Figlie selvagge - Cinzia Giorgio
«Bianca non aveva paura del buio, non aveva paura degli animali selvatici, non aveva paura della tempesta. Aveva però paura del male.»
I roghi infiammano l'Italia del Seicento. In un'epoca segnata dalla paura e dall'intolleranza, migliaia di donne vengono perseguitate e condannate per la sola colpa di essere considerate diverse, depositarie di conoscenze antiche e misteriose.
A Benevento, nel 1630, l'ombra della caccia alle streghe è ancora viva. Già nel 1427 Bernardino da Siena aveva puntato il dito contro il celebre Noce beneventano, antico albero sacro attorno al quale, secondo la tradizione, si sarebbero radunate donne dedite alla magia e al culto demoniaco. Nello stesso clima di sospetto si consumò la tragica vicenda di Matteuccia da Siena, guaritrice esperta nell'uso di rimedi naturali. Arrestata con l'accusa di stregoneria, sotto tortura confessò la partecipazione a presunti raduni notturni sotto le fronde del Noce e dichiarò il proprio legame con il demonio. Ritenuta colpevole, fu condannata al rogo e giustiziata a Todi il 20 marzo 1428.
In questa Benevento del 1630 incontriamo Bianca, sua sorella Maria e la loro madre Rosa. Le tre donne custodiscono un sapere ancestrale legato alla Natura, ai cicli lunari e alle proprietà delle erbe. Grazie alle loro conoscenze preparano infusi, unguenti e rimedi per alleviare le sofferenze della popolazione. Tuttavia, ciò che per loro rappresenta cura e saggezza viene presto interpretato come stregoneria. Sono le cosiddette "janare", figure divenute vittime dell'ignoranza, della superstizione e del fanatismo religioso.
Le protagoniste emergono con straordinaria forza umana: i loro volti, le loro paure e il loro coraggio restituiscono un mondo che, per molti aspetti, non appare poi così distante dal nostro. L'autrice intreccia con abilità realtà e finzione, magia e tradizione, costruendo una narrazione coinvolgente in cui Benevento non è un semplice sfondo, ma una presenza viva e pulsante che contribuisce a dare profondità e fascino al racconto.
«Non avere mai paura quando attraversi il bosco di notte, perché sai bene che l'unico essere che incute paura sei tu.»
Con “Figlie selvagge”, Cinzia Giorgio riporta alla luce una pagina complessa e dolorosa della nostra Storia, quella in cui il sapere femminile venne trasformato in colpa e la conoscenza della natura divenne motivo di persecuzione. Attraverso una narrazione coinvolgente e ricca di suggestioni, l'autrice racconta il conflitto tra due visioni del mondo: da una parte il desiderio di controllo e repressione, dall'altra una sapienza antica tramandata di donna in donna.
Il romanzo si sviluppa nella Benevento del Seicento, terra intrisa di miti, leggende e superstizioni, dove il confine tra realtà storica e immaginario popolare appare sottile e sfumato. In questo scenario si muovono figure femminili che trovano nella solidarietà reciproca la propria forza. Non sono eroine invincibili, ma donne che difendono con determinazione il diritto di essere se stesse e di preservare un patrimonio di conoscenze costruito nei secoli.
Particolarmente interessante è il modo in cui la storia delle janare viene sottratta agli stereotipi più comuni. L'autrice non insiste sugli aspetti folkloristici della leggenda, ma restituisce dignità a donne che conoscevano le proprietà delle erbe, assistevano le partorienti, curavano malattie e sofferenze quotidiane. Ciò che veniva percepito come misterioso o incomprensibile diventava facilmente oggetto di paura, alimentando sospetti e condanne.
Uno degli elementi più riusciti del romanzo è l'ambientazione. Benevento non è soltanto il luogo in cui si svolgono gli eventi, ma una presenza viva che accompagna la narrazione. I boschi, le campagne, i ritmi delle stagioni e il legame con la terra contribuiscono a creare un'atmosfera intensa, capace di trasportare il lettore in un mondo dominato da credenze antiche e passioni profonde.
La scrittura di Cinzia Giorgio trova il suo punto di forza nell'equilibrio tra rigore storico e coinvolgimento emotivo. Le vicende personali delle protagoniste si intrecciano con eventi realmente accaduti, offrendo uno sguardo sulle conseguenze dell'intolleranza e sui meccanismi che, nel corso della storia, hanno portato all'emarginazione di chi veniva percepito come diverso. Tuttavia, talvolta perde un poco di intensità rallentando nel ritmo dell’incedere.
Più che un semplice romanzo storico, “Figlie selvagge” è un racconto di resistenza femminile, di memoria e di libertà. È una lettura che invita a riflettere sul valore della conoscenza, sul peso dei pregiudizi e sulla necessità di preservare le voci che il tempo ha tentato di cancellare.
Un libro perfetto per chi ama le storie in cui la dimensione storica si intreccia con il fascino delle tradizioni popolari, un libro consigliato a chi apprezza i personaggi femminili complessi e ben costruiti e a chi cerca un romanzo capace di emozionare e, allo stesso tempo, di offrire spunti di riflessione su temi ancora sorprendentemente attuali.