenti citati filmetti bellici di serie Z, che in più punti sembrano una goliardata fra amici, e questo Prisoner of War, che pur nel suo piccolo rimane comunque un film vero, fatto con criterio dall’inizio alla fine, con persino dei virtuosismi registici lodevoli, nelle mani di chi come Mandylor finora aveva dimostrato solo una “amatorialità di cuore”.
Malgrado l’intera vicenda sia chiaramente studiata per il risparmio massimo, avendo un’unica ambientazione per l’intero film, lo stesso non si nota e non dà fastidio: in fondo è la storia di prigionieri di guerra in un campo giapponese (ricostruito come al solito nelle economicissime Filippine), quindi non stona la staticità della vicenda. Insomma, bravo Louis Mandylor.
Battiamo i piedi per Louis Mandylor!
Il cinquantenne Scott Adkins è molto più in forma ora di quando fingeva di voler lasciare da parte la marzialità, regalandoci filmacci inverecondi: si sta sforzando con tutto se stesso di tenere in equilibrio fan marziali (che gli pagano la pensione) e moderazione d’esecuzione, non essendo più possibile fare le acrobazie marziali di quand’era ventenne. Mi sento di dire che in questo film l’equilibrio è riuscito.
Mi stupisco di me, ma mi sento di consigliare la visione di questo Prisoner of War, piccolo ma col cuore al posto giusto, creato da due amici (Adkins e Mandylor) che si spalleggiano da anni e non mollano dal portare in scena l’aZione con la Z maiuscola. E anche un po’ di marzialità.
Adkins e Mandylor ai tempi di The Debt Collector (2018)
Lo scorso venerdì il nostro Romulus mi ha dato la triste notizia: il 21 ottobre 2026 se ne è andato Tom Skerritt, un altro membro dell’equipaggio della Nostromo è partito per le stelle.
Quasi se lo sentisse nelle vene, che Tom stava lì lì per lasciarci, Romulus tira fuori in tempi record un film rarissimo con il nostro attore, risalente all’epoca in cui è stato così sfortunato da finire nelle fauci di Dino De Laurentiis, il Distruttore di Mondi: come la maggior parte dell’opera di Dino, anche Fighting Back finisce nel limbo della distribuzione italiana, scomparendo per sempre.
Uscito in patria il 21 maggio 1982 (mi dice IMDb), riceve il visto italiano il 25 marzo 1983 con divieto ai minori di 18 anni: la Giada International (?) lo porta nelle nostre sale più di un anno dopo, dal 7 giugno 1984 con il titolo Philadelphia Security. In quel momento, in sala ci sono scherzetti del tipo Terror Train (1980), La donna che visse due volte (1958), I predatori dell’arca perduta (1981), Tornado (1983), Il grande freddo (1983), L’ascensore (1983), Per favore, non mordermi sul collo (1967) e Jesus Christ Superstar (1973).
Rimane pochino in sala, poi Rete4 lo manda in onda nella prima serata del 15 novembre 1986. Il 17 aprile 1991 passa alla mitica Italia7 mentre subito dopo, 6 settembre, appare su Italia1 in seconda serata. Insomma, in breve tempo si è girato tutte le emittenti principali.
Le schermate di questa pagina sono tratte dalla digitalizzazione di Romulus della VHS Domovideo del film, purtroppo senza data. Guarda però a volte la coincidenza, il 18 ottobre 1985 il film riceve un secondo visto italiano, con cui il divieto scende a 14 anni: ipotizzo risalga a questa data l’uscita della VHS in questione, magari ristampata l’11 giugno 1992 in cui il film riceve il terzo visto italiano, stavolta privo di qualunque divieto.
Come capita spesso coi film di Dino, in VHS è conservata la pellicola italiana
Il film parte mostrando vere immagini di sommosse popolari mandate in TV, e si fa partire tutto dall’assassinio del presidente Kennedy nel 1963: da allora, ci dice una voce, il crimine in città è cresciuto del 500%. Addirittura?
Non sappiamo in che età siamo, fra il 1963 di Kennedy e il 1982 del film, ma sembra di essere nella contemporaneità quando l’italianissimo broccolino John D’Angelo (Tom Skerritt, che proprio c’ha la faccia da italiano!) si trasferisce a Philadelphia per aprire la sua gastronomia.
Viene specificato che il padre di John era un fruttivendolo di Genova, e quando viene organizzata una festicciola la banda suona Funiculì funiculà e Torna a Surriento, che sono proprio canzoni-simbolo di Genova…
Perché gli italiani non gridano mai all’appropriazione culturale?
Com’era Philadelphia nel 1982? Will Smith c’è nato nel 1968 e Kevin Hart nel 1979, e nessuno dei due la ricorda come città pacifica, nei vari racconti, perciò al netto della finzione filmica possiamo dire che era una città violenta nella piena consapevolezza dei contemporanei.
Cosa fa la signora D’Angelo (Patti LuPone) appena entrati in città, con tutti i pacchi del trasloco nella station wagon di famiglia e con un nascituro nella pancia? Scende dall’auto e va ad aggredire un pappone che sta pestando una prostituta. Mi sembra proprio un’azione di buon senso assolutamente plausibile…
Inseguiti dai papponi in una corsa in auto che rischia l’incidente fatale, dove comunque Lisa credo perda il bambino (non è chiaro, la sceneggiatura è roba di una dozzinalità suprema), John dimostra di girare con la pistola ed essere pronto a fare il giustiziere della notte broccolino. Capiamo subito quindi a che genere appartiene questo film.
Ho una pistola e i baffi: sono il Charles Bronson broccolino!
Tralasciando Tom Hedley, che è un passante che firmerà Flashdance (1983) per poi scomparire nel nulla, lo sceneggiatore David Zelag Goodman (classe 1930) aveva lavorato ai copioni di Cane di paglia (1971) e Marlowe, il poliziotto privato (1975), per tacere di fanta-prodotti come La fuga di Logan (1976) e Occhi di Laura Mars (1978). Mi piace pensare che a un certo punto abbia voluto scrivere qualcosa sul tema di grandissima moda all’epoca: il “Death Wish“.
Conclusi gli anni Settanta dei Punitori con l’arrivo degli sterminatori, cioè The Exterminator (1980), gli Ottanta si aprono con la criminalità che rende le città delle giungle di cemento, orde di scippatori, ladri e assassini si riversano per le strade un tanto al chilo, non puoi muovere un passo senza essere derubato o ucciso da uomini curiosamente ben caratterizzati dal punto di vista razziale, e dai colori di pelle spesso scuretti.
Se escludiamo la sartina di Abel Ferrata, che Angelo della vendetta (1981) era una piccola roba per pochi, la decade sta per iniziare coi fuochi d’artificio: Vigilante (1982) e soprattutto Il giustiziere della notte 2 (1982), segno che le storie di cittadini che si fanno giustizia da soli funzionano ancora alla grande, come dimostreranno i tanti punitori degli Ottanta.
Tipico pappone criminale della Philadelphia del 1982
Aggredito il primo minuto in cui è entrato a Philadelphia, per D’Angelo e la sua famiglia è tutto un calvario, finché sua mamma anziana viene aggredita, con una tronchesi le viene mozzato un dito per rubarle l’anello e prima di andarsene i ladri le sparano pure. Ammazza che fogna che è Philadelphia! Qui serve… una ronda padana!
Con l’aiuto non ufficiale dell’amico poliziotto Vince Morelli (Michael Sarrazin), John mette insieme una ronda di quartiere che si occupa di due azioni che ormai la società non è più in grado di svolgere: il servizio d’ambulanza, che tocca fare ai privati perché se aspettano le ambulanze vere possono anche morire sul marciapiede…
La possiamo usare finché non iniziano le riprese di Ghostbusters
… e un servizio di ronda che faccia capire agli oceani di criminali in giro per la città che devono lasciare stare gli abitanti del quartiere. Solo quel quartiere, eh? Se vogliono andare nel quartiere accanto sono i benvenuti, ma qui no, non ce li vogliamo.
Non si è capito a che cacchio serva il parafango alla Mad Max
Chiaramente la “morale” della storia è che rispondere alla violenza con la violenza non è mai una soluzione, ma il tutto è balbettato malamente, il messaggio è bofonchiato e sembra si voglia solamente seguire l’ondata dei giustizieri e vigilanti di moda, più che mettere in piedi un discorso concreto.
Quando D’Angelo va a parlare con il capo dei neri, Ivanhoe Washington – una inutile comparsata di pochi secondi di Yaphet Kotto – questi sta coreografando un balletto… ma perché? Ma che senso ha? Ma chi l’ha scritta ’sta roba? Comunque, il concetto è che D’Angelo è convinto che sua madre sia stata aggredita dai neri e invece si scopre che i ladri erano bianchi: vedi, che siamo tutti razzisti, col colore della pelle degli altri?
Questo momento di presa d’atto di razzismo insito nella propria visione del mondo ora farà cambiare idea a D’Angelo… No, è un risvolto di trama privo di qualsiasi peso nella vicenda, era giusto per far tornare nella stessa scena il capitano Dallas e il meccanico Parker della Nostromo.
Il boss del quartiere che voleva fare il ballerina! (semi-cit.)
Lo spregiudicato giornalista Michael Taylor si interessa delle ronde di D’Angelo: che peso avrà nella vicenda? Anche qui, zero carbonella, serve solo a far fare una comparsata di qualche secondo a David Rasche. Il film è tutto così, un insieme di scene che però non si sommano mai a formare una storia omogenea.
C’è della graffiante denuncia sociale nel padre di famiglia che si trasforma in assassino a sangue freddo? E nel fatto che viene candidato in politica perché tutto il quartiere lo adora? Boh, non ne sarei così sicuro, magari c’è ma è tutto scritto così male che non si nota.
Anche perché alla regia c’è uno svogliatissimo Lewis Teague che temo abbia lavorato contro voglia: senza scomodare il successivo gioiello Cujo (1983), persino il precedente Alligator (1980) è un prodotto più guizzante e intrigante dal punto di vista registico.
Posso dire? Ma che roba è quella birra, al 70% schiuma?
La potenza narrativa dei Punitori anni Settanta è pronta a invadere gli Ottanta quindi Dino il Distruttore entra a gamba tesa in un genere che funziona anche se portato avanti a occhi chiusi, e non abbiamo prove che qui il regista li abbia mai tenuti aperti, gli occhi. Però certo è tutto buttato via in maniera superficiale, toccando solo di sfuggita temi caldissimi che avrebbero meritato ben altro trattamento.
Se già Tom Skerritt è fuori parte nell’italiano broccolino, tutto famigghia e salame, figurarsi nella parte del giustiziere di mezzogiorno che alla notte manco ci arriva. E la mia citazione a Il giustiziere di mezzogiorno (1975) è per ricordare che persino Franco Franchi è stato migliore nella satira di genere e nella denuncia sociale allo stesso tempo.
Come vuole lo stile di Dino De Laurentiis, tutto è buttato in caciara e non ci sono elementi che da soli salvano il film, come capita nei rarissimi titoli di Dino sopravvissuti al tempo.
Un ultimo abbraccio a Tom Skerritt, attore dalla carriera sterminata ma tutta dispersa al vento da una distribuzione ridicola.
E grazie come sempre a Romulus per trovare e salvare chicche dimenticate.
Dopo aver letto La donna che visse due volte (1954), per “colpa” dell’amico Stefano, mi si è aperta la fame: sto vivendo una frenesia di lettura che sto assecondando finché dura (e fa pure rima), approfittando di ogni momento e di ogni tecnologia, compresa la lettura automatica di GoogleLibri, compagna di viaggio in auto e nelle faccende domestiche.
Primo libro che leggo del noto presentatore televisivo, molto prolifico dal punto di vista editoriale: ovviamente sono stato attirato dal tema del saggio, cioè l’uso del cinema italiano come specchio dei cambiamenti profondi di una società.
Lo spunto che anima questo libro corrisponde ad una delle poche cose che mi sono rimaste impresse dalla lettura di Alberto Sordi, storia di un italiano (2020) di Giancarlo Governi: cioè l’idea di raccontare gli italiani attraverso i film. Sordi infatti intorno agli anni Ottanta ha voluto usare le infinite pellicole in cui ha recitato per mostrare la storia degli italiani dal dopo-guerra in poi, scoprendo ciò che ancora oggi molti ignorano: la totale follia dei distributori assicura che il cinema non tornerà mai in vita. La RAI all’epoca ha pagato cifre mostruose per mandare in onda anche solo poche scene dai film con Sordi, sparsi fra mille case distributrici che vendono a peso d’oro quelli che sono cadaveri: nessuno oggi conosce il 90% della filmografia dell’attore, perché costa così tanto che nessuna emittente o piattaforma ha il coraggio di mandarla in onda. Per Sordi quei film erano suoi figli, e vederli sepolti vivi non è stato piacevole.
Floris parte avvantaggiato perché non deve mostrare video, che gli sarebbero costati cifre bibliche, bensì può riportare brani e passaggi chiave del meglio (e del peggio) del cinema italiano per raccontare la nostra contemporaneità, vizi e virtù di un popolo che non riflette mai su se stesso, quindi per studiarlo tocca affidarsi agli indizi involontari lasciati nei film.
Il podcast romano “De core” da anni chiede agli ospiti attori e registi come mai, secondo loro, ci sia questa profonda differenza fra il cinema “di una volta” e quello attuale, e ogni ospite ha dato una risposta diversa, segno che la questione è più complessa di quanto sembri: Floris fornisce lo sguardo esterno, quello raramente preso in considerazione, cioè quello dello spettatore. Che poi è l’utilizzatore finale, lo scopo unico per cui un film esista.
«È mia convinzione che nel racconto cinematografico (e in controluce politico) degli italiani si possa trovare conferma della vera anima del nostro popolo, quella che ha espressione e radici di gran pregio nella commedia all’italiana degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta e che, a ben vedere, dagli anni Ottanta in poi si ritrova anche nei tanto bistrattati cinepanettoni di Boldi, De Sica & Co.
È stata la commedia a dirci chi erano gli italiani: cittadini imperfetti, tragici, ispirati. A tratti tristi, a tratti felici, ottusi oppure geniali. Ignoranti, magari, ma intuitivi. Di volta in volta codardi o coraggiosi. Aspiranti al meglio che si può avere, qui e ora, nella vita che ci è data.»
In ogni intervista a Floris esce sempre fuori l’imbarazzo dell’intervistatore nello scoprire che un così serio e posato giornalista sia fiero estimatore dei cinepanettoni, passione sconfinata che rivendica in ogni occasione, e in questo saggio può dare non solo vasta prova di cultura cinepanettara, ma darci anche una chiave di lettura molto intrigante (e terribile) sul perché a un certo punto il genere sia scomparso dopo i grandi fasti: perché i personaggi che gli italiani irridevano, disprezzandoli per la loro grettezza, volgarità e propensione agli illeciti più sporchi… poi li hanno votati e ora ci governano. Ora quelle orribili macchiette rappresentano l’Italia e gli italiani, e non c’è più niente da ridere.
Attraverso una disamina attenta e spietata, Floris ritrova nella commedia italiana gli indizi premonitori delle varie evoluzioni della nostra cultura, fino all’esempio che mi ha rubato il cuore, dimostrando – com’è filosofia di questo blog – che l’immagine precede sempre il reale.
«Durante la crociera di Natale sul Nilo […] l’avvocato Ciulla/Christian De Sica scopre che la fidanzata del figlio è una sua ex amante. […] È mezzanotte del 31, Capodanno, e Ciulla cerca un’improbabile via d’uscita: “Ma bando alle ciance! Auguri a tutti!”. Il figlio lo colpisce con un diretto al volto (da terra: «Ma li mortacci tua… che, se mena a papà?»).
Adesso chiudete gli occhi: quest’altro film non potete ancora vederlo, c’è solo la sceneggiatura. Immaginate una festa di Capodanno nella provincia di Biella, siamo vicini a mezzanotte. C’è tanta gente che brinda, ma soprattutto ci sono i vip: un sottosegretario, un deputato, una sindaca e un bel po’ di poliziotti di scorta. L’onorevole, tipo macho, un po’ fascista, tira fuori dalla tasca una pistolina piccola piccola, e la mostra a un gruppetto di fan, tra i quali il poliziotto che fa da guardia del corpo al sottosegretario. Parte un colpo, e la pallottola colpisce la gamba del genero della guardia del corpo, che crolla a terra urlando. […]
“Che facciamo?” domanda un agente arrivato sul posto. “Proviamo a chiedere al sottosegretario” suggerisce un collega. Ma quello, interrogato, dice che lui non ha visto nulla, non c’era, proprio in quel momento era andato a buttare la spazzatura.
Ma come: a buttare la spazzatura? Un sottosegretario? Durante il veglione? Da solo? Senza scorta? Chi va a buttare la spazzatura a mezzanotte di Capodanno? […]
No, certo che non è la realtà. È la sceneggiatura di Natale a Biella. Con un po’ di fortuna avremmo potuto ritrovarci a fare tutti da comparse. Con il sottosegretario alla Giustizia (che idea!) come protagonista.»
Le cafonate su grande schermo del cinema che milioni di italiani hanno votato (cioè pagando un biglietto in sala) si sono evolute nelle cafonate che vediamo sul piccolo schermo del TG commesse dagli stessi personaggi, diventati però nel frattempo onorevoli, senatori e ministri, che milioni di italiani hanno votato (nelle urne). Quei ladri, corrotti, volgari e scopatori del grande schermo di cui milioni di italiani ridevano a un certo punto, con il nuovo millennio, gli stessi spettatori hanno considerato perfetti rappresentanti dell’italianità, e li hanno votati.
Una lettura veloce e deliziosa, un fiume inarrestabile di film italiani dal dopo-guerra ad oggi, con battute sagaci e frasi memorabili, a simboleggiare l’italianità in continuo mutamento.
Già ho citato più volte qui nel blog l’astrofisico Balbi, di cui invito a seguire il canale YouTube, è stato lui a dargli ma scintilla del mio amato ciclo sui tachioni e ho ceduto a questo suo nuovo saggio di divulgazione scientifica, sia perché uscito proprio il giorno del mio compleanno (13 ottobre) sia perché molto breve (all’incirca 140 pagine) quindi niente astro-pippone!
La tipica convinzione degli ufologi è che la “scienza ufficiale” (che non si sa bene cosa sia) mette a tacere le prove dell’esistenza di altre civiltà nell’universo, per non si sa bene quali motivazioni cospirazionistiche, quando invece astrofisici come Balbi passano gran parte della propria carriera a studiare l’universo in cerca anche solo della più vaga e labile traccia di qualcosa che potremmo chiamare vita: il giorno che venisse trovato un qualsiasi “qualcosa”, Balbi sarebbe molto più contento degli ufologi.
Purtroppo gli spazi infiniti continuano a rimanere silenti, malgrado tanti astrofisici come Balbi, con il mito di Carl Sagan nel cuore, continuino ad ascoltare con attenzione.
È così che mi immagino Amedeo Balbi!
Parte del saggio ci racconta l’entusiasmo con cui decenni fa ci si aspettava di trovare intere autostrade spaziali piene di segnali da altre civiltà, tutte pronte ad accoglierci in una Federazione dei Pianeti, per poi scoprire che dopo decenni niente, neanche un accenno di clacson da questa fantomatica autostrada interstellare, ma si tenta di analizzare anche ciò che comporta questo silenzio assordante.
Balbi infatti ci introduce ad una questione molto spinosa e con sfumature deprimenti. Esiste una tesi, chiamata “il filtro”, per cui si ipotizza che esista un limite oltre il quale le civiltà non vanno: non troviamo in giro nell’universo segnali di civiltà tecnologiche semplicemente perché c’è una qualche sorta di ostacolo che impedisce ad una civiltà di raggiungere quel tipo di tecnologia, un punto massimo dopo il quale ogni civiltà non può che crollare, non riuscendo così a lasciare tracce di sé nello spazio, anche solo vestigia di un glorioso passato.
Bastano quelle astronavi là dietro per capire che Balbi è uno di noi!
Fermo restando che per quanto ne sappiamo potrebbero essere esistite migliaia di enormi civiltà millenarie nel passato, ma noi solo da una manciata d’anni siamo “ricettivi”, fermo restando che parliamo di tempi e distanze talmente enormi da falsare ogni calcolo umano (per cui magari gli alieni sono milioni d’anni che ci chiamano ma ancora devono arrivarci quei messaggi!), la tesi del filtro crea una domanda scomoda: e noi umani… da che parte stiamo di quel “qualcosa”?
Se guardiamo alla vita sulla Terra, la razza umana è arrivata giusto una manciata di secondi fa, eppure in una quantità infinitesimale di tempo ha raggiunto progressi tecnologici incredibili: quindi abbiamo superato il “filtro”, in un qualche modo gli umani hanno superato l’ostacolo e siamo destinati a lasciare almeno tracce di noi in giro per la galassia, così che gli astronomi alieni potranno sapere che siamo esistiti? Questa è la tesi ottimistica: quella pessimistica è che il filtro deve ancora arrivare, e tutti i nostri sogni astrali stanno per infrangersi contro un qualcosa che ci impedirà di lasciare alcuna traccia nel silenzio degli spazi infiniti.
Per fortuna Balbi ci guida in questi due estremi indicandoci una strada più mediana, meno angosciosa, ma senza nasconderci le tesi alternative. Magari “dietro l’angolo” è pieno di civiltà aliene tecnologiche che mandano all’aria la teoria del filtro, solo che si trovano a così tanti anni-luce di distanza da noi che è come se non esistessero, e magari l’universo è tutto così: tante civiltà che si ignorano le une con le altre per via dell’enorme distanza. Sembra meno angosciosa come ipotesi? Non saprei.
«Questo è un libro che prova a esplorare un’idea che negli ultimi anni ha catturato la mia attenzione in modo sempre più pressante. Se dovessi riassumerla in una frase, sarebbe questa: quando scrutiamo il cosmo in cerca di altre civiltà, stiamo anche intravedendo il nostro futuro o, meglio, i nostri possibili futuri. Se è vero che là fuori la storia della vita si è ripetuta innumerevoli volte, in forme diverse, con molte possibili variazioni, e forse molto prima che qui, allora, quando osserviamo l’universo in cerca di altre specie intelligenti, non stiamo soltanto cercando di capire se siamo soli: stiamo, forse, cogliendo un’anticipazione del nostro destino.»
Una lettura veloce – 140 pagine sono un numero perfetto per un testo di astrofisica! – ma ricchissima di spunti, di storie del passato e idee per il futuro, di studi astrofisici in cui Balbi ci spiega con parole semplici concetti molto complessi, traducendo per noi i saggi che lui stesso pubblica a livello internazionale, pieni di equazioni e formule brutte che nessuno di noi vuole vedere. Qui solo testo, niente numeri!
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