Cultura villanoviana
| Cultura villanoviana | |
|---|---|
| Nomi alternativi | Civiltà villanoviana, facies villanoviana, periodo villanoviano |
| Orizzonte archeologico | Fase più antica della civiltà etrusca |
| Regione | Toscana, Lazio settentrionale, Umbria occidentale, area intorno a Bologna e Verucchio in Emilia-Romagna, Fermo nelle Marche, Capua e Pontecagnano in Campania |
| Periodo | Prima Età del ferro |
| Date | 950/900-720 a.C. |
| Preceduta da | Cultura protovillanoviana |
| Seguita da | Periodo orientalizzante della civiltà etrusca |
| Definita da | Giovanni Gozzadini nel 1853-1855 |
La cultura villanoviana (X secolo a.C. - VIII secolo a.C.), è una facies della prima Età del ferro, le cui origini vanno ricercate nella cultura protovillanoviana,[1] e rappresenta la fase più antica della civiltà etrusca.[N 1][2][3][4][5]
Il nome deriva dalla località di Villanova, frazione del comune di Castenaso nella città metropolitana di Bologna dove, fra il 1853 e il 1855, Giovanni Gozzadini (1810–1887) ritrovò fortuitamente i resti di una necropoli, portando alla luce 193 tombe, di cui 179 a incinerazione e 14 a inumazione; dopo la sua morte i materiali passarono al Museo civico archeologico di Bologna.[6] I reperti degli scavi di Marano di Castenaso sono esposti invece nel MUV - Museo della civiltà Villanoviana, a Villanova di Castenaso, che documenta anche la scoperta di Gozzadini.[7]
Storia degli studi
[modifica | modifica wikitesto]Il nome viene dalla necropoli a incinerazione che Gozzadini scoprì per caso a Villanova nel 1853. Con il termine villanoviano Gilda Bartoloni indica un insieme di consuetudini e di forme della cultura materiale proprie della regione che in età storica sarà etrusca: un'area che taglia obliquamente la penisola, dalla parte orientale della pianura padana fino al Tirreno centrale e al Tevere, e che di lì si allargò verso la Campania.[2][8] Coniato per le tombe di Villanova, il nome passò poi ai complessi funerari dello stesso tipo scoperti a Bologna, a Tarquinia, a Bisenzio e in altri siti dell'Etruria tirrenica, e infine agli abitati che si andavano scoprendo accanto a quelle necropoli.[9][8]
Fra Ottocento e Novecento il Villanoviano entrò nel dibattito sull'origine degli Etruschi, e ogni scuola lo lesse in funzione della propria tesi. Wolfgang Helbig nel 1879 e Luigi Pigorini nel 1882 pensarono a una discesa degli Etruschi dal nord;[10] nel 1885 Edoardo Brizio riconobbe invece nei cremazionisti villanoviani gli Umbri, di stirpe indoeuropea, e negli Etruschi degli invasori giunti dall'Oriente con una cultura orientalizzante.[11] Massimo Pallottino respinse queste equazioni fra rito ed etnia: la differenza fra inumazione e cremazione non permetteva di distinguere popoli diversi, e gli Etruschi andavano intesi come il risultato di un processo di formazione.[12] Per Simon Stoddart è questo l'approccio tradizionale al problema delle origini: su questa base la maggior parte degli studiosi ammette che i mutamenti politici fossero già avviati all'inizio del I millennio a.C. e che si siano intrecciati con gli sviluppi del resto del Mediterraneo, senza esserne causati.[13]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Durante la prima Età del ferro, tra il X e l'VIII secolo a.C., l'aspetto villanoviano caratterizzò l'Etruria tirrenica (Toscana e Lazio), l'Emilia-Romagna (in particolare, la zona di Bologna e Verucchio nel Riminese), le Marche (Fermo, nucleo del tutto isolato in area picena), la Campania (Capua, Capodifiume, Pontecagnano, Eboli, l'Arenosola, Sala Consilina).[14] Emerse dalla precedente cultura proto-villanoviana, che nel Bronzo finale si era diffusa in ampie parti d'Italia, dalle Alpi fino all'estremità nord-orientale della Sicilia.[15] Fra le due fasi Marco Pacciarelli riconosce una continuità culturale locale così evidente da escludere, a suo giudizio, che il villanoviano sia nato dall'arrivo di un popolo nuovo.[16] La tradizione etrusca faceva nascere il nomen in un momento che corrisponde all'XI o al X secolo a.C.: secondo Marco Terenzio Varrone, citato da Censorino e da Servio Mario Onorato, i libri rituales ne fissavano la durata in dieci secoli, e Adriano Maggiani osserva che il computo, preso alla lettera, porta all'incirca al X secolo a.C., cioè alla fine dell'età del bronzo.[17][18]
Dal Bronzo finale all'età del ferro
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Sotto l'etichetta di protovillanoviano la ricerca distingue gruppi regionali. Per l'Italia centrale tirrenica Maggiani ne individua due che anticipano la divisione storica fra Etruria meridionale e settentrionale: il gruppo di Tolfa-Allumiere, fra il Tevere e una linea che da Bisenzio va a Sovana e al Fiora, e il gruppo di Chiusi-Cetona, esteso alla Toscana interna e all'Umbria fino a Perugia e Spoleto.[19]
Nel Bronzo finale l'Etruria meridionale era punteggiata di villaggi: almeno settanta sicuri, per lo più su alture o piccoli pianori di tufo naturalmente difesi, di circa 5 ettari, alla confluenza di due corsi d'acqua.[20] Dalle distanze fra un abitato e l'altro Pacciarelli ricava per ciascuno un territorio di 10-30 km².[21] Questo assetto fitto e frammentato venne meno con il passaggio all'età del ferro, quando la popolazione abbandonò gran parte dei villaggi e si raccolse su pochi grandi pianori, quelli delle future città.
Per le aree esterne all'Etruria propria il quadro è diverso da regione a regione. Per la pianura padana la rapida concentrazione della popolazione a Bologna fu a lungo spiegata con l'arrivo di Etruschi dall'area tirrenica, come ritenevano Hugh O'Neill Hencken e Mario Torelli, e nel 2012 Bartoloni considerava ancora verosimile la presenza di genti etrusche in tutte le propaggini villanoviane.[22][23] Giuseppe Sassatelli osserva invece che il villanoviano compare a nord dell'Appennino negli stessi anni che in area tirrenica, e che il popolamento dell'età del bronzo, più solido di quanto si credesse, ebbe un peso rilevante, forse decisivo, nella formazione di Bologna: gruppi etruschi giunsero certamente dal Tirreno, ma il loro contributo fu minore di quanto si pensava.[24] Per la Campania meridionale si continua invece a pensare a gruppi giunti dall'Etruria meridionale: Bartoloni indica in Tarquinia il probabile luogo d'origine del gruppo di Pontecagnano, e Teresa Cinquantaquattro e Carmine Pellegrino preferiscono la tesi di una migrazione, forse per mare.[25][26]
La formazione dei centri protourbani
[modifica | modifica wikitesto]Nel X secolo a.C. il sistema dei villaggi dell'Etruria meridionale entrò in crisi e oltre il 90% degli abitati fu abbandonato in breve tempo; non seguì un vuoto, come nella pianura padana meridionale dopo la fine delle terramare, ma un ordinamento territoriale nuovo.[21] La popolazione si concentrò su pochi pianori circa trenta volte più estesi di un villaggio medio dell'età del bronzo: i quattro maggiori, vicini alla costa, misuravano fra 125 e 175 ettari e corrispondono a Veio, Caere, Tarquinia e Vulci; nell'interno sorsero Volsinii e Bisenzio, di circa 80 ettari.[27] Le cifre indicano l'estensione dei pianori, non l'area abitata: all'inizio dell'età del ferro i pianori erano occupati da contrade distanziate, con ampi spazi lasciati a coltivazioni e pascoli.[25] Gilda Bartoloni parla di «una sorta di processo sinecistico»: a Vulci confluirono le genti dei distretti del Fiora e dell'Albegna, a Veio quelle stanziate fra il lago di Bracciano e il Tevere.[28] Maggiani definisce il fenomeno «traumatico ed epocale», anche perché si manifestò nello stesso momento su tutto il territorio della futura Etruria, e ne riconosce gli esempi anche al nord, a Populonia, Volterra, Chiusi e Vetulonia.[29]
Villanoviano ed Etruschi
[modifica | modifica wikitesto]L'area della cultura villanoviana coincide quasi del tutto con quella che le fonti antiche attribuiscono all'Etruria, anche per questo il villanoviano è riconosciuto come la fase più antica della civiltà etrusca.[30] Considerato che in nessuna grande città etrusca si constata uno sconvolgimento, un cambiamento improvviso o una frattura fra l'VIII (villanoviano evoluto) e il VII secolo a.C. (orientalizzante) ma, piuttosto, una continuità, anche Giovannangelo Camporeale[31] e Jean-Paul Thuillier[32] hanno ribadito che i Villanoviani possono essere considerati Etruschi e, più specificatamente, la prima fase della civiltà etrusca.[2][3][4][5] Nell'edizione del 2015 del suo manuale Camporeale fonda questa continuità su due dati: la popolazione dei centri, per quanto se ne può stimare dalle necropoli, non subisce salti dall'una all'altra fase, e i sepolcreti orientalizzanti, come con ogni probabilità gli abitati, continuano di norma nello stesso luogo quelli villanoviani. Ne ricava che le comunità portatrici della cultura villanoviana in Etruria si possono dire etrusche anche senza la prova delle iscrizioni, che nell'Etruria propria compaiono ai primi del VII secolo a.C.[33] Per Bologna Sassatelli osserva che i sepolcreti villanoviani e orientalizzanti, con oltre 4.000 tombe databili fra la fine del X e gli inizi del VI secolo a.C., si allargano gradualmente dalla città verso la campagna, e che l'abitato resta sempre nello stesso luogo; ne deduce che, pur fra trasformazioni storiche e culturali profonde, non vi furono mutamenti etnici.[34] A Bologna, inoltre, la scrittura etrusca è in uso dalla fine dell'VIII secolo a.C., in un momento che nel distretto emiliano prosegue senza stacchi le fasi precedenti e per questo si chiama ancora villanoviano.[23][35]
Periodizzazione e cronologia
[modifica | modifica wikitesto]Per l'Etruria la cultura villanoviana si divide in due fasi, che corrispondono alla prima età del ferro: il Villanoviano I, o antico, nel IX secolo a.C. (925/900-820/800 a.C.), e il Villanoviano II, o evoluto, nell'VIII secolo a.C. (820/800-725/720 a.C.).[20] Queste date tradizionali, fondate sui confronti con la ceramica greca, derivano dall'opera del 1959 in cui Hermann Müller-Karpe correlò, sulla base dei bronzi, le sequenze locali italiane con quelle della Cultura dei campi di urne a nord e a sud delle Alpi. Secondo Bartoloni il passaggio dalla prima alla seconda fase cade intorno al 780/770 a.C., data fissata dalle ceramiche corinzie ed euboiche trovate nei contesti indigeni, mentre il termine della seconda fase, che apre al fenomeno orientalizzante, va alzato al 730/720 a.C.[36]
Da quando la dendrocronologia ha datato gli abitati su palafitte dei laghi svizzeri, la cronologia europea dell'età del bronzo e del ferro è stata rivista, e con essa quella italiana; le datazioni radiometriche ottenute in Italia, al Gran Carro sul lago di Bolsena e, nel Lazio, a Fidenae e a Satrico, vanno nella stessa direzione.[36] Su questa base Pacciarelli ha proposto nel 2001 per l'Italia tirrenica una cronologia più alta: il Bronzo finale si chiude nel 950/925 a.C., la prima fase dell'età del ferro arriva all'850/825 a.C. e la seconda al 730/725 a.C.[37] Quest'ultima data coincide in sostanza con quella tradizionale ed è accolta dalla maggior parte degli studiosi.[38][39] La cronologia alta è adottata in molte sintesi successive, come quelle di Pacciarelli e di Alessandro Naso nel manuale Etruscology del 2017, di Stoddart nel 2020 e, per Bologna, di Riccardo Vanzini nel 2023 e di Sassatelli nel 2024, e nel 2023 Vanzini registra un accordo abbastanza largo nel non scendere oltre il 950 a.C. per il passaggio fra Bronzo finale e ferro.[39][40][41][42][43] Bartoloni nel 2012 e Camporeale nel 2015 restano invece alla cronologia tradizionale: per la fase evoluta, ricca di ceramica greca importata, le date alte si scontrano con la cronologia storica dell'Egeo.[44][33]
Il Villanoviano II vede cambiamenti radicali, testimonianze del contatto con la civiltà ellenica e del commercio con il nord lungo la via dell'ambra. Alla sua fine gli Etruschi, in particolare l'Etruria meridionale, entrano nel periodo orientalizzante, che gli studiosi collocano concordemente nel VII secolo a.C.[36] Per le aree più settentrionali del mondo etrusco, come l'Etruria padana e in particolare l'area bolognese, si usano sequenze più lunghe, perché in Emilia il Villanoviano prosegue senza fratture fino alla fine dell'VIII secolo a.C.[23] Nel 2024 Sassatelli, raccogliendo gli studi di Anna Dore e di Vanzini, fa cominciare il Villanoviano bolognese subito dopo la metà del X secolo a.C. e chiama orientalizzante la fase che segue il Villanoviano III, dagli ultimi decenni dell'VIII secolo a.C.[45]
| Sistema | Villanoviano I | Villanoviano II | Villanoviano III | Fase successiva |
|---|---|---|---|---|
| Cronologia tradizionale (Etruria)[20] | 925/900-820/800 a.C. | 820/800-725/720 a.C. | Orientalizzante dal 725/720 a.C. circa | |
| Cronologia alta (Etruria), Pacciarelli 2001[37] | 950/925-850/825 a.C. | 850/825-730/725 a.C. | Orientalizzante dal 730/725 a.C. | |
| Bologna, Sassatelli 2024[45] | 925-820 a.C. | 820-770 a.C. | 770-720 a.C. | Orientalizzante 720-580 a.C. |
Caratteristiche
[modifica | modifica wikitesto]Rituale funerario
[modifica | modifica wikitesto]La principale caratteristica della cultura villanoviana erano le sepolture a incinerazione, nelle quali le ceneri del defunto erano ospitate in un'urna: una pratica che in Italia si era diffusa dal XII secolo a.C., dalle Alpi alla Sicilia nord-orientale, con le necropoli protovillanoviane, e che ha un corrispettivo nella "cultura dei campi di urne" dell'Europa continentale.[15][46] Nelle necropoli villanoviane è però attestato anche il rito inumatorio con tombe a fossa che, a partire dagli inizi dell'VIII secolo a.C., coesiste con quello crematorio;[33][47] in alcuni centri, come a Caere nella necropoli del Sorbo e a Populonia, i due riti convivono fin dall'inizio.[48][49]
Nel IX secolo a.C. il rito è molto rigido: le deposizioni, quasi tutte a incinerazione, hanno di solito soltanto l'ossuario e pochi oggetti che indicano il sesso e, più di rado, il ruolo del defunto. Le aree funerarie, nelle vicinanze degli abitati, sono caratterizzate da tombe a pozzetto (pozzi scavati le cui pareti erano eventualmente rivestite in ciottoli), tombe a fossa (destinate all'inumazione del defunto) e tombe a cassetta (dette anche a cassone, costituite da lastre di pietra); l'ossuario era talvolta protetto da una custodia di tufo, come a Veio e a Bisenzio, o di nenfro, come a Tarquinia.[48][50] Le urne cinerarie erano costituite prevalentemente da vasi biconici, con una o due anse orizzontali, ma anche da olle, brocche e anfore. Un altro tipo di cinerario, comune all'area di cultura laziale, è l'urna a capanna, attestata soprattutto nell'Etruria costiera e in quella meridionale interna: è un cinerario raro, circa uno ogni cento deposizioni, destinato secondo Bartoloni a pochi personaggi di rilievo, uomini e donne.[51][52] Le urne erano chiuse da scodelle rovesciate o, in alcune sepolture maschili, da elmi di terracotta, prima a calotta e poi crestati a imitazione di quelli di bronzo.[47][52] Nel IX secolo a.C. il corredo è molto ridotto: fibule, una o più, diverse secondo la stoffa che fermavano; fermatrecce e fuseruole per le donne; per gli uomini un rasoio o uno spillone; i vasi accessori sono rari e le armi eccezionali.[48][53]
Ceramica e metallurgia
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La ceramica, d'impasto e modellata a mano, mostra forme molto varie, con le pareti spesse, ed era cotta a temperatura non troppo elevata.[54][8] La decorazione è incisa, spesso con uno strumento a più punte, e i motivi sono prevalentemente geometrici.[48][55]
La metallurgia si intensificò per tutto il periodo villanoviano, anche se la documentazione viene quasi solo dalle necropoli e da alcuni ripostigli. Le fasi più antiche conoscono bronzi di prestigio accuratamente lavorati, come fibule dall'arco decorato, punte di lancia, asce, coltelli, morsi e spade; nelle fasi recenti la lavorazione della lamina per recipienti, elmi e scudi raggiunge un livello tale da presupporre bronzisti specializzati.[56] Dalla fine del IX secolo a.C. compaiono nei corredi recipienti e armi difensive, prima elmi e poi scudi, di una toreutica i cui modelli e tecniche rimandano oltralpe, in particolare all'Europa centrale e settentrionale.[57][58] Per Camporeale l'uso del ferro negli attrezzi agricoli permise un primo sfruttamento intensivo dei campi, e con essa una popolazione stabile e numerosa.[33]
Abitati e capanne
[modifica | modifica wikitesto]I Villanoviani vivevano in villaggi, costituiti da gruppi radi di capanne, con aree di uso comune come orti, recinti per gli animali e fornaci. Le capanne, per quanto è dato evincere dalle fonti archeologiche, iconografiche e materiali come le urne cinerarie conformate a capanna, avevano pianta circolare, ellittica, quadrangolare o rettangolare.[33][59] Erano costruite con materiali facilmente reperibili, come il legno, l'argilla e le canne palustri, avevano all'interno un focolare centrale, e un abbaino sul tetto faceva defluire il fumo.[60] Per Camporeale la capanna e il villaggio sono gli stessi del Bronzo finale, ma i villaggi sono meno numerosi e molto più grandi, con diverse centinaia e talvolta qualche migliaio di abitanti.[33] Dalla fine dell'VIII secolo a.C., quando la classe aristocratica è ormai definita, alcune costruzioni a pianta rettangolare divise in due o tre ambienti, con portici e cortili, si distinguono dalle comuni capanne ovali; Bartoloni vi riconosce le residenze dei capi, luoghi di funzioni comunitarie e di riti legati al banchetto.[61]
Società
[modifica | modifica wikitesto]La società villanoviana era inizialmente dedita all'agricoltura e all'allevamento, ma progressivamente le attività artigianali specializzate (particolarmente la metallurgia e la ceramica) generarono accumulo di ricchezza e favorirono la stratificazione sociale.
Nel periodo più antico i corredi distinguono solo le tombe maschili da quelle femminili, e fra le maschili solo poche sono segnate come di guerrieri, dall'elmo o da rare armi. Bartoloni ritiene che un'ideologia funeraria costante trattasse come uguali, nel rito, i membri della comunità.[47] Dopo due o tre generazioni compaiono segni di prestigio e oggetti di scambio, e piccoli gruppi di tombe maschili e femminili si distinguono per la tomba monumentale o per oggetti di particolare valore.[62][63] Di norma si colloca nell'VIII secolo a.C. la formazione dell'aristocrazia dell'Italia medio-tirrenica: gli uomini eminenti sono guerrieri possessori di carro, con scudo rotondo di bronzo lavorato a sbalzo, elmo crestato, spada di ferro con fodero di bronzo e lance; le donne si distinguono per gli ornamenti di ricche acconciature e per fuseruole e rocchetti, talvolta con fusi e conocchie di bronzo.[64][58][65]
Nei sepolcreti le tombe si raccolgono in piccoli gruppi, probabilmente di famiglie allargate, riconoscibili per la posizione e per particolari comuni del rito e del corredo; a Quattro Fontanili, presso Veio, alcune tombe infantili con armi e altri segni di rango mostrano che l'appartenenza a un lignaggio privilegiato contava più dell'età.[66][67] Dalla metà e dalla fine dell'VIII secolo a.C. alcune tombe ricche sorte in campagna, fuori dalle necropoli consuete, segnano l'appropriazione di terre da parte dell'aristocrazia e annunciano i numerosi insediamenti sparsi nel territorio, all'origine delle proprietà gentilizie.[68][69]
Contatti e scambi
[modifica | modifica wikitesto]Fin dalla fase più antica le comunità villanoviane furono in contatto l'una con l'altra e con genti dell'Italia, dell'Europa centrale e del Mediterraneo.[70]
L'elmo crestato di bronzo laminato, secondo Cristiano Iaia, fu una creazione delle officine dell'Etruria meridionale, probabilmente di Tarquinia, nel IX secolo a.C., che si innestava però su una tradizione artigianale di impronta centroeuropea. Un esemplare fu deposto nel Tanaro presso Asti come offerta votiva, secondo l'uso, diffuso nell'Europa centro-settentrionale e nell'Italia padana, di consacrare armi alle acque di fiumi, laghi e paludi.[71] Verso l'800 a.C., quando in Europa centrale i campi d'urne cedono il posto alla prima fase della cultura di Hallstatt, bronzisti italici, forse etruschi, avrebbero trasmesso il modello a officine d'oltralpe, che lo rielaborarono: elmi simili vengono dal santuario di San Canziano, nel Carso sloveno, da Hallstatt e da Zavadintsy, nell'odierna Ucraina occidentale. Le spade ad antenne del tipo detto "Tarquinia", fabbricate dal IX secolo a.C. da molte officine fra l'Italia centro-settentrionale e l'Europa centrale e settentrionale, si trovano fino al Brandeburgo e alla Danimarca, e l'anfora di bronzo della tomba "del Re" di Seddin, nel Brandeburgo, databile intorno all'800 a.C., appartiene allo stesso gruppo di vasi di quella della tomba AA1 di Veio.[72]
In contesti del IX secolo a.C. a Vetulonia compaiono i primi oggetti che rimandano alla Sardegna, e tre bronzetti nuragici accompagnavano a Vulci una donna sepolta alla fine del IX secolo a.C.; dalla fine del IX secolo a.C. e nell'VIII secolo a.C. continuano ad arrivare bronzi sardi nei centri della costa tirrenica, mentre alcuni rasoi etruschi raggiungono la Sardegna.[70] Sull'isola di Tavolara, presso la costa della Gallura, gli scavi del 2011-2013 hanno restituito materiali villanoviani d'uso comune del X-IX secolo a.C., provenienti soprattutto dall'Etruria meridionale: per gli autori dello studio è l'unico insediamento villanoviano d'oltremare noto nel 2023.[73]
A partire dagli ultimi decenni del IX secolo a.C. i contatti con l'area lucano-calabra, l'Enotria, diventano regolari.[74] Beni di prestigio arrivano anche dal Mediterraneo orientale, come un bacile di bronzo cipriota a Vulci e una coppa fenicia di bronzo a Vetulonia; per Camporeale li portarono probabilmente navigatori fenici, attivi nel Mediterraneo occidentale dal IX secolo a.C.[70] L'apertura più ampia dell'Etruria nell'VIII secolo a.C. è quella verso l'Eubea: coppe dipinte fabbricate in gran parte in Eubea entrano nei corredi di Tarquinia, Caere e Veio, e Bartoloni attribuisce l'interesse dei Greci soprattutto alle risorse metallifere dell'Etruria.[70][75] Camporeale collega l'arrivo dei vasi euboici all'arrivo del vino, e con esso del simposio e dell'ideologia aristocratica che lo accompagna; più a sud i Greci si insediano stabilmente, con l'emporio di Pithecusa verso il 775 a.C. e, verso il 750 a.C., la colonia di Cuma.[76]
Insediamenti
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Non sono chiari i rapporti della cultura villanoviana e protovillanoviana con quella delle terramare, sviluppatasi nell'età del bronzo (seconda metà del II millennio a.C.) nella pianura padana, che ugualmente praticava il rito della cremazione, ma con cui manca ogni continuità negli insediamenti. I villaggi terramaricoli vengono abbandonati nel XII secolo a.C., e la pianura padana meridionale resta poi spopolata per secoli.[21]
In Toscana e nel Lazio settentrionale la progressiva crescita demografica portò alla nascita di grandi centri abitati, per "sinecismo" (aggregazione) di villaggi anche non vicini tra loro. Fra la fine del X e il IX secolo a.C. si posero così le basi di quelle che sarebbero state le grandi città etrusche di epoca storica, come Volterra, Chiusi, Vetulonia, Orvieto, Vulci, Tarquinia, Cerveteri, Veio; più tardi, dalla metà dell'VIII secolo a.C., anche Roselle.[77] I grandi abitati centrali divennero importanti nodi sulle vie di comunicazione e controllarono territori piuttosto estesi, di alcune centinaia di chilometri quadrati,[28] spesso con piccoli abitati satelliti in corrispondenza dei confini, come Barbarano Romano e Torre Valdaliga ai margini del territorio tarquiniese.[78]
I principali centri dell'Etruria
[modifica | modifica wikitesto]Veio sorgeva su un pianoro di 185-190 ettari, occupato dall'inizio del IX secolo a.C. in modo rado e a piccoli gruppi; le necropoli di Quattro Fontanili e Grotta Gramiccia a nord e di Valle la Fata a sud-ovest indicano almeno due quartieri.[79][80] A Caere il centro si fissò sul pianoro dei Vignali, di 160 ettari, con le necropoli del Sorbo e della Cava della Pozzolana.[81] A Tarquinia la popolazione si concentrò dalla fase avanzata del Bronzo finale sul Pian di Civita e sul Pian della Regina, 150 ettari in tutto, e nell'età del ferro anche sul pianoro di Poggio Cretoncini.[82] Vulci sorgeva su un pianoro di 126 ettari secondo Andrea Zifferero, di 180 secondo Bartoloni.[83][28] Nell'interno, Volsinii occupava il pianoro tufaceo di circa 85 ettari su cui sorge Orvieto.[84]
Nell'Etruria settentrionale gli abitati dell'età del ferro compaiono verso la fine del X secolo a.C. e sono noti soprattutto dalle necropoli.[85] Per Bartoloni le migliaia di tombe di Poggio alla Guardia e di Poggio alle Birbe, a Vetulonia, indicano una popolazione non inferiore a quella dei grandi centri meridionali.[86] Populonia è l'unica grande città etrusca posta sul mare.[87] A Volterra nel IX secolo a.C. un abitato occupa Pian di Castello, con la necropoli delle Ripaie, e nell'VIII secolo a.C. si estende all'intero pianoro;[88] a Chiusi le necropoli di Poggio Renzo e di Fornaci-Marcianella racchiudono un sistema di colline su cui si è ipotizzato un centro di circa 120 ettari.[86]
Etruria padana
[modifica | modifica wikitesto]Dall'inizio del IX secolo a.C. fu occupata in modo sistematico l'alta pianura fra l'Idice e il Reno, e alla fine del secolo anche le aree oltre il Panaro e il Santerno, con villaggi estesi talvolta su alcuni ettari.[89] A Bologna la popolazione si concentrò nella sede della città storica più tardi che nell'Etruria propria: gli abitati più antichi, presso San Vitale, nel quartiere fieristico, a Villanova di Castenaso e a Vigorso, distano fra loro anche 8 km.[23] Dalla metà dell'VIII secolo a.C. i villaggi fra il Reno e l'Idice confluirono in Felsina, le cui necropoli delimitano una città di 150-200 ettari.[90]
Verucchio
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Sul versante adriatico il centro più importante fu Verucchio, in Romagna, a capo dal IX secolo a.C. di una rete di siti villanoviani estesa da San Marino a Cesena, ruolo che mantenne fino alla seconda metà del VII secolo a.C.[91] Il pianoro di Pian del Monte, di circa 26 ettari, fu occupato intensamente nella prima età del ferro; nella sola necropoli Lippi sono state individuate oltre 400 tombe, quasi tutte a incinerazione.[92][93] Grazie alla natura del terreno si sono eccezionalmente conservati anche reperti in legno (i celebri troni) e tessuti, come frammenti di mantelli e tuniche di lana.[94] Dall'VIII secolo a.C. l'ambra, presente nei corredi sia in gioielli lavorati sia allo stato grezzo, fu un fattore primario dello sviluppo economico di Verucchio.[91] Bartoloni attribuisce le analogie tirreniche, come l'elmo crestato sugli ossuari, alla facilità degli scambi, e ritiene la matrice originaria comune a quella bolognese;[95] anche Patrizia von Eles esclude un vero fenomeno coloniale e vede nella comparsa del villanoviano romagnolo l'inizio di un ciclo nuovo, in cui gruppi arrivati da fuori si unirono alle comunità locali.[91]
Fermo
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Nell'area medio adriatica la civiltà "villanoviana" fu presente anche a Fermo, nelle Marche.[96] A differenza di Verucchio l'insediamento rimase chiuso in un solo sito, senza altre presenze villanoviane nel territorio, e dal VII secolo a.C. divenne uno dei tanti centri piceni della zona.[97] Le analogie con i corredi dell'Etruria hanno fatto pensare a un gruppo venuto dall'Etruria interna, da Orvieto o forse da Chiusi, interessato ai traffici adriatici.[95]
Campania
[modifica | modifica wikitesto]In Campania insieme alla cultura villanoviana ("villanoviano meridionale") si sviluppò, agli inizi dell'Età del ferro, la cultura delle tombe a fossa, caratterizzata dal rito dell'inumazione. Nella piana del Sele e nel Vallo di Diano comunità che praticavano la cremazione compaiono dagli inizi del IX secolo a.C., in contrasto con i gruppi inumatori della valle del Sarno e dell'entroterra.[26] Le affinità di Pontecagnano con l'Etruria meridionale costiera, come l'urna a capanna e gli elmi fittili sui biconici, sono alla base della tesi di una migrazione ricordata sopra.[25] A Sala Consilina, verso la metà dell'VIII secolo a.C., la componente enotria finì per assorbire il villanoviano,[98] e a Capua i caratteri villanoviani, più deboli che a Pontecagnano, durano pochi decenni prima di confluire nella tradizione locale.[99]
Genetica
[modifica | modifica wikitesto]Uno studio genetico, pubblicato sulla rivista internazionale Science nel novembre 2019, ha esaminato i resti di una donna rinvenuta nella necropoli di Grotta Gramiccia nei pressi di Veio, e datata tra il 900 e l'800 a.C., e archeologicamente inquadrata nella cultura villanoviana. Le analisi hanno mostrato come il suo aplogruppo di DNA mitocondriale fosse K1a4, e il suo DNA autosomico fosse una miscela del 72,9% di ascendenza dell'età del rame (EEF + WHG) e del 27,1% di ascendenza legata alle steppe occidentali tra Ucraina e Russia.[100] Il suo profilo genetico è risultato del tutto simile a campioni etruschi di età orientalizzante sia dal Lazio che dalla Toscana,[101] e ai campioni di individui latini del Latium vetus della prima età del ferro. Lo studio ha trovato evidenza di consanguineità di questo campione con un campione etrusco di epoca orientalizzante (700-600 a.C.) dalla necropoli etrusca di La Mattonara vicino a Civitavecchia.[100]
Note
[modifica | modifica wikitesto]Esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Diana Neri, 1.1 Il periodo villanoviano nell'Emilia occidentale, in Gli etruschi tra VIII e VII secolo a.C. nel territorio di Castelfranco Emilia (MO), Firenze, All'Insegna del Giglio, 2012, p. 9, ISBN 978-88-7814-533-7.«Il termine "Villanoviano" è entrato nella letteratura archeologica quando, a metà del XIX secolo, il conte Gozzadini mise in luce le prime tombe ad incinerazione nella sua proprietà di Villanova di Castenaso, in località Caselle (BO). La cultura villanoviana coincide con il periodo più antico della civiltà etrusca, in particolare durante i secoli IX e VIII a.C. e i termini di Villanoviano I, II e III, utilizzati dagli archeologi per scandire le fasi evolutive, costituiscono partizioni convenzionali della prima età del Ferro»
Bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Villanoviano, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 16 ottobre 2018.
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Bibliografia
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Voci correlate
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sulla civiltà villanoviana
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- villanoviano, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Ugo Rellini, Villanoviana, Civiltà, in Enciclopedia Italiana, vol. 1937, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 35.
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- (EN) Villanovan culture, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- Villanoviano, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 16 ottobre 2018.
- Gilda Bartoloni, Cultura villanoviana, in Enciclopedia dell'arte antica, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1997.
- MUV - Museo della civiltà Villanoviana, su muvcastenaso.it. URL consultato il 29 giugno 2024.
| Controllo di autorità | Thesaurus BNCF 3221 · LCCN (EN) sh85143363 · GND (DE) 4188302-0 · BNF (FR) cb119795941 (data) · J9U (EN, HE) 987007539086205171 |
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