Black kigyō
Una black kigyō (Giapponese:ブラック企業, burakku kigyō), chiamata anche black gaisha (Giapponese:ブラック会社), indica in Giappone un'azienda che fa lavorare i propri dipendenti in condizioni lavorative degradate, simili a quelle di una fabbrica clandestina. Mentre quest'ultimo termine è associato in particolare alla produzione e al commercio di abbigliamento, in Giappone le black kigyō non sono necessariamente associate all'industria dell'abbigliamento, ma più spesso al lavoro d'ufficio.
Origine del termine
[modifica | modifica wikitesto]Il termine black kigyō è stato coniato all'inizio degli anni 2000 da giovani lavoratori del settore informatico, ma da allora è stato applicato a vari settori industriali.[1]
Caratteristiche
[modifica | modifica wikitesto]Sebbene le specificità possano variare da un luogo di lavoro all'altro e da un'azienda all'altra, una black kigyō ha l'abitudine di assumere un gran numero di giovani dipendenti e di costringerli a lavorare per lunghe ore di straordinario non retribuite. Le condizioni di lavoro sono pessime e i lavoratori sono soggetti ad abusi verbali e “abuso di potere” da parte dei loro superiori.[1] Per trattenere i dipendenti, i superiori delle black kigyō spesso abusano della reputazione di un ex dipendente che si è dimesso.
Casi notevoli
[modifica | modifica wikitesto]Mina Mori, 26 anni, dipendente della catena di ristoranti Watami, si suicida[2] nel 2008, due mesi dopo essere entrata in azienda. La sua famiglia presenta una denuncia all'Ufficio per gli standard lavorativi di Yokosuka per chiedere il riconoscimento del suicidio come legato al lavoro. La richiesta è stata respinta, ma in appello presso la prefettura di Kanagawa è stato concluso che la causa principale dei suoi problemi di salute mentale era lo stress legato al lavoro.[3][4] Nel dicembre 2015, l'azienda Watami ha raggiunto un accordo extragiudiziale di 130 milioni di yen con la famiglia e il suo fondatore, Miki Watanabe, ha presentato le sue scuse.[5]
La lotta contro le black kigyō è uno dei temi della campagna elettorale di diversi politici giapponesi: la deputata comunista Yoshiko Kira ne ha fatto infatti uno dei suoi cavalli di battaglia durante le elezioni parlamentari del 2013.[6]
Nei media
[modifica | modifica wikitesto]La questione delle black kigyō ha attirato l'attenzione in Giappone. Il drama Black gaisha ni tsutometerundaga mō ore wa genkai kamo shirenai del 2009 è ambientato in un'azienda[7] di questo tipo e nel 2012 il premio Black Corporations ha permesso di eleggere la “peggiore azienda dell'anno”.[8][9]
Nel 2013 è uscito il DVD Black kigyō ni go-yōjin (“Attenzione alle black kigyō”).[10]
Il protagonista del manga ReLIFE lavora in una black kigyō.
Nel manga e nell'anime Warau salesman (Il venditore che ride), una delle vittime ha lavorato alla Black Corporation e ha pensato di suicidarsi prima di incontrare il venditore che ride.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 Unpaid overtime excesses hit young, su japantimes.co.jp.
- ↑ Japan's Suicidal Salarymen are dying for work, su vice.com.
- ↑ Izakaya restaurant chain worker’s suicide recognized as work-related, su japan-press.co.jp.
- ↑ Watami under scrutiny after karōshi, su japantimes.co.jp.
- ↑ Pub operator to compensate family of employee who suicided due to overwork, su mainichi.jp.
- ↑ 共産・吉良氏が当選、「ブラック企業対策」前面に 東京, su asahi.com.
- ↑ Black Gaisha ni Tsutometerundaga mo Ore wa Genkai Kamo Shirenai, su japantimes.co.jp.
- ↑ ブラック企業大賞, su blackcorpaward.blogspot.com.
- ↑ Voting is open for the “Most Evil Corporation of the Year” Award for 2012, su soranews24.com.
- ↑ Film documents how 'black corporations' abuse young workers, su ajw.asahi.com. URL consultato il 14 dicembre 2025 (archiviato dall'url originale il 13 giugno 2013).