
Siamo qui.
Sepolti.
Rinchiusi in questa bara in fondo al mare.
Siamo vivi, e già morti.
Siamo senza memoria né coscienza.
Privi di perdono per noi e per gli altri.
Peggio, siamo senza fiducia in alcun dio.
Ho sognato di stringere la mano di mio padre,
di togliere le catene dai piedi di mio fratello
e pettinare i bei capelli, ancora neri, di mia madre.
L’ho fatto. Giuro. Sono stata io a farlo.
Liberatrice di popoli resi schiavi dal tempo.
Ho scoperchiato i sepolcri e resuscitato i morti.
Sacerdotessa e divinità credente di me stessa.
Per essere forte, per esser guerriera,
ho tagliato la bella chioma d’onda marina,
e reciso i rampicanti dei miei desideri.
Ho fatto irruzione tra i potenti,
cantando le canzoni della mia infanzia.
Era già sera.
Ogni follia ha la sua storia
I suoi lunghi capelli castani, appena screziati di grigio, sciolti sulle spalle e legati in modo fanciullesco sulla parte superiore della testa, le conferivano un’aria decisamente giovane. Sebbene quelle venature canute rivelassero qualche anno di più o, semplicemente, un invecchiamento precoce.
Mi dava le spalle, rivolta verso lo sportello del casellario giudiziario. Parlava con un’impiegata, annoiata e stanca di ripeterle sempre la stessa solfa:”Non possiamo aiutarla, deve rivolgersi a…”
Io non riuscivo a carpire tutte le parole della donna estenuata dalle insistenti richieste della pretenziosa cittadina. Seguitavo ad osservarla, però, perché il suo aspetto aveva qualcosa di sinistro e pietoso insieme. Una giovane precocemente invecchiata o una vecchia ostinatamente giovane: il dilemma era avvincente.
Tuttavia non ero sufficientemente motivata a scoprire l’arcano, volevo i miei certificati, il prima possibile. Dato che la donna, dall’età indefinibile, continuava a ripetere frasi sconnesse in un tono sempre più incalzante, facendo perdere tempo sia a me che alle impiegate, mi appassionai al suo caso. Avevo compreso che non si poteva far altro che aspettare, così mi appoggiai svogliatamente allo stipite della porta con le braccia conserte: espressione massima del mio disappunto.
La sconvolgente creatura si esibiva in un quasi monologo, di tanto in tanto interrotto dai dinieghi delle impiegate, profondendosi in invettive contro fantomatici stalker, persone che “mi seguono ovunque vada”, aveva dichiarato, con fare esaperato. “E mia madre, mia madre vive sola in via Ghibellina. Questi entrano e rubano, fanno quello che vogliono…”, giustificava così la sua indignazione e la richiesta d’aiuto. A chi? A qualcuno che avesse a che fare con la giustizia, i magistrati, le istituzioni. Chi poteva aiutarla?
Nella mia mente si affollavano svariate congetture. Per qualche istante, mi ritrovai a chiedermi di chi stesse parlando. Chi erano questi tizi loschi che perseguitavano lei e sua madre? E come poteva la giustizia lasciare che facessero impunemente razzia dei beni della sfortunata donna?
Devo dire che per me era straordinariamente arduo concentrarmi sulle parole, e non indugiare sui pantaloni da mimetica, la canotta di un celeste stonatamente vivace e quelle caleidoscopiche scarpe da ginnastica. Alla fine, però, riuscii ad estraniarmi dalla stramba figura e dai suoi deliri persecutori.
Il mio sguardo si spinse più in là, oltre la sua spalla, ad incontrare gli occhi furibondi dell’impiegata, che non appena notò che la osservavo, speranzosa, mi chiese cosa desiderassi. In un sol colpo avremmo liberato due persone! Così, mi avvicinai allo sportello con passo malfermo, le arrivai alle spalle; non si mosse, non girò la testa di lato per guardarmi, continuò inesorabilmente la sua invettiva. L’impiegata m’invitò ad entrare dentro l’ufficio, per firmare i documenti. Quando i nostri sguardi si incrociarono nuovamente e, con l’ultima spiegazione, la pazza venne allontanata definitivamente, la dipendente rispose ad una domanda mai posta:”Sa il caldo…”
Alludeva chiaramente al comportamento sconveniente della cittadina reclamante. Io non so dire se tacqui e continuai a scrivere o le feci un sorriso di circostanza.
Uscita dal tribunale mi ritrovai la pazza dietro, portava grossi occhiali scuri e borbottava tra sé. La distanziai parecchio e mi fermai al semaforo. Lei mi raggiunse, rimase di fianco. La osservai per un po’ con la coda dell’occhio, infine tornai a guardare il semaforo dinanzi a me. Quando tornai a cercarla con lo sguardo, era sparita, volatilizzata. Mi girai istintivamente a cercarla in tutte le direzioni verso cui potesse essersi allontanata: nulla.
Tornando a casa il mio pensiero la mise a fuoco e mi domandai ancora se era davvero pazza, o semplicemente più saggia e avveduta degli altri. Mi chiesi se quelli che la seguivano, e entravano e uscivano da casa di sua madre, non fossero in realtà i suoi demoni più spietati. E in ultimo, se ci fosse giustizia, umana o divina, in grado di difenderla.