La donna secondo Tajani

Due mesi fa il ministro degli esteri Tajani ha detto che, se dovesse consigliare a suo figlio chi sposare tra una donna bella ma poco seria e una meno appariscente ma affidabile, gli raccomanderebbe senza esitazioni la seconda. Fin qua il discorso non faceva una piega; poi però il ministro è entrato nei dettagli, dicendo che la serietà di una donna si riconosce dalla lunghezza della sua gonna. E’ stato un enorme errore di comunicazione. Prima di tutto perché ha fatto giustamente arrabbiare le donne, che si sono sentite dire da un uomo come dovrebbero vestirsi manco fossimo ad Islamabad; in secondo luogo perché è sbagliata l’idea per cui una donna più è coperta più è seria. Mi è capitato tante volte di incontrare delle donne (ma anche uomini) che ci tenevano tantissimo a passare per santarelline e quindi si vestivano come tali, perché sapevano che per risultare credibili in quel ruolo dovevano avere un abbigliamento in linea con il personaggio che avevano scelto di interpretare; tuttavia, dietro quei vestiti inappuntabili e quei modi fintamente educati si nascondeva una persona marcia fin nel midollo. Viceversa, se una donna decide di vestirsi con le tette di fuori non significa affatto che sia poco seria: al contrario, spesso chi sbandiera la propria sensualità in maniera molto accentuata è una persona che in realtà di sesso ne ha fatto molto poco, e decide di recitare un personaggio del tutto opposto alla sua reale personalità per i motivi più disparati (ad esempio per esibizionismo). Vale anche per gli uomini che millantano chissà quali avventure sessuali: nella maggior parte dei casi sono uomini che non battono chiodo da prima del covid, si sentono in difetto per questo, e quindi cercano di farsi passare per l’opposto di chi sono realmente.
Del discorso di Tajani non mi è piaciuta neanche la parte in cui ha sottolineato che il suo era un consiglio da padre. Notate quant’è sottilmente manipolatoria questa precisazione: nel momento in cui Tajani si è dipinto come un padre che dà un consiglio al figlio, si è calato anche lui in un personaggio, quello del vecchio saggio che fa da maestro di vita al giovane inesperto. E’ un modo per far passare il proprio discorso come autorevole, partendo dalla premessa che l’ha detto un vecchio padre di famiglia, e quindi non può essere sbagliato. E invece anche qua c’è un errore di ragionamento alla base: così come la lunghezza del vestito non definisce la serietà di una donna, allo stesso modo l’età di un uomo non definisce la sua saggezza. Mi è capitato tante volte di lavorare con dei colleghi che facevano il mio mestiere da prima che io nascessi, eppure avevano dei comportamenti di una stupidità incredibile. E paradossalmente era proprio la loro esperienza che li induceva a commettere quegli errori, perché pensavano “In questi anni l’ho fatta grossa tante volte e non mi è mai successo nulla, quindi posso continuare su questa falsariga”.
Comunque io Tajani un pochino lo capisco. Per lui dev’essere dura ammettere che non esistono criteri oggettivi per riconoscere a colpo sicuro chi è serio e chi no, chi è saggio e chi no. E allora si rifugia in delle credenze popolari tanto radicate quanto sbagliate, come quella per cui “Gallina vecchia fa buon brodo”, oppure “Lunga la sottana, lei non è puttana”.
Ho ripensato alle parole di Tajani quando ho letto L’americana di Giuseppe Foscari. Come dice il titolo, parla di una donna che è emigrata molto tempo prima dal Meridione in America, e decide di tornare nel paese d’origine per passare la vecchiaia. Tuttavia, siccome siamo nel Sud Italia e per di più negli anni 60, lei si accorge presto che dei comportamenti del tutto normali in America sono al contrario molto malvisti nella sua nuova realtà. A giudicarla più severamente per la sua disinvoltura sono proprio i suoi coetanei; i giovani invece sono più accoglienti nei suoi confronti. Anzi, le ragazze la adorano addirittura, perché già prima del suo arrivo cominciavano a digerire sempre meno il regime patriarcale in cui vivevano, e adesso che è arrivata un’adulta a scardinare dall’interno questo sistema non potrebbero essere più felici. Inoltre, alcune di loro stanno covando un progetto che farebbe rizzare tutti i capelli sulla testa a Tajani: una festa danzante, alla quale (con il pretesto di ballare più facilmente) vogliono presentarsi tutte in minigonna…
Come potete vedere, L’americana di Giuseppe Foscari è più di un semplice romanzo. L’autore racconta molto bene la storia della protagonista, ma il suo vero obiettivo è un altro: cogliere il momento esatto in cui l’Italia inizia a cambiare, passando da una società patriarcale al 100% alla grande rivoluzione del ’68. Questo libro ci fa capire che quel cambiamento epocale non avvenne tutto d’un botto: già negli anni precedenti ci furono delle persone che nel loro piccolo gettarono le basi per una società nuova, e la resero possibile con dei gesti magari poco appariscenti, ma comunque decisivi e significativi. Proprio come questo libro.

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Ti aiutiamo noi

Quand’ero bambino in Toscana spopolava una catena di supermercati chiamata Stefan. In pratica aveva anticipato di trent’anni i negozi dei cinesi: infatti conteneva tutti gli oggetti possibili e immaginabili, e anche se si trattava di sottomarche erano comunque di buona qualità, oltre che molto economici.
Quando i miei genitori mi portavano da Stefan era una festa per me, perché in quel supermercato c’era un angolino che ai miei occhi era il Paradiso in terra: il reparto videocassette. Con grande intelligenza, il proprietario di Stefan ci metteva non dei film che conoscevano tutti (tipo Jurassic Park o Men in Black), bensì dei film sconosciuti, che in Italia erano stati distribuiti solo in videocassetta, e quindi di fatto era possibile vederli solo se li compravi da lui. Era questo ad attirarmi: la consapevolezza che in mezzo a tanto ciarpame avrei potuto trovare qualcosa di unico, che non avrei potuto scoprire in nessun altro modo.
Tra tutti i film che ho comprato da Stefan, uno in particolare mi è rimasto nel cuore: Vibrations. Parlava di un ragazzo con una grande passione per la musica, che ad un certo punto perde entrambe le mani in un incidente stradale: siccome senza di esse non riesce più a suonare, T. J. ha la sensazione che la sua vita non abbia più senso, e quindi cade in una profonda depressione.
Quando ormai si è lasciato totalmente andare ed è diventato un barbone, ha la fortuna di incontrare una ragazza con lo spirito da crocerossina: lei si commuove per la sua storia, e lo mette in contatto con dei suoi amici appassionati di tecnologia. A quel punto inizia la seconda parte del film, in cui questi amici “smanettoni” cercano di costruire delle protesi così avanzate da permettere a T. J. di ricominciare a suonare. Nel frattempo T. J. si innamora della sua salvatrice, quindi adesso il suo obiettivo è far ripartire la sua vita non solo nella musica, ma anche in amore. Tuttavia, non è affatto detto che lei ricambi i suoi sentimenti, come non è detto che i suoi amici riescano a costruirgli le protesi di cui ha bisogno…
Come potete vedere, Vibrations è un film molto educativo. Fa capire che anche quando siamo in una situazione di profonda tristezza e ci è successa una sciagura per certi versi irreparabile, può sempre succedere qualcosa che fa ripartire la nostra vita, e la fa perfino tornare bella. Inoltre, trovo molto commovente il fatto che degli sconosciuti si facciano in 4 per aiutare il protagonista: magari la ragazza lo fa per pietà e i suoi amici smanettoni lo fanno perché vedono in lui una sfida da vincere, ma in ogni caso davanti alla sua disgrazia non si sono girati dall’altra parte, e hanno fatto tutto quello che potevano per rimetterlo in carreggiata. E’ molto raro trovare una trama di questo tipo in un film americano, dato che negli USA la solidarietà nei confronti dei barboni e dei poveri in generale è pari a zero. Il loro ragionamento è che, siccome l’America è la terra delle opportunità, se perfino in un contesto del genere non sei riuscito a farcela allora vuol dire che non ti sei impegnato abbastanza, e siccome è colpa tua non meriti nessun aiuto. Questo film ha il pregio di far riflettere sul fatto che talvolta ti ritrovi a terra per motivi indipendenti dalla tua volontà, e siccome è un destino che può capitare a tutti allora è bene ragionare con maggiore altruismo.
Ho visto Vibrations per la prima volta quand’ero solo un bambino, e da allora non mi ha mai abbandonato. Uno dei motivi per cui non ho mai buttato il mio videoregistratore è proprio il fatto che, quando ho bisogno di qualcosa mi infonda ottimismo, posso prendere quella vecchia videocassetta e rivederla da capo, emozionandomi sempre come trent’anni fa.
I supermercati Stefan sono falliti nel 2013, le videocassette erano sparite dal mercato già 10 anni prima, e quindi Vibrations è rimasto per decenni un film fantasma. Poi l’anno scorso la Night Wolf ha deciso di distribuirlo in dvd (lo trovate sia su Amazon che su ebay), facendolo scoprire a una nuova generazione di spettatori. Se volete insegnare ai vostri figli il valore dell’altruismo, fateglielo vedere. Se avete bisogno di ritrovare la speranza in un momento di sconforto, guardatelo anche voi. Vi resterà dentro per sempre, proprio come è successo a me.

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Odissea cyberpunk

Ho sempre pensato che la bellezza fosse soggettiva fino a un certo punto. Ad esempio, i gusti personali possono portarci a trovare più o meno attraente una donna, ma quando una è bella in modo abbagliante piace proprio a tutti, anche a quelli che hanno dei canoni estetici totalmente diversi. Oppure, uno può avere delle preferenze in merito a determinati generi (mi piacciono le commedie, non mi piacciono i noir eccetera), ma quando un film è veramente ben fatto fa colpo su tutti, anche coloro che di norma un film di quel genere lo mollerebbero dopo 5 minuti.
La bruttezza invece è soggettiva, e lo dico per esperienza personale: essendo una persona poco esigente e che si accontenta di poco, mi è capitato più volte di trovare carino o perfino bello qualcosa che tutti schifavano. Ad esempio, una volta un gelato mi mandò in estasi per quant’era buono, andai su Tripadvisor per lasciare una recensione a 5 stelle alla gelateria, e scoprii che stando alla media voto era la peggiore di tutta Genova. 
A mio giudizio un regista in grado di fare colpo su tutti con dei film oggettivamente belli è Ridley Scott. Ad esempio, uno può non apprezzare la fantascienza, ma sfido chiunque a dire che Blade Runner è un brutto film. Oppure, uno può anche non apprezzare i film di mafia, ma American Gangster è così ben fatto e così coinvolgente che lo guardi anche se non ti piace il genere, e anche se sai già come vai a finire. Io quando passa in tv non me lo perdo mai (anche il fatto che a 19 anni dall’uscita continuino a programmarlo a tutto spiano la dice lunga su quanto sia bello e quanto sia invecchiato bene).
Ridley Scott si è cimentato in quasi tutti i generi, ma proprio la fantascienza è forse quello che gli riesce meglio. Ha diretto Alien e Blade Runner, e già questo dice tutto. Dopo aver firmato 2 pietre miliari come queste, chiunque altro avrebbe detto “Non tornerò più su questo genere, perché ho già raggiunto la cima della montagna”. Invece lui ci è tornato sopra più volte, probabilmente perché ne è troppo innamorato per restarne lontano a lungo. Lo ha fatto anche qualche giorno fa, quando ha fatto uscire nei cinema The Dog Stars.
Questo film si pone una domanda semplice: cosa sarebbe successo se non avessimo trovato una cura per il covid? La risposta di Ridley Scott è molto drastica: già nel 2035 (anno in cui si svolge la storia) il mondo si sarebbe trasformato in uno scenario post – apocalittico. A me quest’ambientazione così particolare fa brillare gli occhi, perché sono cresciuto guardando Ken il guerriero, quindi qualsiasi film che me lo ricordi mi fa tornare bambino. Tra l’altro, così come Ken viaggiava in mezzo alle rovine per ritrovare la sua amata Julia, allo stesso modo il protagonista di The Dog Stars decide di intraprendere un lungo e rischioso viaggio da Denver a Grand Junction: vuole andare lì perché ogni tanto da quella località vengono emesse delle onde radio, e questo ha fatto nascere in lui la speranza di trovarci una comunità abbastanza estesa da far ripartire il mondo. The Dog Stars è soprattutto il racconto di questo viaggio, ed è una sorta di Odissea in chiave post – apocalittica: infatti ogni singolo personaggio è palesemente ricalcato su uno di Omero. Margaret Qualley è Nausicaa, Guy Pearce è il re dei Feaci, Allison Janney è Circe eccetera. C’è perfino il cane Argo, che in questo film è un pastore tedesco.
Non può essere un caso che The Dog Stars sia uscito subito dopo l’Odissea di Nolan: evidentemente quel volpone di Ridley Scott sapeva che quel film avrebbe avuto un successo strepitoso, di conseguenza avrebbe fatto venire voglia agli spettatori di vedere altri film simili, e lui si è fatto trovare pronto con la sua versione in chiave moderna. 
The Dog Stars è perfetto per chi conosce a menadito l’Odissea, ma anche per chi vuole godersi un film d’avventura puro e semplice, senza stare a lambiccarsi più di tanto sui suoi riferimenti culturali. Perché è questo il punto di forza di Ridley Scott: i suoi film arrivano a tutti, a prescindere dalla cultura, dall’età e dagli interessi di chi li guarda. Andate a vedere The Dog Stars: la sua bellezza arriverà anche a voi, e vi rimarrà in testa per diversi giorni dopo che l’avrete visto.
P.S.: Vi vengono in mente altri film oggettivamente belli oltre a quelli che ho citato?

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Ho avuto fortuna (o forse no)

Nel 1984 due giovani artisti scrissero e disegnarono un fumetto intitolato Tartarughe Ninja. Potevano permettersi una stampa di sole 3.000 copie, che distribuirono nelle edicole del loro paesino di 30.000 abitanti. Erano convinti che il loro fumetto non sarebbe mai uscito da quel paesino, e anzi sarebbero stati già fortunati se avessero venduto tutte le copie che avevano stampato, perché per esaurirle bisognava che venissero comprate da un abitante su 10.
Per uno di quei colpi di fortuna che capitano una volta ogni mai, una di quelle 3.000 copie finì in mano ad un rappresentante di giocattoli. Lui capì immediatamente il potenziale di quell’idea, quindi cominciò a chiamare tutte le ditte con cui era in contatto, per convincerle a produrre dei giocattoli delle Tartarughe Ninja. Gli risposero tutti che era l’idea più stupida che avessero mai sentito: le tartarughe non sono degli animali eroici, quel fumetto non lo conosceva nessuno, e quindi sarebbe stata una follia investirci del denaro. Alla fine proprio l’ultima ditta nella sua rubrica telefonica (la Playmates Toys) gli disse: “Crediamo in quest’idea, ma in effetti il fatto che nessuno conosca questo fumetto è un problema. Facciamo così: impostiamo un cartone animato su queste Tartarughe Ninja, e speriamo che faccia da traino per i giocattoli.” Il resto è storia: quel cartone animato ebbe un successo strepitoso, la Playmates Toys fece un sacco di soldi con i giocattoli, e ovviamente anche i due giovani creatori delle Tartarughe Ninja si ritrovarono coperti d’oro.
Vista da fuori sembra una situazione da sogno, ma per loro fu un incubo: infatti nessuno dei due aveva la minima esperienza manageriale, e quindi nessuno dei due aveva idea di come gestire una proprietà intellettuale di così alto valore. Certo, potevano farsi aiutare, ma anche delegando al massimo devi stare un po’ dietro al tuo brand, e questo causava ad entrambi uno stress che non riuscivano a sopportare. Alla fine decisero che ne avevano abbastanza: vendettero i diritti delle Tartarughe Ninja ad una cifra irrisoria (60 milioni di dollari) e si ritirarono a vita privata. 
La loro storia fa capire in modo molto chiaro che la fama non è tutta rose e fiori. Ogni artista quando pubblica un fumetto, un libro o un disco spera di sfondare, ma se poi il successo arriva davvero è facile venirne travolti. Soprattutto se sei una persona qualunque che fa una tranquilla vita di provincia in un paesino di 30.000 abitanti. Alcuni sono abbastanza sgamati per saper gestire questo successo improvviso (è il caso ad esempio della creatrice di Harry Potter), altri invece pur di venirne fuori sono disposti a tutto, anche ad accettare un’offerta ridicola (perché 60 milioni di dollari per un brand come le Tartarughe Ninja sono noccioline).
Ho ripensato a questa storia quando ho letto Delay of Game di Melissa Pratelli. Parla di un giovane in rampa di lancio, John Whitman: ha vinto il campionato universitario di hockey, una squadra professionistica l’ha appena ingaggiato, e ha perfino cominciato a firmare dei contratti pubblicitari. Appena viene travolto dal successo, il suo primo pensiero è bussare nuovamente alla porta di Brooke: quand’erano compagni di classe al liceo lei l’aveva sempre rifiutato, ma magari adesso che è diventato ricco e famoso sarà più disponibile.
Per quanto possa sembrare incredibile, Brooke continua a dirgli di no, e la capisco benissimo. Dopo il liceo lei è diventata una normalissima cameriera in un paesino di 1.000 abitanti, quindi per lei sarebbe uno scombussolamento enorme diventare la fidanzata di un vip e trasferirsi a quasi 3.000 km dal posto in cui ha passato tutta la sua vita. Inoltre, lei sembra covare un risentimento profondo nei confronti di John, e lui non capisce il perché: l’aveva corteggiata in modo insistente ai tempi del liceo, ma non era capitato niente di così grave da giustificare tutto quell’odio. Cos’è successo quand’erano compagni di classe?
Come avrete capito, Delay of Game è più di un semplice sport romance. In questo libro infatti il vero motivo di interesse non è il corteggiamento di John, ma il mistero che aleggia intorno al suo passato, e che viene svelato un pezzettino alla volta nel corso del romanzo. Esattamente come in un giallo, Melissa Pratelli mette davanti al lettore tante tessere del puzzle, e lo sfida a farle incastrare l’una con l’altra fino a creare un disegno chiaro e nitido. E quando alla fine vengono tirate le fila della storia ti accorgi che torna tutto alla perfezione, e che l’autrice ha creato una sottotrama davvero intrigante. Quale sarà la chiave del mistero? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Delay of Game: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi come vi sareste comportati in quella situazione? Avreste cavalcato il successo, oppure anche voi avreste preso i 60 milioni di dollari e l’avreste chiusa lì?

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L’ultima volta che mi sono innamorato

L’ultima volta che mi sono innamorato è successo nel momento e nel posto più sbagliati possibile. Prima di tutto era Autunno 2020, quindi non solo c’era il covid, ma non c’era neanche una cura; inoltre, è successo sul posto di lavoro. La donna in questione era una mia collega, che aveva ottenuto un contratto piuttosto bizzarro: poche ore di lavoro alla settimana, che avrebbe dovuto svolgere un po’ da noi e un po’ da un’altra parte. Questo significava che potevo vederla solo un giorno su 7, e anche in quell’occasione ci sarebbero state le mascherine FFP2 a coprire metà volto sia a me che a lei. Eppure l’amore sbocciò lo stesso. Non era per la sua bellezza: dal punto di vista estetico era carina, ma non era uno schianto. A renderla speciale era la sua gentilezza: anche da dietro la mascherina si capiva che sorrideva sempre quando qualcuno le parlava, e non perché si sentisse obbligata a farlo, ma perché aveva il cuore buono.
Mi innamorai perdutamente di lei fin dal primo istante, eppure non ci ho mai provato. Non perché fossimo colleghi, e neanche perché c’era il covid: il vero motivo è che era già impegnata. Non solo: era così innamorata del suo fidanzato che si era trasferita da Torino a Firenze apposta per lui, quindi non c’era nessuna possibilità che si lasciassero.
Venni a sapere quasi subito che c’era questo terzo incomodo, e questo per me era un impedimento morale fortissimo, che mi imponeva di “guardare ma non toccare”, parlarci ma senza mai iniziare un vero corteggiamento. Nonostante si trattasse di un amore senza speranze, cominciai ad aspettare quell’unico giorno alla settimana in cui potevamo parlarci come un bambino aspetta la mattina di Natale. Il momento più bello in assoluto era la fine di quella giornata lavorativa, perché dopo aver staccato ci fermavamo a chiacchierare per qualche minuto, poi ci salutavamo e lei tornava a casa. Ricordo che quando si voltava per andare alla macchina io continuavo comunque a guardarla, perché non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso.
Dopo qualche mese Claudia andò a lavorare da un’altra parte. Io provai a mantenere i contatti con lei, ma alla fine ci rinunciai: era evidente che lei mi considerava soltanto un collega, quindi venuto meno il rapporto di lavoro non si sentiva motivata a proseguire la conoscenza. Quando capii che aveva deciso di troncare i rapporti ne rimasi sorpreso, perché come vi dicevo era una persona molto gentile, quindi mi sarei aspettato un comportamento più carino da parte sua. Ma non le serbo rancore: già prima di conoscerla avevo capito che sono in tanti a ragionare come lei, quindi se un ex collega ti toglie il saluto la colpa non è sua che ti ha sfanculato, ma tua che hai fatto l’errore di scambiare la “colleganza” per amicizia.
Ho pensato a Claudia mentre leggevo Il sistema di Ryan Gattis. Racconta la storia di Phil Petrillo, un poliziotto assegnato ad un quartiere degradato di Los Angeles. A forza di bazzicarlo si innamora di una sua abitante, ma anche nel suo caso è un amore proibito: non solo perché l’abitante in questione è una ragazza appena maggiorenne, ma anche perché è già fidanzata con un delinquente da 2 soldi. Phil decide di risolvere quest’ultimo problema in maniera drastica: prende una pistola che era stata lasciata sulla scena di un omicidio, la piazza in casa di questo delinquente e poi fa finta di trovarla casualmente in una perquisizione organizzata apposta. In pratica incastra un ragazzo per omicidio al solo scopo di avere via libera con la sua fidanzata. Il suo piano è molto spregiudicato, ma riesce in pieno, perché Angela dopo essere rimasta sola accetta il suo corteggiamento e inizia a uscire con lui.
Tuttavia, Phil ha fatto male i suoi conti. Perché il tizio che lui ha spedito in galera ha un amico, e quando quest’ultimo si accorge che Phil ha iniziato a uscire proprio con la ragazza del tipo che ha incastrato non ci mette molto a capire che quella pistola è stata messa lì apposta. Tuttavia, è la sua parola contro quella di un poliziotto, quindi non è affatto facile trovare qualcuno che gli creda…
Come potete vedere, Il sistema è molto più di un poliziesco. Questo libro parla soprattutto di amore, e di come possa portarci a compiere delle azioni che in altre circostanze non prenderemmo neanche in considerazione. Phil ha sicuramente sbagliato a spedire un innocente in galera per realizzare il suo sogno d’amore, ma siccome il sistema lo protegge non è affatto detto che alla fine paghi per le sue azioni. Phil ne uscirà pulito, oppure alla fine il suo piano crollerà come un castello di carte? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Il sistema: non riuscirete a staccarvi dalla pagina.
P.S.: Non solo Angela, ma anche il mio blog è appena maggiorenne. L’ho aperto nel Luglio 2008, e dopo 18 anni esatti sono ancora qui. Cento di questi giorni! 🙂

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Il Papa vive a Firenze

Uno dei punti più suggestivi di Firenze è Piazzale Michelangelo. E’ molto frequentato dai turisti (perché da lì si vede tutta la città) ma anche dai residenti, perché è il luogo dei giorni felici: ogni volta che a Firenze succede qualcosa di bello, i fiorentini si riuniscono tutti lì per festeggiare. Non importa neanche fissare su Whatsapp o pubblicare un post sui social: se è arrivata una buona notizia, ti basta andare lì e già sai che ci troverai almeno un amico con cui condividere la tua gioia. 
Piazzale Michelangelo è sempre bello, ma in quei momenti diventa davvero magico. Tutte le macchine suonano il clacson a mo’ di trombetta da stadio, tutti i ragazzi cantano e ballano, e vengono stappati così tanti spumanti che quando torni a casa devi farti la doccia per tutti gli schizzi di alcol che ti sono piovuti addosso. E il bello è che sul momento non lo vivi come un fastidio, anzi sei contento che qualcuno di quegli schizzi ti abbia raggiunto, perché è una sorta di battesimo: così come l’acqua del prete testimonia il tuo ingresso nella comunità cristiana, allo stesso modo quelle gocce di spumante testimoniano che tu eri lì in quel momento, e hai partecipato a una giornata che non dimenticherai mai.
La più bella giornata che abbia passato a Piazzale Michelangelo è senza dubbio quella del 2 Marzo 2008. Si giocava Juventus – Fiorentina, e fino a un quarto d’ora dalla fine i viola stavano perdendo per 2 – 1. Poi un calciatore qualunque, che aveva sempre giocato malissimo sia prima che dopo quella partita, decise che quel giorno sarebbe stato il più bello della sua e delle nostre vite. Prima fece il gol del pareggio, poi a tempo quasi scaduto fece un passaggio precisissimo a un suo compagno e gli fece segnare il gol del 3 – 2. Firenze esplose immediatamente, per vari motivi: perché il gol della vittoria era arrivato all’ultimo minuto, perché la Juve è la nostra arcinemica, e soprattutto perché non vincevamo in casa sua da vent’anni esatti. La volta precedente (nel 1988) io non ero neanche nato, e lo stesso vale per tanti altri tifosi. Di conseguenza piazzale Michelangelo si tinse di viola per tutto il pomeriggio, e i festeggiamenti andarono avanti fino a notte inoltrata. 
Il calciatore che ci ha regalato tutto questo (Papa Waigo) è nato in Senegal, ma ormai è diventato un simbolo della nostra città. Vi basti sapere che in un bar di Firenze tuttora campeggia una sua foto accanto a quella di Papa Leone, e a chi chiede il perché di questo strano accostamento il proprietario risponde sempre: “A sinistra il papa vero, a destra il papa nero.” Oppure la variante: “A sinistra il Papa di Roma, a destra il Papa di Firenze.” E forse tra i 2 è più fortunato Papa Waigo, perché Papa Leone un giorno verrà sostituito, Papa Waigo invece ha lasciato un segno indelebile nella storia della città. Anche chi non l’ha mai visto giocare sa perfettamente chi è e cos’ha fatto per Firenze, un po’ come succede a Napoli con Maradona.
Tuttavia, tra i fiorentini e i napoletani c’è una differenza fondamentale: le nostre gioie, le nostre storie e la nostra vita in generale non le condividiamo con chiunque. Al contrario, i fiorentini tendono a guardare con fastidio chi viene da fuori, anche se è un turista che spende e spande senza ritegno nei negozi del centro. Anzi, forse quel tipo di forestiero è il più detestato in assoluto, perché pensa di poterla fare da padrone in casa nostra con la forza del suo portafogli, quando invece è solo un pollo che è venuto a farsi spennare comprando a 10 degli oggetti che non valgono neanche 5.
Uno dei motivi per cui i fiorentini vedono con ostilità i forestieri è proprio la bellezza della loro città. Ne sono gelosi, e hanno paura che chi viene da fuori gliela rovini. Ricordo ad esempio che un giorno degli americani cafoni si misero a mangiare gli hamburger del McDonald’s seduti per strada, e una volta finito lasciarono tutte le cartacce sul marciapiede: in men che non si dica tutti i fiorentini lì intorno li riportarono indietro e gli dissero “No bellini, ora vu’ raccattate tutto e vu’ lo buttate nì cestino, qui un vu’ siete a casa vostra”. Glielo dissero in dialetto fiorentino, ma il tono e i gesti erano così perentori che gli americani capirono al volo il significato di quelle parole, e si precipitarono ad obbedire. E’ per questo che Firenze non sarà mai sommersa dalla sporcizia come altre città d’Italia: i fiorentini non lo sopporterebbero, il loro senso del bello non glielo permetterebbe.
Se dovessi citarvi un solo libro che riesce a cogliere in pieno la bellezza di Firenze, direi senza dubbio Il prezzo della notte di Fabrizio De Sanctis. Lo capisci fin dalle prime pagine che l’autore sa tutto della nostra città, perché una delle prime frasi del libro è “Novembre a Firenze è un mese triste”. Non voglio rivelarvi il motivo, e neanche i dettagli della trama: vi basti sapere che si tratta di un giallo in cui il detective cerca di scoprire per quale motivo un maniaco sta uccidendo uno dietro l’altro i tassisti della città. Per noi fiorentini sono una categoria protetta, perché conoscono le nostre strade meglio di chiunque altro, e quindi svolgono per i loro clienti la stessa funzione che Virgilio svolgeva per Dante quando lo guidava nella Divina Commedia. Se venite a Firenze, affidatevi a loro. Se non ci venite, almeno leggete Il prezzo della notte: ne sarete deliziati.
P.S.: E voi? Dove andate quando volete festeggiare un giorno felice?

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Niente può fermarmi

E’ tipico di molti uomini potenti prendere dalla strada una persona senza arte né parte e darle una carica infinitamente superiore ai suoi meriti. Lo fanno nella convinzione che, se prendono uno spiantato e gli garantiscono una posizione che non avrebbe mai potuto raggiungere senza il loro aiuto, allora quel miracolato gli rimarrà fedele a vita. Inoltre, non avendo nessuna competenza, non metterà bocca nel loro lavoro e li lascerà fare tutto ciò che vogliono. E’ il caso ad esempio di Beppe Grillo, che prese un venditore di Cornetti Algida allo stadio San Paolo e lo mise a fare il ministro degli esteri. E prima ancora di Berlusconi, che vide una ragazza su un calendario sexy, se ne invaghì e la mise a fare il ministro per le pari opportunità. 
I potenti che adottano questa strategia raramente vedono ripagata la loro generosità. Un po’ perché la gratitudine è merce rara, un po’ perché a distanza di tempo il miracolato tenderà a montarsi la testa: di conseguenza arriverà a credere che quel posto non l’ha ottenuto per grazia ricevuta, ma se l’è pienamente meritato. Ergo, non deve assolutamente nulla a chi gliel’ha dato quando non sapeva neanche come arrivare a fine mese.
Questo è esattamente il caso dell’onorevole Pignataro. Ha preso sotto la sua ala un ragazzo qualunque, e l’ha assunto per fargli da autista. Max non lo accompagna solo da casa al Parlamento e viceversa, ma per tutta Roma: se Pignataro deve andare in un ristorante, chiama Max; se gli viene voglia di giocare a golf, chiama Max; se vuole andare a casa dell’amante, è sempre Max ad accompagnarlo lì e ad aspettarlo fuori per tutto il tempo necessario. 
Se Max fosse furbo sarebbe contento come una Pasqua per essere diventato il tuttofare di un politico, e gli sarebbe grato per tutta la vita. Invece commette l’errore più grande della sua vita: piazza una telecamera in casa dell’amante di Pignataro, ottiene un video in cui lui fa sesso e assume droga insieme a lei, e con quello in mano lo ricatta per ben 500.000 euro.
Max pensa che, siccome Pignataro è un parlamentare del gruppo misto, nessuno si preoccuperà di questo video all’infuori dello stesso Pignataro. Invece con il suo ricatto Max ha causato un vero e proprio terremoto. Perché in Parlamento la maggioranza è risicata, quindi ogni singolo voto è decisivo. E uno come Pignataro, che è sempre presente a tutte le sedute ed essendo del gruppo misto può votare come gli pare, è una pedina particolarmente preziosa in questo gioco di potere. Sarebbe un peccato perderlo per un video imbarazzante. Ergo, quel video deve sparire. E ovviamente deve sparire anche chi l’ha girato. Tanto è un disgraziato qualsiasi, non mancherà a nessuno.
I cospiratori hanno fatto male i conti, perché c’è qualcuno a cui manca Max. E l’amico che lo rimpiange è un giornalista investigativo, quindi ricostruire le cospirazioni pezzo per pezzo è il suo pane quotidiano. Dentro di sé sa benissimo che Max non era uno stinco di santo e se l’è un po’ andata a cercare, ma è comunque determinato a scoprire la verità. Ma qual è la verità? Chi ha ucciso Max?
Come avrete capito, Il potere di uccidere di Fabrizio Roncone è più di un semplice giallo. Leggendolo si respira la stessa atmosfera di Tutti gli uomini del presidente, perché anche in questo caso abbiamo un giornalista che fa la scelta coraggiosa di sfidare degli uomini potenti e dai mezzi infinitamente superiori ai suoi. E proprio come nel mitico film con Dustin Hoffman e Robert Redford, più si accumulano le schifezze scoperte dal giornalista e più speri con tutto il cuore che alla fine lui riesca a farla pagare a tutti coloro che sono coinvolti nell’omicidio del suo amico. Ce la farà? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Il potere di uccidere: ne sarete deliziati.

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Vogliono tutti la stessa cosa

Nel Gennaio 2016 andai in un cinema da 8 sale, e ci trovai una fila spaventosa. La coda era così lunga che non riusciva a stare tutta dentro al cinema, quindi gli ultimi della fila aspettavano fuori, e rimanevano lì in piedi nonostante facesse un freddo micidiale. Avendo una certa esperienza, capii subito che non erano stati 8 film diversi ad attirare tutta quella folla: secondo me erano tutti lì per lo stesso film, perché le file clamorose si creano solo quando tutti vogliono la stessa cosa. Quando alzai lo sguardo verso il monitor del multisala ebbi una conferma della mia intuizione: infatti i biglietti per Revenant erano quasi esauriti, mentre invece gli altri 7 film non avevano venduto quasi nulla. Erano tutti lì per vedere il film che avrebbe dato l’Oscar a Di Caprio. Questo non era un problema per me, perché io volevo vedere Creed.
In quell’occasione ebbi conferma anche di un’altra mia intuizione: io e il grande pubblico non siamo mai in sintonia. Se tutti vogliono vedere un certo film, a me ne interessa un altro che non si fila nessuno. Se tutti leggono i fumetti giapponesi, io preferisco quelli americani. Se tutti ascoltano la trap, io ascolto Nina Zilli. Molti credono che lo faccia apposta per sembrare originale o per fare l’alternativo a tutti i costi, invece non è così: io mi appassiono a qualcosa, e soltanto dopo scopro che è un prodotto di nicchia che non conosce nessuno. Viceversa, i prodotti di grandissimo successo non mi hanno mai entusiasmato: non solo non mi piacciono, ma non riesco neanche a capire cosa ci trovano gli altri.
Proprio per questo non potrei mai fare l’imprenditore o il venditore, perché chi lavora nel commercio i gusti degli altri deve coglierli al volo. Anche mentre è seduto al tavolino di un bar deve osservare cosa fanno gli altri, come si vestono e come parlano, e da lì trarre infiniti spunti per intuire cosa vuole il mercato. Lo capisce vedendo che persone di ceti sociali diversi scelgono vestiti dello stesso colore, oppure che la donna di 50 anni e il ragazzo di 20 canticchiano la stessa canzone: quando un gusto è trasversale, allora qualsiasi prodotto che soddisfa quel gusto è vendibile. E allora il bravo imprenditore sceglierà quel colore per i suoi prodotti, oppure metterà in sottofondo nei suoi negozi delle canzoni simili a quella che ha sentito canticchiare. Apparentemente è un dettaglio superfluo, invece non lo è, perché magari una cliente si ricorderà del tuo negozio proprio perché lì dentro ha sentito per la prima volta una canzone che le è rimasta nel cuore. E quindi ci tornerà ancora, magari portandosi dietro la mamma o un’amica. 
Tutti questi dettagli li ho appresi leggendo Cuore e capitale di Steven Basalari. Il titolo dice tutto: l’autore vuole farci capire che il bravo imprenditore non deve avere il capitale come unico pensiero e obiettivo, ma deve metterci anche il cuore. Questo significa non solo cercare il contatto umano con gli altri (perché è da quello che nascono le migliori idee), ma anche creare un buon ambiente di lavoro, nel quale i dipendenti sono rispettati dai loro superiori e collaborativi tra di loro. Se invece c’è un superiore che approfitta del suo potere per umiliare e denigrare gli altri, oppure un dipendente che avvelena l’umore dei suoi colleghi con maldicenze e scoppi d’ira, allora l’imprenditore con un cuore non è quello che dice “Vogliamoci bene”, ma quello che ha il coraggio di buttare via quella mela marcia prima che rovini tutto il cestino. 
Probabilmente per chi fa l’imprenditore o il venditore il libro di Steven Basalari non è altro che una raccolta di informazioni risapute. Tuttavia, per me che non conosco quel mondo è stato molto istruttivo, perché mi ha fatto riflettere su tanti aspetti che non avevo mai considerato. E lo ha fatto con un linguaggio semplice, tipico dell’imprenditore concreto che non bada a tanti fronzoli. Perché, come dice lui stesso, se non sai spiegare un’idea in modo semplice allora non riuscirai neanche a venderla. Io non so se sono riuscito a vendervi il suo libro, ma so per certo che sono molto contento di averlo letto.
P.S.: Anche a voi è capitato di appassionarvi a qualcosa che non piaceva a nessuno, oppure di detestare qualcosa che tutti adoravano?

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Una sorpresa dopo l’altra

Il cinema è come lo champagne: ci sono annate buone e altre meno buone. Il 2005 fu un’ottima annata: infatti quell’anno alla notte degli Oscar vinse lo splendido Million Dollar Baby, ma erano in gara tanti ottimi film, da Ray a Hotel Rwanda (uno dei miei film preferiti in assoluto). Fu proprio in quell’anno che iniziai a seguire la notte degli Oscar: ebbi un tempismo perfetto, perché l’anno successivo ci fu uno dei colpi di scena più clamorosi nella storia dell’Academy, ovvero la vittoria di Crash – Contatto fisico su I segreti di Brokeback Mountain nella categoria miglior film.
Quelle 2 edizioni così folgoranti fecero scoppiare in me un amore immenso per la notte degli Oscar. Adoro ogni dettaglio di quella cerimonia: la tensione che si taglia con il coltello prima e durante le premiazioni, la gioia palpabile di chi sale sul palco, e soprattutto i verdetti a sorpresa (ogni anno ce n’è almeno uno). Se l’anno scorso la sorpresona era stata la sconfitta di Demi Moore, quest’anno il momento in cui abbiamo spalancato la bocca per lo shock è stato quello in cui abbiamo visto Michael B. Jordan vincere l’Oscar per I peccatori. Timothée Chalamet era strafavorito, ma si è sabotato con le sue mani: infatti in questo mese di sovraesposizione mediatica ha mostrato la sua solita espressione sbruffona ogni singola volta che è apparso sul red carpet, in più quando apriva bocca peggiorava ulteriormente la situazione (vedi quella dichiarazione per cui l’opera e il balletto non se li fila più nessuno), e quindi i giurati dell’Academy più lo vedevano e più pensavano “Per fargli un dispetto voterò chiunque tranne lui”. Per lui vale una regola d’oro dello spettacolo: se sai di essere bravo ma antipatico nasconditi il più possibile, così il pubblico ti apprezzerà come artista e non saprà mai che lasci a desiderare come persona. Sean Penn l’ha capito, infatti dopo aver fatto tante figure di merda (indimenticabile quella volta che si fece fotografare mentre stringeva la mano ad un criminale latitante) ha scelto saggiamente di non presentarsi a ritirare l’Oscar che ha vinto stanotte.
Per quanto riguarda le altre premiazioni, sapete come la penso su Paul Thomas Anderson. Già nel commentare le nomination scrissi che era un pessimo regista, e anche adesso che il suo film ha vinto tutto alla notte degli Oscar non ho cambiato idea. Non guarderei il film in questione neanche se mi pagassero. In compenso sono molto contento per la vittoria di Amy Madigan, per tanti motivi: perché ha aspettato l’Oscar per QUARANT’ANNI (la sua prima nomination risale al 1986), perché il film in cui recitava (Weapons) è davvero ottimo, e soprattutto perché questa vittoria conferma la fine di un lungo pregiudizio dell’Academy nei confronti del genere horror. Già l’anno scorso avevamo capito che l’Academy non lo considerava più un genere di serie B (perché aveva dato tante nomination prestigiose a The Substance), e quest’anno gli ha dato ulteriore lustro premiando ben 2 film di questo tipo, Weapons e I peccatori. Se vogliamo anche la vittoria di Amy Madigan è stata una sorpresa, perché era favorita l’attrice nella foto, Teyana Taylor.
E voi per chi tifavate? E cosa ne pensate di queste folli premiazioni?

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Corona non perdona

In Italia l’uomo del momento è senza dubbio Fabrizio Corona. Era già noto da molti anni, ma negli ultimi tempi è più che mai sulla cresta dell’onda, per un motivo molto semplice: ha cominciato a vuotare il sacco sui segreti di tutti i vip che conosce. Non lo fa per senso di giustizia, ma per sete di vendetta: infatti Mediaset dopo aver a lungo collaborato con lui ha deciso di scaricarlo, e lui per tutta risposta ha cominciato a rivelare ciò che sa sui personaggi più in vista di quell’ambiente.
A quel punto è successo qualcosa che forse nemmeno lui aveva calcolato: quella che era partita come una vendetta personale si è trasformata in una crociata collettiva. Perché per un popolo invidioso come gli italiani niente è più piacevole che vedere sprofondare nella polvere qualcuno che è più ricco, più potente e più famoso di loro: di conseguenza, quando Corona ha cominciato a gettare fango a getto continuo sui boss di Mediaset il popolo ha cominciato a sostenerlo con tutta la foga possibile. Tutti commentano i suoi video su Twitter, tutti ci fanno i meme su Tiktok, tutti li rilanciano nelle loro storie di Instagram. Ogni volta che Corona pubblica qualcosa, Internet esplode. 
Forse se così tanti italiani hanno cominciato a tifare Fabrizio Corona è anche perché vedono nello scontro tra lui e Mediaset una versione all’amatriciana di Davide contro Golia: lui è da solo, Mediaset invece è un colosso che appartiene alla famiglia più ricca e più potente d’Italia, eppure lui riesce lo stesso a tenere testa a tutti. Non sottraendogli del denaro, ma mettendoli in imbarazzo, e questo è peggio di qualsiasi perdita economica: infatti per un pezzo grosso di Mediaset 10 milioni in più o in meno non cambiano nulla, mentre invece passare dall’essere servito e riverito al diventare lo zimbello d’Italia è un danno enorme, e purtroppo permanente.
Anche Mickey Haller si è infilato in una lotta impari alla Davide contro Golia. Lui è un semplice avvocato, e ha fatto causa ad un colosso informatico chiamato Tidalwaiv. L’azienda in questione aveva ideato un’intelligenza artificiale in grado di assumere un aspetto molto attraente, chiacchierare piacevolmente con gli utenti e perfino mandargli dei messaggi di sua iniziativa: insomma, una vera e propria fidanzata virtuale, che ti cerca lei per prima, ti tiene compagnia per tutto il tempo che vuoi ed è pure una gran figa. Peccato che lei sia stata messa a punto da un programmatore misogino: di conseguenza nelle sue conversazioni lei infila continuamente delle frasi sessiste, e fa il lavaggio del cervello agli utenti con cui chatta convincendoli che le donne sono tutte puttane. Quelle poche che non lo sono e al contrario rifiutano gli uomini meritano solo il peggio dalla vita. Un adolescente che soffre per essere stato lasciato dalla fidanzata prende alla lettera queste parole, e uccide la sua ex su precisa istigazione di quell’intelligenza artificiale. 
Insomma, apparentemente la sequenza degli eventi è semplice, e per Mickey Haller non dovrebbe essere così difficile ottenere un verdetto di colpevolezza. In realtà è quasi impossibile, perché è dura dimostrare che ci sia un legame diretto tra quelle chat e l’omicidio. Inoltre, il ragazzo aveva un passato violento già prima di iniziare a chattare con quell’intelligenza artificiale, quindi gli avvocati della Tidalwaiv hanno gioco facile nel sostenere che probabilmente avrebbe ucciso la sua ex anche se non fosse stato spinto a farlo.
Ovviamente Mickey Haller è un personaggio di gran lunga migliore di Fabrizio Corona, e combatte per un motivo molto più nobile. Proprio per questo, più va avanti la storia e più il lettore comincia a fare per lui un tifo sfegatato, e spera con tutto se stesso che alla fine riesca a vincere il processo contro la Tidalwaiv. Ce la farà? Non posso dirvelo, naturalmente. Posso solo consigliarvi di leggere Nessuna via d’uscita di Michael Connelly: vi terrà incollati fino all’ultima pagina.

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