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I più letti

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    Tutta la vita che resta Roberta Recchia

  2. 2

    L'idiota di famiglia Dario Ferrari

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    La sonnambula Bianca Pitzorno

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    Quando il mondo dorme Francesca Albanese

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    Tatà Valérie Perrin

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    Di madre in figlia Concita De Gregorio

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    Gli anni in bianco e nero Francesca Giannone

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    Le terme dell'Indirizzo Cristina Cassar Scalia

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    Soltanto il giorno Santina Cosetta

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    I tramezzini di Rocco Schiavone Antonio Manzini

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    [3]: L'alba dei leoni Stefania Auci

  7. 7

    Ed è un poco la notte e un poco l'alba di Ilaria Tuti

  8. 8

    Ci basterà mangiare il vento Gianluca Gotto

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    L'ultimo turno Chris Pavone

  10. 10

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    Domani, domani Francesca Giannone

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    Mio marito dorme nel freezer original story: Misaki Yazuki

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    Le stanze buie Francesca Diotallevi

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    The Canterville ghost Oscar Wilde

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    Il mare dove non si tocca Fabio Genovesi

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    Vol. 1: L'amica geniale Elena Ferrante

  7. 7

    Nel mare ci sono i coccodrilli Fabio Geda

  8. 8

    Figlie selvagge Cinzia Giorgio

  9. 9

    La carità carnale Monica Acito

  10. 10

    Le belve Clara Usón

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Figlie selvagge - Cinzia Giorgio

«Bianca non aveva paura del buio, non aveva paura degli animali selvatici, non aveva paura della tempesta. Aveva però paura del male.»

I roghi infiammano l'Italia del Seicento. In un'epoca segnata dalla paura e dall'intolleranza, migliaia di donne vengono perseguitate e condannate per la sola colpa di essere considerate diverse, depositarie di conoscenze antiche e misteriose.
A Benevento, nel 1630, l'ombra della caccia alle streghe è ancora viva. Già nel 1427 Bernardino da Siena aveva puntato il dito contro il celebre Noce beneventano, antico albero sacro attorno al quale, secondo la tradizione, si sarebbero radunate donne dedite alla magia e al culto demoniaco. Nello stesso clima di sospetto si consumò la tragica vicenda di Matteuccia da Siena, guaritrice esperta nell'uso di rimedi naturali. Arrestata con l'accusa di stregoneria, sotto tortura confessò la partecipazione a presunti raduni notturni sotto le fronde del Noce e dichiarò il proprio legame con il demonio. Ritenuta colpevole, fu condannata al rogo e giustiziata a Todi il 20 marzo 1428.
In questa Benevento del 1630 incontriamo Bianca, sua sorella Maria e la loro madre Rosa. Le tre donne custodiscono un sapere ancestrale legato alla Natura, ai cicli lunari e alle proprietà delle erbe. Grazie alle loro conoscenze preparano infusi, unguenti e rimedi per alleviare le sofferenze della popolazione. Tuttavia, ciò che per loro rappresenta cura e saggezza viene presto interpretato come stregoneria. Sono le cosiddette "janare", figure divenute vittime dell'ignoranza, della superstizione e del fanatismo religioso.
Le protagoniste emergono con straordinaria forza umana: i loro volti, le loro paure e il loro coraggio restituiscono un mondo che, per molti aspetti, non appare poi così distante dal nostro. L'autrice intreccia con abilità realtà e finzione, magia e tradizione, costruendo una narrazione coinvolgente in cui Benevento non è un semplice sfondo, ma una presenza viva e pulsante che contribuisce a dare profondità e fascino al racconto.

«Non avere mai paura quando attraversi il bosco di notte, perché sai bene che l'unico essere che incute paura sei tu.»

Con “Figlie selvagge”, Cinzia Giorgio riporta alla luce una pagina complessa e dolorosa della nostra Storia, quella in cui il sapere femminile venne trasformato in colpa e la conoscenza della natura divenne motivo di persecuzione. Attraverso una narrazione coinvolgente e ricca di suggestioni, l'autrice racconta il conflitto tra due visioni del mondo: da una parte il desiderio di controllo e repressione, dall'altra una sapienza antica tramandata di donna in donna.
Il romanzo si sviluppa nella Benevento del Seicento, terra intrisa di miti, leggende e superstizioni, dove il confine tra realtà storica e immaginario popolare appare sottile e sfumato. In questo scenario si muovono figure femminili che trovano nella solidarietà reciproca la propria forza. Non sono eroine invincibili, ma donne che difendono con determinazione il diritto di essere se stesse e di preservare un patrimonio di conoscenze costruito nei secoli.
Particolarmente interessante è il modo in cui la storia delle janare viene sottratta agli stereotipi più comuni. L'autrice non insiste sugli aspetti folkloristici della leggenda, ma restituisce dignità a donne che conoscevano le proprietà delle erbe, assistevano le partorienti, curavano malattie e sofferenze quotidiane. Ciò che veniva percepito come misterioso o incomprensibile diventava facilmente oggetto di paura, alimentando sospetti e condanne.
Uno degli elementi più riusciti del romanzo è l'ambientazione. Benevento non è soltanto il luogo in cui si svolgono gli eventi, ma una presenza viva che accompagna la narrazione. I boschi, le campagne, i ritmi delle stagioni e il legame con la terra contribuiscono a creare un'atmosfera intensa, capace di trasportare il lettore in un mondo dominato da credenze antiche e passioni profonde.
La scrittura di Cinzia Giorgio trova il suo punto di forza nell'equilibrio tra rigore storico e coinvolgimento emotivo. Le vicende personali delle protagoniste si intrecciano con eventi realmente accaduti, offrendo uno sguardo sulle conseguenze dell'intolleranza e sui meccanismi che, nel corso della storia, hanno portato all'emarginazione di chi veniva percepito come diverso. Tuttavia, talvolta perde un poco di intensità rallentando nel ritmo dell’incedere.
Più che un semplice romanzo storico, “Figlie selvagge” è un racconto di resistenza femminile, di memoria e di libertà. È una lettura che invita a riflettere sul valore della conoscenza, sul peso dei pregiudizi e sulla necessità di preservare le voci che il tempo ha tentato di cancellare.
Un libro perfetto per chi ama le storie in cui la dimensione storica si intreccia con il fascino delle tradizioni popolari, un libro consigliato a chi apprezza i personaggi femminili complessi e ben costruiti e a chi cerca un romanzo capace di emozionare e, allo stesso tempo, di offrire spunti di riflessione su temi ancora sorprendentemente attuali.

La carità carnale - Monica Acito

«Durante quegli anni, Giulia Di Marco fu una lupa, fu una pantera, fu una seppia piena di inchiostro nero, fu un esemplare di merlo scuro che volava tra le strade di Napoli, Giulia Di Marco fu tutti gli animali del mondo e alla fine capì che quella cosa che aveva non era una scarogna, ma la sua vita stessa. Quella cosa che aveva si chiamava carità, la carità carnale.»

Canfora, un paese immaginario del Cilento, è il luogo da cui proviene Marianeve. Dai capelli bianchissimi, figlia di Sarchiapone, pizzicagnolo del luogo e devoto alla figlia tanto da ritenerla destinata solo a cose grandi e incrollabili, ha un dono; quello di saper guarire gli altri tramite il proprio corpo.

Giunta a Napoli per l’università, quel potere non è più silente, fa rumore e tutti iniziano a chiamarla “santa viva”. Marianeve incontra in questo modo, attraverso i racconti e i vicoli della città, la figura di Giulia di Marco, suora del Seicento che aveva fatto la sua stessa cosa e cioè usare il proprio corpo come strumento di cura e di devozione. Questo le aveva determinato una condanna inequivocabile con conseguente processazione dall’Inquisizione.

È da queste premesse che prende avvio “La carità carnale” di Monica Acito. È bene sin da subito evidenziare come inevitabili siano i rimandi ad Anna Maria Ortese e il suo “Il mare non bagna Napoli” nonché al realismo magico di Gabriel Garcia Marquez. Non manca nemmeno il riferimento a una figura, quella di Giulia De Marco, già presente de “Io, Partenope” di Sebastiano Vassalli (2015). Progetti diversi, sia chiaro, ove non vi è ricostruzione storica e/o denuncia sociale, ma dove l’eco è presenza costante e ridondante.

«La carità guariva senza chiedere nulla in cambio, la carità di Giulia era un soffio di bestia, era un gemito di fantasmi e monacielli, la carità di Giulia nasceva dai fianchi e moriva nel petalo carnoso di una rosa. La carità era una preghiera che non aveva bisogno del prete o del vescovo, la carità era la risata in una casa di Forcella, un calice rovesciato nei vicoli.»

L’opera della Acito rende giustizia, infatti, alla figura della Di Marco e al contempo si tinge di un magistrale connubio tra sacro e profano, tra contraddizioni e paradossi, tra anime che vengono guardate tanto dall’interno quanto dall’esterno. Il tutto prende forma per mezzo di uno stile narrativo perfettamente riconoscibile ma che sa essere il buono e il cattivo tempo dell’opera.

L’uso del dialetto in modo così marcato, se da un lato rende vivida la narrazione e la contestualizza nel luogo e nel tempo, dall’altro la appesantisce e rende farraginosa. Questa è infatti lenta, soprattutto in quella che è la prima parte dedicata all’infanzia di Marianeve nel Cilento. Il lettore è più volte sospinto nella perdita di interesse, è come respinto da quella prosa che da un lato attrae ma che dall’altro non riesce a fare completamente perno e conquista. La lettura diventa sinceramente ostica. A ciò si aggiunge una descrizione dei luoghi propria di chi quei luoghi li conosce ma troppo radicata nello spiegare e nel cristallizzare. La sensazione è quella definizione di aree interne e spopolate, povere e intrise di una miseria dignitosa che non riesce a focalizzare nel presente il Sud, anzi, lo cristallizza a un passato che sembra essere ormai perpetuo e immodificabile.

L’obiettivo di essere racconto puro di Monica Acito riesce solo a metà. Secondo romanzo dopo “Uvaspina”, “La carità carnale”, è un testo che ne definisce una continuità seppur con le dovute distanze. Se in “Uvaspina” centro del testo è la madre e l’affettività materna, qui il perno è il padre, forse il personaggio più riuscito e tridimensionale. Sa essere vulnerabile, forte, sacrificabile, imperfetto. Non è mai idealizzato, anzi. Il legame tra lui e Marianeve è ciò che più rappresenta il motore emotivo della storia.

“La carità carnale” è anche un romanzo più complesso e stratificato. Riesce a suscitare domande e riflessioni, sofferma ancora l’attenzione del lettore sulla figura femminile, eppure, resta in parte ostico. Chi legge ne riconosce le premesse di successo ma non riesce a farsi completamente trasportare. Un romanzo che convince solo a metà, che resta dopo ma per quelle domande incompiute e quelle risposte non ottenute che aleggiano nella mente.

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