Che cos’è stato più preoccupante quest’anno? La guerra in Ucraina con lo spettro di una degenerazione del conflitto a scontro nucleare tra Russia e Stati Uniti? Oppure le numerose giornate in tutt’Europa a 40°C, segno inequivocabile della deriva climatica sempre più estrema? Oppure ancora la crisi energetica incipiente che rischia di mettere perennemente in questione il modello di vita occidentale? Certamente non vanno dimenticate la prolungata stagnazione dell’economia, la progressiva erosione del benessere della classe media, l’inflazione galoppante e la povertà acquisita per un numero sempre maggiore di giovani precari. Insomma, i fattori ansiogeni sono numerosi in questo 2022 e nuove ombre si profilano all’orizzonte. Un centinaio di persone al giorno continuano a morire di Covid nei paesi europei, ma le altre preoccupazioni sono così grandi che la pandemia non fa neanche più notizia.
Ora c’è da chiedersi se questa visione fosca del futuro sia dovuta ad un declino socio-economico oggettivamente in atto, oppure il risultato di una deformazione cognitiva dovuta al sensazionalismo apocalittico dei media, oppure ancora la semplice conseguenza dell’età di chi la formula, spesso ben oltre il picco dela gioventù e tendente alla nostalgia.
Cominciamo questo ragionamento dall’idea di progresso. L’ideale di un futuro inevitabilmente migliore ha guidato il pensiero occidentale per almeno centocinquant’anni. Diversi studi di analisi testuale hanno mostrato che, a partite all’incirca della fine degli anni 1990’, la parola progresso ha cominciato a farsi più rarefatta nei discorsi pubblici, nelle pagine dei futuristi e nelle menti dei cittadini comuni. Piccolo flashback.
Nel 1991 finiva l’Unione Sovietica, il mondo occidentale si scopriva detentore dell’unico modello funzionante di crescita e di gestione della società e intellettuali influenti parlavano, senza arrossire davanti a una tale enormità, di fine della storia. Coniugare progresso e fine della storia è semanticamente quasi impossibile, ma nei decenni successivi non ci si è semplicemente accontentati di rinunciare al progresso; prima si è cominciato a parlare sommessamente di decrescita, poi di declino e infine a paventare un vero e propio collasso della civiltà.

Emblematico è il film Matrix, film culto del 1999. Nel descrivere il futuro distopico in cui le macchine hanno preso il dominio sulla terra e sugli uomini, Morfeo spiega che le macchine hanno scelto il 1999 come anno in cui vengono proiettate le immagini della matrice perché quello fu l’anno in cui la società umana raggiunse l’apice della civiltà. Certo si trattava di un espediente narrativo per inserire la distopia futura nell’allora presente, ma è significativo che le sorelle Wachowski già vedessero il XXI secolo non come l’avanzare del progresso, ma come la fine della nostra civiltà.
Quattro anni dopo, il 26 novembre del 2003 volava per l’ultima volta il concorde, un aereo dalle forme leggendarie e l’unico mezzo supersonico su cui un privato cittadino abbia mai avuto il privilegio, o il sogno, di poter salire. Il Concorde non era economicamente profittevole. Inoltre, l’incidente mortale di un Concorde alle porte di Parigi in quello stesso anno aveva definitivamente convinto i dirigenti di Air France e British Airways a mettere fine ad un progetto mitico dell’aviazione che per più di cinquant’anni aveva fatto innamorare i bambini degli aeroplani e del progresso.
Nel 2007, Steve Jobs il visionario lanciava l’iphone e cambiava per sempre l’uso del computer e della telefonia. Lo stesso anno, però, cominciava anche la crisi dei mutui subprime e a cascata di tutto il credito internazionale. Era la più grande crisi economica mondiale dal tempo della crisi petrolifera degli anni 1970′. A seguito di quest’ultima però, la ripresa del cammino del progresso si era percepita sia a livello sociale, con l’abbattimento del muro di Berlino, che tecnologico, con l’introduzione di progetti entusiasmanti come il TGV in Francia, la robotica avanzata in Giappone o l’invenzione del World Wide Web al Cern di Ginevra.
Dalla crisi del 2008, invece, si può avere il legittimo sospetto di non esserne mai veramente usciti. Socialmente si è assistito a un impoverimento del mercato del lavoro, sempre più tendente alla precarietà e ad asservire le logiche del patronato invece dei diritti del lavoratore. La crisi dei debiti sovrani del 2010-2011 ha spezzettato l’Europa e innescato due referendum simili e clamorosamente opposti: quello del 2015 in cui Greci votarono con una schiacciante maggioranza per un’uscita dall’Euro, e quello del 2016 in cui i Britannici votarono per l’uscita del Regno Unito dell’unione Europea. Ai Greci venne detto apertamente che il loro voto non contava, mentre i Britannici, con grande sorpresa e sconforto delle altre capitali europee, decisero “scelleratamente” di adeguarsi alla volontà popolare. Il continente che sembrava destinato a una sempre più forte e fraterna integrazione quando nel 1989 i ragazzi portavano a casa frammenti del muro di Berlino, nel 2016 si trovava a fare fronte al riemergere dei nazionalismi e al disamore dei cittadini verso il progetto europeo.
Ma l’Europa unita era solo il piccolo sogno di una piccola parte del mondo. In una più ampia prospettiva, l’occidente aveva vinto la sua battaglia culturale contro l’impero sovietico e i socialismi del mondo grazie a due suoi valori fondamentali: la libertà e la democrazia. In occidente la stampa godeva di una tale libertà di parola e di denuncia da essere stata definita il quarto potere. Leggendaria fu nel 1972 l’inchiesta giornalistica del Washington Post, il famoso Watergate, che portò alle dimissioni del presidente Nixon. Nel 2007 Wikileaks metteva alla luce, grazie al trafugamento di documenti riservati, scandali di proporzioni gigantesche relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq e sul riciclaggio di denaro sporco. Nel 2013 Edward Snowden rivelava al mondo, da una stanza di un albergo di Hong Kong, il programma di sorveglianza di massa che gli Stati Uniti avevano messo in pratica grazie alla NSA. Oggi Julian Assange di Wikileaks dopo anni miserabili di vita in fuga è stato estradato negli Stati Uniti dove finirà la sua vita in carcere, mentre per Eduard Snowden il mandato di cattura è ancora valido e il codardo per non dover pagare il prezzo di aver rivelato pubblicamente verità scomode è andato a nascondersi nella Mosca di Putin, primo nemico del mondo libero.
Se la libertà ha preso qualche colpo, la democrazia non emoziona più nessuno. I leader occidentali e le élite economiche sembrano essersi convinti che la democrazia è malata e che le decisioni più importanti per le società dovrebbero essere messe “al riparo del processo democratico”. Secondo diversi opinionisti, l’elezione di Trump alla guida degli Stati Uniti nel 2016, il voto sul Brexit, l’ascesa dei partiti nazionalisti in gran parte dei paesi occidentali sarebbero la prova evidente che l’elettorato è troppo poco informato e facile vittima delle fake news. Alcuni arrivano persino a domandarsi se sia legittimo distribuire a tutti, ignoranti e razzisti compresi, il suffragio universale. Continuiamo a votare per tradizione e perché in fondo le élite devono pur giustificare su di una qualche base giuridica le loro rotazioni di potere, ma intanto ad ogni elezione aumentano regolarmente le proporzioni dell’astensionismo e dei cosiddetti partiti antisistema.
Che cos’è oggi nella sfera politica il progresso? Per alcuni difesa dello status quo, per altri decrescita, per altri ancora chiaramente regresso, nel senso di ingranare una marcia indietro storica verso un passato che sembra migliore del futuro che ci attende. Con queste prospettive, come sorprendersi della scomparsa generalizzata degli ideali e del sol dell’avvenire?
Veniamo adesso alla questione demografica e veniamoci con una foto e una confessione. La foto è questa: ci sono nello stesso aeroporto e nello stesso momento un Concorde della British Airways in fase di decollo e un boeing 747 a riposo con uno space shuttle caricato sulla carena. È una foto del 1986, io non ero ancora nato, ma dentro a quel sogno ci ero nato. La guardo e non posso fare a meno di emozionarmi ancora e di crederla bellissima. Quella foto è vecchia di due generazioni, ma per quanto mi riguarda profuma ancora di futuro. Il che mi fa arrivare alla confessione: sono diventato abbastanza vecchio da rimpiangere il tempo di quando ero giovane. Vale per la foto del Concorde e dello Space shuttle, ma anche per i film della mia infanzia, per i giocattoli elettronici della GiG, per le miniature dei soldatini, i giocattoli meccanici, i cartoni educativi, eccetera.
Questa piccola nota biografica c’entra con la questione demografica perché non è scontato che una popolazione che mediamente ogni nuovo anno invecchia, possa volgersi al futuro con la stessa facilità delle generazioni che l’hanno preceduta. In Francia oggi l’età media è di 43,6 anni per le donne e 40,8 per gli uomini, nel 2012 era 41,9 e 39,0, nel 1992 38,5 e 35,5. In 30 anni abbiamo invecchiato la popolazione di 5 anni. E la Francia in quanto a salute della demografia è tra i primi della classe. In Italia nel 2021 l’età media globale era 45,5 anni, nel 1991 era 38,9 e nel 1961 era 33,5, cioè più giovane di me che scrivo.
Abbiamo visto che negli ultimi vent’anni la frequenza dell’uso della parola progresso è costantemente diminuita fino quasi a scomparire. Al suo posto le si è preferito il termine innovazione che, se a prima vista sembra un sinonimo o almeno un concetto imparentato con il temine progresso, in realtà è un qualcosa di ben diverso. Innovazione, nell’accezione contemporanea del termine, è produrre processi, oggetti e sistemi nuovi. Più efficienti, attrattivi, ergonomici, meno costosi ed in questo senso migliori. L’idea di progresso è più profonda del semplice fare le cose meglio. Si tratta di immaginare e costruire un mondo migliore, un’umanità migliore. È molto più nobile, giovane e rivoluzionaria come idea rispetto a quella dell’innovazione che invece non turba nemmeno i vecchi più reazionari.
È possibile che nel modo declinante dipinto dalla narrazione corrente ci sia, oltre ai fatti precedentemente citati, anche una distorsione collettiva dovuta all’invecchiamento della popolazione? In fondo l’età media è più vicina a quella tipica del cinismo rassegnato, che dell’ottimismo speranzoso. Allo stesso tempo, negli ultimi due secoli, è stata la gioventù studentesca ed operaia ad essere il motore dei cambiamenti più profondi, sociali più che tecnologici, che oggi vantiamo come conquiste dell’occidente. Oggi invece la gioventù è disarmata, numericamente insignificante e tristemente rassegnata al declino e tendente al rancore verso le generazioni precedenti che l’hanno condannata al precariato e a dover far fronte al cambiamento climatico.
Mi si obietterà che il problema della demografia è solo presente nel mondo sviluppato e che la gioventù non manca in Africa o in India. Giusto, ed infatti è con questa gioventù che si dovranno confrontare i nostri governanti per gestire la probabile crisi migratoria. Però è anche probabile che la nozione di progresso sia ugualmente correlata, oltre che con l’età della popolazione, anche con il suo livello di nutrizione e tempo libero. Aspettando di
accrescere benessere e istruzione della gioventù africana, dovremmo forse preoccuparci di come compensare a casa nostra l’incremento dell’età media con un maggior peso decisionale dei giovanissimi nella nostra società.
Se certamente non basta ascoltarli e invitarli a qualche conferenza (emblematico è il triste caso della svedese Greta Thumberg), allora la soluzione più ovvia consiste nel dar loro maggior peso politico. Ora, se per colpa della demografia, il voto dei giovanissimi diventerà sempre più marginale, allora perché non ripensare il sistema di voto? Invece di rimettere in causa il concetto stesso della democrazia, l’innovazione potrebbe consistere nel superare il sistema della semplice maggioranza numerica. Al netto di exit poll e campagne politiche sui social network, al giorno d’oggi votiamo ancora con lo stesso sistema di oltre cento anni fa. Un foglietto di carta per una persona.
In questo sistema il voto dell’avvocato vale quanto quello del muratore, e questa è democrazia. Ma è giustizia che il voto del giovane valga esattamente come quello del vecchio? Qualunque direzione politica intrapresa oggi, impatterà molto più a lungo sulla vita del giovane che su quella del vecchio. Sarebbe semplice compensare questo squilibrio con un sistema di voto basato sulle quote di futuro in cui ogni persona esprime tante voci di voto quanti sono gli anni che la società promette di offrirgli.
Se partiamo dal presupposto di volere costruire una società che ambisca a garantire a ciascuno di vivere degnamente almeno 80 anni di vita, il diciottenne al suo primo voto sta scegliendo che direzione imprimere ai suoi prossimi 62 anni. Diamogli 62 voti. Il trentacinquenne in carriera ne dispone ancora di 45 e i suoi genitori, prossimi alla pensione e spesso già nonni, ne avrebbero ancora una decina. A partire dai 79 anni si disporrebbe di una singola voce elettorale. Se con il sistema della maggioranza numerica, il peso del voto per età coincide semplicemente con la curva demografica, ecco come cambierebbe il peso dei giovani al voto in un sistema basato sulle quote di futuro:

La distribuzione in rosso rappresenta il sistema attuale, dove la maggioranza viene espressa per numero di cittadini. In questo sistema, dei 49,7 milioni di potenziali votanti in Italia più del 50% dei votanti ha 52 anni o più. La distribuzione blu rappresenta il sistema basato sul calcolo delle quote di futuro individualmente disponibili. Ora il 50% dei voti viene espresso da cittadini che hanno meno di 40 anni.
Avrebbero idee sbagliate? Certamente. Combatterebbero battaglie inutili? Lo spero. Il mondo che immaginano i giovani è irrealistico e provoca fastidio negli oltre quarantenni? Ottimo. Sono tutte cose che gli anziani gridavano quando la piramide demografica dava loro torto e il progresso era vivo nell’immaginario di ciascuno.
Abbiamo un disperato bisogno di credere al futuro e di giovani che possano realizzarlo. La peggiore strada percorribile, visti i limiti della crescita e lo sfruttamento criminale delle risorse del pianeta sarebbe quella di spingere per un ulteriore incremento demografico. Visto che non è possibile ridare il giusto peso sociale ai giovani attraverso la demografia, troviamo il modo di dare loro un più importante peso politico. Personalmente passerei al sistema delle quote di futuro anche domani, ma forse ci sono altre soluzioni ancora più efficaci.
Sarebbe triste se fossimo così sclerotizzati e vecchi da non provare a rimetterci in questione.

