Coon song

Il coon song fu un genere musicale utilizzato fra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento negli Stati Uniti. Furono particolarmente diffuse tra il 1880 circa e il 1920, sebbene le prime composizioni riconducibili a questo filone risalgano agli spettacoli di minstrel show già nel 1848, quando non erano ancora esplicitamente associate all’epiteto “coon".[1] Il genere conobbe una popolarità straordinaria: uomini bianchi e neri si esibivano truccati in blackface e realizzavano incisioni discografiche.[2] Anche alcune interpreti femminili, note come coon shouters, raggiunsero una certa notorietà all’interno di questo ambito musicale.[3]
In essi il nero, chiamato col nomignolo dispregiativo, veniva presentato con derisione ed affetto: da una parte si pretendeva che ogni nero fosse a prescindere un omaccione tonto e buono di cuore, dall'altra lo si rappresentava dandy, che tentava invano di imitare il modo di vestire dei bianchi risultando goffo e impacciato.
Ascesa e caduta della popolarità
[modifica | modifica wikitesto]Sebbene oggi il termine “coon” sia unanimemente considerato un insulto razziale, secondo Stuart Flexner esso derivava originariamente dall’abbreviazione di “raccoon” (procione) e già nel 1832 indicava un rozzo abitante delle zone di frontiera, spesso associato all’immagine di chi indossava un berretto di pelle di procione.[4] Entro il 1840, il termine assunse anche un significato politico, venendo usato per designare un membro del Partito Whig, che cercava deliberatamente di identificarsi con la popolazione rurale bianca.[4] I Whig adottarono il procione come emblema e, rispetto ad altre fazioni politiche dell’epoca, svilupparono un atteggiamento relativamente più tollerante nei confronti delle persone nere. Secondo un’ipotesi, proprio questo contesto avrebbe contribuito alla trasformazione del termine “coon” da semplice slang politico a insulto razziale.
In quel periodo, “coon” veniva usato prevalentemente per riferirsi a persone bianche, e l’espressione “coon song” indicava una canzone di area whig.[5] Sebbene l’uso del termine con il significato di “persona nera” sia attestato già nel 1837[6], è solo nel 1848 che si riscontra il primo esempio inequivocabile di un impiego apertamente dispregiativo nei confronti delle persone nere. È possibile che la connotazione razziale negativa si sia sviluppata a partire da “Zip Coon”, una canzone divenuta popolare negli anni Trenta dell’Ottocento, e dall’uso ricorrente del termine negli spettacoli minstrel in blackface. “Zip Coon”, una variante di “Turkey in the Straw”, fu resa celebre soprattutto dalle esibizioni di George Washington Dixon, che si esibiva truccato in blackface; la canzone fu pubblicata intorno al 1834.[7][8]

Un’ipotesi alternativa sull’origine del termine come riferimento alle persone nere lo fa derivare da “barracoon”, parola che indicava i recinti per schiavi e che divenne sempre più comune negli anni precedenti la Guerra civile americana come luogo di detenzione temporanea per schiavi in fuga o in transito.[5] Il termine potrebbe inoltre essere stato utilizzato in ambito teatrale già in precedenza: un personaggio nero di nome Raccoon figurava tra i protagonisti dell’opera comica coloniale The Disappointment del 1767.[6]
Qualunque ne sia l’origine, entro il 1862 “coon” era ormai comunemente usato per indicare una persona nera. La prima canzone esplicitamente incentrata su questo tema, pubblicata nel 1880, potrebbe essere “The Dandy Coon’s Parade” di J. P. Skelley.[9] Tra le prime coon songs più note figurano anche “The Coons Are on Parade”, “New Coon in Town” (di J. S. Putnam, 1883), “Coon Salvation Army” (di Sam Lucas, 1884) e “Coon Schottische” (di William Dressler, 1884).[10] Le canzoni più popolari di questa fase iniziale furono tuttavia scritte quasi esclusivamente da autori bianchi; solo “New Coon in Town” presenta un livello di sincopazione sufficiente a prefigurare la successiva scuola del ragtime autentico e più energico. In quegli anni anche gli afroamericani iniziarono a entrare nell’industria musicale, e la loro musica sincopata finì per essere identificata con le vere coon songs.[11]

Verso la metà degli anni Ottanta dell’Ottocento, le coon songs divennero un fenomeno nazionale: negli anni Novanta ne furono pubblicate oltre seicento[12], e i brani di maggior successo vendettero milioni di copie. Per sfruttare la moda del momento, molti compositori aggiunsero testi tipici delle coon songs a brani e ragtime già esistenti. La prima canzone di successo incisa da un artista nero fu “The Whistling Coon” di George W. Johnson, registrata nel 1890. Dopo l’inizio del nuovo secolo, tuttavia, il genere iniziò a essere criticato sempre più apertamente per il suo contenuto razzista. Nel 1905 Bob Cole, compositore afroamericano divenuto famoso proprio grazie alle coon songs, espresse in un’intervista osservazioni allora piuttosto inusuali sul genere: interrogato sul titolo della sua precedente commedia A Trip to Coontown, rispose che “quel tempo era ormai passato, travolto dal lento e inesorabile fluire delle rivelazioni”.[13]
Nel 1908 la compagnia teatrale di Broadway Cinemaphone, fondata da J. A. Whitman, pubblicò il cortometraggio Coon Song, dotato di una traccia sonora con cantanti come Blanche Ring, Anna Held, Eva Tanguay e Stella Mayhew.[14] A seguito delle crescenti critiche, dopo il 1910 l’uso del termine “coon” nei titoli delle canzoni diminuì drasticamente. Il 13 agosto 1920 l’Universal Negro Improvement Association and African Communities League di Marcus Garvey adottò la bandiera rossa, nera e verde in risposta alla canzone “Every Race Has a Flag but the Coon” di Heelan e Helf. Questo brano, insieme a “Coon, Coon, Coon” e “All Coons Look Alike to Me”, fu indicato da H. L. Mencken come uno dei tre che contribuirono in modo decisivo a fissare il termine “coon” come insulto nel lessico americano.[15]
È possibile che la popolarità delle coon songs sia spiegabile, almeno in parte, dal loro preciso collocarsi nel momento di massima espansione dell’industria musicale popolare di Tin Pan Alley. Tuttavia, James Dormon, già professore di storia e studi americani presso l’Università della Louisiana Sud-Occidentale, ha suggerito che le coon songs possano essere interpretate anche come “un meccanismo socio-psicologico necessario a giustificare la segregazione e la subordinazione”. Queste canzoni rappresentavano infatti le persone nere come una minaccia per l’ordine sociale americano, lasciando intendere che dovessero essere controllate.[9]
Compositori
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Nel momento di massima popolarità del genere, «praticamente ogni autore di canzoni del paese» scriveva coon songs per soddisfare una domanda che appariva pressoché insaziabile. Tra gli autori di questo repertorio figuravano alcuni dei più importanti compositori di Tin Pan Alley, tra cui Gus Edwards, Fred Fisher (autore del brano del 1905 If the Man in the Moon Were a Coon, che vendette tre milioni di copie) e Irving Berlin. Anche Arthur Pryor, uno degli assistenti di John Philip Sousa, compose coon songs. Ciò era funzionale a garantire un flusso costante di nuovi brani per la banda di Sousa, che li eseguiva contribuendo a diffondere e rendere popolari molte melodie di questo genere. La maggior parte delle coon songs fu scritta da autori bianchi, ma una parte significativa proveniva anche da compositori afroamericani.
Tra i più importanti compositori afroamericani di coon songs si annoverano Ernest Hogan (autore di All Coons Look Alike to Me, la canzone più celebre)[9]; Sam Lucas (che, secondo gli standard contemporanei, scrisse alcune delle prime canzoni del genere dal contenuto più apertamente razzista)[9]; il menestrello e autore Sidney L. Perrin (autore di Black Annie, Dat’s De Way to Spell Chicken, Mamma’s Little Pumpkin Colored Coons, Gib Me Ma 15 Cents e My Dinah); Bob Cole (che compose decine di brani, tra cui I Wonder What the Coon’s Game Is? e No Coons Allowed); Irving Jones, Bert Williams e George Walker.
Persino il celebre compositore di ragtime Scott Joplin scrisse almeno una coon song (I Am Thinking of My Pickaninny Days) e potrebbe aver composto la musica di altre, utilizzando testi scritti da terzi.
Caratteristiche e uso nel teatro
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Le coon songs avevano quasi sempre l’obiettivo di risultare comiche e incorporavano i ritmi sincopati della musica ragtime.[16] La loro caratteristica distintiva, tuttavia, era la rappresentazione caricaturale degli afroamericani. In continuità con le più antiche immagini del minstrel show, queste canzoni raffiguravano spesso i neri come rozzi buffoni rurali, ossessionati da angurie e pollo fritto.[16]
Inoltre, gli afroamericani cominciarono a essere descritti non solo come ignoranti e pigri, ma anche come privi di onestà e di senso dell’onore personale, inclini all’ubriachezza e al gioco d'azzardo, completamente privi di ambizione e rappresentati come esseri sensuali, libidinosi, talvolta apertamente lascivi.[17] Venivano inoltre dipinti come persone che si procuravano denaro attraverso il gioco d'azzardo, il furto o espedienti truffaldini, anziché mediante il lavoro, come avviene nella canzone di Nathan Bivins Gimme Ma Money.
Le coon songs raffiguravano le persone nere come “hot”, termine che in questo contesto alludeva a una presunta promiscuità e a una natura libidinosa. Esse suggerivano che la forma di convivenza più diffusa fosse la relazione di tipo “honey” (la coabitazione senza matrimonio), piuttosto che il matrimonio vero e proprio. Le persone nere venivano inoltre rappresentate come inclini ad atti di violenza provocatoria. I rasoi comparivano frequentemente nei testi delle canzoni, arrivando a simboleggiare le presunte “tendenze sfrenate” dei neri. Tuttavia, la violenza descritta nei brani era invariabilmente rivolta contro altre persone nere e non contro i bianchi (forse per neutralizzare, agli occhi del pubblico prevalentemente bianco delle coon songs, l’idea minacciosa di una violenza dei neri contro i bianchi). Di conseguenza, lo spettro della violenza nera contro i bianchi rimaneva elusivo. La figura del bully coon, il bullo che pattuglia le strade, veniva spesso utilizzata come personaggio stereotipato ricorrente nelle coon songs. Queste canzoni mettevano in scena le minacce sociali che i bianchi ritenevano fossero rappresentate dalle persone nere. Il passing costituiva un tema frequente, e i neri venivano raffigurati come desiderosi di acquisire lo status dei bianchi attraverso l’istruzione e il denaro. Tuttavia, raramente, se non all’interno di sequenze oniriche, riuscivano effettivamente a “passare” per bianchi: il loro rimaneva un obiettivo aspirato, più che raggiunto.[16]
Ripercussioni sulla musica afro-americana
[modifica | modifica wikitesto]Le coon songs contribuirono allo sviluppo e alla progressiva accettazione della musica afroamericana autentica. Elementi provenienti da questo repertorio furono assimilati nei canti popolari afroamericani dell’inizio del Novecento, come emerse dalle ricerche etnomusicologiche sul campo condotte da Howard W. Odum tra il 1906 e il 1908.[18] Analogamente, i testi delle coon songs influenzarono il vocabolario del blues, un processo che raggiunse il suo apice con le interpretazioni di Bessie Smith negli anni Venti.
L’espressione “coon shouting” è stata inoltre utilizzata per descrivere una tecnica vocale particolarmente energica adottata da cantanti afroamericane come Josephine Baker ed Ethel Waters; quest’ultima, tuttavia, sottolineava come il proprio stile fosse più morbido rispetto a quello delle cosiddette shouters come Bessie Smith e Ma Rainey.[19]
Gli autori e interpreti neri che presero parte alla creazione delle coon songs ne trassero benefici economici significativi, che permisero loro di sviluppare successivamente una nuova forma di teatro musicale afroamericano, basata almeno in parte sulle tradizioni culturali della comunità afroamericana. Le coon songs contribuirono inoltre all’accettazione del ragtime da parte del grande pubblico, aprendo la strada al riconoscimento di altre forme di musica afroamericana.
Note
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ (EN) Janet Hubbard-Brown, Scott Joplin: composer, collana Black Americans of achievement, Legacy ed, Chelsea House, 2006, ISBN 978-0-7910-9211-8.
- ↑ (EN) Louis Onuorah Chude-Sokei, The last "darky": Bert Williams, black-on-black minstrelsy, and the African diaspora, Duke University Press, 2006, ISBN 978-0-8223-3605-1.
- ↑ (EN) Stras e Laurie, White Face, black Voice: Race, Gender, and Region in the Music of the Boswell Sisters, in Journal of the Society for American Music, vol. 1, n. 2, Cambridge, UK, Cambridge University Press, maggio 2007, pp. 207-255.
- 1 2 (EN) Annotation:Old Zip Coon, in The Traditional Tune Archive. URL consultato il 20 gennaio 2026.
- 1 2 (EN) David R. Roediger, The wages of whiteness: race and the making of the American working class, 4ª ed., Verso, 2022, ISBN 978-1-83976-830-9.
- 1 2 (EN) Coon - Etymology, Origin & Meaning, su etymonline. URL consultato il 20 gennaio 2026.
- ↑ (EN) Ken Emerson, Doo-dah! Stephen Foster and the rise of American popular culture, Simon & Schuster, 1997, ISBN 978-0-684-81010-2.
- ↑ (EN) James J. Fuld, The book of world-famous music: classical, popular, and folk, 5ª ed., Dover Publications, 2000, ISBN 978-0-486-41475-1.
- 1 2 3 4 (EN) James H. Dormon, Shaping the Popular Image of Post-Reconstruction American Blacks: The "Coon Song" Phenomenon of the Gilded Age, in American Quarterly, vol. 40, n. 4, 1988-12, pp. 450, DOI:10.2307/2712997. URL consultato il 20 gennaio 2026.
- ↑ (EN) B. Kjeldstad, A. Johnsson e K. M. Furuheim, Hyperthermia induced polyphosphate changes in Propionibacterium acnes as studied by 31P NMR, in Zeitschrift Fur Naturforschung. C, Journal of Biosciences, vol. 44, n. 1-2, 1989, pp. 45–48. URL consultato il 20 gennaio 2026.
- ↑ (EN) Errol Hill e James V. Hatch, A history of African American theatre, collana Cambridge studies in American theatre and drama, Cambridge University Press, 2003, ISBN 978-0-521-62443-5.
- ↑ (EN) Min Li, Xiao Fang e Zhubo Wei, Loss of spindle assembly checkpoint–mediated inhibition of Cdc20 promotes tumorigenesis in mice, in Journal of Cell Biology, vol. 186, n. 1, 13 luglio 2009, pp. 161–161, DOI:10.1083/jcb.20090402020090622c. URL consultato il 20 gennaio 2026.
- ↑ (EN) Lynn Abbott e Doug Seroff, Ragged but right: black traveling shows, "coon songs," and the dark pathway to blues and jazz, collana American made music series, 1ª ed., University Press of Mississippi, 2007, ISBN 978-1-57806-901-9.
- ↑ (EN) Jim Pines, Blacks in films: a survey of racial themes and images in the American film, Studio Vista, 1975, ISBN 978-0-289-70326-7.
- ↑ (EN) Mencken, Designations for Colored Folk (1944), su www.virginia.edu. URL consultato il 20 gennaio 2026 (archiviato dall'url originale il 16 settembre 2017).
- 1 2 3 James H. Dormon, Shaping the Popular Image of Post-Reconstruction American Blacks: The "Coon Song" Phenomenon of the Gilded Age, in American Quarterly, vol. 40, n. 4, 1988-12, pp. 450, DOI:10.2307/2712997. URL consultato il 21 gennaio 2026.
- ↑ James H. Dormon, Shaping the Popular Image of Post-Reconstruction American Blacks: The "Coon Song" Phenomenon of the Gilded Age, in American Quarterly, vol. 40, n. 4, 1988, pp. 450–471, DOI:10.2307/2712997. URL consultato il 21 gennaio 2026.
- ↑ (EN) Lynn Abbott e Doug Seroff, Ragged but Right: Black Traveling Shows, "Coon Songs," and the Dark Pathway to Blues and Jazz, Univ. Press of Mississippi, 17 settembre 2009, ISBN 978-1-60473-148-4. URL consultato il 21 gennaio 2026.
- ↑ (EN) Jon Stratton, Jews, Race and Popular Music, Routledge, 5 luglio 2017, ISBN 978-1-351-56170-9. URL consultato il 21 gennaio 2026.
Voci correlate
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