- Dalla pagina sui Borbetomagus di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Il trio newyorkese Borbetomagus ha prodotto uragani di free jazz per due sassofoni (Jim Sauter e Don Dietrich), chitarra (Donald Miller) e distorsione elettronica. I loro deliranti baccanali improvvisati costituivano una sorta di stile "barocco" del brutto e del rumoroso. I devastanti primi "concordati" di Borbetomagus (aprile 1980) e Work On What Has Been Spoiled (aprile 1981), la pittura sonora astratta e grottesca di Borbeto Jam (ottobre 1981), che sembrava esaurire la potenza espressiva dei "concordati", la sinfonia cacofonica Barbed Wire Maggot (maggio 1982), forse la loro affermazione più estrema, e Fish That Sparkling Bubble (marzo 1988), una feroce collaborazione con il maestro del rumore Voice Crack (Norbert Moeslang e Andy Guhl), avevano poco in comune con la tradizionale ricerca del "suono" nel jazz, una ricerca di un suono atmosferico, romantico e, in definitiva, piacevole.
Bio:
I Borbetomagus sono un trio di New York capace di produrre uragani
free jazz per due sassofoni (Jim Sauter e Don Dietrich) e chitarra
(Donald Miller) distorti da folate elettroniche.
I primi due dischi, Borbetomagus (Agaric, 1980), con Brian Doherty all'elettronica e relativamente vicino alla new wave della musica rock, e Work On What Has Been Spoiled (Agaric, 1981), con Hugh Davies al posto di Doherty, contengono undici Concordats al limite delle possibilità sonore degli strumenti, bolge di suoni casuali d'intensità lancinante. Nonostante il suo voler essere terminale, definitiva, insuperabile, la musica mostra una sua progressione logica: l'enfasi feroce e barbara dell'1 è propedeutica ai barriti spaventosi del 6 e agli stridori spasmodici dell'11.
Anche gli album successivi, realizzati attorno a un trio (Sauter, Dietrich, Miller) senza elettronica, III (Agaric, 1982), aka Black Album (1982), che assembla alcune esibizioni dal vivo del 1979-1981 , fra cui Inroads (august 1981) e Aimi Studio (september 1981), annovera ancora Doherty, e Industrial Strength (october 1981 - Leo 113, 1983), altri "concordats" per un ensemble più ampio di sette musicisti, tutti improvvisatori (trumpeter Toshinoro Kondo, bassist Peter Kowald, cellist Tristan Honsinger, clarinetist Milo Fine), segnano un'evoluzione nello stile, per nulla più composto anzi più atroce che mai, ma al tempo stesso più carico di pathos primitivista.
Barbed Wire Maggots (maggio 1982 - Agaric, 1983 - Agaric, 2005) contiene una lunga jam divisa in due parti (i lati dell'LP originale). Rappresentava, per molti versi, il culmine dei primi esperimenti free-jazz violenti e sfrenati. Innanzitutto, consolidava l'infrastruttura dei Borbetomagus attorno al nucleo granitico della chitarra di Donald Miller e ai sassofoni gemelli di Jim Sauter e Don Dietrich. In secondo luogo, questa sinfonia di scariche elettriche iper-cacofoniche, di improvvisazioni demenziali di musicisti che gareggiavano nel seminare il caos, plasmava una volta per tutte l'identità nevrotica del trio, lontana dai sentieri battuti del jazz e del rock.
Gli strumenti creano la tensione iniziale vibrando l'uno contro l'altro, quasi mettendo alla prova la volontà reciproca di sfidare le convenzioni. Poi le ance iniziano a urlare come animali feriti, e un torrente lavico di timbri forti, abrasivi e ululanti erutta dal trio. Ogni tanto un frammento di melodia emerge da sotto la coltre di rumore infernale, ma è immancabilmente accolto dall'eco sarcastica e deformata degli altri strumenti. Ogni tanto, una o entrambe le ance si abbandonano a lunghe frasi stridenti che finiscono per suonare come parodie di John Coltrane. Il ritmo è delirante. Le ance urlano regolarmente più forte delle distorsioni maniacali della chitarra, ma alla fine (dopo dodici minuti di jam) la chitarra impone una pausa di dissonanze più rade. Ora il concerto vira verso un'esibizione oscena di timbri abominevoli. Appropriatamente, questa sezione culmina con gli strumenti che emettono serie di squittii atonali acuti come iene che festeggiano sulla carcassa della preda. Quest'orgia di vita selvaggia allucinata si trasforma in una tempesta di ronzii, ronzii e sibili. La seconda parte della jam impiega sei minuti per raggiungere il volume, e non raggiunge mai l'intensità della prima parte fino al caos babelico a circa dodici minuti dall'inizio del brano, che crea un impenetrabile muro di dissonanza. Miller corona il caos con un devastante assolo di chitarra frammentato che fa sembrare Jimi Hendrix un tradizionalista. Alla fine dei 44 minuti, il pandemonio ha messo alla prova i limiti fisiologici e quelli cognitivi dell'udito e del cervello umano, rispettivamente.
Presa coscienza dei loro mezzi, i Borbetomagus possono permettersi di delirare
su di essi, di entrare nella fase di un loro personale "barocco".
Su Bells Together (january 1985 - Agaric, 1985),
una raccolta di duetti fra Sauter e Dietrich,
svettano i pigolii maniacali di High I, i gargarismi subsonici di
Monk Jimbo On Safari e i glissando spasmodici di Sykes.
Il disco, il più meditato e ordinato della loro produzione, puòcostituire
un valido trait d'union fra gli improvvisatori liberi di Chicago e gli ensemble
elettronici.
Zurich (ottobre 1984 - Agaric, 1985), con i feedback del chitarrista Donald Miller in bella evidenza, contiene due lunghe, concitatissime suite (Fleetwood DeKooning e Elaine DeFleetwood), che sono fra le loro cose più innovative, traboccanti di effetti grotteschi da far arrossire anche Anthony Braxton. Lungi dall'avere uno svolgimento drammatico (come nell'improvvisazione orizzontale del jazz e delle colonne sonore) o dallo stratificare stati d'animo (come nell'improvvisazione verticale del minimalismo e della new age), la loro musica d'improvvisazione totale (come quella dei pittori astratti) esalta la componente puramente ludica, di un'ebbrezza incontenibile.
New York Performances (settembre 1986 - Agaric, 1986) registra altri quattro baccanali d'intensità tellurica, molto prossimi al frastuono di una battaglia, con il crepitio ininterrotto di infiniti mitragliatori, lo sferragliare stridente di mezzi cingolati e il cupo rombo dei bombardamenti aerei.
Borbeto Jam (ottobre 1981 - Cadence, 1985), registrato prima di Barbed Wire Maggots e contemporaneamente a Industrial Strength, il condensato di una jam improvvisata in studio dal settetto di Zurigo, aggiunge quattro Concordats al repertorio: il sound si è alleggerito e rarefatto pur conservando la sua efferata bruttezza (il n.13 e il n.15 sfoggiano i pernacchi e i nitriti di sax e le scordature subsoniche di chitarra più suggestivi). Sempre ostili all'idea del ritmo o della melodia, i Borbeto si limitano ad accatastare rumori fastidiosi senza preoccuparsi della struttura.
La svolta viene semmai dall'elettronica.
Fish That Sparkling Bubble (marzo 1988)
aggiunge al caos congenito anche un piao
di rumoristi esterni, i Voice Crack
(Norbert Moeslang, Andy Guhl).
Ne risultano concerti assordanti per
martelli pneumatici, seghe, scosse elettriche, macchinari d'officina, sirene,
sul flusso continuo di stridori del trio
(We Don't Need No Warrior Goddess, per esempio). Di una violenza
senza eguali, la musica fa impallidire i ricordi di Neu e Faust. Valanghe di
lava sonora si riversano incandescenti sui maelstrom apocalittici di
Vungavunga e un succedersi di fondiscala di abrasività misura
le tempeste tossiche di My Tongue In Your Cheek.
Live In Allentown (october 1985)
e
Seven Reasons For Tears (december 1987), con il bassista
Adam Nodelman che si alterna alle tape manipulation (quasi un ritorno
alla strategia dei primi due album),
proseguono la saga più barbara della storia del jazz.
Barefoot In The Head (june 1988 - Force Exposure, 1990), con Thurstone Moore dei Sonic Youth alla chitarra, è invece l'album meno selvaggio della loro produzione, con una lunga Concerning The Sun As A Cool Solid e un solenne improptu di Moore su Tanned Moon.
Il loro motto è “free jazz free noise free spirits”, la loro specialità
sono le esibizioni dal vivo, dove la ferocia non ha praticamente limiti.
Usano i sax dissonanti a tutto volume a mò di generatori di rumore in suite
che ricordano tanto i rituali orgiastici dei Throbbing Gristle
quanto l'alea di Iannix Xenakis e di Mauricio Kagel.
Il loro primitivismo riesce a coniugare la ferocia del Pop Group e il jazz
dissonante di Peter Brotzmann.
Ma più che di primitivismo si tratta di analfabetismo insistito.
La barbarie innalzata a civiltà.
Coelacanth (giugno 1992) è stata una collaborazione tra Borbetomagus e The Shaking Ray Levis (Dennis Palmer e Bob Stagner).
Live at InRoads (novembre 1982) documenta un concerto del 1982 del quartetto composto da Sauter, Dietrich, Donald e Doherty.
I mediocri Snuff Jazz (agosto 1989), Buncha Hair That Long (marzo 1991 - Agaric, 1990), che raccoglie diverse sessioni e una cover di George Harrison, Asbestos Shake (dicembre 1990) con Voice Crack, il live Experience the Magic (dicembre 1993), il live L'Atlas Des Galaxies Etranges (maggio 1993), Live in Tokyo (giugno 1996), il live Songs Our Mother Taught Us (aprile 1999), documentano per lo più esibizioni dal vivo piuttosto autoindulgenti.
Concerto for Cracked Everyday-Electronics and Chamber Orchestra (maggio 1994) fu la terza collaborazione tra Borbetomagus e Voice Crack (ora il trio formato da Norbert Moslang, Andy Guhl e Knut Remond).
Donald Miller pubblicò gli album solisti Here Below (Klang Industries), Flood (Warpodisc), Little Treatise on Morals (Audible), Homo Sanus (Kissy), e suonò nei Lhasa Cement Plant (un quartetto di due chitarre, basso e batteria), che pubblicarono Chakra Full of Blood (Warm-O'-Brisk) e Back to Bolivia (Warpodisc).
Both Noises End Burning (maggio 2006) documenta una jam live tra i Borbetomagus (Jim Sauter, Don Dietrich, Donald Miller) e gli Hijokaidan (il chitarrista Jojo Hiroshige, la cantante Junko Hiroshige, il batterista Nao Shibata e il tastierista Toshiji Mikawa).
Live In Allentown (Agaric, 2008) documenta una sessione con il bassista Adam Nodelman e il tastierista Scott Legrath.
Borbetomagus A Go Go (dicembre 1998) documenta un'esibizione dal vivo, che include un Chiote A l'Esprit (33 minuti).
The Rape Of Atlanta (Not On Label, 2010) documenta un'esibizione dal vivo dell'ottobre 2004. Entrambi i dischi presentano il trio formato da Jim Sauter, Don Dietrich e Donald Miller.
Un'altra esibizione dal vivo di quel trio è documentata su Whole Lotta Vole (settembre 2005).
Cape Flyaway (ReR, 2012) dei Biota contiene 21 brevi brani eseguiti da un ensemble composto da Kristianne Gale (voce, chitarra), Gordon Whitlow (organo, fisarmonica), Tom Katsimpalis (chitarre, claviolino), Mark Piersel (chitarre), David Zekman (violino, mandolino), Larry Wilson (percussioni), Steve Scholbe (rubab, chitarra), James Gardner (tromba), Randy Yeates (tastiere), Charles O'Meara (pianoforte) e Randy Miotke (Rhodes, fisarmonica).
Trente Belles Annees (Agaric, 2012) documenta un concerto del 2009 dei Borbetomagus.
Kid Millions degli Oneida (batteria) e Jim Sauter dei Borbetomagus (sassofono tenore) hanno registrato il vinile Fountain e la cassetta Bloom (aprile 2014 - Astral Spirits, 2015).
The Eastcote Studios Session (ottobre 2014 - Dancing Wayang, 2016) contiene due tracce lunghe un lato: Dis e Dat.
A Pollock Of Sound (Taping Policies, 2017) è un documentario sui Borbetomagus del regista Jef Mertens.
Don Dietrich ha pubblicato gli album solisti Don Dietrich (Elevage de Poussiere, luglio 2002), un'esibizione dal vivo, e Option (Feeding Tube, 2020).
Transgression!!! (agosto 2017) di Miller contiene un'esibizione solista alla chitarra acustica a dodici corde.
Don Dietrich dei Borbetomagus al sax tenore e sua figlia Camille al violoncello hanno registrato Dietrichs (settembre 2016) e Catch The Leaves (giugno 2022).
Donald Miller è morto nel 2024, all'età di 66 anni.
- Torna alla pagina sui Borbetomagus di Piero Scaruffi -