Il ritratto come scuola del comando. Plutarco, la leadership e il mestiere dello storico

Recensione a

Luca Fezzi, L’arte del comando. Lezioni dal mondo antico, Milano, Mondadori Libri, 2026.

 

1. Un libro su Plutarco, un libro con Plutarco

Esistono libri che parlano di Plutarco e libri che, per così dire, ne prolungano il gesto. Il nuovo volume di Luca Fezzi appartiene senza dubbio alla seconda categoria. L’arte del comando non è una monografia sul biografo di Cheronea né un manuale di management travestito da libro di storia: è una rilettura sistematica di nove Vite parallele, condotta «passo dopo passo, con lo sguardo dello storico, ma senza perdere di vista i sempre crescenti – e urgenti – interrogativi sulla leadership».[1]

La scelta dei protagonisti disegna un arco cronologico e tipologico di grande nitidezza: Solone (la mediazione), Temistocle (l’astuzia), Pericle (il controllo), Alessandro (l’ispirazione), Fabio Massimo (la resilienza), Mario (l’ambizione), Pompeo (la strategia), Cesare (il pensiero) e Cicerone (la cultura). A ogni figura corrisponde una virtù o una disposizione dominante, sicché l’indice stesso si legge come una piccola tassonomia del comando. Ne risulta un libro che sta felicemente a cavallo tra la saggistica di alta divulgazione e la ricerca: lo dimostrano l’apparato di note, ricco e puntuale, e la sezione di Fonti antiche citate, che dichiara con trasparenza le edizioni e le traduzioni impiegate; ma lo dimostra soprattutto il metodo, che non si limita a riassumere Plutarco, bensì lo interroga, lo verifica e, quando necessario, lo corregge.

2. Un «Sacro Graal» e la sua storia

L’incipit è programmatico e insieme suggestivo: «C’è un Sacro Graal sempre ricercato e sempre sfuggente: l’arte del comando, la leadership, che dirige e motiva gli uomini». La leadership è presentata come una forza ambivalente, non necessariamente etica, che può salvare imperi o condurli al collasso; e l’autore richiama subito Platone, per il quale il tiranno nasce dall’incertezza e dalla crisi.[2] In un’epoca «avida di coaching, mentoring e storytelling», osserva Fezzi, la domanda di esempi è incessante; ma lo era anche nei secoli in cui le classi dirigenti europee si formavano sulle Vite, che non contengono una teoria della leadership, bensì «una straordinaria galleria di individui gettati nell’arena della vita, messi alla prova dal potere».

Il cuore teorico dell’Introduzione è la ricostruzione dell’intento plutarcheo. Il biografo non compete con gli storici: cerca un dialogo vivo con i suoi personaggi, «accogliendo ospite ciascuno di loro a turno grazie alla storia», per suscitare dalle loro virtù «emulazione e un impulso che … porta all’imitazione».[3] Fezzi cita per esteso il celebre proemio della Vita di Alessandro, nel quale Plutarco, come i pittori che ricavano la somiglianza dal volto e dagli occhi, rivendica il diritto di dedicarsi ai «segni dell’anima» (τὰ τῆς ψυχῆς σημεῖα), lasciando ad altri la narrazione delle grandi imprese.[4] È questo il principio metodologico che l’intero volume assume come proprio: il carattere si rivela nei gesti minimi e proprio lì va cercata la chiave del comando.

Segue una densa ma limpida storia della ricezione. Dalla traduzione latina integrale stampata a Roma nel 1470 all’editio princeps del testo greco (Firenze, 1517), dalla versione francese di Jacques Amyot (1559), che ispirò Corneille, a quella inglese di Thomas North (1579), che alimentò il teatro di Shakespeare, Fezzi segue le Vite nelle mani di monarchi assoluti, sovrani illuminati e rivoluzionari, da Enrico IV a Federico II, da Franklin e Washington a Robespierre e Napoleone. Con l’Ottocento e il trionfo del metodo storico-filologico, Plutarco decade a «miniera d’informazioni», spesso imprecisa, e su di lui si allunga «l’ombra dell’inattendibilità»; restano le eccezioni di Emerson, Wagner, Nietzsche e d’Annunzio, e in particolare la «storia monumentale» nietzschiana, che offre modelli di grandezza all’uomo d’azione.[5]

Parallelamente, la leadership diventa oggetto delle scienze sociali: la Great Man Theory (con Gli eroi di Thomas Carlyle, 1841), il carisma di Max Weber, la Trait Theory e, quale suo riferimento centrale, i Tipi psicologici di Carl Gustav Jung (1921), poi gli approcci comportamentale, contingente, transazionale e trasformazionale, fino alle neuroscienze e all’analisi dei network. La conclusione è di una salutare onestà: nonostante centinaia di modelli, «non sappiamo ancora con certezza come nasca un buon leader». Da qui la proposta di tornare a Plutarco, non come oracolo, ma come laboratorio di casi.

Generale romano. Statua, marmo, 75-50 a.C. ca. dal Santuario di Ercole (Tivoli).

3. L’architettura del volume

La struttura dei capitoli è uno dei meriti più evidenti dell’opera. Ciascuna Vita è scomposta in paragrafi intitolati con un verbo all’infinito, che trasforma la narrazione in una sequenza di precetti impliciti: «Ambire alla saggezza», «Partire dal “centro”», «Pensare a lungo termine e tornare come consigliere» (Solone); «Seguire l’istinto», «Rompere ogni schema», «Finire soli ma restare fedeli» (Temistocle); «Prendere tempo», «Resistere alle critiche», «Frenare fuori tempo» (Fabio Massimo); «Disobbedire con classe», «Sottostimare i rischi», «Perdere il controllo» (Pompeo); «Passare il Rubicone», «Sfruttare l’effetto domino», «Diventare autocrati» (Cesare). Il lettore percorre così la biografia come un cursus di scelte, successi ed errori, e l’indice si trasforma in una sorta di breviario del comando, privo però di qualsiasi tono precettistico: l’infinito, infatti, descrive un’azione possibile, non la prescrive.

Ogni capitolo si chiude con una sezione dal titolo costante, «Il leader … tra luci e ombre», costruita secondo uno schema fisso e assai efficace. Dapprima si riporta il giudizio antico, quasi sempre tratto dal Confronto plutarcheo o, dove questo manca, da altre fonti (Arriano e Curzio Rufo per Alessandro, Livio per Fabio Massimo, Svetonio per Cesare); poi, si condensa l’archetipo in poche frasi icastiche; quindi, si enunciano, con formula ricorrente, le «intrinseche fragilità» del modello; segue un tentativo di accostamento ai «tipi psicologici» junghiani; infine, si traggono gli «insegnamenti preziosi» della Vita. Questa ripetizione strutturale, che a una prima lettura potrebbe sembrare rigida, si rivela invece uno strumento didattico di prim’ordine: consente il confronto trasversale tra i nove ritratti e restituisce al libro l’andamento comparativo che è proprio delle Vite parallele.

4. Nove ritratti, nove modelli di comando

Solone, o la mediazione

Il capitolo inaugurale mostra già tutte le qualità del metodo. Solone è il saggio che riesce a imporsi perché sa «stare al centro»: già il padre era, per ricchezza e potenza, «nel mezzo tra i concittadini».[6] Fezzi segue Plutarco nella vicenda di Salamina, con il celebre espediente della finta follia e del poema di cento versi recitato nell’Agorà, ma ne segnala le aporie cronologiche (la compresenza con Pisistrato è «cronologicamente impossibile»; l’arbitrato spartano risale a molto dopo). Particolarmente riuscita è la pagina sulla σεισάχθεια (lo «scuotimento dai pesi»), in cui il testo plutarcheo, che parla di remissione totale dei debiti, è messo a confronto con la Costituzione degli Ateniesi aristotelica, che pensa piuttosto a una riduzione degli interessi e a una riforma di misure e valori. Il dibattito antico si apre così, senza forzature, alla querelle moderna tra «primitivisti» e «modernisti» e alla distinzione di Benjamin Constant tra libertà degli antichi e dei moderni; e l’autore prende posizione con disarmante franchezza: «Chi scrive abbraccia il modernismo; lo fa con molta cautela, certo, ma, se non fosse così, probabilmente si occuperebbe d’altro».

Non meno felice è l’uso della citazione-chiave: la riforma che procede «insieme forza e giustizia accordando», la città più equa come quella in cui chi non ha subito ingiustizia accusa e punisce i colpevoli non meno di chi l’ha subita, Atene ormeggiata «a due consigli come a due ancore».[7] Il bilancio finale, che adatta a Solone la massima plutarchea su Publicola, secondo cui il vero politico «cedendo una parte, non di rado salva il tutto», approda a un ritratto di leader moderato, ottimista sulla natura umana e perciò fragile «quando il gioco diventa pesante».[8]

Solone. Busto, marmo, copia romana da originale di IV sec. a.C. ca. Malibu, J.P. Getty Museum.

Temistocle, o l’astuzia

Il capitolo su Temistocle si apre con un gesto da storico del pensiero politico: la strategia talassocratica che salvò Atene viene proiettata in avanti, fino a Pompeo che, quattro secoli dopo, la invocò per giustificare l’abbandono di Roma; e, ancora oltre, fino all’immagine schmittiana del Leviatano che soffoca Behemoth in Terra e mare (1942). Ma Fezzi, con Schmitt stesso, mette in guardia dai paralleli troppo facili tra antico e moderno, che sono «come un bastone, che può essere afferrato da ciascuna delle due estremità e capovolto». Il racconto della vigilia di Salamina, con l’interpretazione del «muro di legno» dell’oracolo delfico, la scomparsa del serpente sacro di Atena e l’evacuazione della città, è condotto su un costante confronto tra Plutarco, Erodoto e la Costituzione degli Ateniesi, che attribuisce invece il merito all’Areopago.[9] Non manca la correzione puntuale di un luogo comune cinematografico: l’unica uccisione nota di ambasciatori persiani risale al 491 e ne fu artefice Milziade, sicché nel 481 Serse non inviò ambascerie né ad Atene né a Sparta, «nonostante la celebre scena del film 300».[10] Il giudizio conclusivo si affida al celebre elogio tucidideo dell’intelligenza naturale di Temistocle, «il più abile a trovare all’istante i provvedimenti necessari», e consegna l’immagine di un leader perfetto per le crisi, ma inadeguato ai tempi normali.[11]

Temistocle di Atene. Busto, marmo. Museo Archeologico di Ostia.

Pericle, o il controllo

Pericle è il «re senza corona» e il capitolo a lui dedicato è forse il più meditato sul rapporto tra leader e opinione pubblica. Fezzi chiarisce subito che il Pericle plutarcheo è quello stimato da Tucidide, non quello del Gorgia platonico, che avrebbe reso la gente «avida e codarda, loquace e pigra»; e nota con finezza ciò che Plutarco omette rispetto allo storico (l’esposizione della strategia, la valutazione delle entrate, l’Epitafio, l’ultimo discorso).[12] La virtù centrale è la πρᾳότης («mitezza» ma anche «autocontrollo»), che l’autore collega all’Etica Nicomachea e all’influenza di Anassagora; e il capitolo culmina nella pagina finale della Vita, dove Plutarco giudica degno di ammirazione l’uomo che, pur dall’alto di un così grande potere, non concesse nulla né all’invidia né all’ira e non considerò mai irriconciliabile alcun nemico.[13] Tra le digressioni, merita menzione quella sul paradosso di Achille e la tartaruga di Zenone di Elea, maestro di Pericle: un piccolo esempio di come l’autore sappia trasformare un dettaglio biografico in una lezione di filosofia antica.

Cresila, Busto di Pericle. Marmo, copia romana da un originale greco del 430 a.C. ca. Roma, Musei Vaticani.

Alessandro, o l’ispirazione

Unico monarca della galleria, Alessandro eredita lo status di leader, ma lo trasforma in destino. Fezzi orienta subito il lettore nella complessa tradizione (Diodoro, Arriano, Curzio Rufo, Giustino), riconoscendo a Plutarco il merito di essere «insostituibile sull’infanzia del personaggio». Il capitolo abbonda di episodi celebri, dal nodo di Gordio (con la precisazione, cara all’autore, che il sito corrisponde all’odierna Yassihüyük, circa 60 km a ovest di Ankara) al medico Filippo di Acarnania, e si apre con l’aneddoto delle Opere morali in cui il giovane re piange udendo Anassarco parlare dell’infinità dei mondi, perché non è ancora padrone di uno solo.[14]

La chiusa affianca i ritratti di Arriano e di Curzio Rufo, il primo ammirato, il secondo più incline a imputare i difetti alla fortuna e all’età, e definisce l’archetipo del conquistatore che «rifiuta ogni confine, punta all’assoluto», fragile per l’eccessivo affidamento al carisma e per la difficoltà di tradurre l’irrazionale in strategia di lungo periodo.[15]

Alessandro a cavallo. Statuetta, bronzo, II-I secolo a.C. da Ercolano. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Fabio Massimo, o la resilienza

Con Fabio Massimo il volume tocca uno dei suoi vertici concettuali. Il capitolo si apre con il κατέχον («ciò che trattiene») della Seconda lettera ai Tessalonicesi, riletto nel Novecento da Carl Schmitt come il potere politico che frena il caos; e l’autore ne fa la chiave per interpretare il Temporeggiatore, «l’uomo solo, che agisce nell’ora più buia».[16]

La categoria si rivela fecondissima anche per leggere il declino del personaggio: nel paragrafo «Frenare fuori tempo», infatti, il κατέχον rischia di impedire la vittoria di Roma, opponendosi al progetto africano di Scipione. In mezzo stanno l’infanzia del «Verrucoso» e dell’«Ovicula», la cui apparente indolenza era in realtà ἀπάθεια, il giudizio di Machiavelli, per il quale, se Fabio fosse stato re, Roma avrebbe potuto perdere la guerra, e il celebre verso enniano riportato da Livio: Unus homo nobis cunctando restituit rem.[17] Commovente, infine, la chiusa sulle esequie pagate da ogni cittadino con la più piccola delle monete, «come un padre del popolo».[18]

Joseph Baptist Hagenauer, Ritratto di Quinto Fabio Massimo Verrucoso, detto ‘il Temporeggiatore’. Statua, marmo, c. 1773-1780. Wien, Schloss Schönbrunn.

Mario, o l’ambizione

Il capitolo su Mario dimostra che, come avverte l’introduzione, «se si vuole cogliere la luce della vera grandezza bisogna anche saper leggere le ombre». Per Plutarco, Mario è soprattutto un esempio negativo, l’uomo incolto e divorato dall’ambizione che non sa farsi da parte; ma Fezzi ne valorizza anche il ruolo storico di riformatore dell’esercito e di salvatore di Roma dalle invasioni cimbro-teutoniche, soprattutto sottolineando come con lui muti «la natura stessa della leadership», nel rapporto ormai personale tra comandanti e soldati, e come proprio allora Roma «inventi» il bellum civile. L’attualizzazione è esplicita ma sorvegliata: i populares sono quelli che «oggi chiameremmo “progressisti”», gli optimates i «conservatori». La statua di Ravenna vista dal biografo e l’agonia finale, con il vecchio console che sogna nel delirio la spedizione contro Mitridate, incorniciano un ritratto di grande efficacia drammatica: «Tanto era ingordo e incapace di godere del presente».[19]

Gaio Mario. Busto, marmo, c. I secolo a.C. Città del Vaticano, Musei Vaticani.

Pompeo, o la strategia

Il capitolo su Pompeo, presentato in anteprima al convegno Pompée le Grand. Retours sur une carrière politique d’exception (Università di Namur, dicembre 2024), è il più lungo e il più articolato, come la Vita plutarchea, che con i suoi ottanta capitoli è la più estesa della raccolta. La formula d’apertura è di rara efficacia: «Quando avrebbe potuto prendere il potere, rinunciò. Quando avrebbe dovuto attendere, si affrettò. Quando avrebbe dovuto combattere, esitò».

Il catalogo di virtù e limiti di Velleio Patercolo, il giudizio di Hegel sui «due punti luminosi di Roma» e quello di Napoleone, che lo ricordava come «l’uomo che i romani hanno amato di più», fanno da cornice a un’analisi che individua nel bisogno di approvazione e nella dipendenza dal giudizio altrui la fragilità decisiva del personaggio.[20]

Qui l’autore, che a Pompeo ha dedicato una monografia, si concede uno dei rari dissensi espliciti dal biografo: il giudizio plutarcheo è definito «troppo duro», perché fu il modello istituzionale pompeiano, quello del princeps primo tra pari, a ispirare Augusto, secondo la tesi classica di Eduard Meyer.

Statua di Cn. Pompeo Magno in nudità eroica. Marmo, da Roma. Villa Arconati a Castellazzo di Bollate (Milano).

Cesare, o il pensiero

L’attacco del capitolo cesariano è costruito su una serie di antitesi: «Non dio ma di stirpe divina. Non re ma leader empatico. Non eroe epico ma comandante e soldato coraggioso. Non invasato da Dioniso ma filosofo, razionale e “laico”».

La mancanza del Confronto con Alessandro, forse perduto, forse mai scritto, diventa occasione per costruirne uno d’autore, in dialogo con Appiano e con Svetonio, di cui si sottolinea la diversa sensibilità, più attenta agli snodi istituzionali e alla «genialità cinica» del protagonista.

Due pagine meritano di essere segnalate. La prima riguarda la battaglia contro i Nervi, in cui Fezzi riconosce in Plutarco un uso consapevole della tecnica controfattuale, «fondamentale per la riflessione storica» e da non confondere con l’ucronia, che ne è soltanto la prosecuzione letteraria: un tema che l’autore aveva già sviluppato in Roma in bilico.[21]

La seconda è un piccolo gioiello di filologia applicata: al Rubicone Cesare non pronuncia «il dado è tratto», ma «sia gettato il dado», secondo il proverbio greco ἀνερρίφθω κύβος tramandato da Plutarco; la vulgata cinquecentesca dipende invece dalla lezione svetoniana iacta alea est, nella quale già Erasmo (1518) sospettava una corruzione di esto in est. La differenza non è oziosa: «Il dado è tratto» sottolinea l’irreversibilità della decisione, «sia gettato il dado» ne restituisce l’incertezza, letteralmente l’aleatorietà.[22]

Il bilancio finale si chiude su un interrogativo che è insieme storico ed esistenziale, «quanto ne vale la pena?», suggerito dalla constatazione plutarchea che di quel potere inseguito per tutta la vita Cesare «non ebbe se non il nome, oltre all’invidia dei suoi concittadini».[23]

C. Giulio Cesare. Busto, marmo. Wien, Kunsthistorisches Museum.

Cicerone, o la cultura

L’ultimo capitolo, dedicato al leader intellettuale, si apre sulla vexata quaestio della «visione» di Cicerone. Fezzi oppone al ritratto impietoso di Theodor Mommsen, che ne faceva un politico «senza perspicacia, senza opinioni e senza fini», una «natura di giornalista nel peggior senso dell’espressione», la replica di Nietzsche in un frammento del 1873: «Si innalza e si abbassa la storia a seconda della propria altezza».[24]

La biografia è poi seguita con attenzione alle omissioni plutarchee (la sintesi «estrema» degli anni 57-52, il silenzio sul Commentariolum petitionis, che con i suoi consigli «pratici e cinici» anticipa il marketing politico contemporaneo) e alle scene di forte intensità drammatica, come quella del processo di Milone, in cui l’oratore, intimidito dalle armi di Pompeo schierate intorno al Foro, parla con la voce «ridotta a un filo».[25]

Il giudizio conclusivo, che fa propria la massima del Confronto secondo cui è necessario che il politico si imponga con la parola ma ignobile che brami la fama che essa procura, e richiama la profezia platonica del filosofo al potere, consegna l’immagine della leadership intellettuale come «paradosso tragico»: di fronte alla vera forza, essa «è sempre destinata a soccombere».[26]

M. Tullio Cicerone (presunto ritratto). Statua (dettaglio del busto), marmo bianco, I sec. d.C. Oxford, Ashmolean Museum.

5. Le tecniche narrative e divulgative

Il volume merita attenzione anche, e forse soprattutto, per la sua scrittura, che offre un modello raro di divulgazione rigorosa. Il procedimento fondamentale è quello della parafrasi critica a doppio binario: Fezzi racconta la Vita seguendo l’ordine e la voce di Plutarco, ma interrompe regolarmente il racconto con formule di verifica storica («In realtà», «Questa è la versione di Plutarco, ma…», «Storicamente, però…») e lo riprende con formule di ritorno al testo («Ma torniamo al testo», «Plutarco prosegue», «Seguiamo ora Plutarco»).

Il lettore non specialista impara così, quasi senza accorgersene, che la fonte antica è insieme testimonianza preziosa e costruzione letteraria, da leggere con simpatia ma senza ingenuità.

A questo si accompagna una scelta enunciativa molto riconoscibile: il protagonista è designato costantemente come «il Nostro» (oltre 50 occorrenze), formula che crea una familiarità quasi affettuosa con il personaggio senza scivolare nell’identificazione; l’autore interviene in prima persona plurale («a nostro avviso», «a nostro parere») e, nei passaggi decisivi, in terza persona («Chi scrive abbraccia il modernismo»), dichiarando apertamente le proprie posizioni storiografiche.

Ogni paragrafo si apre di norma con una frase-tesi breve, spesso aforistica («Anche un saggio, per quanto saggio, non diventa facilmente leader»; «Alcuni leader sono incomprensibili»; «Cesare ispirava grazie al proprio coraggio»), che fissa l’insegnamento prima che il racconto lo dimostri, oppure con una domanda d’apertura («Chi avrebbe potuto offrire ad Atene stabilità politica e riforme…?», «Ma quale fu lo stile di leadership di Cesare?»).

Lo stile è prevalentemente paratattico, scandito da periodi brevi e da frequenti chiuse epigrammatiche, talora venate di un’ironia sobria e asciutta: il realismo politico, «sempre pessimista e spesso rassegnato, … difficilmente prende granchi»; «Milone, manco a dirlo, fu condannato»; la sorte dei sette savi, sempre più di sette, è comune alle meraviglie del mondo, ai colli e «probabilmente, ai re di Roma». Le digressioni erudite sono brevi e funzionali: il numero sette dalla Genesi ai samurai di Kurosawa, il calendario lunisolare di Solone (con anticipazione della riforma cesariana), il paradosso di Zenone, la storia del κατέχον, la lezione iacta alea est.

Il lettore è inoltre accompagnato da un costante apparato di glosse in parentesi, geografiche (Coliade «promontorio a sud-est del Falero», il Cidno «oggi Tarsus Çayi»), metrologiche (i quattro stadi tradotti in 710 m, le dieci orge in 17,76 m, il cubito in circa 133 cm, i talenti in chilogrammi d’argento) e istituzionali. I termini tecnici greci e latini (stásis, prostátes, týrannos, isonomía, praótes, apátheia, tabulae novae, bellum civile) sono traslitterati, tradotti e spiegati nel loro contesto, in modo che il lessico specialistico diventi patrimonio del lettore e non ostacolo.

Le attualizzazioni sono numerose ma sempre controllate dal giudizio storico: l’abuso di informazioni riservate degli amici di Solone è accostato all’insider trading, la norma soloniana sul ladro notturno è confrontata con le XII Tavole e con il dibattito italiano sulla legittima difesa (la proposta approvata dalla Camera il 4 maggio 2017 e la legge 36/2019), il Commentariolum petitionis è letto alla luce della comunicazione politica nell’epoca dei social networks. L’autore, però, non dimentica mai l’avvertimento schmittiano sul «bastone» che può essere afferrato da entrambe le estremità: l’analogia serve a far comprendere, non a identificare. Infine, la cornice filosofico-storiografica (Hegel, Machiavelli, Schmitt, Nietzsche, Constant, Mommsen, Fustel de Coulanges) inserisce ogni ritratto nella lunga durata della ricezione, mostrando come i personaggi plutarchei siano stati, per secoli, figure del pensiero politico europeo.

Scena di attività pubblica, con sacrificio e census. Bassorilievo, marmo, II sec. a.C., dall’Ara di Domizio Enobarbo (Campo Marzio, Roma). Paris, Musée du Louvre

6. Conclusione

L’arte del comando è un libro riuscito, perché mantiene ciò che promette e anzi promette con modestia più di quanto lasci intendere. È un’introduzione di alto livello alle Vite parallele, condotta con assoluta padronanza delle fonti greche e latine e della storiografia moderna; è un saggio sulla leadership che rifiuta le scorciatoie del manuale e preferisce la complessità del caso concreto; è soprattutto una lezione di metodo, che insegna a leggere Plutarco come Plutarco voleva essere letto, cioè come un interlocutore morale, senza però rinunciare ai doveri della critica storica. Il libro non nasconde che ogni modello di comando porta con sé «intrinseche fragilità», e che la storia dei grandi è anche, e forse soprattutto, la storia dei loro limiti: Solone che scontenta tutti, Temistocle che muore esule presso il Re dei Re, Pompeo che perde tutto in un giorno, Cesare che del potere ottiene soltanto il nome, Cicerone travolto dalla forza che aveva creduto di poter guidare con la parola.

In un tempo che cerca febbrilmente modelli vincenti, la lezione più preziosa del volume è forse proprio questa: la leadership non si apprende da una formula, ma dall’esercizio paziente del giudizio sui casi, ciò che Plutarco chiamava l’osservazione dei «segni dell’anima». Per l’insegnante, per lo studioso e per il lettore curioso, il libro di Fezzi è un compagno di lettura raccomandabile e una prova ulteriore che la storia antica, quando è raccontata con rigore e con passione, continua a essere una «biografia formativa».


[1]Fezzi, L’arte del comando…, p. 7.

[2]Plat. Resp. 565c-566a.

[3]Plut. Aem. 1, 2 e Per. 1, 4.

[4]Plut. Alex. 1, 3; cfr. Cim. 2.

[5]F. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874), richiamato da Fezzi nella trad. it. di S.A. Giametta, Milano, Adelphi, 1992, pp. 16-24.

[6]Plut. Sol. 1, 2.

[7]Plut. Sol. 15, 1; 18, 7; 19 ,2 (dove Solone cita i propri versi).

[8]Plut. Confronto Solone-Publicola, 4, 3.

[9]Hdt. VII 141 e VIII 41; Aristot. Athen. Pol. 23, 1.

[10]Hdt. VII 32; cfr. 133.

[11]Thuc. I 138, 3.

[12]Thuc. II 65; Plat. Gorg. 515e.

[13]Aristot. EN IV 5, 1125b26 ss.; Plut. Per. 39, 1-2; cfr. 2, 5; Confronto Pericle-Fabio Massimo, 3, 7.

[14]Plut. Mor. 466d (Sulla tranquillità dell’animo).

[15]Arr. An. VII 28, 1-2; Curt. X 5, 26-33.

[16]Paul. 2Thess. 2, 6-7; C. Schmitt, Il nomos della terra (1950); cfr. M. Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Milano, Adelphi, 2013.

[17]N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 3, 9; Liv. XXX 26, 9 (= Enn. Ann. F 363 Skutsch); Plut. Fab. 1, 8.

[18]Plut. Fab. 27, 4; cfr. Val. Max. V 2, 4.

[19]Plut. Mar. 2, 1; 45, 11-12; cfr. Sall. Iug. 63.

[20]Vell. II 29; Plut. Confronto Agesilao-Pompeo.

[21]Plut. Caes. 20, 8-9; cfr. Caes. BG II 25-26.

[22]Plut. Caes. 32, 8; Pomp. 60, 3-4; Suet. Iul. 32; E. da Rotterdam, Adagia (ed. 1518).

[23]Plut. Caes. 69, 1.

[24]T. Mommsen, Storia di Roma antica, trad. it., vol. II, t. 2, Firenze, Sansoni, 1960, p. 1274; F. Nietzsche, Frammenti postumi, vol. IV, trad. it. di G. Colli e C. Colli Staude, Milano, Adelphi, 1992, p. 118, FR 29 [184].

[25]Plut. Cic. 6, 5; 35; cfr. [Q. Cicerone], Commentariolum petitionis.

[26]Plut. Confronto Demostene-Cicerone, 2, 3; Plat. Resp. 473d.

Desultoria scientia: l’arte di innamorarsi del latino, tra divulgazione pop e filologia

RECENSIONE

a

Daniele Michienzi, Latin lover. Come una lingua di duemila anni fa può migliorare la tua vita nel XXI secolo Milano, Blackie Edizioni, 2026 · ISBN 979-12-81631-89-2.

1. Lector, intende! Un patto con il lettore.

Il volume di Daniele Michienzi, docente di italiano e latino in un liceo milanese e ideatore della pagina divulgativa Loquendum, nasce dall’esperienza dei social network e ne porta dichiaratamente l’impronta. L’autore non lo nasconde: nell’Introduzione avverte che «qualche latinista accigliato trasecolerà» e che il suo obiettivo è di «arrivare davvero a chiunque, anche a chi il latino l’ha studiato secoli fa o magari non l’ha studiato proprio», con lo scopo di «togliere un po’ di quella patina di sacralità che il latino si porta dietro, suo malgrado, soprattutto in Italia». Il patto con il lettore viene suggellato, con scelta felice, dalle parole del prologo delle Metamorfosi di Apuleio (I, 1): siquid exotici ac forensis sermonis rudis locutor offendero, e soprattutto da quella desultoria scientia che diventa la cifra dell’intero libro, fatto di salti di registro, di epoca e di argomento.

Il punto di partenza teorico è netto e merita attenzione. Michienzi rifiuta tanto l’illusione di un latino «vivo» quanto la sua difesa utilitaristica: il latino è una lingua morta, una Korpussprache conoscibile soltanto attraverso un corpus finito e prevalentemente letterario, e proprio per questo non va insegnato come «palestra di logica» né come ancella della grammatica italiana, ma come chiave d’accesso a una letteratura e a una civiltà. Le lingue antiche, scrive, sono «biglietti d’ingresso per vedere uno spettacolo». Su questa tesi, ripresa e sviluppata in polemica con le motivazioni ministeriali alla reintroduzione del latino nella scuola media, si regge l’intero edificio del volume; ed è una tesi che, pur nella sua formulazione volutamente provocatoria, si colloca dentro un dibattito didattico serio e attuale.

Chi scrive condivide con l’autore la medesima classe di concorso (A011) e non può non riconoscere, nelle pagine autobiografiche dedicate alla precarietà, alle graduatorie e alla difficoltà di ottenere ore di latino, una fotografia fedele della condizione del docente di lettere nella scuola italiana: un elemento che conferisce al libro una sincerità non comune nella divulgazione di settore.

Scriba. Rilievo su lapide tombale, marmo, c. III secolo da Flavia Solva (Noricum).

2. L’architettura di un libro-spettacolo

Il volume si articola in un’Introduzione e ventitré capitoli dai titoli deliberatamente spiazzanti (Make Latino Great Again, Gli dèi romani sono genderfluid, Un dissing del III secolo a.C., Seneca blasta l’imperatore, Anche i Romani usavano l’IA?), ciascuno aperto da un’epigrafe bilingue e costruito secondo uno schema ricorrente: un incipit narrativo, spesso autobiografico, che funge da aggancio emotivo; un nucleo espositivo di storia linguistica o letteraria, sorretto da testi in originale con traduzione dell’autore; uno o più Excursus di approfondimento grammaticale, etimologico o antiquario; infine un Colloquium, intervista immaginaria con una figura legata alla latinità, da Cicerone a Clodia, da Teocrito (che risponde in siracusano) a Comenio, da Newton a Marinetti. Il percorso è punteggiato da tre intermezzi ludici (i Trivia, il gioco Sarabanda con trenta canzoni italiane tradotte in latino, il prontuario di sentenze Scripta manent) e si chiude con soluzioni, ringraziamenti e una bibliografia ragionata.

L’ordinamento è, nelle grandi linee, cronologico: dalla preistoria indoeuropea e dalla fondazione di Roma (cap. II) alla scrittura arcaica (cap. III), dal teatro di Nevio e Plauto (capp. V-VI) all’età di Lucrezio, Catullo, Cesare, Orazio, Virgilio e Ovidio (capp. VII-XII), quindi all’età neroniana (capp. XIII-XIV), alla formazione di uno standard letterario e alla sua erosione nel latino volgare e medievale (cap. XV), al latino dell’Europa orientale (cap. XVI), della pedagogia umanistica e gesuitica (cap. XVII), della scienza moderna (cap. XVIII), del Risorgimento e del Decadentismo (cap. XIX), della scuola fascista e repubblicana (cap. XX), fino alla cultura pop globale (cap. XXI) e a due capitoli conclusivi di taglio tematico sugli oracoli e sulla bugonia virgiliana. La varietà è al tempo stesso la ricchezza e il limite della costruzione: il lettore attraversa ventisei secoli con passo svelto, ma la cornice cronologica non sempre riesce a contenere la deriva associativa delle digressioni.

Particolarmente riuscita, sul piano didattico, è la formula del Colloquium, che in più di un caso intreccia la finzione con citazioni autentiche: le battute di Cicerone nel primo dialogo sono calchi dichiarati di luoghi ciceroniani (Att. IV, 17, 4; off. I, 133), quelle di Comenio derivano dal primo capitolo dell’Orbis sensualium pictus, quelle di Marinetti dalla prefazione alla sua traduzione della Germania (1928). Il procedimento è efficace.

3. La lingua come storia

Il merito maggiore del volume risiede, a mio giudizio, nella dimensione storico-linguistica, che l’autore padroneggia con assoluta competenza e restituisce con chiarezza. Il primo capitolo, che prende avvio dalla relegatio di Ovidio e dal celebre Barbarus hic ego sum, qui non intellegor ulli (trist. V, 10, 37), affronta il nesso tra lingua ed egemonia politica e ripercorre la teoria dantesca del latino come gramatica, lingua artificiale e immutabile, con una lettura accurata del De vulgari eloquentia e del Convivio. Le pagine sulla pronuncia restituita, affidate a un Cicerone che sentenzia sul proprio cognome («si leggeva kìkero»), e l’Excursus sul sonus medius e sulla -m finale (cap. II) sono esempi di divulgazione esatta e insieme godibile.

Il terzo capitolo, dedicato alla storia della scrittura, costituisce forse la sezione più solida dell’intero libro. Michienzi presenta con ordine la fibula Praenestina (Manios med fhefhaked Numasioi) ricostruendo con equilibrio la lunga controversia sulla sua autenticità, dalle accuse di Margherita Guarducci (1980) agli studi di Poetto e Facchetti e alle analisi del CNR del 2011; illustra il cippo del lapis niger con la formula sakros esed e la forma recei, l’iscrizione del vaso di Dueno, la dedica di Lucio Emilio Paolo a Delfi, i graffiti pompeiani (con la corretta segnatura CIL IV 4235 per il celebre barbara barbaribus barbabant) e l’invito di compleanno di Claudia Severa a Lepidina dalle tavolette di Vindolanda, primo autografo femminile latino a noi noto. L’attenzione alla morfologia delle lettere e al rapporto tra supporto, strumento e forma grafica dimostra una sensibilità paleografica rara in un libro di questo genere. L’Excursus sul liberto di Spurio Carvilio e l’invenzione della lettera G recupera, senza citarla, una notizia plutarchea (quaest. Rom. 54 e 59) di sicuro interesse.

Di pregio sono anche le pagine sul genere grammaticale (cap. IV), che muovono dall’opposizione ittita tra animato e inanimato, discutono la desinenza indoeuropea ∗-eh₂ nella sua doppia funzione di collettivo e di femminile e approdano, sulla scorta di Maurizio Bettini, alla neutralizzazione del genere nel lessico religioso romano e alla nozione di numen; e quelle, nel capitolo XV, che descrivono con chiarezza manualistica la transizione dal latino al romanzo: perdita della quantità vocalica, collasso del sistema dei casi, diffusione delle preposizioni, generalizzazione dell’accusativo, sostituzione di os con bucca e di auris con auricula, avanzata delle completive con quod in luogo dell’infinitiva. La notitia senese del 715 e il canone del Concilio di Tours dell’813 (rusticam Romanam linguam aut Thiotiscam) sono scelti con proprietà. Il capitolo XVI, sul latino della Polonia jagellonica e sulle missioni di Cirillo e Metodio, apre infine uno squarcio poco frequentato dalla divulgazione italiana, con documenti come le Historiae Polonicae di Jan Długosz e il dialogo cinquecentesco di Wit Korczewski, la cui battuta Synu, daj pokój łacinie! è una delle più efficaci testimonianze della frattura sociale prodotta dal latino colto.

Il capitolo XVIII, dedicato al latino della scienza moderna, segue con garbo il passaggio dalla nomenclatura stellare di Johann Bayer alla classificazione linneana, fino alle denominazioni scherzose della tassonomia contemporanea; e il Colloquium con Newton, dedicato alla resa della prima legge del moto (nisi quatenus), si fonda su un contributo recente e documentato (D. Hoek, Forced Changes Only: A New Take on the Law of Inertia, «Philosophy of Science» 90, 2023), segno di un aggiornamento bibliografico non scontato.

4. Saturi fite fabulis: traduzioni, letture, riscritture

Il volume dà largo spazio ai testi, quasi sempre in originale e in traduzione d’autore. È una scelta da apprezzare, perché sottrae la divulgazione al rischio della parafrasi e mette il lettore a contatto diretto con la lingua. Le traduzioni sono vivaci, talora volutamente colloquiali, e nel complesso fedeli; il loro valore emerge soprattutto dove il testo si presta a un commento linguistico puntuale.

Le pagine sul Poenulus plautino (cap. VI) sono, in questo senso, esemplari: il monologo punico di Annone (vv. 930 ss.) e la scena degli equivoci con Milfione vengono presentati come una sorta di «registrazione audio» di una lingua che la scrittura fenicia ci ha trasmesso solo nello scheletro consonantico, e il lettore è guidato a cogliere i fraintendimenti comici del servo poliglotta, che trasforma un insulto in un catalogo di cucchiai e noci. Analogamente, il capitolo VII presenta con chiarezza il problema del lessico filosofico lucreziano (corpora prima, primordia rerum, genitalia corpora, semen come equivalente di ἄτομος), con un’opportuna sottolineatura della patrii sermonis egestas; il capitolo IX accompagna il lettore nella lettura integrale dell’ode Nunc est bibendum (carm. I, 37), con attenzione al rovesciamento finale che nobilita la non humilis mulier; il capitolo X dedica alla prima ecloga una lettura partecipe e sensibile, fondata sulla constatazione che il dialogo tra Titiro e Melibeo è in realtà una giustapposizione di monologhi.

Un rilievo particolare spetta al capitolo VIII, dedicato alle traduzioni di Edoardo Sanguineti, oggetto della tesi di laurea dell’autore: la discussione del Giuoco del Satyricon e della versione del passer catulliano (carm. 2 e 2b), con le scelte audaci di «confortino» per l’hapax solaciolum e di «ragazza velocista» per puellae pernici, offre al lettore una riflessione non banale sul tradurre come interpretazione e travestimento. È forse il capitolo in cui l’autore parla con maggiore autorevolezza.

Sul versante della ricezione, il volume raccoglie materiali di grande interesse: la lettera di Petrarca a Cicerone (fam. XXIV, 3) e l’aneddoto del vecchio veronese che proclama Cicerone «un dio dell’eloquenza» (fam. XXIV, 2); il colloquio erasmiano tra l’abate Antronio e la dotta Magdalia, manifesto della cultura femminile; la relazione di Pascoli alla commissione ministeriale del 1893, nella quale la grammatica «si stende come un’ombra sui fiori immortali del pensiero antico e li aduggia»; la pagina delle Faville del maglio in cui d’Annunzio rimpiange la declinazione perduta; infine, il dialogo latino tratto da un manuale scolastico del 1938, documento inquietante dell’uso coloniale e razzista del latino nella scuola fascista, opportunamente desunto dal progetto di ricerca dell’Università di Oslo sull’uso del latino nella cultura pubblica del Ventennio.

Una scuola. Bassorilievo da un sarcofago romano. 150 d.C., marmo. Treviri

5. Non un cadavere da dissezionare: la questione didattica

Il filo rosso che attraversa il libro è una critica del metodo grammaticale-traduttivo, considerato responsabile della disaffezione degli studenti e della trasformazione del latino in «un cadavere da dissezionare». Michienzi ricostruisce questa genealogia con una certa ampiezza: la didattica dei colloquia umanistici (Erasmo, Vives, i «latinucci» di Poliziano), la Ratio studiorum gesuitica del 1599, l’Orbis sensualium pictus di Comenio, l’affermazione ottocentesca del modello tedesco, la riforma Gentile, la Carta della Scuola di Bottai, la Commissione Washburne, la scuola media unica del 1962, fino all’adattamento italiano del metodo di Hans Henning Ørberg promosso da Luigi Miraglia. Il quadro è informato (l’autore dichiara il proprio debito verso il volume curato da Luciana da Preti nel 2014 e verso gli studi di Massimo Gioseffi) e la polemica contro la retorica del «latino palestra di logica» è condotta con argomenti non superficiali.

Proprio perché la questione è seria, occorre però osservare che la contrapposizione tra metodo «naturale» e metodo grammaticale è talvolta presentata in termini più netti di quanto la stessa esperienza dell’autore suggerirebbe. Michienzi riconosce con onestà che il latino di Ørberg è un latino dal lessico ristretto e che resta aperta la domanda se la proficiency acquisita sui testi graduati consenta poi di affrontare Quintiliano o Nepote; e d’altra parte la riflessione grammaticale esplicita, se orientata alla comprensione del testo, non è necessariamente incompatibile con la lettura estensiva. Il lettore docente avrebbe tratto profitto da un capitolo che, accanto alla diagnosi, proponesse con qualche concretezza un modello integrato. Resta, in ogni caso, il valore della conclusione, che rivendica per gli studi classici la funzione di formare all’ideale di una cultura disinteressata e li definisce, con immagine felice, un hortus «che tanto conclusus non è», aperto anche all’immenso patrimonio del latino medievale e moderno.

6. Ridentem dicere verum? Il registro e i suoi costi

Il tratto che più caratterizza il libro, e che più ne dividerà i lettori, è il registro linguistico. Michienzi adotta sistematicamente il lessico dei social e del parlato giovanile (crush, dissing, shitstorm, fuffaguru), il turpiloquio ricorrente, l’anacronismo comico (Ottaviano che fa «arrivare i treni in orario», Dario III che «sguscia come un capitone», Atalanta «tutta caccia, ascelle non depilate»), il riferimento continuo alla cultura televisiva e musicale. Non si tratta di un incidente ma di una scelta poetica dichiarata, coerente con l’idea di desacralizzare l’antico, e in molti passaggi essa produce effetti di indubbia efficacia: l’umorismo è necessario e la vivacità della scrittura sostiene la lettura anche nelle pagine più tecniche. Chi scrive ha particolarmente apprezzato questo aspetto del libro.

7. Nugae serissime: un bilancio

Latin lover è un libro generoso, colto e sinceramente appassionato, che riesce nell’intento di mostrare la continuità del latino nella storia culturale europea e globale, dalle iscrizioni arcaiche ai tatuaggi delle celebrità, e di farlo con una leggerezza che non coincide quasi mai con la superficialità. I suoi punti di forza sono la competenza storico-linguistica, la scelta dei documenti, la presenza costante dei testi in originale, l’attenzione alla storia della didattica e una scrittura capace di tenere desta l’attenzione anche del lettore più lontano dagli studi classici.

Il volume si raccomanda soprattutto a due categorie di lettori: a chi ha studiato il latino a scuola e ne conserva un ricordo opaco o ostile, e che vi troverà un invito persuasivo a riconsiderarlo; e ai docenti, che vi incontreranno, oltre a una riflessione stimolante sul senso del loro lavoro, un ricco repertorio di testi, aneddoti e collegamenti utilizzabili in classe, purché vagliati con la cautela critica che ogni buona divulgazione, per sua natura, richiede al lettore. Nella sphragìs conclusiva l’autore si ritrae, con autoironia, carminibus nugisque iocisque onustus: è un autoritratto fedele, al quale va riconosciuto che anche le nugae, come insegnava Catullo, possono essere una cosa seria.

Gli affari di Gaio Sergio Orata. Ostriche, bagni pensili e speculazione immobiliare nella Campania della tarda Repubblica

Un nome, un pesce, un problema

Pochi personaggi della tarda Repubblica romana sono, a un tempo, tanto noti e tanto evanescenti quanto Gaio Sergio Orata. Il suo nome ricorre in Cicerone, in Varrone, in Columella, in Valerio Massimo, in Plinio il Vecchio, in Macrobio, nell’epitome festina del De verborum significatu di Verrio Flacco e, per il tramite dell’Hortensius ciceroniano, perfino in Agostino. Eppure, nessuna di queste fonti ci dice chi egli fosse, da dove venisse, quale rango occupasse, quali magistrature avesse eventualmente ricoperto.[1] Ciò che la tradizione conserva è, piuttosto, un repertorio di gesti: Orata fu il primo a creare vivai di ostriche nel territorio di Baia, il primo a dichiarare superiori per sapore le ostriche del lago Lucrino, il primo a far costruire i misteriosi pensiles balineae («bagni pensili»), con i quali avrebbe valorizzato ville poi rivendute con ampio profitto. Inoltre, egli fu probabilmente coinvolto in due processi nei quali comparvero i massimi oratori del suo tempo, Lucio Licinio Crasso e Marco Antonio. Infine, il suo sarebbe diventato un nome proverbiale, simbolo di una vita agiata, raffinata, votata al piacere.

L’interesse della figura risiede proprio in questa doppia natura. Da un lato Orata è un caso, per molti versi unico, di imprenditore del quale le fonti letterarie registrano le innovazioni tecniche e commerciali: un uomo d’affari che, nell’ultimo decennio del II e nei primi anni del I secolo a.C., intuì le potenzialità economiche della costa flegrea, allora in via di trasformazione in luogo d’elezione dell’otium aristocratico.[2] Dall’altro lato, Orata è un exemplum: un personaggio la cui immagine è stata modellata, e talvolta deformata, dalle esigenze retoriche e morali degli autori che lo menzionano. Come ha mostrato Cynthia Bannon, i «fatti» della sua biografia ci giungono attraverso ritratti fortemente coloriti, che dicono meno dell’individuo che dell’identità della nobilitas romana e delle sue inquietudini dinanzi alla ricchezza, al commercio, al lusso.[3]

Altare funerario di Lucio Calpurnio Dafno (CIL VI 9183 = ILS 7501). Dettaglio del rilievo, pietra, c. 61-70 d.C. da Roma. Roma, Museo di P.zzo Massimo alle Colonne.

I. Il nome e l’uomo

La prima questione che la figura di Orata impone è quella del suo nome. Il cognomen Orata (o Aurata) coincide con il nome latino dell’orata, la Sparus aurata dei moderni ittiologi, che i Greci chiamavano χρυσόφρυς («dal sopracciglio d’oro»), per la caratteristica fascia dorata che le attraversa il capo.[4] Già gli antichi si interrogarono sulla ragione di tale soprannome e le risposte che ci sono pervenute sono due, non necessariamente alternative.

La prima, attestata da Varrone e ripresa da Columella e da Macrobio, collega il cognomen alla passione di Gaio Sergio per i pesci e per le peschiere. Nel III libro del De re rustica, introducendo il tema della villatica pastio ittica, Varrone scrive:

Varro Rust. III 3, 10 (ed. Heurgon – Guiraud)

Sic nostra aetas in quam luxuriam propagavit leporaria, <h>ac piscinas protulit ad mare et in eas pelagios greges piscium revocavit. Non propter has appellati Sergius Orata et Licinius Murena? Quis enim propter nobilitates ignorat piscinas Philippi, Hortensi, Lucullorum?

Così la nostra età, con lo stesso lusso con cui ha ampliato le riserve di caccia, ha spinto le peschiere fino al mare e vi ha richiamato branchi di pesci d’alto mare. Non è forse a causa di queste che hanno ricevuto il loro nome Sergio Orata e Licinio Murena? E chi, infatti, non conosce, per la loro fama, le peschiere di Filippo, di Ortensio, dei Luculli?

Il testo, che presenta qualche turbamento nella tradizione manoscritta,[5] merita attenzione per una sottigliezza che la critica ha a lungo trascurato: Varrone non dice che Orata e Murena furono così chiamati per i pesci che allevavano, bensì propter has, cioè «a motivo delle peschiere». Lo scarto è significativo, perché il nome di Orata non ha alcun rapporto etimologico con l’ostrea («ostrica»), il “pesce” che lo rese celebre; e nessuna fonte indipendente attesta che egli allevasse effettivamente orate.[6] La seconda domanda retorica, quis enim propter nobilitates ignorat…?, gioca a sua volta sull’ambiguità del termine nobilitas, che può indicare tanto la semplice notorietà quanto l’appartenenza alla nobilitas consolare: l’accostamento dei due «uomini‑pesce» ai nobiles Filippo, Ortensio e Lucullo, notoriamente più celebri per le loro peschiere che per la loro azione politica, sembra suggerire che, in materia di vivai, la linea di demarcazione tra nobiles e novi divenisse labile.[7]

La spiegazione «ittica» del cognomen è esplicitamente assunta da Columella, che vi aggiunge una pungente nota moralistica:

Colum. rust. VIII 16, 5 (ed. Hedberg)

Iam enim celebres erant deliciae popinales, cum ad mare deferrentur vivaria, quorum studiosissimi, velut ante devictarum gentium Numantinus et Isauricus, ita Sergius Orata et Licinius Muraena captorum piscium laetabantur vocabulis.

Erano infatti ormai celebri le ghiottonerie da taverna, quando i vivai vennero trasferiti fino al mare; e i loro più appassionati cultori, come un tempo il Numantino e l’Isaurico si fregiavano dei nomi delle genti debellate, così Sergio Orata e Licinio Murena si compiacevano dei nomi dei pesci catturati.

Il paragone è di notevole efficacia: i cognomina ex virtute della grande tradizione repubblicana (Scipione Emiliano Numantino, Publio Servilio Vatia Isaurico) sono degradati a cognomina gastronomici, e la cattura di un pesce prende il posto della sottomissione di un popolo. Columella, che cita poco prima Varrone alla lettera, condensa in una sola frase la parabola morale che la tradizione assegna al personaggio.[8] Macrobio, infine, nei Saturnalia, attribuisce esplicitamente a Varrone la notizia e precisa quale fosse il pesce:

Macrob. Sat. III 15, 2-3

Huic opinioni M. Varro consentit, adserens eodem modo Licinios appellatos Murenas quo Sergius Orata cognominatus est, quod ei pisces qui auratae vocantur carissimi fuerint. Hic est Sergius Orata qui primus balneas pensiles habuit, primus ostrearia in Baiano locavit, primus optimum saporem ostreis Lucrinis adiudicavit. Fuit autem aetate L. Crassi illius diserti, qui quam gravis et serius habitus sit etiam Cicero docet.

Con questa opinione concorda Marco Varrone, il quale afferma che i Licinii furono chiamati Murenae allo stesso modo in cui Sergio ricevette il cognomen di Orata, perché gli erano carissimi i pesci che si chiamano auratae. Costui è il Sergio Orata che per primo ebbe bagni pensili, per primo collocò allevamenti di ostriche nel territorio di Baia, per primo assegnò il sapore migliore alle ostriche del Lucrino. Visse al tempo di quel celebre oratore Lucio Crasso, del quale anche Cicerone attesta quanto fosse ritenuto austero e serio.

È verosimile, come è stato osservato, che Macrobio non si limiti a «spiegare» Varrone, ma combini notizie desunte da fonti diverse, presumibilmente Cicerone e Columella, oltre che Plinio, la cui triplice anafora primus… primus… (nat. 9, 168) è qui riecheggiata quasi alla lettera.[9]

La seconda spiegazione del soprannome ci è conservata dall’epitome di Paolo Diacono al compendio festino di Verrio Flacco, e connette il nome non al pesce, ma all’oro:

Paul. Fest. p. 196 L. (= p. 182 M.)

Orata genus piscis appellatur a colore auri, quod rustici orum dicebant, ut auriculas oriculas. Itaque Sergium quoque quendam praedivitem, quod et duobus anulis aureis et grandibus uteretur, Oratam dicunt esse appellatum.

“Orata”, genere di pesce, prende nome dal colore dell’oro, che i contadini pronunciavano orum, così come dicevano oriculas per auriculas. Perciò dicono che anche un certo Sergio, ricchissimo, fosse chiamato Orata, perché portava due anelli d’oro, e per giunta grandi.

Il lemma ha un duplice valore. Sul piano linguistico, esso documenta la consapevolezza, da parte dei grammatici antichi, della monottongazione del dittongo au in o, fenomeno tipico del latino «rustico» e di alcune varietà italiche (si pensi all’umbro ote di fronte al latino aut), destinato a lunga fortuna nelle lingue romanze.[10] Sul piano storico, esso introduce un dettaglio, i due grandi anelli d’oro, che merita di essere correttamente inteso: il testo parla di anuli, cioè di anelli da dito, e non di orecchini, come talvolta si è scritto.[11] L’anello d’oro, che ai tempi di Orata contrassegnava il rango equestre e serviva come sigillo per gli atti di natura commerciale, era accessorio di ricchezza non meno delle peschiere: e non è escluso che il gioco di parole di Varrone, con il suo voluto scarto tra nome e pesce, presupponga già l’associazione tra aurata e aurum.[12]

Quale delle due etimologie sia «vera» è questione oziosa: entrambe sono il prodotto di una riflessione erudita a posteriori su un cognomen che, come quello dei Licinii Murenae, si prestava a essere letto come indice di carattere. È vero che Kajanto respinse l’interpretazione caratteriale del nome proprio in ragione del suo significato ittico;[13] ma proprio tale associazione, indipendentemente da ciò che essa poteva rivelare della personalità reale di Sergio, rese il nome tanto efficace come exemplum letterario.

Le coordinate cronologiche, per quanto scarne, sono sufficientemente sicure. Plinio colloca l’invenzione dei vivai di ostriche aetate L. Crassi oratoris, ante Marsicum bellum, cioè al tempo dell’oratore Lucio Licinio Crasso e prima della guerra marsica, ossia della guerra sociale, scoppiata nel 91 a.C.;[14] Macrobio ribadisce il sincronismo con Crasso. Quest’ultimo, console nel 95 e censore nel 92 con Gneo Domizio Enobarbo, morì nel settembre del 91, pochi giorni dopo la data drammatica del De oratore; e proprio nel De oratore Crasso ricorda di aver difeso «di recente» (nuper) la causa di Orata contro Marco Mario Gratidiano.[15] Ne consegue che l’attività di Orata si colloca, nel suo nucleo documentato, negli anni Novanta del I secolo a.C., con radici probabilmente già negli ultimi anni del II secolo.

Più incerte sono altre indicazioni che circolano nella letteratura moderna. Lo zoologo R.T. Günther, nel 1897, affermava che Orata fosse stato pretore nel 97 a.C.[16]: ma nessuna fonte antica attesta magistrature di Orata, e l’affermazione va considerata priva di fondamento documentario. Altrettanto congetturale è l’ipotesi, ricordata da Annalisa Marzano, che egli fosse di rango equestre e originario di Pompei.[17] Dell’appartenenza di Orata alla gens Sergia, la stessa che aveva dato consoli alla prima età repubblicana e che avrebbe prodotto, una generazione più tardi, Lucio Sergio Catilina, si è discusso sulla base del solo gentilizio: l’ipotesi, avanzata da Nicolet e ripresa da Wikander, è possibile ma indimostrabile.[18]

Proprio l’assenza di dati prosopografici ha favorito la diffusione, nella critica novecentesca, di un’immagine riduttiva: quella di un abile affarista campano, di un «buon ostricaro» estraneo all’aristocrazia romana e legato ad essa da rapporti puramente commerciali.[19] Contro questa lettura Bannon ha argomentato, in modo persuasivo, che l’immagine di un Orata «plebeo» deriva in larga misura dalla proiezione retrospettiva del ritratto di Valerio Massimo, che ne fa un servo della gola, sulle fonti più antiche; e che, al contrario, proprio il fatto che Cicerone e Varrone si servano di Orata per riflettere sull’identità dell’élite suggerisce che egli ne facesse parte, se non come senatore politicamente attivo, certo come membro di quella più ampia cerchia di uomini facoltosi, colti, legati da vincoli di amicizia e di affari ai grandi della politica.[20]

Gli stretti rapporti con Crasso, che fu suo avvocato e amico, e la familiarità con il pubblicano Considio, amicus dello stesso Crasso, depongono nella medesima direzione. La conclusione più prudente è dunque che Orata appartenesse all’élite economica e sociale della tarda Repubblica, verosimilmente all’ordine equestre, senza che sia possibile precisarne ulteriormente lo status.

Fiaschetta di Populonia con iscrizione (CIL XI 6710=ILS 8612: Anima felix vivas | stagnu(m) palatiu(m) | ostiaria) e veduta di Baia e Pozzuoli. Ampolla sferica, vetro soffiato color verde acqua, III sec. Baratti-Populonia, Museo del Parco Archeologico.

II. Il teatro delle imprese: Baia e il lago Lucrino

Le attività di Orata si concentrarono nel sinus Baianus, il tratto di costa flegrea compreso tra Pozzuoli e Miseno che, a partire dalla fine del II secolo a.C., andava popolandosi di ville marittime e divenendo meta di un turismo d’élite fondato sui soggiorni termali e sui piaceri della mensa.[21] Il cuore di questo paesaggio era il lago Lucrino: non un vero lago, ma una laguna costiera di acqua salmastra, molto più estesa dell’attuale specchio d’acqua, la cui superficie fu drasticamente ridotta dall’eruzione che, nel 1538, generò il Monte Nuovo.[22] Una lingua di dune, sulla quale correva la via Herculanea, la separava dal mare aperto. Strabone ne offre la descrizione più precisa:

Strab. V 4, 6 (C 245)

ὁ δὲ Λοκρῖνος κόλπος πλατύνεται μέχρι Βαιῶν, χώματι εἰργόμενος ἀπὸ τῆς ἔξω θαλάττης ὀκτασταδίῳ τὸ μῆκος, πλάτος δὲ ἁμαξιαίας ὁδοῦ πλατείας, ὅ φασιν Ἡρακλέα διαχῶσαι, τὰς βοῦς ἐλαύνοντα τὰς Γηρυόνου.Il golfo Lucrino si allarga fino a Baia, separato dal mare esterno da un argine lungo otto stadi e largo quanto un’ampia strada carrozzabile, che si dice sia stato innalzato da Eracle mentre conduceva i buoi di Gerione.
δεχόμενον δ’ ἐπιπολῆς τὸ κῦμα ἐν τοῖς χειμῶσιν, ὥστε μὴ πεζεύεσθαι ῥᾳδίως, Ἀγρίππας ἐπεσκεύασεν. εἴσπλουν δ’ ἔχει πλοίοις ἐλαφροῖς, ἐνορμίσασθαι μὲν ἄχρηστος, τῶν δ’ ὀστρέων θήραν ἔχων ἀφθονωτάτην.Poiché d’inverno l’onda lo sommergeva in superficie, così che non era agevole percorrerlo a piedi, Agrippa lo fece restaurare. Il golfo è accessibile alle imbarcazioni leggere; inadatto all’ancoraggio, offre però una pesca abbondantissima di ostriche.

Il passo, scritto in età augustea, è prezioso per due ragioni. Esso attesta, anzitutto, la vulnerabilità della laguna alle mareggiate invernali, che superavano l’argine e minacciavano la stabilità delle acque interne: un dato che illumina, come si vedrà, le soluzioni tecniche attribuite a Orata da Valerio Massimo. In secondo luogo, conferma che ancora un secolo dopo l’iniziativa di Orata il Lucrino era, per antonomasia, il luogo delle ostriche, mentre la sua scarsa profondità lo rendeva inadatto alle navi di grande tonnellaggio.[23]

Il Lucrino non era proprietà privata. Esso apparteneva ai bona publica populi Romani e le sue risorse, a cominciare dalla pesca, venivano date in appalto dai censori dietro pagamento di un vectigal. Un lemma dell’epitome di Paolo Diacono conserva una curiosa notizia al riguardo:

Paul. Fest. p. 108 L.

Lacus Lucrinus in vectigalibus publicis primus locatur fruendus ominis boni gratia.

Il lago Lucrino, tra le entrate pubbliche, è dato in appalto per primo, per buon augurio.

Il «buon augurio» consiste, evidentemente, nell’assonanza tra Lucrinus e lucrum, il guadagno: un gioco paretimologico che, al di là della sua natura erudita, rivela l’importanza che lo Stato attribuiva a questa fonte di reddito.[24] La rendita della laguna dipendeva, del resto, da un equilibrio idraulico delicato, come mostra un passo del commento serviano alle Georgiche:

Serv. ad Georg. II 161 (ed. Thilo – Hagen)

In Baiano sinu lacus sunt duo […] Avernus et Lucrinus, qui olim propter copiam piscium vectigalia magna praestabant. Sed cum maris impetus plerumque irrumpens exinde pisces excluderet, et redemptores gravia damna paterentur, supplicaverunt senatui […].

Nel golfo di Baia vi sono due laghi […], l’Averno e il Lucrino, che un tempo, per l’abbondanza di pesce, fornivano grandi entrate. Ma poiché l’impeto del mare, irrompendo assai spesso, ne escludeva i pesci, e gli appaltatori subivano gravi danni, essi presentarono una supplica al senato […].

Servio attribuisce a Cesare le opere che ne seguirono, volte a regolare l’ingresso delle acque marine in modo che i pesci continuassero ad entrare senza che il mare arrecasse danno; la critica moderna tende piuttosto a riconoscervi gli interventi promossi da Agrippa nel 37 a.C., in connessione con la costruzione del Portus Iulius, che collegò il Lucrino all’Averno durante la guerra contro Sesto Pompeo.[25] Ciò che importa, ai fini della nostra indagine, è il quadro istituzionale che il passo presuppone: al tempo di Orata, il Lucrino era sfruttato da redemptores, appaltatori di diritti pubblici, la cui attività poteva entrare in conflitto con quella di chiunque pretendesse di utilizzare le acque della laguna per fini propri. È in questo quadro che va collocata la controversia tra Orata e il pubblicano Considio.

Accanto al Lucrino, il secondo elemento del paesaggio economico in cui Orata operò è costituito dalle villae. Negli anni a cavallo tra II e I secolo a.C. le rive del golfo di Baia, fino ad allora poco frequentate (Valerio Massimo le dice deserta ad id tempus), conobbero una rapida fioritura residenziale, alimentata dalla domanda di un’aristocrazia che vi cercava otium, cure termali e raffinatezze gastronomiche.[26] La presenza di peschiere, in particolare, accresceva in misura considerevole il valore di una villa marittima: lo attesta, tra gli altri, il caso di Gaio Irrio, pioniere dell’allevamento delle murene, che secondo Plinio riuscì a vendere una villa di modesto pregio per quattro milioni di sesterzi grazie ai vivai che essa conteneva.[27] Fu precisamente su questa congiuntura, sulla convergenza tra la domanda di ville di lusso, la moda delle peschiere e la crescente fama gastronomica dei molluschi del Lucrino, che Orata costruì la propria fortuna.

Scena di pesca. Mosaico pavimentale (dettaglio), c. II sec. d.C. dalla Villa del Mosaico del Nilo, Leptis Magna.

III. L’ostricoltore

La fonte più ampia e meno moralistica sull’attività di Orata è il IX libro della Naturalis historia, dedicato agli animali acquatici. All’interno di una digressione sui vivai, nella quale sfilano Vedio Pollione, Lucullo, Licinio Murena, Irrio, Ortensio e Fulvio Lippino, Plinio scrive:

Plin. NH. IX 168-169 (ed. Mayhoff)

Ostrearum vivaria primus omnium Sergius Orata invenit in Baiano aetate L. Crassi oratoris ante Marsicum bellum, nec gulae causa, sed avaritiae, magna vectigalia tali ex ingenio suo percipiens, ut qui primus pensiles invenerit balineas, ita mangonicatas villas subinde vendendo. Is primus optimum saporem ostreis Lucrinis adiudicavit, quando eadem aquatilium genera aliubi atque aliubi meliora, sicut lupi pisces in Tiberi amne inter duos pontes, rhombus Ravennae, murena in Sicilia, elops Rhodi, et alia genera similiter, ne culinarum censura peragatur. Nondum Britannica serviebant litora, cum Orata Lucrina nobilitabat. Postea visum tanti in extremam Italiam petere Brundisium ostreas, ac, ne li‹s e›sse‹t› inter duos sapores, nuper excogitatum famem longae advectionis a Brundisio conpascere in Lucrino.

Il primo di tutti a inventare vivai di ostriche fu Sergio Orata, nel territorio di Baia, al tempo dell’oratore Lucio Crasso, prima della guerra marsica; e non per golosità, ma per avidità, traendo grandi rendite da un tale ingegno, tanto che, come fu il primo a inventare i bagni pensili, così, abbellite in questo modo le ville, subito le rivendeva. Fu lui il primo ad assegnare il sapore migliore alle ostriche del Lucrino, poiché le medesime specie acquatiche sono migliori ora in un luogo ora in un altro, come i lupi [le spigole] del Tevere tra i due ponti, il rombo di Ravenna, la murena di Sicilia, l’elops di Rodi, e similmente altre specie, per non passare in rassegna l’intero censimento delle cucine. Non erano ancora al nostro servizio i lidi della Britannia, quando Orata rendeva famose le ostriche del Lucrino. In seguito, si giudicò valesse la pena andare a cercare le ostriche fino a Brindisi, all’estremità dell’Italia; e, perché non vi fosse contesa tra i due sapori, di recente si è escogitato di saziare nel Lucrino la fame accumulata durante il lungo trasporto da Brindisi.

Il passo è costruito con notevole densità informativa. Plinio vi registra quattro elementi: la priorità di Orata nella creazione degli ostrearum vivaria; il movente economico della sua attività (nec gulae causa, sed avaritiae); la combinazione, nella stessa strategia imprenditoriale, dei vivai di ostriche e dei pensiles balineae installati nelle ville; e infine quella che con linguaggio moderno potremmo chiamare un’operazione di marketing, l’affermazione cioè del primato gustativo delle ostriche lucrine, che Orata nobilitabat. L’elops di Rodi, si noti per inciso, è un pesce di identificazione incerta e la resa «pesce spada», talora proposta, non trova sostegno nelle fonti.[28]

L’insistenza di Plinio sulla motivazione mercantile è polemica: essa corregge la rappresentazione di Valerio Massimo, che faceva di Orata un ghiottone. Ma la notazione ha anche un preciso valore storico, perché inquadra l’attività di Orata in un orizzonte economico e non semplicemente edonistico. Il riferimento alla Britannia, i cui banchi di Rutupie (Richborough) avrebbero rifornito le mense romane solo dopo la conquista claudia, serve a sottolineare che Orata aveva occupato un mercato privo di concorrenti, nel quale le ostriche locali, gravate di minori costi di trasporto, potevano essere vendute a un prezzo remunerativo.[29]

Per apprezzare la portata dell’iniziativa di Orata occorre ricordare che le ostriche, a Roma, erano da tempo un simbolo del lusso alimentare. Il pesce, e più ancora il pesce pregiato, era per i Romani un cibo molto più costoso della carne, tanto che a Catone il Censore si attribuiva la battuta secondo cui a Roma un pesce costava più di un bue.[30] Proprio i conchylia furono colpiti dalla legislazione suntuaria: Plinio ricorda che il console Marco Emilio Scauro, nel 115 a.C., escluse dalle cene, insieme con i ghiri e gli uccelli importati, anche i molluschi:

Plin. NH. VIII 223

[…] glires, quos censoriae leges princepsque M. Scaurus in consulatu non alio modo cenis ademere quam conchylia aut ex alio orbe convectas aves.

[…] i ghiri, che le leggi censorie e, per primo, Marco Scauro durante il suo consolato tolsero dalle cene, non diversamente dai molluschi e dagli uccelli fatti venire da un altro mondo.

Il dato è eloquente: appena una generazione dopo il divieto di Scauro, Orata costruiva sulle ostriche un’impresa di successo, segno della scarsa efficacia della legislazione suntuaria e, insieme, della forza di una domanda che nessuna legge riusciva a contenere.[31] Della fortuna proverbiale delle ostriche lucrine danno testimonianza numerosi autori, da Orazio a Petronio, da Seneca a Giovenale e Marziale.[32] Giovenale, nella quarta satira, attribuisce a Montano, raffinato gaudente dell’età neroniana, la capacità di riconoscerne la provenienza al primo morso:

Iuv. IV 140-142

[…] Circeis nata forent an / Lucrinum ad saxum Rutupinove edita fundo / ostrea, callebat primo deprendere morsu.

[…] se le ostriche fossero nate al Circeo o presso lo scoglio del Lucrino, o fossero cresciute sui fondali di Rutupie, sapeva riconoscerlo al primo morso.

E ancora Seneca, nella lettera 108, ricorda di aver rinunciato per tutta la vita a ostriche e funghi, che non sono cibo ma eccitanti che costringono a mangiare chi è già sazio.[33] La fama delle ostriche lucrine giunse fino all’epigrafia funeraria. A Ostia, un certo Gaio Domizio Primo condensò nel proprio epitaffio la formula di una vita felice:

CIL XIV 914, rr. 2-4

Hoc ego sum in tumulo Primus notissimus ille. / Vixi Lucrinis, potavi saepe Falernum, / balnea, vina, Venus mecum senuere per annos.

«In questo sepolcro sono io, quel Primo notissimo. Vissi di ostriche lucrine, bevvi spesso Falerno; bagni, vino e amore sono invecchiati con me negli anni.»

In questi versi le ostriche del Lucrino, per metonimia semplicemente Lucrina, compaiono accanto al Falerno e ai bagni come segni emblematici di un’esistenza dedita al piacere[34]: e non è privo di suggestione che la triade balnea, vina, Venus associ, nell’immaginario di un ostiense dell’età imperiale, proprio quei due ambiti, le ostriche e i bagni, ai quali il nome di Orata era indissolubilmente legato.

Come allevava Orata le sue ostriche? Le fonti antiche non forniscono descrizioni tecniche, e Plinio, osservava già Günther, sembra trovare le qualità gastronomiche dei molluschi un tema più attraente della loro biologia.[35] Tuttavia, combinando indizi letterari, iconografici e archeologici con il confronto etnografico, è possibile delineare con qualche verosimiglianza le pratiche note ai Romani.

L’ostricoltura vera e propria, cioè la raccolta del novellame, l’accrescimento e l’ingrasso in ambienti controllati, era nota nel mondo greco ben prima di Orata. Aristotele ricorda che alcuni abitanti di Chio, trasportate ostriche vive da Pirra di Lesbo, le deposero in stretti marini soggetti a correnti, dove esse crebbero considerevolmente di dimensioni senza tuttavia riprodursi; e altrove riferisce che a Rodi si scoprì casualmente come le larve dei molluschi attecchissero con particolare facilità sui frammenti di terracotta.[36]

L’ostricoltura romana, come dimostra Thüry, si estese in età imperiale alla Spagna, alla Gallia, alla Grecia, all’Asia Minore e all’Africa, mentre il trasporto a lunga distanza di ostriche vive, reso possibile dalla capacità dei molluschi di sopravvivere per settimane a basse temperature se tenuti umidi e ben chiusi, ne portò il consumo fino all’interno dell’Europa centrale[37].

Due sono le tecniche che il confronto tra fonti antiche ed etnografia moderna consente di attribuire ai Romani. La prima è la cosiddetta tecnica «a pergolato»: pali di legno infissi nel fondale e collegati da traverse o funi, alle quali venivano appese corde o fascine cariche di ostriche. È questa la tecnica che R.T. Günther, in un contributo pionieristico del 1897, riconobbe nelle rappresentazioni degli ostriaria incise sulle celebri fiaschette vitree tardoantiche con vedute di Baia e Pozzuoli: sulla fiaschetta di Piombino, l’antica Populonia, e su quella già al Museo Borgiano di Propaganda Fide, le legende OSTRIARIA accompagnano strutture formate da pali verticali e traverse, dalle quali pendono funi con ostriche.[38] Lo stesso Günther richiamava un verso di Ausonio, il quale, nel IV secolo d.C., parlava delle ostriche quae Baianis pendent fluitantia palis, «che pendono ondeggiando dai pali di Baia»,[39] e osservava che il metodo così documentato coincideva con quello ancora in uso, alla fine dell’Ottocento, nel Lucrino, nel Fusaro e nel Mar Piccolo di Taranto.[40] La continuità dell’ostricoltura flegrea fino alla tarda antichità è del resto confermata da Cassiodoro, che ancora nel VI secolo annovera tra le attrattive di Baia le ostriche dell’Averno e i vivai nei quali branchi di pesci vivevano «in libertà».[41]

La seconda tecnica consiste nella creazione, sul fondo della laguna, di un substrato artificiale di cocci di terracotta, tegole intere o pietrame, sul quale far attecchire le larve. Essa è ben attestata in età moderna (nel 1891, ad esempio, fu adottata presso Grado con tegole ricoperte di calce, che favoriva l’attecchimento e forniva calcio al mollusco per la formazione della conchiglia) e produce ostriche dalla crescita più lenta, ma dal guscio più robusto e di forma più regolare.[42] Ora, è proprio a questa seconda tecnica che sembrano rinviare gli unici indizi direttamente riferibili a Orata.

Il frammento dell’Hortensius ciceroniano tramandato da Nonio dice di lui che era dotato di tale abilità ut posset vel in tegulis proseminare ostreas («da poter seminare ostriche perfino sulle tegole»);[43] e la battuta di Crasso riferita da Valerio Massimo, secondo cui Orata, se allontanato dal lago, avrebbe trovato le ostriche in tegulis, sulle tegole, ha un senso pieno solo se presuppone un pubblico consapevole che le ostriche di Orata crescevano effettivamente su tegole.[44] A sostegno dell’ipotesi, Marzano adduce il rinvenimento, nell’area di Portus Feniliae presso Orbetello, di una fornace del I secolo d.C. che produceva anfore e tegole di dimensioni ridotte, anomale per l’edilizia e forse destinate all’ostricoltura nella vicina laguna; ma la stessa studiosa avverte che si tratta di un’ipotesi difficilmente verificabile.[45]

Non mancano, peraltro, letture alternative. Gabriele Marasco ha proposto di intendere le tegole della battuta di Crasso come allusione ad allevamenti in posizione sopraelevata, connessi ai pensiles balineae e alimentati dalle acque termali della zona[46]. Le due interpretazioni non si escludono del tutto, e l’ambiguità del linguaggio delle fonti, giocato sul doppio senso, impone prudenza. Resta tuttavia probabile che, nella fase pionieristica dell’allevamento lucrino, Orata si servisse di un substrato di terracotta, mentre la tecnica a pergolato, documentata dalle fiaschette e da Ausonio, appare caratteristica dell’età imperiale e tardoantica.[47]

Due ulteriori aspetti meritano attenzione. Il primo riguarda la manodopera. Si potrebbe essere tentati di spiegare il successo di Orata con l’impiego massiccio di forza lavoro servile; ma i dati ottocenteschi raccolti da Carazzi mostrano che nel lago Fusaro, nel 1892, furono prodotti circa sette milioni di ostriche con l’impiego di appena quattro-sei addetti. Pur con la cautela che ogni comparazione diacronica impone, se ne può dedurre che una produzione ragguardevole era possibile con un numero limitato di lavoratori, e che gli investimenti più onerosi riguardavano piuttosto la gestione idraulica della laguna: il controllo della salinità e della temperatura, la manutenzione dei collegamenti con il mare, la lotta contro l’insabbiamento.[48]

Il secondo aspetto concerne la destinazione del prodotto. Contro l’opinione, sostenuta da Frank e, almeno in parte, da D’Arms, secondo cui le ostriche di Orata sarebbero state destinate esclusivamente alla clientela locale per la difficoltà di trasportarle, Marasco ha giustamente obiettato che le fonti attestano la capacità dei Romani di trasportare ostriche vive su lunghe distanze:[49] lo stesso Plinio ricorda il trasporto delle ostriche da Brindisi al Lucrino, e Ateneo riferisce che Apicio fece pervenire ostriche fresche a Traiano impegnato in Partia, a molti giorni di distanza dal mare.[50] La via marittima che univa la Campania a Ostia, e di qui per il Tevere a Roma, rendeva del resto agevole il rifornimento della capitale.

Scena portuale (forse il porto di Puteoli). Affresco, ante 79, da una villa di Stabiae. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

IV. L’invenzione dell’ipocausto?

Se l’ostricoltura costituisce il nucleo meno controverso della tradizione su Orata, la sua seconda «invenzione» è, al contrario, uno dei problemi più discussi della storia dell’architettura termale romana. Plinio, come si è visto, afferma che Orata fu qui primus pensiles invenerit balineas; Macrobio, con formula più cauta, che primus balneas pensiles habuit. Valerio Massimo apre il suo ritratto con una notizia più circostanziata, anche se, come vedremo, non meno problematica:

Val. Max. IX 1, 1 (ed. Kempf)

C. Sergius Orata pensilia balinea primus facere instituit. Quae inpensa ‹a› levibus initiis coepta ad suspensa caldae aquae tantum non aequora penetravit.

Gaio Sergio Orata fu il primo a far costruire bagni pensili. Questo investimento, avviato da modesti inizi, si spinse fin quasi a veri e propri mari sospesi di acqua calda.

A queste testimonianze si aggiungono un frammento dell’Hortensius ciceroniano, nel quale il soggetto, quasi certamente Orata, è detto primus balneola suspendit, inclusit pisces, «per primo sospese piccoli bagni, rinchiuse pesci»,[51] e un passo dello stesso Plinio relativo al medico Asclepiade di Bitinia, contemporaneo di Orata e anch’egli in rapporti con Crasso:

Plin. NH. XXVI 16

Asclepiaden adiuvere multa in antiquorum cura nimis anxia et rudia, ut obruendi aegros veste sudoresque omni modo ciendi, nunc corpora ad ignes torrendi solesve adsiduo quaerendi in urbe nimbosa, immo vero tota Italia imperatrice, tum primum pensili balinearum usu ad infinitum blandiente.

Giovarono ad Asclepiade molti aspetti, eccessivamente angosciosi e rozzi, della terapia degli antichi, come il seppellire i malati sotto le coperte e il provocarne la sudorazione in ogni modo, ora l’arrostirne i corpi presso il fuoco, ora il cercare di continuo il sole in una città piovosa, anzi in tutta l’Italia dominatrice; mentre allora, per la prima volta, l’uso dei bagni pensili lusingava [i pazienti] senza misura.

Il testo dell’ultima proposizione è difficile e forse corrotto,[52] ma il contesto esige che i pensiles balineae di Asclepiade contenessero acqua calda e fossero impiegati a scopo terapeutico.

A partire dagli studiosi italiani dei primi decenni del Novecento, e in particolare dalla tesi di Sgobbo sull’origine flegrea delle terme romane, si è largamente affermata l’identificazione dei pensiles balineae con l’ipocausto, il sistema di riscaldamento a pavimento sospeso su pilastrini (suspensurae) attraverso il quale circolava l’aria calda prodotta da un forno.[53] L’ipotesi non è priva di fondamento. Vitruvio, descrivendo il calidario, parla di suspensurae caldariorum, e il verbo suspendere è usato, in un’iscrizione di Pitino Pisaurense, nel senso di «dotare un bagno di ipocausto» (balneum suspendit).[54] In questa prospettiva, i «bagni pensili» sarebbero bagni il cui pavimento «pende» tra il terreno e la volta, sostenuto dalle suspensurae.

Nel 1948 J. Hilton Turner, in una breve nota significativamente intitolata Sergius Orata, Pioneer of Radiant Heating, fece di Orata il precursore del moderno riscaldamento radiante, e gli attribuì il merito di aver dato avvio alla straordinaria popolarità del bagno caldo romano; lo studioso lasciava aperta la questione se Orata avesse inventato il sistema o si fosse limitato a sfruttare un’invenzione greca, e richiamava la possibilità che l’ispirazione gli fosse venuta dall’uso, a Baia, del vapore naturale per il riscaldamento dei bagni.[55]

Nella stessa direzione, ma con argomentazione assai più articolata, si mosse Inge Nielsen, che nel 1985 tentò di conciliare la tradizione letteraria con i dati archeologici: rivalutando la cronologia delle fasi III e IV delle Terme Stabiane di Pompei, la studiosa sostenne che gli ipocausti vi sarebbero stati inseriti in una fase secondaria, databile al 90-80 a.C., e che la transizione dal bagno greco a quello romano in Italia andrebbe attribuita proprio all’invenzione del tipo romano di ipocausto, i balneae pensiles delle fonti, da parte di Orata, ispirato dalle fumarole e dalle sorgenti calde dei Campi Flegrei.[56]

L’identificazione si scontra, tuttavia, con un dato archeologico ormai incontrovertibile: ipocausti precedenti l’età di Orata, anche di un secolo e mezzo, sono documentati in Grecia e in Magna Grecia, a Gortys in Arcadia, a Olimpia, a Gela, a Megara Iblea, a Siracusa.[57] Già Ginouvès, nel 1962, aveva quindi proposto di attribuire a Orata non l’invenzione, ma l’introduzione o il perfezionamento del sistema; e altri hanno tentato di distinguere tra l’ipocausto «anulare» greco e il sistema romano a pilastrini, per riservare a Orata il merito di quest’ultimo.[58]

Janet DeLaine, in una rassegna del 1988 dedicata alla ricerca sulle terme romane, ha sottoposto a serrata critica la ricostruzione di Nielsen. Da un lato, la datazione all’inizio del I secolo a.C. degli ipocausti delle Terme Stabiane appare a DeLaine un caso di special pleading, poiché nulla impedisce una cronologia più alta, ad esempio intorno al 120 a.C.; dall’altro, la tesi della Nielsen non tiene conto del possibile rapporto tra le forme greche di riscaldamento, documentate non solo a Gortys ma anche in Sicilia e a Velia, e l’ipocausto romano, tanto più che le Terme Repubblicane di Pompei mostrano una forma di transizione, con muretti paralleli a sostegno del pavimento.[59]

Con un’osservazione acuta, la studiosa riconosce che una standardizzazione del sistema, con la sostituzione dei muretti paralleli con i più efficienti pilastrini di mattoni, «need only have been the final step in quite a long development, but one that might just have earned Orata his fame»: e aggiunge, con una punta d’ironia, che la tradizione secondo cui Orata avrebbe inventato il sistema per riscaldare i suoi allevamenti di ostriche, per poi venderlo ai ricchi proprietari di ville, sa di quell’approccio «pre-packaged ‘do-it-yourself’» implicito nell’uso di elementi prefabbricati standardizzati.[60]

Un ulteriore rilievo di DeLaine merita di essere sottolineato: nelle Terme Stabiane e Repubblicane di Pompei, così come a Olimpia, l’ipocausto non è associato in origine al laconicum, cioè al bagno di sudore, ma ai caldaria e al riscaldamento dell’acqua per le vasche; il problema, osserva la studiosa, era riscaldare l’acqua, non lo spazio, e ciò riporta ancora una volta «alle vasche per ostriche di Orata».[61]

Il riesame più radicale della questione si deve a Garrett G. Fagan, che nel 1996 ha messo in discussione lo stesso presupposto dell’identificazione. La sua argomentazione si fonda su alcune osservazioni lessicali e contestuali di indubbio peso. In primo luogo, i termini tecnici con cui le fonti designano il riscaldamento a pavimento, suspensura e hypocauston, non sono mai associati all’invenzione di Orata, neppure da autori, come Valerio Massimo e Plinio, che scrivevano quando tali termini erano ormai correnti; e, reciprocamente, l’espressione pensiles balineae non compare mai, ad esempio in Vitruvio, in riferimento al sistema di riscaldamento delle terme.[62]

In secondo luogo, Cicerone, scrittore attentissimo alla proprietà del lessico, usa per l’invenzione di Orata il diminutivo balneola, mentre per i bagni destinati agli uomini adopera abitualmente balneae (per gli stabilimenti pubblici) e balneum (per quelli privati).[63]

In terzo luogo, e soprattutto, tutte le fonti che menzionano i pensiles balineae li collegano, esplicitamente o implicitamente, all’attività ittica di Orata: in Plinio, la clausola nec gulae causa sed avaritiae lega i vivai di ostriche ai bagni pensili attraverso il comune movente del profitto; Cicerone accosta balneola suspendit e inclusit pisces; Valerio Massimo, dopo aver menzionato i pensilia balinea, prosegue con idem… peculiaria sibi maria excogitavit; Plinio stesso inserisce la notizia in una digressione sulle peschiere.[64]

Se dunque i pensiles balineae erano vasche connesse alla piscicoltura, che cosa significava l’aggettivo pensilis? Fagan osserva che esso è applicato, oltre che a oggetti pendenti, a strutture sopraelevate su pilastri (i granai), ma anche ai giardini «pensili», a una passeggiata, a un tabularium: in questi casi il valore più plausibile è quello di «terrazzato», a gradoni sovrapposti. I pensiles balineae potrebbero essere stati, dunque, peschiere terrazzate, una serie di vasche sovrapposte nelle quali l’acqua scendeva a cascata dall’una all’altra; oppure vasche costruite fuori terra, la cui acqua «sospesa» era trattenuta dalle pareti impermeabilizzate in cocciopesto.[65] L’assenza di resti di peschiere nel golfo di Napoli, dovuta al bradisismo, impedisce purtroppo ogni verifica archeologica.[66] Quanto all’acqua calda menzionata da Valerio Massimo, Fagan esclude che Orata riscaldasse le sue peschiere, poiché i Romani non allevavano specie che lo richiedessero, e anzi si preoccupavano semmai di mantenere fresche le acque; avanza perciò l’ipotesi che il calore sia stato introdotto nei pensiles balineae da Asclepiade, interessato agli effetti terapeutici della combinazione di caldo e freddo, e che Valerio Massimo abbia confuso o sovrapposto i due usi del dispositivo.[67]

La conclusione di Fagan è netta: l’identificazione con l’ipocausto è, nel migliore dei casi, una possibilità tra molte, e Orata andrebbe semplicemente escluso dalla storia dell’evoluzione delle terme romane.[68]

Una terza via è stata tentata da Gabriele Marasco, che ha richiamato l’attenzione su un dato geografico decisivo: le ville di Orata sorgevano a Baia, località termale nella quale la temperatura era mite e l’acqua calda naturale consentiva di fare il bagno all’aperto quasi tutto l’anno.[69]

Secondo Marasco, una testimonianza «fondamentale quanto trascurata» è offerta da Cassio Dione: narrando i lavori di Agrippa del 37 a.C., lo storico ricorda che a Baia l’acqua termale si raccoglieva in bacini e veniva portata con apposite condutture fino alle stanze dei piani superiori, dove era impiegata per cure e bagni, nella convinzione che quanto più essa si allontanava dal suolo tanto più diveniva salutare; e che si ricorreva perciò ad apparecchiature assai costose.[70]

Alla luce di questo passo, Marasco ritiene inverosimile che Orata ricorresse a costosi sistemi di riscaldamento artificiale in una località dove l’acqua termale era disponibile tutto l’anno: i pensiles balineae sarebbero state piscine sopraelevate, alimentate dalle acque termali, che Orata avrebbe sfruttato tanto per la natatio e le cure dei proprietari delle ville quanto per l’allevamento intensivo delle ostriche in vasche sospese, ottenendo così, anche al di fuori della concessione pubblica del Lucrino, molluschi dalle medesime caratteristiche di sapore.[71]

Il confronto tra queste interpretazioni consente di formulare alcune conclusioni. È certo, anzitutto, che Orata non inventò l’ipocausto in senso proprio, giacché il sistema era noto nel mondo greco ben prima di lui. È probabile, in secondo luogo, che i pensiles balineae fossero connessi, in qualche forma, alla sua attività di allevatore: la convergenza delle fonti su questo punto, messa in luce da Fagan, è difficilmente contestabile. Resta invece aperta la questione della natura precisa del dispositivo e del ruolo dell’acqua calda. Né l’ipotesi delle peschiere terrazzate né quella delle vasche termali sopraelevate trovano un riscontro archeologico diretto, e l’iperbole di Valerio Massimo, con i suoi «mari sospesi di acqua calda», va letta con le cautele che si devono a un testo moralistico, intento a sottolineare la progressione rovinosa di una spesa nata da levia initia. Si può forse aggiungere che, in un’età in cui la tecnologia termale stava conoscendo in Campania una rapida evoluzione, l’abilità di Orata poté consistere non tanto in un’invenzione tecnica in senso stretto, quanto nella capacità di applicare soluzioni note, eventualmente perfezionate, a un nuovo mercato, quello delle ville di lusso, e di farne un elemento di valorizzazione commerciale: che è, in fondo, ciò che Plinio afferma con il verbo mangonicare.

Personificazione del mese di Giugno. Mosaico pavimentale, c. III sec. San Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.

V. L’uomo d’affari: speculazione immobiliare e controversie giudiziarie

L’espressione pliniana mangonicatas villas subinde vendendo merita una riflessione. Il verbo mangonicare deriva da mango, il mercante di schiavi, e indica propriamente l’arte di «agghindare» la merce per renderla più appetibile al compratore: il termine evoca le pratiche ingannevoli dei mercanti di schiavi, che truccavano i loro uomini per nasconderne i difetti.[72]

Fagan ne ha dedotto che Plinio considerasse i pensiles balineae un abbellimento superficiale, adatto più a un’elaborata peschiera che a un vero impianto termale; Bannon vi ha colto la sfumatura di biasimo morale che accompagna, in Plinio, il riconoscimento del talento commerciale di Orata. In ogni caso, la notizia attesta una pratica sistematica: Orata acquistava ville, le dotava dei suoi impianti e le rivendeva a breve distanza di tempo (subinde) con profitto.[73]

A questa attività di speculazione immobiliare si collega il primo dei due processi in cui Orata fu coinvolto, che ci è noto da due passi di Cicerone. Nel De oratore, Crasso stesso ricorda la causa per illustrare quanto sia necessaria all’oratore la conoscenza del diritto civile:

Cic. De orat. I 178 (ed. Kumaniecki)

Quid? Nuper, cum ego C. Sergi Oratae contra hunc nostrum Antonium iudicio privato causam defenderem, nonne omnis nostra in iure versata defensio est? Cum enim M. Marius Gratidianus aedis Oratae vendidisset neque servire quandam earum aedium partem in mancipi lege dixisset, defendebamus, quicquid fuisset incommodi in mancipio, id si venditor scisset neque declarasset, praestare debere.

E poi? Di recente, quando sostenevo la causa di Gaio Sergio Orata contro il nostro Antonio qui presente, in un giudizio privato, la mia difesa non verteva forse interamente sul diritto? Poiché infatti Marco Mario Gratidiano aveva venduto una casa a Orata senza dichiarare, nella formula della mancipazione, che una parte di quell’edificio era gravata da una servitù, sostenevamo che di qualunque difetto inerente all’oggetto della mancipazione il venditore, se ne era a conoscenza e non l’aveva dichiarato, dovesse rispondere.

Più dettagliato, e di segno opposto, è il ricordo della stessa vicenda nel terzo libro del De officiis:

Cic. Off. III 67 (ed. Winterbottom)

M. Marius Gratidianus, propinquus noster, C. Sergio Oratae vendiderat aedes eas, quas ab eodem ipse paucis ante annis emerat. Eae serviebant, sed hoc in mancipio Marius non dixerat; adducta res in iudicium est. Oratam Crassus, Gratidianum defendebat Antonius. Ius Crassus urgebat, «quod vitii venditor non dixisset sciens, id oportere praestari», aequitatem Antonius, «quoniam id vitium ignotum Sergio non fuisset, qui illas aedes vendidisset, nihil fuisse necesse dici, nec eum esse deceptum, qui id, quod emerat, quo iure esset, teneret». Quorsus haec? Ut illud intellegas, non placuisse maioribus nostris astutos.

Marco Mario Gratidiano, nostro parente, aveva venduto a Gaio Sergio Orata la casa che egli stesso, pochi anni prima, aveva comprato dal medesimo. Essa era gravata da servitù, ma Mario non l’aveva detto nell’atto di mancipazione; la questione fu portata in giudizio. Crasso difendeva Orata, Antonio Gratidiano. Crasso insisteva sul diritto: «Il venditore deve rispondere del difetto che, pur conoscendolo, non ha dichiarato»; Antonio sull’equità: «Poiché quel difetto non era ignoto a Sergio, che quella casa aveva venduto, non c’era alcuna necessità di dichiararlo, né era stato ingannato chi sapeva in quale condizione giuridica si trovasse ciò che aveva comprato». A che scopo questi esempi? Perché tu comprenda che ai nostri antenati non piacevano gli astuti.

I termini della controversia sono chiari. Orata aveva venduto a Gratidiano, parente di Cicerone, un immobile, e pochi anni dopo lo aveva ricomprato; nell’atto di rivendita Gratidiano aveva omesso di dichiarare una servitù gravante sull’edificio, servitù che Orata, in quanto precedente proprietario, non poteva ignorare. Orata agì ugualmente in giudizio per ottenere un risarcimento, sostenuto da Crasso, che si attenne alla lettera del diritto (ius), mentre Antonio difese Gratidiano facendo appello all’equità (aequitas). Il diritto dell’epoca non distingueva ancora con chiarezza tra frode e omissione involontaria, e Crasso poté sfruttare tale indeterminatezza: la causa fu, con ogni verosimiglianza, vinta da Orata.[74]

Il confronto tra i due passi è istruttivo. Nel De oratore, dove il caso serve a esaltare la competenza giuridica di Crasso, il giudizio su Orata è moralmente neutro, e Cicerone si guarda bene dal menzionare le peschiere, che avrebbero potuto gettare un’ombra sullo stesso Crasso, a sua volta noto per la sua passione per i pesci (il collega di censura Gneo Domizio lo derise per aver pianto, vestito a lutto, la morte di una murena tamquam filiam).[75] Nel De officiis, al contrario, Orata diventa l’esempio negativo di chi persegue un’utilità apparente (utile) a scapito dell’onesto (honestum), servendosi della lettera della legge contro il suo spirito: e la chiusa non placuisse maioribus nostris astutos suona come una condanna senza appello della sua scaltrezza. La vicenda conferma, in ogni caso, che Orata praticava la compravendita di immobili come attività speculativa, e che sapeva servirsi degli strumenti giuridici e delle relazioni personali per tutelare i propri interessi.[76]

Il secondo processo è noto soltanto da Valerio Massimo, che lo inserisce nella seconda parte del suo ritratto di Orata. Si riporta ora il passo nella sua interezza:

Val. Max. IX 1, 1 (ed. Kempf)

C. Sergius Orata pensilia balinea primus facere instituit. Quae inpensa ‹a› levibus initiis coepta ad suspensa caldae aquae tantum non aequora penetravit. Idem, videlicet ne gulam Neptuni arbitrio subiectam haberet, peculiaria sibi maria excogitavit, aestuariis intercipiendo fluctus pisciumque diversos greges separatim molibus includendo, ut nulla tam saeva tempestas inciderit, qua non Oratae mensae varietate ferculorum abundarent. Aedificiis etiam spatiosis et excelsis deserta ad id tempus ora Lucrini lacus pressit, quo recentiore usu conchyliorum frueretur: ubi ‹dum› se publicae aquae cupidius inmergit, cum Considio publicano iudicium nanctus est. In quo L. Crassus adversus illum causam agens errare amicum suum Considium dixit, quod putaret Oratam remotum a lacu cariturum ostreis: namque ea, si inde petere non licuisset, in tegulis reperturum.

Gaio Sergio Orata fu il primo a far costruire bagni pensili. Questa spesa, avviata da modesti inizi, si spinse fin quasi a veri e propri mari sospesi di acqua calda. Egli stesso, evidentemente per non lasciare la propria gola in balìa dell’arbitrio di Nettuno, escogitò per sé mari privati, intercettando i flutti con bacini di marea e racchiudendo separatamente entro moli i diversi branchi di pesci, cosicché non sopraggiungesse mai una tempesta tanto violenta da impedire che le mense di Orata abbondassero di una varietà di portate. Occupò inoltre con edifici ampi ed elevati le rive del lago Lucrino, fino ad allora deserte, per godere dei molluschi più freschi; e lì, mentre con eccessiva avidità s’immergeva nell’acqua pubblica, si trovò coinvolto in un processo contro il pubblicano Considio. In esso Lucio Crasso, che sosteneva la causa contro di lui, disse che il suo amico Considio si sbagliava a credere che Orata, allontanato dal lago, sarebbe rimasto privo di ostriche: infatti, se non gli fosse stato permesso di prenderle di lì, le avrebbe trovate sulle tegole.

Al di là del suo intento moralistico, evidente già dalla rubrica De luxuria et libidine che il passo inaugura, il testo contiene alcuni elementi tecnici di notevole interesse.[77] Valerio Massimo distingue due tipi di impianti. Il primo è costituito da peculiaria maria, «mari privati», creati intercettando i flutti per mezzo di aestuaria, bacini o canali di marea, e rinchiudendo separatamente entro moli (moles) i diversi branchi di pesci, così da sottrarli agli effetti delle mareggiate. La soluzione corrisponde a un modello di peschiera compartimentata ben noto, che Varrone paragona alle cassette dei pittori divise per colori, e che sfrutta le maree per il ricambio dell’acqua, come quella di Lucullo;[78] e la sua rilevanza è chiarita dalla notizia serviana sui danni che le mareggiate arrecavano ai redemptores del Lucrino. Il secondo tipo di impianto è legato agli aedificia spatiosa et excelsa con cui Orata «occupò», o «gravò» (pressit), le rive del lago per disporre di molluschi più freschi: edifici evidentemente funzionali all’allevamento, che si spingevano nelle acque demaniali.[79]

Quale fosse l’oggetto preciso della controversia con Considio, Valerio Massimo non dice. Si sono proposte due ipotesi principali. Se Considio aveva ottenuto dallo Stato la concessione dei diritti di pesca nel Lucrino, l’attività di Orata poteva interferire con lo sfruttamento della laguna; se invece egli era il pubblicano incaricato di riscuotere il vectigal dovuto da chi utilizzava le acque del lago, la lite poté vertere sulla somma che Orata era tenuto a versare.[80]

Marasco ha suggerito che le strutture sopraelevate costruite da Orata gli consentissero di moltiplicare l’estensione dei suoi allevamenti ben oltre i limiti della concessione di cui disponeva, e che Considio reagisse a quella che considerava una concorrenza illecita.[81]

In ogni caso, la frase di Valerio Massimo, dum se publicae aquae cupidius inmergit, con la sua immagine fisica di un Orata che si «tuffa» avidamente nell’acqua pubblica, traduce in termini moralistici una questione eminentemente giuridica: il rapporto tra l’iniziativa privata e lo sfruttamento di un bene del popolo romano.

Secondo Marzano, Columella e Plinio attesterebbero un successivo trasferimento delle attività di Orata nel vicino lago Fusaro, indizio di un esito del processo a lui sfavorevole.[82] Più sicura è la valenza della battuta di Crasso.

Resta da chiarire se le due vicende giudiziarie siano distinte. F. Münzer, nella voce della Realencyclopädie, e sulla sua scia D’Arms, le identificarono; Castner, citando lo stesso Münzer, parla di una confusione operata da Valerio Massimo tra l’impresa ostricola e la lite sulla vendita della casa.[83]

L’identificazione è stata però respinta con argomenti decisivi da Marasco: diverso è il nome dell’avversario di Orata (Gratidiano in un caso, Considio nell’altro); diverso il ruolo processuale di Orata (attore nel primo, convenuto nel secondo) e di Crasso (suo difensore nel primo, avvocato della controparte nel secondo); diverso, infine, l’oggetto della lite, una casa gravata da servitù nel primo caso, impianti che si addentravano nelle acque demaniali nel secondo.[84]

È perciò preferibile ritenere che Orata sia stato parte in due distinte controversie, entrambe legate alla sua attività sul Lucrino. Bannon ha proposto anche una ricostruzione della loro sequenza: Orata avrebbe ricomprato da Gratidiano la proprietà sul Lucrino con l’intenzione di allevarvi ostriche; perduta la causa con i publicani e, con essa, il diritto di allevare nel lago, avrebbe cercato di rifarsi della perdita agendo contro Gratidiano per la servitù non dichiarata.[85] Ipotesi suggestiva, che ha il merito di dare coerenza alle notizie disperse, ma che rimane, appunto, un’ipotesi.

Scena di vendita di stoffe. Bassorilievo, marmo di Luni, metà I sec. d.C. Firenze, Galleria degli Uffizi.

VI. L’exemplum: Orata nella letteratura morale

Cicerone è l’autore più antico che menzioni Orata, prima nel De oratore (55 a.C.) e poi in tre trattati degli anni Quaranta: l’Hortensius, il De finibus e il De officiis. Due aspetti della reputazione di Orata vi sono messi a fuoco: il commercio, nei passi già esaminati del De oratore e del De officiis, e la vita privata, nell’Hortensius e nel De finibus.[86] Nell’Hortensius, il protrettico alla filosofia che tanta parte avrà nella conversione di Agostino, Orata doveva comparire in una descrizione piuttosto ampia, della quale sopravvivono, oltre ai frammenti noniani già ricordati sui balneola e sulle ostriche seminate sulle tegole, un lungo brano conservato dallo stesso Agostino nel De beata vita:

Aug. Beata v. 4, 26 (= Cic. Hort. fr. 40 IV Straume-Zimmermann)

Quis enim facile dicat eum egestate laborasse, hominum ditissimum, amoenissimum, deliciosissimum, cui neque ad voluptatem quicquam defuit neque ad gratiam neque ad bonam integramque valetudinem? Nam et praediis quaestuosissimis et amicis iucundissimis quantum libuit abundavit et illis omnibus aptissime ad salutem corporis usus est, eiusque, ut breviter totum explicem, omne institutum voluntatemque omnem successio prospera consecuta est.

Chi, infatti, potrebbe dire facilmente che abbia sofferto l’indigenza un uomo che fu il più ricco, il più amabile, il più raffinato di tutti, al quale nulla mancò né per il piacere, né per il favore altrui, né per una salute buona e integra? Ebbe infatti in abbondanza, quanto volle, poderi assai redditizi e amici piacevolissimi, e di tutto ciò si servì nel modo più adatto alla salute del corpo; e, per dirla in breve, ogni suo progetto e ogni suo desiderio ebbe esito felice.

Sui confini tra le parole di Cicerone e quelle di Agostino la critica è divisa;[87] ma il ritratto, con la sua sequenza di superlativi, è inequivocabile. Esso riprende, osserva Bannon, i moduli delle laudationes funebres aristocratiche, arricchendoli di un lessico (amoenus, deliciosus, iucundus) che connota raffinatezza ed eleganza; ma l’accumulo stesso dei superlativi suggerisce una lettura sarcastica, coerente con la ricostruzione del dialogo come confronto tra un discorso di Ortensio, di ispirazione edonistica, e la replica di Cicerone, nella quale Orata figurava come esempio negativo di chi crede di aver raggiunto la vita beata vivendo nel lusso, senza tuttavia attingere la vera felicità filosofica.[88] L’efficacia dell’esempio era accresciuta dal fatto che Orata, come Quinto Ortensio Ortalo, eponimo del dialogo, era celebre per le sue peschiere.

Nel secondo libro del De finibus, ambientato nel 50 a.C., Cicerone confuta la tesi dell’epicureo Lucio Manlio Torquato secondo cui non si può vivere piacevolmente senza vivere onestamente. In questo contesto compare il nome di Orata:

Cic. Fin. II 70 (ed. Reynolds)

At negat Epicurus – hoc enim vestrum lumen est – quemquam, qui honeste non vivat, iucunde posse vivere. Quasi ego id curem, quid ille aiat aut neget! Illud quaero, quid ei, qui in voluptate summum bonum ponat, consentaneum sit dicere. Quid affers, cur Thorius, cur †Chius Postumius†, cur omnium horum magister, Orata, non iucundissime vixerit? Ipse negat, ut ante dixi, luxuriosorum vitam reprendendam, nisi plane fatui sint, id est nisi aut cupiant aut metuant. Quarum ambarum rerum cum medicinam pollicetur, luxuriae licentiam pollicetur.

Ma Epicuro – questa è infatti la vostra luce – nega che chi non vive onestamente possa vivere piacevolmente. Come se a me importasse che cosa egli affermi o neghi! Io chiedo che cosa sia coerente dire per chi pone il sommo bene nel piacere. Quale argomento adduci per dimostrare che Torio, che †Chio Postumio†, che il maestro di tutti costoro, Orata, non vissero nel modo più piacevole? Egli stesso nega, come ho detto prima, che la vita dei dissoluti sia da biasimare, a meno che non siano del tutto stolti, cioè a meno che non desiderino o temano. E poiché promette il rimedio contro entrambe queste cose, promette licenza alla dissolutezza.

Sulla base di questo passo, Arnaldo Momigliano incluse Orata, accanto a Tito Albucio, a Lucio Torio Balbo e al senatore Velleio, tra i primi epicurei romani[89] Catherine Castner ha mostrato che l’identificazione è infondata e che essa nasce, anzi, da una consapevole manipolazione ciceroniana. Cicerone cita correttamente il pensiero di Epicuro, ma ne distorce intenzionalmente il senso. Il maestro aveva escluso in modo esplicito che i piaceri dei dissoluti coincidessero con il piacere inteso come fine:

Epic. Ep. Men. 131-132 (ed. Arrighetti)

Ὅταν οὖν λέγωμεν ἡδονὴν τέλος ὑπάρχειν, οὐ τὰς τῶν ἀσώτων ἡδονὰς καὶ τὰς ἐν ἀπολαύσει κειμένας λέγομεν, ὥς τινες ἀγνοοῦντες καὶ οὐχ ὁμολογοῦντες ἢ κακῶς ἐκδεχόμενοι νομίζουσιν, ἀλλὰ τὸ μήτε ἀλγεῖν κατὰ σῶμα μήτε ταράττεσθαι κατὰ ψυχήν.Quando dunque diciamo che il piacere è il fine, non intendiamo i piaceri dei dissoluti né quelli che consistono nel godimento, come credono alcuni che ignorano la nostra dottrina, o non la condividono, o la interpretano male, ma il non soffrire nel corpo e il non essere turbati nell’anima.
οὐ γὰρ πότοι καὶ κῶμοι συνείροντες οὐδ’ ἀπολαύσεις παίδων καὶ γυναικῶν οὐδ’ ἰχθύων καὶ τῶν ἄλλων ὅσα φέρει πολυτελὴς τράπεζα τὸν ἡδὺν γεννᾷ βίον, ἀλλὰ νήφων λογισμὸς καὶ τὰς αἰτίας ἐξερευνῶν πάσης αἱρέσεως καὶ φυγῆς καὶ τὰς δόξας ἐξελαύνων, ἐξ ὧν πλεῖστος τὰς ψυχὰς καταλαμβάνει θόρυβος.Non sono infatti i banchetti e le baldorie ininterrotte, né il godere di fanciulli e di donne, né di pesci e di tutte le altre cose che offre una mensa sontuosa a generare la vita piacevole, bensì il sobrio ragionamento che indaga le cause di ogni scelta e di ogni rifiuto e scaccia le opinioni dalle quali il più grande turbamento si impadronisce delle anime.

È significativo che, tra i piaceri dei dissoluti, Epicuro nomini espressamente i pesci e le altre squisitezze della mensa del ricco: proprio la sfera nella quale Orata era divenuto proverbiale. Ancor più rivelatore è il confronto con la decima Massima capitale, che Cicerone aveva tradotto poco prima nello stesso libro (2, 21) e che riprende nel passo su Orata:

Epic. Rat. sent. 10 (ed. Arrighetti)

Εἰ τὰ ποιητικὰ τῶν περὶ τοὺς ἀσώτους ἡδονῶν ἔλυε τοὺς φόβους τῆς διανοίας τούς τε περὶ μετεώρων καὶ θανάτου καὶ ἀλγηδόνων, ἔτι τε ἐδίδασκε τὸ πέρας τῶν ἐπιθυμιῶν [καὶ τῶν ἀλγηδόνων],Se ciò che produce i piaceri dei dissoluti liberasse la mente dai timori relativi ai fenomeni celesti, alla morte e ai dolori, e insegnasse inoltre il limite dei desideri [e dei dolori],
οὐκ ἄν ποτε εἴχομεν ὅ τι μεμψαίμεθα αὐτοῖς, πανταχόθεν ἐκπληρουμένοις τῶν ἡδονῶν καὶ οὐδαμόθεν οὔτε τὸ ἀλγοῦν οὔτε τὸ λυπούμενον ἔχουσιν, ὅπερ ἐστὶ τὸ κακόν.non avremmo mai nulla da rimproverare loro, poiché sarebbero ricolmi di piaceri da ogni parte e non avrebbero da nessuna parte né il dolore fisico né l’afflizione, che è appunto il male.

Epicuro si esprime con un periodo ipotetico dell’irrealtà: i piaceri dei dissoluti non liberano dai timori, e perciò i dissoluti sono biasimevoli. Nel De finibus (II 70), invece, Cicerone trasforma la condizione in una possibilità (nisi… cupiant aut metuant, con il congiuntivo presente), lasciando intendere che i dissoluti possano essere liberi da desideri e timori e quindi, secondo Epicuro, irreprensibili: da qui la conclusione polemica che l’epicureismo «promette licenza alla dissolutezza».[90]

Orata, dunque, non è nominato perché fosse un epicureo, cosa che nessuna fonte antica afferma, ma perché, essendo un celebre esempio di lusso e di piacere privo di qualsiasi motivazione filosofica, serviva a contaminare per associazione la dottrina avversaria. L’appellativo omnium horum magister e la scelta dell’avverbio iucundissime, che riecheggia lo iucunde di Torquato, collocano Orata al culmine di un climax retorico costruito con l’interrogazione, l’anafora e l’asindeto.[91]

Il testo del passo pone, inoltre, un problema critico. Il nome tràdito Chius Postumius è stato variamente emendato; Madvig propose di leggere Hirrus e Postumus, identificando nel primo C. Lucilio Irro, il pioniere dell’allevamento delle murene, e nel secondo il banchiere Gaio Rabirio Postumo, difeso da Cicerone nel 54-53. Bannon ha difeso questa soluzione, osservando che essa produce un elenco di quattro uomini dal profilo omogeneo, tutti celebri per ricchezza e lusso e tutti legati a uomini politici di primo piano.[92]

Quale che sia la soluzione testuale, il contesto conferma che, alla metà del I secolo a.C., Orata era un nome che non richiedeva commenti: Cicerone poteva menzionarlo senza descriverne le stravaganze, certo che il lettore le conoscesse.[93] Le lettere ad Attico mostrano, del resto, quanto fosse viva in Cicerone la polemica contro i piscinarii, i nobili più solleciti delle loro peschiere che della repubblica: qui ita sunt stulti ut amissa re publica piscinas suas fore salvas sperare videantur («i quali sono così stolti da sembrare sperare che, perduta la repubblica, le loro peschiere saranno salve»).[94]

Se Cicerone impartisce una lezione morale esplicita, Varrone procede per allusioni. Si è già visto come il gioco sul nome di Orata e di Murena, propter has appellati, e sull’ambiguità di nobilitas metta in questione il rapporto tra nome, reputazione e rango. Secondo Bannon, la differenza tra i due autori è sostanziale: laddove Cicerone condanna, Varrone interroga, accettando con ironia la nuova realtà di un’élite in cui chiunque disponesse del denaro necessario poteva costruirsi una peschiera, ma senza dimenticarne l’instabilità.[95] Columella, citando Varrone, rende esplicito il giudizio implicito nel testo varroniano: un cognomen dovrebbe riflettere lo status pubblico di un uomo, non le sue passioni private, e il paragone tra il Numantino e Orata misura tutta la distanza tra la virtus antica e il lusso moderno.[96]

Il ritratto più sensazionale è quello di Valerio Massimo, che apre con Orata il capitolo De luxuria et libidine del nono libro dei Facta et dicta memorabilia. Valerio Massimo ricombina materiali desunti da Cicerone e da Varrone: il lessico dei balinea e delle tegulae rinvia all’Hortensius, la tecnica delle peschiere compartimentate e alimentate dalle maree richiama le pagine varroniane su Lucullo.[97]

Ma il suo Orata è profondamente diverso dai precedenti, perché è dominato dalla gula, termine che designa insieme l’organo fisico e l’appetito smodato. Egli sfida Nettuno, ne gulam Neptuni arbitrio subiectam haberet, non per proteggere i suoi pesci, come facevano Ortensio e Lucullo nella rappresentazione varroniana, ma per assicurarsi una mensa sempre imbandita, e le sue portate sono designate con il termine fercula, che indica anche le portantine delle processioni religiose.[98] La rivalità con il dio del mare, che in Varrone serviva ad esaltare e insieme a ridimensionare la passione di Lucullo, si carica qui di una connotazione apertamente negativa.

In questo quadro, la battuta di Crasso assume una funzione precisa. Il gioco verbale si regge sul doppio senso di tegula, che indica tanto la tegola del tetto, luogo inverosimile per le ostriche, quanto il frammento di terracotta su cui le ostriche venivano fatte attecchire negli allevamenti: e, come è stato osservato, la scansione te gula introduce un secondo gioco di parole, che riprende il tema dell’appetito.[99] L’Orata di Valerio Massimo somiglia, in definitiva, al parassita della commedia, schiavo del proprio ventre; ed è questo ritratto, osserva Bannon, che, proiettato all’indietro sulle fonti più antiche, ha contribuito a creare l’immagine moderna di un Orata di bassa estrazione.[100]

Plinio risponde a Valerio Massimo con una correzione esplicita: Orata non agì gulae causa, ma avaritiae. Il motivo, certo, resta biasimevole secondo i canoni della morale tradizionale, e il participio mangonicatas aggiunge, come si è visto, una nota di sospetto. Ma la descrizione pliniana riconosce nel successo di Orata il frutto di un talento (ex ingenio suo), e il verbo nobilitabat, riferito al lancio commerciale delle ostriche lucrine, sfuma con abilità la distinzione tra la notorietà di un prodotto e la nobilitas di un uomo.[101] Nell’ambivalenza tra mangonicare e nobilitare si condensa, in definitiva, l’atteggiamento della cultura romana verso lo spirito imprenditoriale: ammirazione per il successo, diffidenza per i suoi mezzi e per i suoi effetti sull’ordine sociale.

Nei Saturnalia di Macrobio, infine, Orata compare in un contesto dichiaratamente dedicato alla luxuria degli antichi in materia di pesci: il capitolo si chiude con la constatazione di una gola sfrenata (indomitam apud illos et, ut ait Caecilius, vallatam gulam) e il successivo si apre con lo storione, che non sfuggì alle deliciae di quell’età.[102]

Le notizie su Orata (i bagni pensili, gli ostrearia, il sapore delle ostriche lucrine, il sincronismo con Crasso) dipendono qui da Plinio e da Varrone; ma la loro collocazione conferma che, alla fine del IV secolo, Orata era ormai un exemplum fissato dalla tradizione, sospeso tra la storia dell’innovazione e la storia del lusso. Ad Agostino, attraverso l’Hortensius, egli giunse come l’immagine compiuta della felicità mondana, che la filosofia insegna a non confondere con la vera beatitudine.

Un argentarius e il suo servo contano dei denari. Rilievo, calcare, II sec. da Kostolac (Viminacium). Beogradu, Narodni muzej.

Conclusioni

Ricostruire la figura di Gaio Sergio Orata significa misurarsi con il paradosso di un personaggio che le fonti conoscono quasi soltanto attraverso le sue opere e i giudizi che esse suscitarono. Tuttavia, se si separa con cura il dato documentario dalla sua elaborazione retorica, alcuni punti fermi emergono con sufficiente chiarezza.

Orata fu un uomo d’affari attivo nel golfo di Baia negli ultimi anni del II secolo e nei primi del I secolo a.C., certamente prima della guerra sociale; ricco, legato da amicizia e da rapporti professionali con L. Licinio Crasso, verosimilmente appartenente, se non all’ordine senatorio, a quella più ampia élite economica e sociale che condivideva con i nobiles gusti, luoghi e consuetudini. La sua impresa principale fu l’allevamento delle ostriche nel lago Lucrino, che egli non inventò in senso assoluto, giacché l’ostricoltura era nota ai Greci, ma che per primo organizzò in Italia su base commerciale, associandolo a un’efficace promozione del prodotto: l’affermazione della superiorità delle ostriche lucrine fu, in questo senso, un’operazione di autentico marketing ante litteram, destinata a imprimere un segno durevole nella cultura gastronomica romana. Le scarse testimonianze relative alla tecnica di allevamento lasciano intravedere, almeno nella fase iniziale, l’uso di un substrato di tegole e cocci, al quale alludono il frammento dell’Hortensius e la battuta di Crasso.

Accanto all’ostricoltura, Orata praticò la speculazione immobiliare, acquistando, valorizzando e rivendendo ville, ed è in relazione a questa attività che si collocano i pensiles balineae. Che essi coincidano con l’ipocausto, come a lungo si è creduto, appare oggi assai improbabile: il sistema era noto nel mondo greco prima di Orata, e le fonti collegano costantemente il dispositivo alle vasche per i pesci, non ai bagni destinati agli uomini. Se si sia trattato di peschiere terrazzate, come propone Fagan, o di vasche sopraelevate alimentate dalle acque termali flegree, come vorrebbe Marasco, o ancora di un perfezionamento di soluzioni già esistenti che valse a Orata la sua fama, come lascia intendere DeLaine, è questione che lo stato della documentazione non consente di risolvere.

L’intraprendenza di Orata lo portò inoltre a scontrarsi con i limiti posti dal diritto e dagli interessi pubblici: nella lite con Gratidiano egli seppe sfruttare a proprio vantaggio la lettera della legge, attirandosi il biasimo di Cicerone; in quella con il pubblicano Considio la sua espansione nelle acque demaniali del Lucrino urtò contro i diritti degli appaltatori dello Stato. Le due vicende, da tenere distinte, mostrano un imprenditore consapevole delle risorse e dei rischi offerti dall’ordinamento giuridico.

Sul piano letterario, infine, Orata divenne un exemplum polivalente. Per Cicerone fu il modello di una felicità mondana e di una scaltrezza contrarie alla morale degli antenati, e un utile strumento della polemica anti-epicurea; per Varrone e Columella un nome parlante, che rivelava l’instabilità dei segni tradizionali dello status; per Valerio Massimo un servo della gola; per Plinio un uomo d’ingegno mosso dall’avidità; per Macrobio e per Agostino un’immagine ormai canonica del lusso degli antichi. In questa pluralità di ritratti si riflette, come ha mostrato la critica più recente, il dibattito della società romana sul rapporto tra ricchezza, commercio e identità della nobilitas in un’età di profonde trasformazioni. Orata, l’uomo, resta in larga parte inafferrabile; ma la sua parabola illumina con singolare nitidezza il momento in cui l’iniziativa economica privata, con le sue innovazioni e le sue spregiudicatezze, cominciò a reclamare un posto accanto alle vie tradizionali della gloria romana.

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[1] Bannon 2014, p. 167. Si vd. anche Marzano 2015, p. 2.

[2] D’Arms 1970, p. 19, sulla scia di Maiuri 1957, pp. 55-60. Cfr. Bannon 2014, p. 166.

[3] Bannon 2014, ibid.

[4] Hünemörder, BNP s.v. Chrysophrys, che segnala anche la forma χρυσωπός (Plut. Soll. an. 26, 977f). Il pesce, assai apprezzato, compare spesso nella commedia (Athen. VII 328a-b); Aristot. hist. an. VIII 13, 598a 10, lo dice vivere in mare presso la costa e Plin. NH. IX 58 gli attribuisce un letargo estivo di sessanta giorni. Colum. Rust. VIII 16, 8 ne raccomanda l’allevamento nelle peschiere costiere.

[5] Bannon 2014, p. 174 n. 52.

[6] Bannon 2014, pp. 175-176, con rinvio a Kajava 1998-1999, pp. 259-260.

[7] Bannon 2014, pp. 176-178.

[8] Bannon 2014, p. 175; sulla dipendenza di Columella da Varrone, si vd. ibid. e p. 177.

[9] Bannon 2014, p. 175 e n. 55; cfr. Castner 1985-1986, p. 144.

[10] Si vd. Bannon 2014, p. 176.

[11] Cfr. Castner 1985-1986, p. 145. L’anulus aureus, com’è noto, era nella tarda Repubblica un distintivo del rango equestre (cfr. Plin. NH. XXXIII 29) e, più in generale, un segno di ricchezza e di capacità di stipulare contratti: Bannon 2014, p. 176 e n. 61, con rinvio a Plin. NH. XXXIII 25-41 e a Hawley 2007, pp. 107-109.

[12] Bannon 2014, p. 176. Cfr. anche Mart. XIII 90.

[13] Kajanto 1965, p. 84, discusso da Bannon 2014, p. 166 e n. 6.

[14] Plin. NH. IX 168. Cfr. Fagan 1996, p. 56 e n. 7; Marasco 2010, p. 71.

[15] Cic. De orat. I 178; cfr. ibid. I 24; III 1, e Marasco 2010, p. 70 e n. 8.

[16] Günther 1897, p. 360.

[17] Marzano 2015, p. 2, D’Arms 2003, pp. 31-36.

[18] Bannon 2014, p. 167, Nicolet 1974, II, p. 849 n. 2, e Wikander 1996, p. 182.

[19] Maiuri 1957, p. 60, Bannon 2014, p. 167 e n. 12.

[20] Bannon 2014, pp. 167-168, 173-174, 181-182.

[21] D’Arms 1970, passim; Marasco 2010, p. 71 e n. 10.

[22] Marzano 2015, p. 3.

[23] Marzano 2015, p. 14 n. 46.

[24] Cfr. Marasco 2010, p. 77 e n. 45, e Marzano 2015, p. 9 n. 29. Cfr. Frederiksen 1984, p. 279 n. 74 e p. 344 n. 121; si vd. anche Cic. Leg. agr. II 36.

[25] Marzano 2015, pp. 13-14, Reddé 1986, pp. 164-165; Marasco 2010, p. 75 e n. 35.

[26] Val. Max. IX 1, 1; Marasco 2010, pp. 71-72. Cfr. Marzano 2015, p. 18.

[27] Plin. NH. IX 171 e Varro Rust. III 17, 3; Tabacco 2009, p. 42 n. 44. Cfr. Bannon 2014, p. 173.

[28] Cfr. Marzano 2015, p. 3.

[29] Bannon 2014, p. 180, Morley 1996, pp. 71-75, 88, 93.

[30] Plut. Cato mai. 8, 2; Tabacco 2009, p. 41 n. 41.

[31] Tabacco 2009, p. 42.

[32] Cfr. Marasco 2010, p. 73 n. 25; Strab. V 4, 6; Hor. Epod. II 49; Sat. II 4, 32; Petron. 119, 34-35; Sen. Epist. 78, 23; Iuv. IV 141; 11, 49; Mart. III 60, 3; VI 11, 5; XII 48, 4; XIII 82; 13, 90; Auson. epist.); Andrews 1948, passim.

[33] Sen. Epist. 108, 15: ostreis boletisque in omnem vitam renuntiatum est; nec enim cibi sed oblectamenta sunt ad edendum saturos cogentia (quod gratissimum est edacibus et se ultra quam capiunt farcientibus), facile descensura, facile reditura, «ho rinunciato per tutta la vita alle ostriche e ai funghi: non sono infatti cibi, ma stuzzichini che costringono a mangiare chi è già sazio (cosa graditissima ai ghiottoni e a chi si rimpinza oltre la propria capienza), facili a scendere, facili a tornare su»; cfr. Marzano 2015, p. 2 n. 2.

[34] Marzano 2015, p. 1; CIL XIV 914 = AE 2010, 238 (cfr. Kajanto 1969).

[35] Günther 1897, p. 360.

[36] Aristot. Hist. an. 5, 15, 547b; Gen. an. 3, 11, 763a 30; Marzano 2015, pp. 4 e 7 e n. 25. Sulla controversa identificazione delle specie note agli antichi e sui limiti della zoologia aristotelica in materia, cfr. Thüry, BNP s.v. Oyster.

[37] Thüry, BNP s.v. Oyster; Marzano 2015, p. 12 n. 43.

[38] Günther 1897, pp. 361-364 e tav. I. Cfr. Painter 1975; Ostrow 1979; Gianfrotta 2011 in Marzano 2015, p. 4 n. 14.

[39] Auson. Epist. IX 30; Günther 1897, p. 361, Marzano 2015, p. 4 n. 15; Marasco 2010, p. 76 n. 41.

[40] Günther 1897, pp. 363-364.

[41] Cassiod. Var. IX 6, 3-4; Marzano 2015, ms. p. 5 n. 16.

[42] Marzano 2015, p. 7; Carazzi 1893, p. 24.

[43] Cic. Hort. F 69 Grilli (= Non. p. 216, 14 M. = p. 319, 7-8 L.; F 42 Straume-Zimmermann).

[44] Marzano 2015, pp. 9-10. Cfr. anche Bannon 2014, pp. 179-180.

[45] Marzano 2015, pp. 11-12, Calastri 1999.

[46] Marasco 2010, pp. 76-78.

[47] Marzano 2015, p. 18.

[48] Marzano 2015, pp. 12-13, pp. 14-18.

[49] Marasco 2010, pp. 73-74, contra Frank 1933, p. 290, e D’Arms 2003, p. 34.

[50] Athen. I 7d; Marasco 2010, p. 74 e n. 29.

[51] Cic. Hort. F 68 Grilli (= Non. p. 194, 13 M. = p. 285, 18 L.; F 40 I Straume-Zimmermann). Fagan 1996, p. 57 e n. 8; Marasco 2010, p. 71 n. 11; Bannon 2014, p. 170 e n. 26.

[52] Fagan 1996, p. 61 n. 37.

[53] Fagan 1996, p. 56 e nn. 2 e 4; DeLaine 1988, pp. 14-15; Sgobbo 1929, Di Capua 1939-1940, Crova 1953 e Fabricotti 1976.

[54] Vitr. V 10, 2; CIL XI 5711; Fagan 1996, p. 57 n. 12, p. 58 n. 14.

[55] Hilton Turner 1948, p. 486; Sgobbo 1929 e Plin. NH. XXXI 5; Sen. NQ. III 24, 3.

[56] Nielsen 1985, pp. 81-112; Nielsen 1993, I, pp. 20-22, secondo la sintesi di DeLaine 1988, p. 15.

[57] Fagan 1996, p. 56 e n. 3; DeLaine 1988, pp. 14-15, Ginouvès 1962, pp. 208-209.

[58] Fagan 1996, p. 56 e n. 5.

[59] DeLaine 1988, p. 15.

[60] DeLaine 1988, p. 15.

[61] DeLaine 1988, p. 16.

[62] Fagan 1996, p. 58.

[63] Fagan 1996, p. 58 e n. 17.

[64] Fagan 1996, pp. 59-60 e nn. 20-21, contra Benedum 1967.

[65] Fagan 1996, pp. 60-61, con rinvio a Curt. V 1, 32 (giardini), Plin. NH. XXXVI 83 (passeggiata), CIL XIII 6746 (tabularium), Plin. NH. XVIII 302 e Colum. I 6, 16 (granai su pilastri). Cfr. Higginbotham 1991, pp. 76-80.

[66] Fagan 1996, p. 61 e n. 35.

[67] Fagan 1996, pp. 61-62. Cfr. Cic. De orat. I 62; Rawson 1982, p. 361.

[68] Fagan 1996, pp. 63-64. Si vd. anche Wikander 1996, pp. 177-182.

[69] Marasco 2010, p. 72, con rinvio a Hor. epist. 1, 15, 2-10; Mart. 4, 57; Sen. epist. 55, 7.

[70] DCass. XLVIII 51, 1-2, Marasco 2010, p. 72 e n. 20.

[71] Marasco 2010, pp. 72-73, 76-78.

[72] Bannon 2014, pp. 180-181 e n. 85; Fagan 1996, p. 60 n. 28, con rinvio a Quint. inst. 2, 15, 25; Plin. nat. 21, 170; Sen. epist. 80, 9; Mart. 6, 66.

[73] Bannon 2014, p. 180; Marasco 2010, p. 71.

[74] Bannon 2014, pp. 168-169 e n. 16, con rinvio a Rodger 1983, p. 145 e a Leeman et al. 1985, II, p. 65; contra Dyck 1996, p. 579. Si vd. anche Hilton Turner 1948, p. 487.

[75] Macrob. Sat. III 15, 4-5, discusso da Bannon 2014, p. 169; l’aneddoto è riferito da Plinio (NH. IX 172) a Ortensio. Cfr. Fagan 1996, p. 60 n. 26.

[76] Castner 1985-1986, p. 143; Bannon 2014, pp. 169-170.

[77] Marasco 2010, p. 75.

[78] Bannon 2014, p. 179, con rinvio a Varro Rust. III 17, 4 e 3, 17, 9; Cfr. Higginbotham 1997, pp. 131-135, 143-150, 163-167. Si vd. anche Marasco 2010, p. 75.

[79] Marasco 2010, pp. 75-76.

[80] Marzano 2015, p. 9, con rinvio a Bannon 2009, pp. 220-221, e a Marzano 2013, p. 187.

[81] Marasco 2010, p. 77.

[82] Marzano 2015, ms. p. 9 e n. 35, che rinvia a Colum. rust. VIII 16 e a Plin. NH. IX 54.

[83] Münzer 1923, coll. 1713-1714; D’Arms 1970, p. 20; Castner 1985-1986, p. 144 n. 16.

[84] Marasco 2010, p. 75; cfr. Bannon 2014, p. 168 e n. 15.

[85] Bannon 2014, pp. 168-169.

[86] Bannon 2014, p. 168.

[87] Bannon 2014, p. 171 n. 30; Straume-Zimmermann et al. 1997, Grilli 1962, pp. 37-39 e 141-143, Lucarini 2002 e Doignon 1982. Castner 1985-1986, p. 143 n. 15.

[88] Bannon 2014, p. 171; Castner 1985-1986, p. 143.

[89] Momigliano 1941, pp. 150-151, cit. in Castner 1985-1986, p. 139 e n. 4.

[90] Castner 1985-1986, pp. 141-142.

[91] Castner 1985-1986, pp. 142-147.

[92] Bannon 2014, pp. 171-173, con rinvio a Madvig 1876, p. 261. Cfr. Castner 1985-1986, p. 140 n. 6.

[93] Castner 1985-1986, p. 144.

[94] Cic. Att. I 18, 6; cfr. anche I 19, 6; I 20, 3; II 1, 7; II 9, 1, discussi da Bannon 2014, p. 174, e da Fagan 1996, p. 59.

[95] Bannon 2014, pp. 177-178.

[96] Bannon 2014, p. 177.

[97] Bannon 2014, pp. 178-179 e n. 74. Straume-Zimmermann et al. 1997 considerano anzi Val. Max. IX 1, 1 come testimonianza dell’Hortensius (F 40 II); cfr. Hilton Turner 1948, p. 487 n. 15.

[98] Bannon 2014, p. 179, con rinvio a TLL VI 1, coll. 490-491, s.v. ferculum.

[99] Bannon 2014, pp. 179-180 e n. 80. Cfr. Marzano 2015, ms. pp. 9-10.

[100] Bannon 2014, pp. 180-182, Damon 1997, pp. 110-111 e 130-132.

[101] Bannon 2014, pp. 180-181. Si vd. anche Castner 1985-1986, p. 144.

[102] Macrob. Sat. III 15 e III 16, 1 (nec acipenser […] illius saeculi delicias evasit); Castner 1985-1986, p. 144 e n. 17.

Il re panciuto e il potere dell’eccesso: la τρυφή come linguaggio della regalità tolemaica

Durante un’ambasceria in Oriente, intorno al 140/139 a.C., Publio Cornelio Scipione Emiliano giunse ad Alessandria d’Egitto in compagnia del filosofo Panezio di Rodi.[1] Sul trono sedeva allora Tolemeo VIII Evergete II, appena quarantenne e già così corpulento da essersi guadagnato dagli Alessandrini il soprannome di ὁ Φύσκων («il Panzone»).

L’incontro fra il sovrano lagide e gli emissari romani è stato tramandato dall’antichità come un episodio quasi grottesco. Ma dietro l’ironia, dietro il corpo del re e perfino dietro il suo abbigliamento, si nasconde qualcosa di più complesso: due modi radicalmente opposti di rappresentare la potenza, la ricchezza e perfino la fisicità del capo.

Tolemeo VIII Fiscone Evergete II. Didramma, Alessandria 138-137 a.C. ca. Ar. 6,73 g. Dritto: Testa diademata e radiata, voltata a destra, del sovrano.

La fonte principale dell’episodio è Diodoro Siculo:

Quando gli ambasciatori che accompagnavano Scipione Africano Minore giunsero ad Alessandria per ispezionare l’intero regno, Tolomeo, dopo aver ricevuto quegli uomini con un gran benvenuto e con grande apparato, fece allestire banchetti sontuosi, li condusse in giro per gli appartamenti reali e mostrò loro anche il resto del tesoro regio.

Gli emissari romani, invece, uomini che eccellevano per virtù, consumando pochi cibi e soltanto quelli adatti alla salute, disprezzavano il lusso, in quanto esso corrompe sia l’anima sia il corpo. E, mentre consideravano del tutto trascurabili le cose ammirate dal re, come se non avessero alcun valore, esaminavano invece con grande attenzione quelle cose che erano veramente degne di essere osservate: la posizione della città, la sua importanza e le caratteristiche particolari della zona intorno al Faro.

Inoltre, risalendo fino a Menfi, esaminarono la fertilità della regione, le opportunità offerte dal Nilo, il gran numero delle città dell’Egitto, le innumerevoli decine di migliaia dei suoi abitanti, la solidità difensiva dell’Egitto e, nel complesso, la superiorità dell’intero Paese, considerando quanto esso fosse ben disposto sia alla sicurezza sia alla grandezza di un dominio.

E, meravigliandosi per la grande quantità degli abitanti dell’Egitto e per le risorse e le caratteristiche favorevoli del territorio, conclusero che avrebbe potuto costituirsi un dominio immenso, se questo regno avesse avuto governanti degni della sua grandezza.[2]

Il contrasto è già tutto qui. Da una parte, il faraone mostra l’opulenza delle tavole imbandite, la ricchezza della reggia, la magnificenza degli apparati e tutti i suoi tesori. Dall’altra, i delegati romani sembrano quasi ignorare ciò che viene loro esibito e volgono lo sguardo altrove, alla posizione strategica di Alessandria, alla grandiosità del Faro, alla fertilità della χώρα, al Nilo, alla densità degli insediamenti, alla popolazione, alle difese naturali e alla capacità complessiva del territorio di sostenere una grande potenza.

Poi interviene la fonte di Plutarco e l’episodio cambia improvvisamente registro. Il giudizio politico e pragmatico lascia spazio alla scena ridicola e al sarcasmo degli ospiti:

Siccome il re, tenendo a stento il passo con loro mentre camminava, procedeva con difficoltà a causa dell’inattività e della cura eccessiva del proprio corpo, Scipione, chinatosi leggermente verso Panezio, gli sussurrò: “Gli Alessandrini hanno già ricavato qualche vantaggio dalla nostra visita: grazie a noi, hanno visto il loro re camminare!”.[3]

È un’arguzia fulminante. In poche parole, Scipione Emiliano rovescia l’intera messinscena del dinasta: il re, che avrebbe voluto impressionare i delegati, diventa, agli occhi degli stranieri, un oggetto di osservazione. Non sono più i Romani a essere ricevuti e giudicati dalla corte alessandrina, ma è il faraone stesso a essere sottoposto al giudizio degli stranieri.

Tolemeo VIII e le spose reali, Cleopatra II e Cleopatra III (da destra a sinistra), al cospetto di Horus. Bassorilievo, pietra calcarea, seconda metà del II sec. a.C. dal muro occidentale del vestibolo del Tempio di Kom Ombo.

Giustino rincara ulteriormente il quadro, offrendo un ritratto fisico che sembra costruito apposta per trasformare Tolemeo in una caricatura:

Ma, per quanto fosse sanguinario nei confronti dei suoi sudditi, altrettanto ridicolo apparve ai Romani. Infatti, era deforme nell’aspetto, basso di statura e, per la pinguedine del ventre, non somigliava a un uomo, ma a una bestia. E la sua bruttezza era accresciuta dall’eccessiva sottigliezza della veste, attraverso la quale tutto risultava trasparente, quasi come se egli esponesse appositamente alla vista quelle parti del corpo che, per un uomo pudibondo, avrebbero dovuto essere nascoste con ogni cura.[4]

È difficile immaginare un ritratto più lontano dall’ideale romano della dignità pubblica: un corpo deformato dalla pinguedine, una statura bassa, una veste tanto sottile da risultare quasi trasparente e da mettere in mostra una vergognosa fisicità. Il sovrano che dovrebbe incarnare ordine e potenza viene trasformato dalla tradizione romana nel suo esatto opposto: eccesso, mollezza, esposizione del corpo, ridicolo.

Ma proprio qui si impone l’osservazione di Heinrich Heinen, che ha la semplicità delle cose vere: è impensabile che Tolemeo VIII intendesse fare una figura tanto misera davanti ai suoi arroganti ospiti romani.[5]

La questione, dunque, non è stabilire se Tolemeo fosse davvero «ridicolo», ma è capire perché il suo aspetto dovesse apparire tale a un Romano.

Il faraone stava esibendo, secondo il codice della propria casata, precisamente ciò che quella dinastia considerava un segno di potenza: ricchezza, abbondanza, generosità ostentata e persino un corpo che dichiarasse visibilmente di non aver mai conosciuto privazione. La sua fisicità opulenta poteva essere, in questa logica, una manifestazione della prosperità della casa regnante.

I Romani, però, lo leggevano secondo un codice opposto. Per loro il corpo di un leader doveva dichiarare disciplina, sobrietà, autocontrollo, resistenza alla fatica e capacità di marciare. Il corpo politico del sovrano ideale era, prima ancora che bello, ben governato.

Tolemeo VIII, dunque, non intendeva necessariamente presentarsi come il simbolo di una decadenza. Al contrario, poteva considerarsi il paradigma stesso di un’autorappresentazione dinastica consolidata, nella quale ricchezza, lusso e magnificenza costituivano strumenti deliberati di rappresentazione del potere.

L’aneddoto documenta, in questa prospettiva, uno scontro di codici etico-estetici, non una diagnosi. Ed è proprio questo a spiegare la sua straordinaria fortuna. La tradizione antica e quella moderna hanno conservato soprattutto la battuta di Scipione, il ventre del sovrano, la veste trasparente, il corpo ridicolizzato. Ma questa fortuna non è neutrale: è il codice romano ad aver prevalso. Ed è quel codice ad aver scritto i libri.

C’è, tuttavia, un particolare che merita di essere sottratto alla marginalità dell’aneddoto. La parte politicamente più significativa del passo diodoreo è proprio quella che non entra quasi mai nelle raccolte di curiosità su Tolemeo VIII.

La delegazione romana, osservando l’Egitto, comprese che quel Paese avrebbe potuto sostenere una potenza immensa, se soltanto avesse avuto governanti degni delle sue risorse. Non si trattava di un giudizio estetico, ma di una valutazione strategica. Gli emissari non stavano semplicemente guardando l’Egitto: lo stavano misurando.

Analizzavano Alessandria, il Nilo, la fertilità del suolo, le città, la popolazione, le difese, la posizione geografica e le risorse del luogo: da quella ricognizione la delegazione romana poté ricavare una conclusione netta, cioè che l’Egitto possedeva tutte le condizioni per diventare una grandissima potenza. La ricchezza della Valle del Nilo era tangibile. Scipione Emiliano e i suoi colleghi la videro con i propri occhi.

La battuta sull’obesità del re, isolata dal contesto, ha finito così per oscurare proprio ciò che, per gli uomini che si trovavano ad Alessandria in missione diplomatica, contava davvero. E quella valutazione, a distanza di poco più di un secolo, avrebbe assunto un significato quasi profetico.

Un’appendice merita spazio autonomo, perché mostra quanto sia facile, partendo da una singola parola, costruire conclusioni sproporzionate rispetto alle fonti.

Tolemeo VIII Fiscone Evergete II. Testa, marmo, fine II sec. a.C. Yale University Art Gallery.

Come Giustino, anche Posidonio di Apamea, citato da Ateneo, restituisce una descrizione dell’aspetto fisico di Tolemeo VIII:

A causa degli stravizi, egli aveva il corpo sfatto dall’obesità e da un ventre enorme, impossibile ormai a cingersi con le braccia: indossandoci sopra una tunichetta che gli arrivava ai piedi, con certe maniche lunghe sino ai polsi, usciva in pubblico – ma non usciva mai a piedi, se non a causa di Scipione.[6]

Il dettaglio della veste è particolarmente interessante. L’abito del sovrano è indicato come χιτωνίσκος, diminutivo di χιτών, letteralmente «piccola tunica». Il termine potrebbe alludere all’inadeguatezza di qualunque capo d’abbigliamento rispetto all’enorme ventre del sovrano; inoltre, la presenza di lunghe maniche, elemento percepito come orientale, può costituire nella fonte un ulteriore connotato negativo.

Ma da questo particolare si è costruita un’inferenza assai più ambiziosa: se una «tunichetta» arrivasse fino a terra, Tolemeo VIII avrebbe dovuto essere basso «al punto del nanismo». E il presunto nanismo è stato quindi utilizzato, a sua volta, come indizio di una depressione fisica, attribuibile alla consanguineità.[7]

L’inferenza, tuttavia, non regge.

In primo luogo, è vero che Giustino definisce il re di bassa statura; ma da ciò non segue che la lunghezza dell’abito possa essere utilizzata come misura indiretta della statura. L’abbigliamento ufficiale di un sovrano non era un capo scelto casualmente: doveva rispondere a precise esigenze di rappresentazione e, soprattutto, al messaggio che il re intendeva trasmettere. È difficile pensare, pertanto, che l’Evergete II tollerasse deliberatamente una veste che gli stesse semplicemente male. In secondo luogo, il diminutivo χιτωνίσκος, se davvero risale alla fonte stoica di Ateneo, potrebbe essere stato usato in senso derisorio: non necessariamente una «piccola tunica» in senso descrittivo, ma piuttosto, con una sfumatura sarcastica, «la vesticciola del re». In terzo luogo, la lunga veste è stata plausibilmente interpretata come una deliberata affettazione di abito dionisiaco, o forse come un’approssimazione dell’abbigliamento faraonico. In entrambe le ipotesi, il dettaglio acquisterebbe un significato profondamente diverso: non più un indizio patologico, ma un elemento di autorappresentazione e di propaganda.[8]

È questo il punto metodologicamente decisivo: un dettaglio dell’abbigliamento non può essere isolato dal sistema simbolico nel quale quell’abito funzionava. La veste del faraone non è necessariamente la semplice conseguenza della sua anatomia: può essere, al contrario, parte della sua immagine pubblica.

Resta, infine, il dato genealogico già ricordato: Tolemeo VIII non era figlio di consanguinei diretti. Fondare sul valore diminutivo di una singola parola greca la diagnosi di una tara ereditaria, in un uomo che, sotto questo specifico profilo genetico, era tra quelli meno esposti nella famiglia a possedere quella tara, significa spingere la fonte ben oltre ciò che essa consente di affermare. E, a quel punto, il problema non è più Tolemeo VIII, ma il metodo.

La parola con cui le fonti descrivono più spesso questo universo è τρυφή. Il sostantivo designa la mollezza, la vita fastosa, il lusso, l’indulgenza verso il piacere. Nella tradizione moralistica greca — e poi, con ancor maggiore severità, in quella romana — esso è termine di condanna: indica uno stile di vita viziato dall’agiatezza, fatto di banchetti, ebbrezza, ostentazione della ricchezza e, soprattutto, mancanza di autocontrollo. È l’esatto contrario di quella virtù cardinale che è la σωφροσύνη, la temperanza, il dominio di sé; ed è altrettanto lontano dall’ideale romano della severa simplicitas catoniana.[9]

Il cosiddetto «Principe ellenistico» (dettaglio). Statua, bronzo, c. III-II sec. a.C. Roma, Museo Nazionale Romano di P.zzo Massimo alle Terme.

Ma proprio qui comincia il problema, che la lettura moralistica impedisce di vedere: perché i moderni tendono a leggere la τρυφή con la lente di coloro che la condannavano. E così facendo si rischia di scambiare un giudizio morale per una descrizione politica.

La σωφροσύνη implica un freno. Al contrario, la τρυφή è la manifestazione visibile dell’assenza di ogni inibizione, interna o imposta dall’esterno. E se nessun vincolo riesce a trattenere un uomo, quell’uomo appare onnipotente: non c’è potenza superiore in grado di costringerlo, non c’è autorità davanti alla quale debba moderarsi. Persino l’eccesso, quando riguarda ciò che agli altri è proibito, diventa allora una dimostrazione di potere. Chi può permettersi tutto mostra, proprio attraverso ciò che gli altri non possono permettersi, di essere al di sopra di ogni limite.[10]

È una logica che aiuta a comprendere anche il confronto con Alessandro il Grande.

Alessandro era celebre per la propria σωφροσύνη, almeno sotto certi aspetti, e il dominio delle passioni era considerato una delle forme più alte del potere: prima ancora di dominare gli altri, il sovrano doveva dimostrare di saper dominare sé stesso. I Tolemei scelsero il polo opposto — e lo scelsero, non lo subirono.

Non si tratta, dunque, semplicemente di una dinastia che si sarebbe progressivamente abbandonata alla corruzione dei costumi. La τρυφή fu assunta, almeno in larga misura, come linguaggio politico e strumento di propaganda. Divenne una maniera di mostrare la ricchezza e, attraverso la ricchezza, esibire la propria potenza; una conseguenza coerente di quella autorappresentazione che insisteva sulla generosità, sulla beneficenza e sull’εὐεργεσία del re.[11]

La prova più eloquente è quasi disarmante nella sua semplicità.

Due membri della dinastia assunsero epiteti ricavati direttamente da ciò che per la tradizione era una colpa: Τρύφων e Τρύφαινα. Non si trattava di soprannomi affibbiati dai nemici, ma di titoli ufficiali. Una dinastia che avesse voluto nascondere la propria τρυφή non ne avrebbe fatto un nome regale.

Occorre allora guardare alle grandi rappresentazioni pubbliche dei Lagidi non come a semplici spettacoli di lusso, ma come a vere e proprie messe in scena del potere, destinate a restare memorabili.

La grande processione di Tolemeo II, descritta da Callisseno di Rodi e conservata da Ateneo, resta la più straordinaria testimonianza che l’antichità ci abbia lasciato di questo genere di spettacolo dinastico: vi sfilavano carri dorati, statue colossali e animali esotici, e vi si esibiva un’abbondanza di beni preziosi calcolata per stordire, per sovraccaricare lo sguardo, per rendere fisicamente percepibile la ricchezza del regno. Al centro stava Dioniso, e l’insistenza sulla lussureggiante fecondità della natura e sul godimento delle cose buone della vita non era una decorazione, ma il messaggio.[12]

Dioniso conduce la danza delle Horai (Stagioni). Bassorilievo, marmo, copia romana del I sec. d.C. da originale ellenistico neo-attico. Paris, Musée du Louvre.

La stessa grammatica dell’eccesso ritorna sotto Tolemeo IV. Il sovrano fece costruire la nave bacchica e la gigantesca τεσσαρακοντήρης, la nave a quaranta ordini di rematori, che Plutarco e Ateneo descrivono come qualcosa di più vicino alla meraviglia che alla navigazione. Non era necessario che una nave simile fosse davvero utile. Doveva essere vista. E la logica è sempre la stessa: la potenza è ciò che può permettersi di essere superfluo.

Ricostruzione ipotetetica della Tessarakonteres di Tolemeo IV Filadelfo [Casson 1971].

Un secolo più tardi, Cleopatra VII avrebbe fatto della stessa grammatica un’arte politica. Quando, in Cilicia, risalì il fiume Cidno per incontrare Marco Antonio a Tarso, la nave su cui si presentò era stata allestita con un fasto che Plutarco descrive con evidente compiacimento narrativo. Ma quello spettacolo era, nello stesso tempo, il contenuto politico dell’incontro.[13]

La scena non accompagnava il potere. La scena era il potere.

Lawrence Alma-Tadema, L’incontro di Antonio e Cleopatra. Olio su tavola, 1885. New York, Collezione privata.

Lo stesso vale per uno dei simboli più eloquenti della liberalità lagide: la cornucopia, il corno dell’abbondanza, associato alle regine tolemaiche sulle monete e sui vasi rituali. Fu Tolemeo II a introdurlo come attributo iconografico della sorella-sposa; e la doppia cornucopia, il δίκερας associato ad Arsinoe, può essere stata concepita per evocare proprio l’unione dei due Filadelfi.[14]

Abbondanza, fertilità, coppia reale e ricchezza: ancora una volta, elementi diversi convergono nella stessa immagine. Ed è a questo punto che occorre tornare al corpo. Perché nella storia degli studi c’è un elemento del repertorio tolemaico che è stato a lungo frainteso dalla storiografia: la corpulenza. Tolemeo VIII e Tolemeo X, fra gli altri, furono certamente obesi. E la loro pinguedine è stata spesso interpretata come il sintomo di una compromissione ereditaria.

Ma l’obiezione decisiva viene dall’iconografia. Se l’obesità fosse stata percepita dai Lagidi come una vergogna, i ritratti ufficiali avrebbero cercato di dissimularla. Accade invece il contrario: i faraoni vollero accentuare la propria obesità, vollero sottolinearla.[15] Si trattava, evidentemente, di una malattia da stile di vita; ma, vista nel contesto di una propaganda deliberata, la persona ben pasciuta del sovrano era un ulteriore simbolo visibile della τρυφή regale, segno di prosperità. Il re grasso è il re che ha di che mangiare e che può farlo vedere.

La tendenza alla pinguedine, del resto, non percorreva la casata soltanto attraverso le linee di discendenza più strettamente consanguinee, come mostrano numerosi ritratti monetali. Ateneo riferisce, per esempio, che Magas di Cirene, trisavolo di Tolemeo VIII e per nulla consanguineo, si era abbandonato al cibo.[16]

Ma la logica profonda del sistema si comprende soprattutto quando si passa dalla rappresentazione politica a quella religiosa. È qui che la τρυφή smette di apparire come un semplice stile di vita e rivela la propria struttura simbolica.

Ricostruzione ipotetica del Grande padiglione di Tolemeo II Filadelfo [Studniczka 1914].

Alla dedizione tolemaica alla bella vita è strettamente legato al culto di Dioniso, che porta anche il nome di Λύσιος («il liberatore»): colui che scioglie, libera dai freni, dalle inibizioni, dai limiti. Il rapporto speciale fra i Lagidi e questo dio è antico quanto la dinastia. Già Tolemeo I si fece rappresentare con i suoi attributi; nella grande processione di Tolemeo II Dioniso occupava il centro della scena; Tolemeo III, nel grande vanto delle proprie conquiste orientali nell’iscrizione di Adulis, rivendicò una discendenza dal dio e lo evocò esplicitamente in relazione alle campagne asiatiche. Con Tolemeo IV il culto dionisiaco raggiunse nuove altezze. Fu il primo Tolemeo a emulare Dioniso anche nello stile di vita, attraverso un’esistenza segnata dall’abbandono e dall’eccesso. E non è forse casuale che proprio Polibio lo condanni come il primo Tolemeo ad aver avviato l’impero sulla strada della rovina. Soltanto con Tolemeo XIII il sovrano si sarebbe identificato formalmente con il dio, autoproclamandosi Νέος Διόνυσος («Nuovo Dioniso»). Ma l’associazione fra la casa lagide e Dioniso attraversava ormai da secoli la rappresentazione della monarchia.[17]

Cleopatra VII, anziché associare al dio uno dei propri inetti fratelli-mariti, scelse per quella parte un candidato assai più qualificato: Marco Antonio. Al loro incontro di Tarso, allestito con la massima cura scenica, «si sparse la voce fra tutti che Afrodite banchettava con Dioniso per il bene dell’Asia». Non era soltanto una metafora galante; era la traduzione mitologica dell’incontro politico. E, quando i due amanti tornarono ad Alessandria, perseguirono con intensità e abbandono quello stile di vita dionisiaco, circondandosi un gruppo di compagni di stravizio noti come Ἀμιμητόβιοι («gli Inimitabili Viventi»).[18]

A questo punto il collegamento con l’Egitto diventa immediato: Dioniso è Osiride. Le regine tolemaiche erano abitualmente associate a Iside oltre che ad Afrodite. Nel contesto egiziano, dunque, il dio della τρυφή è anche il dio dell’incesto: se Dioniso è l’immagine divina del lusso, della sovrabbondanza, del godimento e della magnificenza, il suo corrispettivo egiziano Osiride incarnava il potere dell’amore fraterno, della potenza di quell’amore e del suo legame con il trono regale. Iside, sposa-sorella di Osiride, era il trono — questo, del resto, era il significato del suo nome —, ed era lei ad aver accolto il corpo smembrato dello sposo-fratello e almeno in parte gli aveva restituito la vita.[19]

La costruzione simbolica appare allora in tutta la sua complessità. Da una parte, la τρυφή: abbondanza, piacere, ricchezza, magnificenza, libertà dai limiti. Dall’altra, il matrimonio fra fratelli: continuità della stirpe, concentrazione della regalità, sacralizzazione della coppia. Sono due immagini diverse, ma possono essere lette come due pilastri dello stesso programma dinastico.

La conclusione, per quanto debba essere formulata con cautela, è significativa: la τρυφή e il matrimonio fra fratelli furono i due pilastri gemelli del programma regale tolemaico, anche se non possiamo sapere fino a che punto tutti i valori simbolici che oggi ricostruiamo fossero consapevolmente compresi dai Tolemei stessi.[20]

Ed è qui che si impone una precisazione metodologica di particolare importanza. Non bisogna supporre che Tolemeo II abbia mai tentato di attenuare o dissimulare il carattere incestuoso del proprio matrimonio, più di quanto egli o i suoi successori avrebbero tentato di nascondere la propria magnificenza. Tanto l’incesto quanto la τρυφή perderebbero ogni valore simbolico se il riflettore dell’attenzione pubblica non fosse puntato su di essi. Chi ha spiegato l’epiteto «Filadelfo» come tentativo di attenuare la natura incestuosa del rapporto, o l’istituzione del culto della coppia regale come sublimazione di quel carattere, ha ragionato al rovescio: un epiteto simile richiama inevitabilmente l’attenzione sull’incesto, e la divinizzazione della coppia la accentua anziché deviarla.[21]

Se la τρυφή era propaganda deliberata, destinata a rappresentare la potenza della dinastia anziché la sua degenerazione, perché finì per produrre esattamente l’impressione opposta? Perché i Tolemei stavano camminando su un filo. E prima o poi quel filo si sarebbe spezzato.

La risposta è che i Tolemei camminavano su un filo sottile, e che alla fine le loro scelte si ritorsero contro di loro. Per Greci e Romani, τρυφή e luxuria erano infatti marchi della tirannia. Le esibizioni lagidi di munificenza poterono trovare un pubblico disposto ad ammirarle e perfino a celebrarle; ma il pregiudizio contrario era duro a morire, ed è quel pregiudizio a dominare la tradizione letteraria.[22]

Il lusso senza freni e il potere senza limiti appartenevano, nell’immaginario politico greco, alla stessa famiglia. E insieme portavano con sé anche la licenza sessuale, fino alle sue forme più estreme. I tiranni della Grecia arcaica — Periandro, Ippia, ecc. — e il re persiano Serse, legittimo ma dispotico, erano tutti figure nelle quali Erodoto associava potere assoluto e desideri sessuali aberranti, incesto compreso. La hybris sessuale del tiranno costituiva il modello negativo. I Tolemei tentarono, per così dire, di capovolgerlo: trasformare in segni positivi della regalità proprio quei comportamenti che la tradizione greca aveva imparato a riconoscere come segnali di tirannide. L’esito fu, quanto meno, ambiguo.[23]

Gli scrittori antichi adottarono in larga misura il punto di vista dell’ambasceria di Scipione, sprezzante verso uno stile di vita che perseguiva piacere e indulgenza oltre ogni misura e che produceva figure grottesche e antieroiche come il povero Tolemeo VIII. Da quella prospettiva, la τρυφή non infiacchiva soltanto gli individui. Poteva infiacchire interi popoli.

Ateneo la presenta come una forza capace di produrre ἀνανδρία («mancanza di virilità») e μαλακία («mollezza»). Polibio, dal canto suo, era convinto che il lungo declino dell’impero lagide potesse essere ricondotto anche a Tolemeo IV, il sovrano che aveva trascurato gli affari reali del governo e dell’impero per amori vergognosi e per un’ubriachezza insensata e continua.[24]

Il cerchio si chiude.

Arsinoe II e Tolemeo II Filadelfo con cornucopia. Statuette, bronzo, III sec. a.C. London, British Museum.

Ciò che era stato concepito come una dimostrazione di potenza viene letto come prova di debolezza. Ciò che doveva dire «posso tutto» finisce per significare «non so controllarmi». Ciò che doveva proclamare l’abbondanza del regno diventa il segno della sua decadenza.

Ed è questo il lascito storiografico più importante dell’intera vicenda.

Il primo elemento riguarda il metodo. Gli aneddoti sulla decadenza tolemaica non vanno letti come referti clinici né come cronache neutre: sono documenti di una battaglia di codici, e chi li ha trasmessi apparteneva al codice vincente. Ciò non li rende inutilizzabili — la corpulenza di Tolemeo VIII era reale, e i suoi ritratti la confermano —, ma impone di distinguere fra il fatto e la sua valutazione.

Il secondo elemento riguarda la storia degli studi. È fra gli storici moderni, assai più che fra gli antichi, che si trova l’accento più marcato sull’incesto in quanto tale. Un autore antico come Giuseppe Flavio, che detestava Cleopatra VII, la critica più per la crudeltà verso i fratelli minori che per averli sposati; per Polibio la vergogna della vita sessuale di Tolemeo IV stava nelle attività fuori dal letto della sorella-sposa, non in quelle dentro; Giustino, che amava indugiare sul sordido, non include fra i delitti di Tolemeo VIII contro Cleopatra II il fatto di averla sposata; e persino Orosio, nel V secolo dopo Cristo, biasima Evergete più per aver ripudiato la sorella che per averla sposata.[25]

In certi casi, sono stati i moderni a rabbrividire più degli antichi. E lo hanno fatto con un compiacimento talvolta quasi morboso, trasformando le imprese sessuali della dinastia lagide in uno dei grandi capitoli della storia scandalistica dell’antichità. Così la battuta di Scipione, ripetuta per quasi due millenni, è diventata qualcosa di più di un’arguzia. È diventata una didascalia apposta a posteriori su un’intera dinastia.

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[1] Cfr. F 126 Theiler = FGrHist. 87 F 6 (Posidonio di Apamea), riferisce a sé il merito di aver accompagnato Scipione Emiliano nel viaggio diplomatico in Egitto, Cipro, Siria e Asia Minore per incarico del Senato.

[2] Diod. XXXIII 28b, 1–3: Ὅτι ἧκον εἰς Ἀλεξάνδρειαν οἱ περὶ τὸν Σκιπίωνα τὸν Ἀφρικανὸν πρεσβευταὶ κατασκεψόμενοι τὴν ὅλην βασιλείαν. ὁ δὲ Πτολεμαῖος μετὰ μεγάλης ἀπαντήσεως καὶ παρασκευῆς προσδεξάμενος τοὺς ἄνδρας τάς τε ἑστιάσεις πολυτελεῖς ἐποιεῖτο καὶ τὰ βασίλεια περιάγων ἐπεδείκνυτο καὶ τὴν ἄλλην τὴν βασιλικὴν γάζαν. οἱ δὲ τῶν Ῥωμαίων πρέσβεις ἀρετῇ διαφέροντες τοῖς μὲν βρωτοῖς ὀλίγοις καὶ πρὸς ὑγείαν διατείνουσι χρώμενοι κατεφρόνουν τῆς πολυτελείας, ὡς διαφθειρούσης καὶ ψυχὴν καὶ σῶμα, τῶν δὲ ὑπὸ τοῦ βασιλέως θαυμαζομένων ἐν παρέργῳ τὴν θέαν ὡς οὐδενὸς ἀξίων ποιησάμενοι1 τὰ θέας ἄξια πρὸς ἀλήθειαν ἐπολυπραγμόνησαν ἀκριβῶς, τῆς πόλεως τὴν θέσιν καὶ τὸ βάρος καὶ τὰς περὶ τὸν Φάρον ἰδιότητας· πρὸς δὲ τούτοις ἀναπλεύσαντες εἰς Μέμφιν τὴν ἀρετὴν τῆς χώρας καὶ τὰς κατὰ τὸν Νεῖλον εὐκαιρίας, τό τε πλῆθος τῶν κατ᾿ Αἴγυπτον πόλεων καὶ τὰς ἀναριθμήτους τῶν οἰκητόρων μυριάδας καὶ τὴν ὀχυρότητα τῆς Αἰγύπτου καὶ τὴν ὅλην τῆς χώρας ὑπεροχήν, ὡς εὖ διάκειται πρὸς ἡγεμονίας ἀσφάλειάν τε καὶ μέγεθος. καὶ θαυμάσαντες τὰ πλήθη τῶν κατοικούντων τὴν Αἴγυπτον καὶ τὰ τῶν τόπων ἐπιτεύγματα διέλαβον μεγίστην ἡγεμονίαν δύνασθαι συσταθῆναι, τυχούσης τῆς βασιλείας ταύτης ἀξίων τῶν ἡγεμόνων; Ager 2005, p. 23. Cfr. Plut. Mor. 777a; Athen. VI 273a; XII 549e; Justin. XXXVIII 8.

[3] Plut. Mor. 200f-201a: τοῦ δὲ βασιλέως μόλις ἁμιλλωμένου βαδίζουσιν αὐτοῖς δι᾿ ἀργίαν καὶ τρυφὴν τοῦ σώματος, ὁ Σκιπίων ἀτρέμα1 πρὸς τὸν Παναίτιον ψιθυρίσας εἶπεν, “ἤδη τι τῆς ἐπιδημίας ἡμῶν Ἀλεξανδρεῖς ἀπολελαύκασι· δι᾿ ἡμᾶς γὰρ ἑωράκασι τὸν βασιλέα περιπατοῦντα”. Ager 2005, ibid.

[4] Justin. XXXVIII 8, 8-10: Sed quam cruentus civibus, tam ridiculus Romanis fuit. Erat enim et vultu deformis et statura brevis et sagina ventris non homini, sed beluae similis. Quod foeditatem nimia subtilitas perlucidae vestis augebat, prorsus quasi astu inspicienda praeberentur, quae omni studio occultanda pudibundo viro erant. Ager 2005, p. 13.

[5] Heinen 1978; Heinen 1983, citato da Ager 2005, p. 23.

[6] F. 125b Theiler (Posidonio di Apamea), apud Athen. XII 549e.

[7] Cfr. Whitehorne 1994, p. 108, e Ogden 1999, p. 98.

[8] Ager 2005, p. 24 n. 148; Bevan 1927, p. 308 n. 1; cfr. Heinen 1978; 1983.

[9] Ager 2005, p. 23. Sulla τρυφή nella storiografia ellenistica restano fondamentali i contributi di Passerini 1934, Tondriau 1948c e Cozzoli 1980.

[10] Ager 2005, p. 24.

[11] Ager 2005, p. 23, con Heinen 1983; la τρυφή come strumento deliberato di propaganda tolemaica fu discussa per la prima volta da Tondriau 1948.

[12] FGrHist 627 F 2 (= Callisseno di Rodi), apud Athen. V 196a-203b; cfr. Philo Mos. II 29–33, e Fraser 1972, I, pp. 194 e 202–207, con Rice 1983, pp. 45–115.

[13] Plut. Demetr. 43, e Athen. V 203e-206c, per le navi di Tolemeo IV; Plut. Ant. 26, per Tarso. Cfr. Ager 2005, p. 23 e n. 141.

[14] Athen.XI 497b-c, per l’introduzione della cornucopia da parte di Tolemeo II; cfr. Ager 2005, p. 24 e n. 144, con Thompson 1973, p. 33, e Heinen 1978. L’interpretazione di Brenk 1992 del δίκερας come un simbolo di Iside e Serapide-Osiride resta discussa.

[15] Ager 2005, pp. 13–14 e 23–24.

[16] Ager 2005, p. 13, con Athen. XII 550b-c su Magas di Cirene.

[17] Ager 2005, pp. 24–25, con Polyb. V 34, e OGIS 54 (iscrizione di Adulis). Sull’associazione dei singoli Tolemei a Dioniso, si vd. Tondriau 1948a; 1952, e Cerfaux – Tondriau 1957, pp. 192–193 e 206–207.

[18] Plut. Ant. 26; 28; cfr. Ager 2005, p. 25 e n. 150.

[19] Ager 2005, p. 25, con Hdt. II 42; Diod. I 13; 21, e Plut. Mor. 357f-358b; 364e-365f.

[20] Ager 2005, ibid.

[21] Ager 2005, pp. 25–26, con la discussione delle posizioni di Pomeroy 1984, p. 36, Fraser 1972, I, p. 217, Hazzard 2000, p. 67, e Hauben 1989.

[22] Ager 2005, p. 26.

[23] Ager 2005, con Hdt. V 92, VI 107 e IX 108, e Polyb. VI 7; sui legami fra tirannide, τρυφή e hybris si vedano Nenci 1983, p. 1028, Passerini 1934, Tondriau 1948c e Cozzoli 1980.

[24] Athen. XII, sulla ἀνανδρία e la μαλακία dei popoli dediti al lusso; Polyb. V 34. Cfr. Ager 2005, p. 26.

[25] Ager 2005, ibid. con Jos. Adv. Apion II 57–58; A.I. XV 89, B.I. I 359–360; Polyb. V ibid.; Justin. XXXVIII 8; Oros. V 10, 6.

I consules suffecti: caratteristiche, ruolo e prerogative di una magistratura straordinaria tra Res publica e Principato

Definizione e problema terminologico

Nel sistema delle magistrature repubblicane romane, informato al principio dell’annualità, il consolato costituiva il vertice del cursus honorum e veniva conferito, di norma, a due titolari per la durata di un anno intero. Quando, però, uno dei due magistrati in carica veniva a mancare – per morte naturale, per caduta in battaglia, per dimissioni volontarie o per l’annullamento dell’elezione a seguito di vizi religiosi o procedurali negli auspicia – si rendeva necessario provvedere alla sua sostituzione per la parte residua dell’anno. Il magistrato così designato era detto consul suffectus.[1]

In questo breve saggio sarà ripercorsa la storia di questo incarico straordinario, distinguendo tre grandi fasi: l’età repubblicana, in cui il mandato suffettizio rimase un rimedio occasionale e raro, riservato alle sole vacanze effettive del seggio consolare; la svolta inaugurata da Cesare e sviluppata dai triumviri, che ne fecero uno strumento di premiazione politica e di allargamento dell’élite dirigente; e infine l’età imperiale, in cui – sistematizzata da Augusto a partire dal 5 a.C. – la nomina di consoli suffetti divenne un fenomeno sdoganato e ordinario, capace di incidere profondamente sulla stessa fisionomia del consolato quale magistratura eponima, cioè impiegata per la datazione ufficiale degli atti pubblici. Infine, si cercherà di illustrare, sulla base della documentazione antica, quali fossero le prerogative concrete di questi magistrati e in che misura esse differissero da quelle dei consules ordinarii.

Henri Pinta, Il giuramento di Bruto dopo la morte di Lucrezia. Olio su tela, 1884. Paris, École nationale supérieure des beaux-arts

Le origini repubblicane della suffezione consolare

La tradizione annalistica fa risalire la pratica della suffectio addirittura al primo anno della repubblica, il 509 a.C., quando Lucio Tarquinio Collatino si sarebbe dimesso dal consolato – venendo sostituito da Publio Valerio Publicola – e Lucio Giunio Bruto sarebbe caduto in battaglia contro gli Etruschi –, venendo rimpiazzato da Spurio Lucrezio.[2] Se la storicità di questi episodi resta, come per gran parte dell’alta età repubblicana, incerta e dibattuta, la loro presenza nella memoria storiografica romana attesta comunque come la sostituzione del magistrato venuto meno fosse concepita quale meccanismo costitutivo, e non semplicemente accessorio, dell’ordinamento consolare fin dalle origini.

Per l’intero arco della res publica, le fonti tramandano notizia di circa ventinove consoli suffetti: un numero esiguo, che conferma come il ricorso alla suffectio restasse un rimedio eccezionale, attivato solo in presenza di una vacanza effettiva del seggio consolare.[3]

La causa più frequente resta la morte in carica, spesso sul campo di battaglia; non mancano tuttavia casi di dimissioni forzate per vizi procedurali negli auspici, come nel 215 e nel 162 a.C., o di allontanamento per iniziativa del collega, come nell’87 a.C., nel pieno della lotta tra Cinna e Ottavio.[4]

In nessun caso, prima di Cesare, la suffezione fu impiegata come strumento di premiazione politica: la magistratura suffetta restava, semmai, l’approdo di carriere già pienamente compiute. Nel III secolo a.C., infatti, tutti e sette i consoli suffetti allora noti avevano già rivestito in precedenza il consolato ordinario, in qualche caso più di una volta; dopo la guerra annibalica, e in particolare dopo la promulgazione della lex Villia annalis nel 180 a.C., che regolarizzò in modo più rigido il cursus honorum, i suffetti attestati per il II e il I secolo a.C. non avevano invece mai ricoperto in precedenza il consolato, ma avevano verosimilmente percorso le tappe ordinarie della carriera fino alla pretura.

Significativo è, infine, che il ricorso alla suffezione si facesse via via più raro nell’ultimo secolo della repubblica: tra il 180 e il 68 a.C. si contano appena dieci consoli suffetti, e l’ultimo caso prima di Cesare risale, per l’appunto, al 68 a.C.[5] Per quasi due decenni, dunque, l’istituto rimase del tutto inattivo: fu Cesare, come si vedrà, a riesumarlo e, nello stesso tempo, a snaturarlo profondamente.

Francesco Coghetti, Bruto mostra il corpo di Lucrezia al popolo di Roma. Olio su tela, XIX sec.

La svolta cesariana (45 a.C.): il caso di Caninio Rebilo

Il consolato suffetto conobbe una trasformazione radicale nel 45 a.C., quando Cesare – già dittatore per la terza volta e al contempo consul sine collega – decise di deporre l’anomalo consolato senza collega dopo la conclusione della campagna di Spagna, favorendo l’elezione a consules suffecti di due suoi ufficiali, Quinto Fabio Massimo e Gaio Trebonio, a partire dal 1° ottobre. Si trattava di una novità sostanziale rispetto alla prassi repubblicana: per la prima volta un console non veniva sostituito perché morto o incapacitato, ma perché dimessosi volontariamente, senza alcuna causa di forza maggiore. Cassio Dione (XLIII 46, 3) stigmatizza con chiarezza questa violazione della consuetudine, definendola la «prima infrazione dell’uso tradizionale» in materia di durata delle cariche pubbliche.[6]

La vicenda si complicò ulteriormente quando, il 31 dicembre dello stesso anno, Quinto Fabio Massimo morì improvvisamente, proprio mentre attendeva all’espletamento di uno dei suoi ultimi doveri istituzionali, ovvero la presidenza dei comitia tributa per l’elezione dei questori dell’anno successivo.[7] Cesare allora decise di sostituirlo con Gaio Caninio Rebilo, già legato in Spagna, per le sole ore residue dell’anno: un consolato di durata talmente breve da divenire proverbiale già presso i contemporanei!

Ne dà notizia, con la consueta arguzia, Cicerone (ad fam. VII 30, 1) in una lettera all’amico Manio Curio:

Ita Caninio consule scito neminem prandisse. Nihil tamen eo consule mali factum est: fuit enim mirifica vigilantia, qui suo toto consulatu somnum non viderit.

«Sappi dunque che, sotto il consolato di Caninio, nessuno ha pranzato. Nulla di male è tuttavia accaduto sotto di lui: infatti, fu di una vigilanza così straordinaria da non chiudere occhio per tutto il suo consolato».[8]

La battuta ebbe fortuna proverbiale: ancora Macrobio, secoli dopo, ricorda come Cicerone si compiacesse di ripetere che «abbiamo in Caninio un console vigilantissimo, che durante il proprio consolato non ha mai chiuso occhio»[9], mentre la tradizione greca, rappresentata da Plutarco e dallo stesso Cassio Dione, insiste sul fatto che Caninio fu nominato, entrò in carica e ne uscì nello spazio di una medesima giornata.

Al netto dell’indubbio compiacimento ciceroniano per la brevità (e dunque per la sostanziale svuotamento) della magistratura, la nomina di Caninio Rebilo aveva una sua coerenza istituzionale: uno dei due consoli in carica era morto e, pertanto, occorreva ripristinare la collegialità della somma magistratura secondo un meccanismo già collaudato nei secoli precedenti.[10]

Diverso, e ben più innovativo, era invece il caso di Fabio Massimo e Trebonio, che avevano sostituito non un console defunto, bensì Cesare stesso, dimessosi volontariamente: un precedente di enorme rilievo per gli sviluppi successivi, poiché introduceva la possibilità di impiegare la suffezione consolare come strumento discrezionale nelle mani di chi deteneva il potere effettivo, e non più come mero rimedio a un’emergenza istituzionale.[11]

Del resto, il dittatore aveva previsto un analogo meccanismo anche per il 44 a.C.: secondo la testimonianza di Cicerone, prima di partire per la spedizione contro i Parti egli avrebbe disposto che Publio Cornelio Dolabella fosse nominato console in sua vece; il che puntualmente avvenne, sia pure in circostanze del tutto diverse, dopo l’assassinio del dittatore alle Idi di marzo.[12]

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare. Olio su tela, 1804-1805. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

L’età triumvirale: magistrati «senza pedigree»

Il 43 a.C. vide un numero di consoli suffetti del tutto inconsueto per la tradizione repubblicana. Alla morte in battaglia, presso Mutina, dei consoli ordinari Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, si sarebbe dovuto provvedere immediatamente alla loro sostituzione; l’elezione ebbe tuttavia luogo solo in agosto, quando furono designati Cesare Ottaviano e Quinto Pedio. La situazione mutò nuovamente in novembre, quando, istituito per legge il Secondo Triumvirato, Ottaviano si dimise dal consolato per assumere la carica straordinaria di triumviro: al suo posto fu eletto, per le sole settimane residue dell’anno, Publio Ventidio Basso, allora pretore; Pedio, morto poco prima dell’arrivo dei triumviri a Roma, fu a sua volta sostituito da Gaio Carrina.[13]

Se il meccanismo formale restava, in apparenza, quello tradizionale – la sostituzione di un console defunto o dimissionario – il contesto politico ne alterava profondamente il significato: la nomina dei suffetti, ormai, rispondeva non più a un’esigenza di continuità istituzionale, bensì alla logica di premiazione e controllo politico inaugurata da Giulio Cesare.[14]

La costituzione del Secondo Triumvirato nel novembre 43 rappresentò uno spartiacque decisivo. Antonio, Lepido e il giovane Cesare, forti della loro carica straordinaria, divennero i reali detentori del potere a Roma, relegando il consolato a magistratura di fatto subordinata.[15] Si affermò così, e venne poi istituzionalizzata nel 39 a.C., la prassi per cui ogni anno venivano designati diversi consoli, due dei quali ordinarii e gli altri suffecti: questi ultimi non erano più eletti dal popolo secondo le forme tradizionali, ma designati in anticipo dai triumviri stessi, spesso senza che i comitia conservassero una reale funzione deliberativa.[16]

Il tratto più vistoso di questa fase è rappresentato dalla comparsa, tra i consoli suffetti, di un numero considerevole di homines novi provenienti da famiglie romane o italiche fino ad allora del tutto sconosciute alla politica cittadina: uomini la cui unica credenziale era, nella grande maggioranza dei casi, il servizio militare prestato sotto Ottaviano o Antonio, e non un percorso politico regolare attraverso il cursus honorum. Come ha ben sintetizzato Francisco Pina Polo, il consolato – e in particolare il consolato suffetto – divenne «un premio nelle mani dei triumviri, uno strumento per ricompensare e promuovere fedeltà», con la conseguenza, insieme incidentale e voluta, di un progressivo svuotamento del prestigio della magistratura.[17] Aumentare il numero dei consoli ogni anno eliminava di fatto il principio tradizionale dell’annualità e ne riduceva l’autorevolezza: una svalutazione del consolato che, paradossalmente, ne preservò la sopravvivenza formale proprio mentre ne intaccava la sostanza politica.

Ottaviano pose temporaneamente fine a questa prassi nel 28 a.C., quando per un anno furono nuovamente eletti due soli consoli per l’intera durata dell’anno; ma, come si vedrà, la sospensione fu breve, e la suffezione consolare tornò a divenire regolare, questa volta in modo definitivo e sistematico, a partire dal 5 a.C.[18]

Abel de Pujol, Cicerone difende Q. Ligario davanti a Cesare o La clemenza di Cesare. Olio su tela, 1808.

La sistemazione augustea della prassi suffettizia

Con il ritorno alla “normalità” istituzionale seguito alla vittoria su Antonio ad Azio, il principio dell’annualità fu formalmente ripristinato anche per il consolato: tra il 28 e il 5 a.C. Augusto ammise soltanto in sette occasioni (23, 19, 16 e 12 a.C.) l’elezione di consoli suffetti, e sempre a fronte di situazioni di necessità, come la morte in carica di un console ordinario.[19]

Eppure, da allora in poi Augusto assunse l’abitudine di far eleggere, quasi ogni anno, uno o più consoli suffetti in aggiunta agli ordinari, e non più soltanto in loro sostituzione. Le ragioni di questa svolta non sono del tutto perspicue: la storiografia moderna vi ha visto, insieme, l’ambizione dei giovani senatori ormai assestati sul nuovo assetto di potere di raggiungere comunque il rango consolare e la crescente necessità di comandanti di rango consolare per il numero sempre più elevato di province dotate di legioni.

Il precedente augusteo divenne, per il futuro, decisivo: la nomina di consoli suffetti si trasformò in un fenomeno ordinario e ricorrente nel corso di ciascun anno. Dal principato di Ottaviano fino alla fine del regime di Domiziano si contano circa 400 consoli suffetti; per l’intero II secolo d.C. la stima sale ad almeno 700-800.[20]

Non tutti gli anni conobbero numeri così elevati come quello del 90 d.C., che vide 11 consoli oltre agli ordinari, o quello del 190 d.C., che ne vide addirittura 25;[21] ma la prassi era ormai acquisita: ogni anno veniva ripartito in più periodi, ciascuno caratterizzato da una diversa coppia di magistrati eponimi.

Come ha osservato Werner Eck, ciò comportava una contraddizione di fondo rispetto al principio dell’annualità: eppure la prassi possedeva una propria coerente logica amministrativa, poiché consentiva di datare gli eventi in base ai consoli effettivamente in carica in un dato momento, indipendentemente dalla durata del loro mandato.

Un episodio dell’anno 39 d.C., tramandato da Cassio Dione (LIX 20, 3), mostra con particolare evidenza la fragilità e la strumentalizzazione politica cui la carica suffetta andò incontro sotto Caligola. Il princeps, adirato per la mancata celebrazione di una supplicatio in occasione del proprio compleanno e per l’inopportuna commemorazione, pochi giorni dopo, della vittoria di Azio conseguita dal suo trisavolo Augusto proprio ai danni di Antonio, destituì seduta stante i due consoli suffetti in carica: «Per questo motivo Gaio li rimosse dalla carica quel medesimo giorno, dopo aver fatto prima spezzare i loro fasci; uno dei due consoli, colto da sconforto, si tolse la vita».[22]

L’episodio, per quanto estremo, illustra bene come la moltiplicazione dei consoli suffetti ne avesse ormai reso la carica, agli occhi del principe, una funzione onorifica pienamente revocabile: un rovesciamento radicale rispetto alla solidità istituzionale che il consolato aveva rivestito in età repubblicana.

Uomo togato. Statua, marmo, 100-250 d.C. ca. da Roma.

Prerogative, funzioni e limiti dei consules suffecti nell’alto impero

Sul piano formale, il console suffetto godeva delle medesime prerogative giuridiche del console ordinario: imperium consolare, diritto di presiedere il senato e i comizi, titolarità potenziale del comando militare e, al termine del mandato, possibilità di ottenere il governo proconsolare di una provincia. Ciò che mutava non era dunque la sostanza del potere, quanto piuttosto il suo prestigio simbolico e la sua durata. Mentre i consoli ordinari aprivano l’anno alle calende di gennaio e ne fissavano il nome eponimo nei documenti pubblici e nei fasti, i suffetti subentravano nel corso dell’anno – con cadenza dapprima irregolare, poi (specie dal II secolo) tendenzialmente semestrale, con inizio il 1° luglio – e la loro autorità eponima, pur riconosciuta, restava percepita come subordinata a quella dei predecessori.

Non mancarono, tuttavia, casi di consoli suffetti insigniti di particolare prestigio personale. Sotto Traiano, in particolare, alcuni tra gli uomini più vicini all’imperatore ottennero un secondo o perfino un terzo consolato in qualità di suffetti, un onore che nell’età tardo-repubblicana e giulio-claudia era stato riservato quasi esclusivamente ai consoli ordinari: è il caso, tra gli altri, di Sesto Giulio Frontino e di Q. Glizio Attilio Agricola,[23] segno che, in determinate congiunture politiche, la distinzione tra le due categorie di consolato poteva attenuarsi fino quasi a scomparire per i membri più autorevoli dell’aristocrazia senatoria.[24]

Va peraltro tenuta distinta, sul piano tecnico, la gerarchia tra consules ordinarii e consules suffecti dall’ulteriore distinzione, interna alla sola coppia dei consoli ordinari, tra consul prior e consul posterior, relativa all’ordine di menzione e di precedenza tra i due colleghi eponimi dell’anno.[25]

Un tratto peculiare, e per molti versi paradossale, della magistratura suffetta risiede infine nel fatto che, pur trattandosi in teoria di una carica straordinaria e residuale, essa divenne progressivamente la via ordinaria di accesso al consolato per la grande maggioranza dei senatori dell’alto impero, mentre il consolato ordinario, sempre più riservato a esponenti della famiglia imperiale o a personalità di primissimo piano, si configurava come un onore riservato a pochi. Il paradosso terminologico – per cui la via «suffetta» divenne statisticamente la norma, e quella «ordinaria» l’eccezione onorifica – riflette bene la trasformazione strutturale che il principato impresse a un’istituzione nata per rispondere a esigenze del tutto diverse.

Diploma militare per Lucio Funisolano Vettoniano (CIL XVI 30). Tabula, bronzo, fine I sec. d.C. da Bad Deutsch-Altenburg (Carnuntum).

Testimonianze epigrafiche e documentarie

La sistematicità raggiunta dal consolato suffetto nell’età imperiale trova puntuale riscontro in tre tipologie di documentazione materiale, particolarmente preziose là dove la tradizione letteraria tace.

In primo luogo, i diplomi militari, rilasciati ai veterani congedati con onore (honesta missione) dall’esercito romano, recavano nell’intestazione la datazione consolare, non di rado limitata ai soli consoli suffetti effettivamente in carica al momento dell’emissione: la loro analisi prosopografica consente talora di recuperare notizia di magistrati altrimenti del tutto ignoti alla tradizione letteraria e persino ai Fasti superstiti.[26]

In secondo luogo, i bolli laterizi prodotti dalle fornaci urbane, in particolare tra il 123 e il 164, recano talvolta il nome dei consoli suffetti anziché degli ordinari, segno che la produzione dei laterizi – concentrata nella “buona stagione”, tra la primavera e l’inizio dell’autunno – seguiva un calendario proprio, indipendente da quello formale dell’anno civile, e si adeguava piuttosto ai consoli in carica nel momento effettivo della fabbricazione.[27]

In terzo luogo, i frammenti dei Fasti Capitolini e delle liste consolari provinciali (come i Fasti di Tauromenium in Sicilia) permettono, quando integrati tra loro, di ricostruire con precisione la successione e la datazione mensile dei singoli consoli suffetti: è il caso, ben studiato, della successione dei suffetti del 36 a.C., la cui sequenza esatta – a lungo controversa – è stata definitivamente chiarita proprio grazie all’incrocio tra il frammento capitolino e la nuova documentazione siciliana.[28]

Uomo togato. Statua, marmo, 125-250 d.C. ca., da Roma.

Il tramonto della funzione eponima (III secolo)

Fino all’età di Settimio Severo, i consoli suffetti conservarono pienamente la loro funzione eponima, cioè la capacità di dare il proprio nome, congiuntamente a quello dei colleghi in carica nello stesso periodo, alla datazione ufficiale degli atti pubblici. Dagli inizi del III secolo, tuttavia, gli atti ufficiali cominciarono a essere datati sulla base dei soli consules ordinarii, pur continuando l’istituzione della suffezione a sussistere nella prassi amministrativa: la scarsità di documentazione relativa al III secolo rende difficile quantificare con precisione il fenomeno, ma non vi è motivo di ritenere che il numero dei suffetti fosse allora sensibilmente inferiore a quello del secolo precedente.[29]

L’ultima attestazione nota dell’uso dei consoli suffetti a fini di datazione risale al 289 ed è conservata in una lettera inviata dal promagister dei XVviri sacris faciundis ai magistrati della città campana di Cuma, relativa all’elezione di un sacerdote cittadino del culto della Magna Mater.[30]

Con la progressiva scomparsa di questa funzione datante, l’antica magistratura suffetta – già privata, con Cesare e i triumviri, della propria originaria funzione di rimedio istituzionale, e trasformata da Augusto in un canale ordinario di promozione senatoria – perdeva anche l’ultimo elemento che ancora la accomunava, sul piano pubblico e documentario, al consolato ordinario delle origini.

Settimio Severo. Busto, marmo, post 204 d.C. da Ercolano.

Conclusioni

La parabola dei consules suffecti racchiude, in filigrana, l’intera evoluzione della magistratura consolare romana, e con essa dell’assetto costituzionale della Res publica prima e del Principato poi. Nata come rimedio eccezionale a una vacanza imprevista del seggio consolare – e come tale rimasta, per quasi quattro secoli e mezzo di storia repubblicana, un evento raro e circoscritto – la suffectio fu riscoperta e profondamente trasformata da Cesare, che ne fece per la prima volta uno strumento di ricompensa politica, per essere poi sistematicamente sfruttata dai triumviri come strumento di edificazione di una nuova classe dirigente fedele al potere personale, a scapito della vecchia aristocrazia senatoria.

Fu tuttavia Augusto, con la regolarizzazione avviata dal 5 a.C., a trasformare definitivamente la suffezione in un’istituzione ordinaria e strutturale del principato, capace di moltiplicare ogni anno il numero dei consolati disponibili e, con essi, il numero dei senatori insigniti del rango consolare: un fenomeno che, a differenza di quanto si potrebbe supporre, non indebolì la coesione dell’aristocrazia imperiale, ma ne ampliò semmai le basi sociali, offrendo al tempo stesso al principe uno strumento flessibile per premiare fedeltà e competenze militari o amministrative. La magistratura suffetta divenne così, paradossalmente, la via ordinaria di accesso al consolato per la stragrande maggioranza dei senatori dell’alto impero, mentre il consolato “ordinario” in senso proprio si riservava sempre più a pochi eletti, spesso legati alla casa imperiale.

Solo con l’inizio del III secolo, quando la datazione ufficiale degli atti pubblici tornò a fondarsi sui soli consoli ordinari, la suffectio perse l’ultimo tratto che ancora lo accomunava, sul piano pubblico, alla magistratura eponima delle origini, pur senza scomparire come istituzione amministrativa fino alla tarda antichità. Il percorso qui ricostruito conferma, in definitiva, quanto la storia di una singola magistratura possa restituire, se osservata con attenzione filologica alle fonti, l’immagine più ampia delle trasformazioni istituzionali tra Repubblica e Principato.[31]


[1] Il verbo sufficere indica propriamente il «mettere in luogo di», il «sostituire»; da esso deriva il participio sostantivato suffectus, «colui che è subentrato». Per evitare un fraintendimento filologico non raro, va segnalato che il termine latino nulla ha in comune con il punico sufes/suffes, il supremo magistrato annuo cartaginese: la coincidenza fonetica è casuale, ma la vicinanza delle due forme ha talora indotto autori antichi e moderni ad accostare impropriamente le due istituzioni. Cfr. T. Lee, Carthaginian Kings, Consuls, and Praetors. The Suffetes and their Roman Equivalent in Livy, CAMWS, Provo, UT, 2023, con particolare riferimento a Liv. XXX 7, 5 e alla querelle traduttiva sull’espressione velut consulare imperium ivi impiegata a proposito dei suffeti punici. Si vd. anche W. Eck, s.v. Suffect consul, in Brill’s New Pauly Online, Leiden-Boston [consultato nel 2026].

[2] Liv. II 2 e II 8. Cfr. D.A. Phillips, The Conspiracy of Egnatius Rufus and the Election of Suffect Consuls under Augustus, Historia 46 (1997), pp. 103-112, in part. p. 103; F. Pina Polo, Magistrates without Pedigree. The Consules Suffecti of the Triumviral Age, JRS 108 (2018), p. 100.

[3] Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, ibid.

[4]Per il 215 a.C. (Marco Claudio Marcello, la cui elezione fu invalidata dagli augures, sostituito da Quinto Fabio Massimo) cfr. Liv. XXIII 31, 12-14; Plut. Marc. 12, 1. Per il 162 a.C. (Publio Cornelio Scipione Nasica e Gaio Marcio Figulo, costretti alle dimissioni per un vizio negli auspici antecedenti i comizi, sostituiti da Publio Cornelio Lentulo e Gneo Domizio Enobarbo) cfr. Cic. Q. fr. II 2, 1; de div. 1, 33. Per l’87 a.C. (espulsione da Roma del console Lucio Cornelio Cinna a opera del collega Gneo Ottavio, con elezione in sua vece di Lucio Cornelio Merula), cfr. T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, II, New York 1951-1952, pp. 46-47.

[5]L’ultimo consul suffectus prima di Cesare fu, nell’86 a.C., Lucio Valerio Flacco, subentrato a Gaio Mario, morto all’inizio del suo settimo consolato (Cic. nat. deor. III 81; Liv. per. 80; Plut. Mar. 45-46; App. B.C. I 75). Nel 68 a.C., alla morte del console Lucio Cecilio Metello, gli fu sostituito un tale (Servilio) Vazia, morto però a propria volta prima di entrare in carica, sicché l’altro console, Quinto Marcio Re, rimase eccezionalmente unico titolare della magistratura per il resto dell’anno (DCass. XXXVI 4, 1). Cfr. Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, p. 100 e n. 5.

[6] DCass. XLIII 46, 3, πρῶτον μὲν δὴ τότε τοῦτο παρὰ τὸ καθεστηκὸς ἐγένετο, τὸ μήτε ἐτησίαν μήτε ἐς πάντα τὸν λοιπὸν χρόνον τοῦ ἔτους τὴν ἀρχὴν ἐκείνην τὸν αὐτὸν ἔχειν, ἀλλὰ ζῶντά τινα αὐτῆς καὶ μὴ ἀναγκασθέντα μήτε ἐκ ‹τῶν› πατρίων μήτε ἐξ ἐπηγορίας τινὸς ἐκστῆναι, καὶ ἕτερον ἀντ’ αὐτοῦ ἀντικαταστῆναι («Per la prima volta allora accadde questo fatto contrario al costume stabilito: ossia che a detenere quella carica non fosse la stessa persona né per un anno intero né per tutto il tempo restante dell’anno, ma che qualcuno ne decadesse pur essendo in vita e senza essere stato costretto a farlo né dalle leggi patrie né per una qualche accusa formale, e che un altro venisse insediato al suo posto»). Cfr. Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, p. 102 n. 22.

[7] Plin. NH. VII 181, Fabius Maximus in consulatu suo pridie Kal. Ian. nullis evidentibus causis obiit […], in cuius locum C. Rebilus paucissimarum horarum consulatum petiit («Fabio Massimo morì durante il proprio consolato il giorno prima delle calende di gennaio, senza causa apparente […]; al suo posto Gaio Rebilo ottenne un consolato di pochissime ore»). Cfr. anche Suet. Iul. 76, 2, Pridie autem Kalendas Ianuarias repentina consulis morte cessantem honorem in paucas horas petenti dedit («il giorno prima delle calende di gennaio, poi, per l’improvvisa morte del console, concesse a chi ne faceva richiesta la carica ormai vacante, per poche ore»); e Nero 15, 2, che richiama «l’antico esempio di Caninio Rebilo, console per un giorno» (exemplum vetus Canini Rebili uno die consulis).

[8] Cic. ad fam. VII 30, 1, indirizzata a Manio Curio. Cfr. M. Gusso, A proposito di C. Caninius Rebilus, console «in paucas horas» il 31 dicembre del 45 a.C., Orpheus 17 (1997), pp. 345-374, in part. p. 365.

[9] Macr. Sat. II 3, 6: Vigilantem habemus consulem Caninium, qui in consulatu suo somnum non vidit.

[10] «Les mesures prises par César en 45, pour inaccoutumées qu’elles soient, n’étaient toutefois pas à proprement parler illégales et annonçaient les pratiques à venir», F. Hurlet, cit. in Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, p. 102 n. 20.

[11] Gusso, A proposito di C. Caninius Rebilus…, pp. 367-368.

[12] Cic. Phil. II 80; 82. Cfr. Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, p. 103.

[13] Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, pp. 103-104; per l’elenco delle fonti relative ai suffecti del 43 a.C. cfr. T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, II…, pp. 336-337.

[14] App. B.C. IV 2, 7; Vell. II 65, 3. Su Ventidio Basso, la cui ascesa al consolato fu pubblicamente irrisa come un prodigio a causa delle sue oscure origini, cfr. Gell. XV 4, 3-4.

[15] DCass. XLVI 56, 1; App. B.C. IV 3, 1.

[16] F. Pina Polo, The Consulship under the Triumvirs: A Phantom Office, in C. Balmaceda (ed.), Libertas and Res Publica in the Roman Republic, Leiden 2020, pp. 138-152.

[17] Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, pp. 109-111.

[18] DCass. LIII 1, 1-2. Cfr. Pina Polo, Magistrates without Pedigree…, p. 110 n. 80.

[19] W. Eck, Consules ordinarii und consules suffecti als eponyme Amtsträger, in Epigrafia. Actes du Colloque en mémoire de Attilio Degrassi (Roma, maggio 1988), Roma 1991, pp. 15-44, in part. p. 15.

[20] Eck, Consules ordinarii und consules suffecti…, p. 16.

[21] Cfr. A. Degrassi, I fasti consolari dell’Impero romano dal 30 avanti Cristo al 613 dopo Cristo, Roma 1952, p. 27. Per il 190 d.C., con 25 consoli complessivi, cfr. DCass. LXIII 12, 4.

[22] DCass. LIX 20, 3, ἐκείνους μὲν δὴ διὰ ταῦτα αὐθημερὸν τῆς ἀρχῆς ἔπαυσε, τὰς ῥάβδους σφῶν προσυντρίψας, ἐφ’ ᾧ δὴ ὁ ἕτερος αὐτῶν ἀδημονήσας ἑαυτὸν ἔσφαξε. Cfr. J.W. Humphrey – P.M. Swan, Cassius Dio on the Suffect Consuls of A. D. 39, Phoenix 37 (1983), pp. 324-327, in part. p. 324.

[23] R. Syme, Superior Suffect Consuls, ZPE 58 (1985), pp. 235-243, in part. pp. 235-236, a proposito dei suffetti dell’età di Traiano insigniti di un secondo o terzo consolato (tra gli altri Sesto Giulio Frontino e Quinto Glizio Atilio Agricola).

 [24]W. Eck, Consules, consules iterum und consules tertium – Prosopographie und Politik, in G. Zecchini (ed.), «Partiti» e fazioni nell’esperienza politica romana, Milano 2009, pp. 155-181.

[25] Cfr. O. Salomies, Consules priores e posteriores tra i consoli ordinari nel periodo da Traiano fino all’età severiana (con particolare attenzione ai patrizi), in W. Eck et alii (eds.), Magistro incomparabili…, Lecce 2026, pp. 409-434.

[26] Un caso esemplare, relativo a un altrimenti ignoto Quinto Aburnio, è discusso in A. Pangerl, Ein Consul suffectus Q. Aburnius in drei fragmentarischen Diplomen, ZPE 185 (2013), pp. 239-247.

 [27] Cfr. H. Bloch, Consules Suffecti on Roman Brick Stamps, CPh 39 (1944), pp. 254-255.

[28] Cfr. J. Bodel, Chronology and Succession 1. «Fasti Capitolini» Fr. XXXIId, the Sicilian «Fasti», and the Suffect Consuls of 36 BC, ZPE 96 (1993), pp. 259-266.

[29] Eck, Consules ordinarii und consules suffecti…, p. 15; Id., s.v. Suffect consul, in Brill’s New Pauly Online…

[30] Eck, Consules ordinarii und consules suffecti…, pp. 17-18.

[31] Eck, s.v. Suffect consul, in Brill’s New Pauly Online…