Sugli ultimi film di Wes Anderson la penso molto diversamente dal mantra collettivo che li indica come espressione di una maniera che ha ormai poco da dire, la penso praticamente al contrario. Asteroid City (2023) è, negli ultimi anni, uno dei pochi film che mi sia venuta voglia di rivedere a stretto giro, ed è un “piccolo film” dagli equilibri eccezionali, un capolavoro di volti e geometrie che unisce cerebrali forme a incastro con un’anima, una reale ragione d’essere. Non faccio tutta la storia del mio rapporto con Anderson, ma dal suo incontro rivelatore, 25 anni fa con I Tenenbaum (e poi con i bellissimi Zissou e Darjeeling), non è stato certo tutto rose e fiori, da Mr. Fox a L’Isola dei Cani mi mancava sempre qualcosa.
A partire da The French Dispatch, e poi in maniera più completa a accattivante con Asteroid City, Anderson mette a dura prova la sua forma, ne esalta alcuni aspetti ed esaspera altri. L’impostazione è ormai apertamente teatrale, con scenografie essenziali, da libro pop-up per bambini, da cui spuntano fuori le sagome degli attori, consapevoli di essere parte di una messa in scena. La sceneggiatura è accuratissima, tanto da riuscire a portare calore nell’eccentrica fissità dei quadri. Asteroid City è stratificato in tre livelli di narrazione, ognuno costruisce il successivo e il primo si rivolge allo spettatore, ricordandogli che quello a cui sta assistendo è un racconto e invitandolo a portare qualcosa nella sua realtà, l’unica.
La scena dell’incontro del protagonista, attore di un documentario sulla rappresentazione teatrale di cui è parte, con un’attrice il cui ruolo è stato tagliato. Un dialogo da balcone a balcone che ha qualcosa di eccezionale. Il protagonista ha perso la moglie, ma la questione non viene mai trattata direttamente, è in questa scena, in maniera indiretta e in un incontro che non è parte della pièce, che si concentrano la mancanza, la perdita, il distacco. Anderson trova in una forma esasperatamente artificiale il modo per trasmettere l’emozione, e questa è una delle scene più “romantiche” della sua filmografia.
L’apparizione dell’alieno, nel centro geometrico del film, è una trovata spiazzante, lisergica, assolutamente divertente. Le apparizioni di Scarlett Johansson sono perfette, un personaggio che ne racchiude tanti e, anche lei, consente di dare alle scene una profondità opposta e complementare alle visioni frontali e piane del regista. Il tono del film è complesso, continua a prendersi in giro e nascondersi, e intanto costruisce un sentimento nostalgico, di rapporti complicati tra gli adulti, di complicità tra bambini che sanno e sopportano più di quanto dovrebbero. La realtà invade il campo degli attori – la piastra realmente accesa su cui il fotoreporter mette la mano – e il dolore è reso nella sua inevitabilità dalle tinte pastello.
Asteroid City è il mio film preferito degli ultimi anni, e ho già voglia di rivederlo.
(5/5)
La Trama Fenicia (2025) segue in parte la stessa impostazione, ma spinge di più sul grottesco e lo slapstick, e su rimandi prettamente cinematografici. È l’omaggio a un genere, anche qui, fanciullesco, un genere avventuroso e salgariano, con viaggi in luoghi esotici e incidenti rocamboleschi. Ma anche questo non è un film vuoto né di maniera, perché si dedica alla costruzione della figura wellesiana e ingombrante del magnate Zsa-zsa Korda, un imperturbabile Benicio del Toro (la recitazione di tutti qui è ancora più distaccata) durissimo a morire, e alla sua trasformazione in figura paterna.
Il senso del film è questo, il senso di un totale fallimento che diventa una rinascita, in un percorso punteggiato di incontri con la morte. Se Asteroid City ha una costruzione che sovrappone linee orizzontali, la progressione de La Trama Fenicia è una risalita verticale. Un percorso a tappe, formalizzate e scandite da un itinerario mostrato graficamente da una consequenziale serie di scatoline ben disposte. Una sistematica parata di oggetti e classificazioni, di oggetti che contengono altri oggetti, che ricorda le ossessioni classificatorie, enciclopediche e digressive di Peter Greenaway. Anche in questo caso, sinceramente, faccio fatica a trovare in giro una scrittura così accurata.
Fra tradimenti, incidenti, conversioni, scenografie che riportano alle origini del cinema e, in generale, della finzione, praticamente niente andrà come stabilito dal piano, e questa sarà la fortuna dei protagonisti.
(4/5)
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