Interrompere qualunque fatica stia facendo, legna, prato, orto o pedale, per stare con gli occhi in su a guardare la scia prima che si dissolva nel blu. E poi provare a capovolgere il mondo, sei in cima a un faro e osservi la spuma bianca lasciata dalla nave ormai lontana sul cobalto del mare.
Ci hai mai pensato? Non esistono due sassi uguali sulla Terra, che pure lei è un sasso scagliato nel buio cosmico. Cambia la forma, cambia la provenienza, cambia il colore, il peso, la consistenza, la struttura chimica, ma sono tutti sassi allo stesso modo, esattamente come capita con noi umani, tutti diversi uno dall’altro eppure identici, anche quando nasciamo, io qui e tu là agli antipodi, del globo, del denaro o della fame.
si rinnova il consueto appuntamento a casa di Luz (https://iolaletteraturaechaplin.blogspot.com/2026/10/scripta-ludus-x-edizione-la-gara-degli.html) per giocare insieme. C’è tempo fino a Domenica mattina per inviare alla sua casella di posta il FINALE di un racconto di vostra creazione, facendovi ispirare da una delle tre foto da lei proposte. Andate a leggere il regolamento e a vedere le fotografie sul sito di Luz di cui ho riportato poco sopra il link. Spero di incontrarvi numerosi nel suo salotto.
Tutte le mattine, quando il cielo cominciava appena a rischiarare, Samuel si metteva a pettinare la sabbia col rastrello di legno e poi a ripassarla con il tappeto al traino. Un lavoro faticoso e non era nemmeno il suo lavoro, ma gli serviva per raggranellare qualche euro in più, lui era bagnino di salvataggio. Fosse stato in California, come spesso fantasticava, lo avrebbero chiamato bay-watcher e avrebbe passato il tempo a rianimare e poi a scoparsi bionde pettorute travolte dalle onde. Invece era in Romagna e, con un mare poco più di una pozzanghera, nessuno rischiava di annegare, se non qualche crucco che ci cascava dentro ubriaco. Uno schifo appiccicare le labbra a quelle bocche che puzzavano di birra e crauti e massaggiare quella ciccia tremula, dove da qualche parte, forse, c’era nascosto il cuore.
Anche lei arrivava in spiaggia prima che sorgesse il sole, una tunica zafferano lunga fino ai piedi e un turbante rosso in testa, una macchia quasi fosforescente in quella luce ancora incerta. Con un cenno che faceva schiattare Samuel dalla rabbia gli indicava la sdraio e il lettino chiusi accanto al suo ombrellone. Pretendeva che lui li aprisse al suo arrivo senza dover fare lo sforzo di chiederglielo. Lui faceva lo gnorri e continuava a rastrellare lì vicino. Una scenetta quasi quotidiana che rischiava di impantanare i loro rapporti in un tignoso tiramolla, lei a ripetere il gesto in modo più perentorio, Samuel a insistere nel non capire, fino a che uno dei due si rassegnava alla superiore cocciutaggine dell’altro. Di solito era lui a cedere, che quando si scocciava preferiva tagliar corto. Per molti giorni le aveva voltato le spalle appena eseguite le sue richieste, e quando gli era capitato dopo qualche ora di cercarla con lo sguardo tra gli ombrelloni affollati non l’aveva più ritrovata. Anche se antipatica, quella signora lo incuriosiva. Così, un mattino non diverso dagli altri, Samuel si arrampicò prima del solito sulla sua postazione d’avvistamento per controllare che cosa facesse lei in spiaggia a quell’ora strana. La donna sedeva in faccia al mare e stava immobile, come fosse stata al cinema, l’orizzonte rosa al posto dello schermo. Non riusciva a darle un’età, poteva averne trenta come cinquanta, il profilo era ancora delicato, ma la pelle del viso sembrava indurita come cartapecora e le labbra erano grinzose. Comunque fosse, stava lì, imbronciata e ferma, fissando il punto in cui stava sorgendo il sole. Il ragazzo provò a guardare nella sua stessa direzione. Non ci aveva mai fatto caso: all’alba il sole era di un rosso diverso che al tramonto, non la tonalità del colore, ma la sua intensità, come se la nascita fosse più timida della morte. Guardò ancora qualche istante verso il mare, poi scosse una mano per contrastare quei pensieri troppo leziosi e tornò a osservare la donna. Sembrava sopraffatta dall’emozione. Lui prese il binocolo che teneva appeso ad un bracciolo del seggiolone e si mise a studiare il suo volto. Lacrime sottili solcavano le guance e cadevano indifferenti sulla sabbia come gocce da un rubinetto difettoso che nessuno provvede a riparare. Samuel sbuffò, la signora in giallo lo irritava. Domani avrebbe troncato sul nascere il solito balletto delle sdraio aperte o ancora chiuse e lo avrebbe fatto nel modo più brutale. Le lacrime mi fanno incazzare, disse alla brezza che spirava dal mare.
Al primo cenno della donna, il ragazzo poggiò le mani e il mento sul manico del rastrello e rimase lì a fissarla con un sorriso beffardo stampato sulle labbra. Lei di rimando lo guardò con aria torva, sibilandogli contro: allora me la apri ‘sta sdraio? che non lasciava dubbi sul pessimo umore con cui si era alzata quel mattino. Anzi le occhiaie nere e il pallore giallastro del volto, su cui spiccavano due spesse righe di matita malferma al posto delle sopracciglia, facevano pensare che la donna, più che alzarsi di malumore, non avesse proprio dormito quella notte. – La signora vuole essere servita a puntino e in fretta. Ma perché non se ne sta in albergo anziché venire qui a rompere i marroni a chi lavora? Tanto, piangere per piangere, lì o qui che cosa cambia? Sulle ultime parole Samuel spalancò con rabbia sdraio e lettino. La donna lo ignorò e si sedette come sempre rivolta verso il mare. Solo dopo che si era compiuto il rito dell’alba, lei parve accorgersi che il ragazzo non si era mosso di lì. Era accovacciato sulla sabbia poco distante da lei. – Beh, che ci fai ancora qui?- chiese senza stizza, asciugandosi il volto con il dorso della mano. – Non la capisco– rispose lui sistemandosi il cerchietto che tratteneva i suoi capelli selvaggi. – Non c’è niente che tu debba capire. – Le lacrime m’imbarazzano. Non le giustifico mai. – Non ti riguardano. – Cazzo, viene qui tutte le mattine a piangere, sulla MIA spiaggia. In qualche modo mi riguarda. – Mia! Ragazzo, non ti sembra di prendere troppo sul serio il tuo lavoro?- un pallido sorriso le aveva disteso le labbra. – Voglio dire che sono responsabile di quel che succede in questo tratto di mare, dentro e fuori dall’acqua. Io da lassù- disse indicando il suo trespolo- controllo tutto per prevenire le situazioni di pericolo. – Ahah, ma io non sono un pericolo. Non sono proprio. – Io la tengo d’occhio, lei è diversa dagli altri bagnanti. L’ora stramba a cui arriva, le cose bizzarre che fa, sì, insomma, prima gli atteggiamenti da gran diva, poi le lacrime. E non l’ho mai vista entrare in acqua. – L’acqua mi fa paura, soprattutto a quest’ora che è ancora scura e fredda. – E allora faccia il bagno a mezzogiorno. – Non posso. – Già, lei a quell’ora è già sparita. Mah! Mi chiedo cosa.. – Su ragazzo, torna al tuo lavoro e non farti troppe domande. Scusa, ma ho bisogno di stare sola.- Non c’era più nulla di altezzoso nelle sue parole, piuttosto assomigliavano al fervore stanco di una preghiera. Samuel si allontanò meditabondo, senza salutarla, ma intanto aveva dimenticato i propositi battaglieri con cui aveva iniziato quello scambio di battute. La donna, una volta rimasta sola, non fece granchè di diverso dal solito nulla, finchè non decise di alzarsi e andarsene.
Il mattino seguente quando arrivò in spiaggia con il suo passo secco, quasi marziale, trovò la sdraio già pronta, nella posizione che voleva lei. Si guardò intorno, ma del ragazzo nessuna traccia. Samuel comparve solo più tardi, reggendo due bicchieri di carta. – Scommetto che non ha fatto colazione. Ho pensato che un succo d’albicocca l’avrebbe gradito. – Grazie. Mi chiedevo dove fossi finito. – Mi sono tenuto alla larga. – E perchè? Avrei voluto ringraziarti per la sdraio. – Appunto. E poi volevo evitare di vederla piangere. L’ha già fatto, vero?- chiese sornione, indicando il sole ormai alto. – Dai, non infierire.- rispose lei con un sorriso triste. – No davvero, veder piangere una donna mi mette a disagio. Anzi, per dirla tutta, m’incazzo proprio, perché di solito una donna piange per motivi banali. A quelle parole lei s’irrigidì, recuperando la maschera dura che l’aveva accompagnata in quei giorni. Stette zitta per un po’, poi sbottò: – Ma che ne sai tu, stronzetto? Che ne sai del mio bisogno di conferma che davvero sta nascendo un altro giorno? Che ne sai del perchè non tollero il tramonto? Sparerei al sole che muore, se non fosse che è lo stesso del mattino. Che ne sai di me? – E che sarà mai? Un uomo l’ha mollata giusto mentre il sole calava all’orizzonte? O l’alba le fa dimenticare che gli anni passano veloci? Tutte fesserie che meriterebbero una risata e non un pianto. Di nuovo un lungo silenzio dove la donna montava rabbia come una chiara d’uovo. – Questa ti pare una fesseria sufficiente, testa di cazzo?- esplose all’improvviso. Era schizzata in piedi cercando con le mani che tremavano di allargare lo scollo della tunica. Aveva agito con tale furia che alla fine l’aveva strappata in un profondo squarcio. Al posto del seno sinistro sembrava brillare una cicatrice recente. Subito dopo la sfuriata raccattò le sue cose e se ne andò, stringendosi la veste al petto. Samuel rimase qualche istante inebetito, poi cadde in ginocchio e vomitò con violenza sulla sabbia immacolata.
Per parecchi giorni il ragazzo, appollaiato sul suo trespolo, studiò i gesti e le parole con cui rimediare alla propria stupidità. Perché si sentiva doppiamente stupido: per essersi interessato, proprio lui che si faceva sempre i fatti suoi, alla donna dell’alba con l’intento di smuoverla dal suo torpore, e per non aver capito in tempo che quella piccola pozza che lei formava un mattino dopo l’altro sulla sabbia era in realtà più profonda dell’Adriatico. Per un bisogno di riparazione, Samuel ogni mattina apriva la sua sdraio e poi si allontanava spiando da lontano l’arrivo della donna. L’avrebbe invitata in acqua e, tenendola per mano, l’avrebbe accompagnata al largo fino a farle sentire il vuoto infinito sotto i piedi. Ci sono qua io, le avrebbe detto in un sorriso largo per vincere le sue paure. Allora si sarebbero immersi fino a toccare il fondo e poi insieme risalire rinfrancati. Era tutto così semplice, non ci sarebbero state più lacrime. Andò avanti a immaginarsi il giorno perfetto dell’incontro fino alla fine della stagione, ma la signora senza nome non tornò più a vedere l’alba sul mare.
Il viaggio gioioso delle foglie alla prima brezza, ma seguirne una fino a terra è un minimo dolore tanto ci assomiglia il suo destino, la Dora che smagrisce dopo i fasti dell’estate alimentati dal ghiacciaio e il ghiacciaio lassù che si rimpolpa alla prima nevicata, una cosmesi malinconica che non cancella le sue rughe, la collina della Serra che si prepara al grande spolvero, percorrere il crinale tra betulle variopinte e castagni fiammeggianti e dopo qualche giorno ripercorrerlo, la ruota che separa il mare di foglie lasciando una scia come un motoscafo, la nebbia la pioggia e il sole in equilibrio sopra i campi, ho visto l’arcobaleno, ieri, grandioso e preciso come disegnato, le ortensie messe a seccare a testa in giù, le ultime pallide rose dalla bellezza disperata come cantasse un cigno, i cachi che quest’anno stentano, forse non vogliono dare il cambio ai pomodori che ancora caparbiamente arrossano, la vicina pianura ondulata di vigneti e ulivi da pedalare fino al lago che c’è sempre un lago nella mia idea di bicicletta, e la lontana Valtellina che ci aspetta per il consueto appuntamento, ho nostalgia del suo Sentiero odoroso di funghi, resina e letame, le scorte di legna da spaccare e accatastare che presto sarà ora della stufa e la stufa a sostenere da sola il tepore della casa, sarà quasi un orgoglio tener spenti i caloriferi a novembre.
Nicola è ricomparso nella mia vita questa mattina, dopo oltre vent’anni, così dal nulla, a ricacciarmi nel passato mentre io ero proteso verso il nuovo millennio ormai alle porte. Come abbia fatto a rintracciarmi a Gibilterra non me l’ha voluto dire, ha fatto solo un gesto vago con la mano, come usava un tempo quando noi lo pressavamo di domande e lui non voleva fornire troppi dettagli; dopo quel gesto noi non si chiedeva altro.
Le api, le vespe, i calabroni avevano cessato di piluccare il polline volando di fiore in fiore con quel ronzio che Camillo trovava allarmante, un preavviso di pericolo incombente, e le zanzare, bontà loro, non minacciavano più la sua pelle troppo delicata. Il sole aveva smesso la ferocia e, come certi malviventi che si costringono alla buona condotta per ottenere una riduzione della pena, aveva indossato l’abito buono del tepore e delle languide carezze per riconciliarsi con lui che per tutta l’estate era rimasto rintanato in casa davanti a un ventilatore.
C’è un luogo di poche pretese e sommessa bellezza non lontano da qui. Io lo chiamo la valletta dei non, di rimbalzo forse dalla rinomata valle trentina delle mele, di cui del resto non ha l’ampiezza né l’imponenza dei frutteti. Qui tutto è ridotto ai minimi termini e alle occasioni mancate.
Mi sveglio accecato da una luce violenta: Paola nella notte deve aver scostato la tenda della porta-finestra per far entrare un po’ di fresco. Nel dormiveglia la chiamo pensando che sia in bagno, nessuno risponde. Ho ancora sonno, ieri ho guidato dodici ore di fila, da mezzogiorno a mezzanotte, per regalarle due giorni al mare, che a me il mare nemmeno piace. Ficco la faccia nel cuscino e mi riaddormento.