- Dalla pagina su Lucia Hwong di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Lucia Hwong (nata alle Hawaii, ma residente a Los Angeles), che ha studiato tanto musica classica occidentale quanto musica classica orientale, è una virtuosa di diversi tipi di cetra e liuti, e arrangia le sue composizioni con il sintetizzatore.
Le austere composizioni da camera di House Of Sleeping Beauties
per orchestra di fiati, violino, cetra, elettronica e voce soprano costituiscono una delle conquiste
più ardite della world-music, al punto che non si tratta più di world-music, ma soltanto di
musica.
La Tibet Suite rappresenta il suo massimo sforzo compositivo e
stilistico. Hwong predilige uno svolgimento contorto, un alternarsi rapidissimo di strumenti, un moto
perpetuo di timbri, come se lo spartito venisse messo di continuo in discussione. In The Dream
intreccia flauto, sassofono, canto, violino, cetra e canto in una solenne ouverture. Con Journey To
Lhasa prende corpo una nuova forma di lied, dolcissima e lentissima: il canto, assorto in lunghe
vocali, duetta con il flauto e violino, su uno sfondo di strumenti etnici e "droni" elettronici. La soprano
comanda invece dall'alto l'inno di Everest At Sunrise, sempre con quella tecnica di lunghe vocali
senza parole, mentre violino e flauto devono accontentarsi di scortarla a distanza.
Le percussioni fanno capolino nella marziale Sunset Over Sakya e
nella tempestosa Himalayan Twilight: in entrambi i casi danno luogo a un caos fragoroso di ritmi
su cui si lanciano le fanfare dei fiati.
La proprietà più sfuggente delle composizioni di Hwong è che non sono mai chiari i rapporti gerarchici fra gli strumenti. In ogni istante l'orchestrazione è stratificata in maniera molto chiara (la melodia può essere condotta dal flauto in primo piano, con risonanze del soprano in secondo piano e onde di sintetizzatore in terzo piano), ma nell'istante successivo i ruoli degli strumenti possono mutare radicalmente (il canto può passare in primo piano, mentre flauto e violino cincischiano alle sue spalle e un formicolio di strumenti etnici si affaccia in sottofondo).
Sullo stesso disco sono raccolte le Virgin Dances e la Dragon Dance, due brani più semplici che fanno leva sul tumulto delle percussioni e sulle vibrazioni febbrili della cetra.
Su Secret Luminescence la affianca l'arpa celtica di Alan
Stivell.
“I took the time in between the albums to write music for Broadway plays, film and television.”
Goddess vol.1: Awakening (M32, 1998) è fondamentalmente una raccolta di collage high-tech sotto forma di musica dance multistrato: lo shuffle etnico-funk-jazz di Lucid Dream (sintetizzatori, drum machine, lamenti senza parole, suoni naturali, percussioni esotiche, loop di basso, il sassofono in stile indiano di Sylvain Leroux), la trance spettrale di Mystic Cat (ritmi elettronici fibrillanti, voci operistiche, campionamenti di canti popolari e suoni naturali, pattern di percussioni sincopati), la cerimonia inquietante di Spirit Guide (densa trama africana, flauto ipnotico, voci sciamaniche), ecc.
Lo stesso formato serve alla spiritualità new age (Astral Angel) e alla disco ambient (Celestial Beauty). Quando Hwong rinuncia all'apparato elettronico, come in Cosmic Warrior, le percussioni prevalgono.
L'album si chiude con la visione angelica di Venus Kiss, evocata dapprima da uno shakuhachi e poi librandosi in una spirale di voci femminili e archi.
Goddess vol.2: Celestial Realms (M32, 1998) abbandona gli esuberanti ritmi dance del primo volume e si abbandona invece alle languide atmosfere new-age di Angels e Beauty, occasionalmente riscattate dalla voce umana (Dream) o da una combinazione di suoni naturali e strumenti acustici (Venus). Metà dei brani sono "remix" (o versioni diverse) dei primi sei brani.
Goddess vol.3: Mystical Visions (M32, 1998) contiene quattro lunghe composizioni, ognuna dedicata a una diversa regione del mondo. Anche in questo caso, prevale il tono spirituale, che porta a brani eccessivamente lunghi che sprecano gran parte del loro potenziale in passaggi fastidiosamente statici. Invece di comporre musica, Hwong crea esercizi di rilassamento. In ognuno dei quattro brani (Galapagos, Tibet, Amazon, Hawaii) Hwong narra/istruisce (in modo piuttosto inquietante) su paesaggi sonori elettronici (e a volte vocali) scarni.
Il secondo e il terzo capitolo della trilogia sono di gran lunga inferiori al primo.
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