- Dalla pagina su Steve Roach di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Di gran lunga l'artista più prolifico e di successo della scuola elettronica originale di Los Angeles è stato Steve Roach (La Mesa, 1955). Iniziò come timido discepolo della musica cosmica di Schulze con suite elettroniche come Traveler (1983), ma divenne sempre più introspettivo attraverso il monumentale Structures From Silence (1984). Il suo capolavoro, Dreamtime Return (1988), stabilì le coordinate arcaiche, oniriche, sciamaniche e psicologiche che avrebbero fondato tutto il suo lavoro successivo. Strata (1990), una collaborazione con Robert Rich, Australia - Sound Of The Earth (1991), Forgotten Gods (1993) dei Suspended Memories, una collaborazione con il flautista Jorge Reyes e la chitarrista Suso Saiz, e Well Of Souls (1995), una collaborazione con Vidna Obmana, furono viaggi nel subconscio collettivo. I loro paesaggi sonori erano vivi del calore del deserto e dell'oscurità del cosmo. I titanici e terrificanti World's Edge (1992), Dream Circle (1994) e The Magnificent Void (1996) aumentarono le dosi di angoscia e ignoto, e incoronarono Roach come il più metafisico dei messaggeri cosmici.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Steve Roach è una delle persone che potrebbe ambire al titolo di massimo musicista new-age. Structures From Silence, Dreamtime Return e World's Edge, nonchè i dischi in coppia con Robert Rich, nonchè quelli con i Suspended Memories, sono capolavori due spanne sopra il resto della mischia (rock, jazz o quello che è).
L'opera di Roach, emancipatasi progressivamente dallo stereotipo "spaziale" e avvicinatasi sempre più alla world-music, si presenta sempre più come una delle esperienze fondamentali della nostra epoca. Accanto a quella di Jon Hassell e pochi altri, ha saputo coniare un nuovo genere pan-etnico di "musica da camera elettronica" dagli accenti fortemente psicanalitici, centrata attorno alla triade di "antico, mistico e subconscio", e il cui linguaggio scaturisce dalla dialettica fra ritualismo primitivo e tecnologia futurista, ed esprimere in quel genere momenti di arte altissima, degna dei maggiori compositori del nostro secolo. Roach è uno dei massimi musicisti della new age.

Steve Roach, nato il 16 Febbraio 1955 a La Mesa, nei dintorni di San Diego, figlio unico di una famiglia operaia, crebbe in uno scenario naturale schiacciato fra il deserto e l'oceano. Trascurando la scuola, il giovane Roach, alla ricerca di sensazioni forti, si diede al motocross. Le morti di due suoi amici motociclisti e un incidente in cui rischiò di fare la loro fine lo convinsero a cambiare drasticamente vita: nel 1975 adottò la filosofia yoga, la dieta macrobiotica e la musica "cosmica" dei Tangerine Dream.

Roach si buttò a capofitto nella musica con la stessa energia e determinazione con cui prima aveva rischiato la pelle in motocicletta. Impegnò tutti i suoi averi per acquistare una strumentazione allo stato dell'arte, sbarcando il lunario con ogni sorta di mestieri, dall'operaio in una fabbrica di antenne al commesso in negozi di dischi.

Fu proprio in un negozio di dischi, il celebre "Liquorice & Pizza", nel 1978, che Roach tenne il suo primo concerto, che gli valse l'ingresso nella comunità dei musicisti elettronici di Los Angeles, quella del Cal Arts, di Harold Budd e di Morton Subotnick. Roach fu così protagonista della stagione dei primi concerti elettronici, insieme con Kevin Braheny e Michael Stearns.

Due concerti registrati dal vivo nel 1985 e 1987 videro la luce anni dopo su Stormwarning (Soundquest, 1989).
Le due jam (la prima di ventun minuti e la seconda di trentuno) sono lunghe cavalcate al sequencer in uno stile esuberante ed estroso.

Nel 1978 Roach aveva registrato la sua prima cassetta (mai distribuita), di cui aveva inviato copia a pochi intimi. Soltanto qualche anno dopo uscì Now (Fortuna, 1982), un disco ancora nel solco di Klaus Schulze (il free-jazz "acquatico" di Comeback), Kraftwerk (i poliritmi robotici di Growth Sequence) e Tangerine Dream (l'ode solenne di Inquest).

The archival Emotions Revealed (2015) contains the 24-minute live performance Emotions Revealed (1983) and the 26-minute soundtrack for an art installation Firelight (1982). The former is relatively melodic and neoclassic, whereas the latter is his first wandering abstract soundpainting adventure.

L'anno seguente sarebbe stata la volta di Traveler (Domino, 1983), una raccolta di nove bozzetti impressionisti.
Per lo più il sequencer incalza ipnotico e martellante, come nella title-track (che ha un finale drammatico e imponente) e in TBC (che ha una cadenza meccanica quasi "industriale"). Reflector può invece essere considerato il primo tentativo di sfruttare maggiormente le qualità melodiche dell'elettronica per costruire un'armonia più serena e contemplativa.

Apice di questo periodo è Empetus (Fortuna, 1986), uno dei capolavori della musica cosmica tutta, che si avvale per la prima volta di un vero studio di registrazione, e pertanto della possibilità di meditare la musica a tavolino, di comporla poco alla volta, di potare e limare il materiale (i primi due dischi erano stati praticamente registrati dal vivo come le cassette che li avevano preceduti).
La suite che dà titolo al disco si apre (con una cadenza travolgente del sequencer) e si chiude (con un'apoteosi assordante di tutte le tastiere) in un clima tragico. Ai bozzetti dei primi dischi è subentrata una struttura narrativa più solida, che tenta di riflettere la filosofia esistenziale dell'artista, forse meglio espressa nel terzo movimento, laddove un ritmo incessante viene sublimato da un canto malinconico ed eroico al tempo stesso. Come quasi tutti i dischi che seguiranno, Empetus è innanzitutto un album "a tesi", in cui Roach esplora un tema metafisico.
La seconda facciata del disco ritorna alla forma del poema elettronico, peraltro con una maggiore consapevolezza delle tecniche minimaliste (Merge) e uno spirito più "industriale" (Urge).

Nel frattempo Roach aveva iniziato a comporre e registrare due opere fondamentali: la serie delle tre Quiet Music, originariamente pubblicate nel 1986 e poi raccolte in Quiet Music (Fortuna, 1988), e le Structures From Silence (Fortuna, 1984), registrate dal 1982 al 1984. Queste opere abbandonano l'approccio drammatico, guidato dal sequencer, l'energia vitale dell'esperienza fuori del proprio corpo, a favore di una maggiore introspezione, di un'analisi della vita interiore. Nonostante le affinità con la musica ambientale di Brian Eno, Roach perviene a un linguaggio unico, futurista e primitivo, estroverso e introverso, fantasioso e austero.
La prima "struttura", Reflections In Suspension, non fa altro che rigenerare di continuo uno schema armonico di riferimento. Per sedici minuti non si sente altro che una serie di variazioni puntilliste (più ancora che minimaliste) su due figure melodiche sovrapposte, una fluida e l'altra tintinnante. Quiet Friend è ancor più statica: i sintetizzatori "nuotano" al rallentatore in uno spazio immenso e si spengono a poco a poco in una dissolvenza di riflessi elettronici. Questa tecnica di cartilagini melodiche lasciate fluttuare e riverberare in un tempo lunghissimo culmina nella title-track, che occupa per intero la seconda facciata del disco. Il contrasto con la musica per sequencer dei dischi precedenti non potrebbe essere più forte.
Il limite di Quiet Music è lo svolgimento lentissimo, appena bisbigliato, di Dreaming And Sleep, costruita attorno a tre suoni fondamentali (un trillo, un riverbero, una melodia) che si intrecciano e sovrappongono in maniera ripetitiva. A Few More Moments è ancor più spartana, benché un volume sonoro più elevato e un filo di melodia le conferiscano un tono allucinato.
Nei trentadue minuti di Air And Light si compie forse la maturazione definitiva dell'artista "cosmico". Roach dà il massimo nei grandi spazi aperti, libero da limiti di tempo, solo con la sua strumentazione elettronica a costruire mondi sonori che riflettono il suo stato mentale in maniera tanto più fedele quanto più hanno tempo di focalizzarsi, e che dopo un po' sembrano vivere di vita propria.

Con Western Spaces (Innovative Communications, 1987) (Fortuna, 1988) tre guru elettronici di Los Angeles dedicarono un disco al deserto. Per Roach fu quello il primo tributo all'ambiente che avrebbe segnato tutta la sua opera successiva. I due brani che firma, Breathing Stone e In The Heat Of Venus, prosciugati, anemici, spolpati, sono ancora improntati alla "quiet music".

In quel periodo Roach stava anche registrando Leaving Time (RCA, 1988) con Michael Shrieve a New York: lì conobbe Jon Hassell, che esercitò su di lui una forte influenza.

Dreamtime Return (Fortuna, 1988) è l'opera con cui culmina la fase "losangelesiana" di Roach. Qui Roach mette in luce una qualità onirica che mancava ai dischi precedenti. Roach, senza esservi mai stato, rimane così suggestionato dall'Australia vista al cinema da tentare di mettere in relazione il proprio stato di trance con quello degli aborigeni. è fondamentale il contributo di Robert Rich, che si occupa dei ritmi "organici": questi ritmi relegano definitivamente il sequencer nello scaffale dei ricordi e aprono le porte alla world-music. Altrettanto preziosa risulta la collaborazione di David Hudson e Percy Trezise, da anni impegnati a studiare le musiche primitive dell'Australia.
Dreamtime Return è innanzitutto un album concept, un "concept" elettronico che ha come tema portante quello dei rituali magici delle popolazioni primitive. è anche, a suo modo, un colossal elettronico, e non tanto per la durata (più di due ore), quanto per lo spiegamento di mezzi (dal computer al didgeridu di Hudson, dalle percussioni di Rich al pianoforte di Braheny), di stili (dal synth-pop alla world-music) e di emozioni (dal magico al tragico, dall'estatico all'eroico).
La sequenza dei brani è quella di un viaggio, che ha inizio con il sequencer incalzante di Towards The Dream e termina nel gorgo di sintetizzatori di Return (entrambe metafore: dell'uomo alla ricerca della verità prima e dell'uomo divenuto saggio dopo, della transizione dallo stato di crisi allo stato di aver superato quella crisi).
Durante questo viaggio metafisico Roach si addentra in luoghi misteriosi dello spazio e della mente, che vengono resi attraverso suspence oniriche punteggiate da ritmi primitivi ed effetti elettronici (Airtribe Meets The Dream Ghost), per immergersi nei cerimoniali pagani, resi da una rumoristica subliminale e da cori intermittenti (A Circular Ceremony), e giungere sull'"altra sponda" di questo mondo che è innanzitutto un mondo interiore. Qui Roach si lascia andare a un'estasi più metafisica, con languide melodie elettroniche alla Kitaro (The Other Side) e fluttuazioni di sibili cosmici (Magnificent Gallery).
Penetrando sempre più in profondità questa dimensione arcaica e arcana, Roach perviene a una musica di classica austerità, quasi una sonata per pianoforte ed elettronica con la qualità immanente della musica ambientale (Truth In Passing).
è un viaggio che ha inizio sulla Terra attraverso paesaggi naturali, e che poi si sposta nel mondo dell'esperienza, nel subconscio, nella memoria, nei meandri più ancestrali e reconditi della mente.
Il pezzo forte del disco è lo sterminato psicodramma di Looking For Safety, oltre mezz'ora di figure melodiche fluttuanti in lentissima evoluzione su un cupo rombo di sottofondo, in cui un senso di tragedia incombente si stempera piano piano in un addolorato mantra cosmico. Qui prende forma una liturgia del subconscio che si riappropria della dimensione più autentica dell'animo umano, quella che può emergere soltanto a contatto con civiltà ancestrali e che, proprio per questa ragione, non potrebbe essere più universale.
Prendendo spunto dal programma antropo-musicale di Jon Hassell, di esplorare il subconscio collettivo che trascende le specifiche culture, Roach impiega il mezzo sciamanico di recuperare una voce antica, primordiale, ma attraverso la tecnologia elettronica.
Da un clima più tragico, segnalato dalle dissonanze elettroniche di Through A Strong Eye (l'occhio attraverso cui lo sciamano degli aborigeni può leggere il futuro), Roach perviene al crescendo ritmato di Ancient Day, e infine a Red Twilight, in cui una base elettronica piuttosto scheletrica viene attraversata da suoni alieni e canti rituali. I singhiozzi soffocati del suo sintetizzatore accarezzano i fragili luccichii delle percussioni in arcani excursus emozionali.
è forse il disco più personale della sua carriera; né filtrato attraverso una cultura aliena come quelli del periodo australiano, né influenzato da un genere occidentale come quelli del periodo cosmico. Ne risulta un'opera tragica, pregna dello spirito del guerriero metafisico, che deve fronteggiare le proprie paure e vincerle per affermarsi, pregna del senso di pericolo che domina tutta la vita di Roach.
Con Dreamtime Return Roach realizza quello che è sempre stato il suo sogno, quello di riuscire a comunicare al livello fondamentale del subconscio collettivo, in uno spazio e un tempo che trascendono le specifiche culture.
Questo lavoro monumentale (più di due ore di musica) influenza i lavori successivi, in tutti i quali Roach perviene a una sintesi suggestiva di moderno e di primordiale. Affascinato dai rituali delle popolazioni aborigene dell'Australia, dai paesaggi desolati e immensi del deserto, dai cicli vitali della natura, Roach tenta di renderli musicalmente usando una pasta elettronica ricca di effetti eterei e surreali (è quasi impossibile riconoscere lo strumento che dà origine a un certo suono), ciascuno calcolato per evocare una scena o uno stato d'animo, per provocare nell'ascoltatore una sensazione di ipnosi e di immedesimazione. Il suo è, come quello di Hassell, un altro arduo esercizio di astrazione sia dei suoni del Terzo Mondo sia del subconscio del viandante occidentale. Con lui la sinfonia elettronica diventa folklore popolare.

Desert Solitaire (Fortuna, 1989), composto con Braheny e Stearns e ispirato all'omonimo libro di Edward Abbey, è dedicato nuovamente al deserto. I brani di Roach, come Specter (con un altro suggestivo contributo di Rich alle percussioni) e soprattutto quel concerto di ronzii che è Highnoon sono allucinazioni elettroniche senza capo né coda che indulgono in un sensazionalismo quasi horror. Con questo disco Roach scopre un nuove filone espressivo, più contemplativo.

Strata (Hearts Of Space, 1990), una raccolta di poemi tonali di un "quarto mondo" (nell'accezione di Jon Hassell) popolato di suoni che sono al tempo stesso inintelleggibili e universali, è di fatto la continuazione del lavoro sui ritmi "organici" iniziato con Dreamtime Return e completa l'assimilazione della cultura musicale aborigena. I ritmi di Robert Rich conferiscono alla "quiet music" di Roach una qualità più corporale e in definitiva umana, consentendo alle piece di Roach di collocarsi in uno spazio più documentario e meno metafisico.
C'è qualcosa della suspence di Rich nell'ouverture di Fearless. è questa, benché temperata dai tintinnii paradisiaci di Forever, la struttura portante dei grandi murali impressionisti di Grotto Of Time Lost, Iguana e Magma, nei quali un'immagine viene diffratta fino a diventare macchia, vapore, sogno. Un uso dosato e suggestivo degli effetti sonori rende più drammatica la musica, senza che la perdita di consonanza risulti benché minimamente ostile.
Quest'arte psico-ambientale culmina nei brani dedicati ad oggetti privi di suono naturale, come Persistence Of Memory, Ceremony Of Shadows e La Luna, che infatti sono composti di suoni lugubri, di echi deformi, di lentissime evanescenze.

Una seconda visita in Australia è alla base di Australia: Sound Of The Earth (Fortuna, 1991), la testimonianza più profonda del suo rapporto con la civiltà degli aborigeni.
Il nuovo viaggio nel subconscio collettivo ha inizio con Red Dust And Sweat, un lungo brano le cui cupe vibrazioni al confine fra subliminale e cosmico vengono squarciate di quando in quando da tribalismi primitivi, da versi di animali, da rumori naturali; e continua attraverso l'impasto onirico di Atmosphere For Dreaming, nel quale vortici senza forma di musica elettronica vengono solcati da voci di uccelli e da onde sonore inquietanti; per affondare nella tempesta di Darktime/Initiation, il movimento più tenebroso e aggressivo, sostenuto da una pulsazione martellante di legni e con tutto un carnevale di effetti sonori di sottofondo che allude a un ritualismo occulto.
Come nei capolavori precedenti, il registro scelto da Roach è un registro tragico, ma al tempo stesso privato di svolgimento drammatico, come se l'Amleto venisse ridotto a un'apparizione sul palco di un attore che emette un gemito viscerale e si rivolge al pubblico con uno sguardo terrorizzato. Roach dà fondo alle sue risorse elettroniche, mentre Hudson accorda il suo didgeridu alle sonorità più misteriose e Sarah Hopkins (compositrice australiana d'avanguardia) si alterna al violoncello, ai campanelli e allo "spirit catcher", uno strumento tradizionale che si fa vorticare in aria.
Hopkins contribuisce ad Awakening The Earth, quattordici minuti di pura follia all'elettronica e al violoncello. Il disco è completato dalle composizioni per didgeridu di Hudson, che echeggiano la musica degli aborigeni in maniera più fedele (per esempio la trascinante Call To Kuranda).
Ritiratosi a vivere nel deserto dell'Arizona, a pochi minuti da Tucson, Roach rimane soggiogato da quel paesaggio lunare di cactus e sabbia, dalle grandi distese spopolate, dai versi di coyote e avvoltoi, dal caldo soffocante.

Il doppio World's Edge (Fortuna, 1992) riflette proprio quella virata esistenziale, cattura l'essenza di vivere nel deserto e di dover re-inventare se stesso.

La title-track è l'ultima cosa registrata a Los Angeles, e presenta subito la novità più importante dell'album: i ritmi. Roach assimila nel suo tetro habitat di suoni elettronici in libertà anche i ritmi convenzionali della musica di consumo, i quali, accoppiati alle lunghe frasi melodiche della scuola tedesca, definiscono atmosfere di quiete astrale. La title-track risuona però di dissonanze lancinanti che esprimono le lacerazioni del subconscio, e al tempo stesso di lampi e tuoni. Il tema preferito di Roach, quello di correre a testa bassa verso il "limite", senza paura di cosa possa nascondersi "al di là", viene qui esplorato in maniera quasi maniacale.
World's Edge è un concept sull'esperienza di vivere in uno stato di crisi, di evoluzione e di rinnovamento. La metafora scelta da Roach è quella di chi precipita in un abisso, ma prima di sfracellarsi al suolo riesce a costruirsi delle ali e a spiccare il volo.
A quel trauma psichico sono improntate le composizioni più ossessive, come Undershadow e Beat Of Desire, apoteosi di un horror/eros tutto interiore che spesso raggiungono un'intensità quasi sinfonica; mentre poemi astratti di dissonanze più flebili, ma non meno angoscianti, come When Souls Roam, riprendono il suggestivo viaggio nei recessi più oscuri del subconscio collettivo che prosegue ormai da dieci anni.
Atmosfere ancor più oniriche e rilassate cullano Drift e Falling Flying Dreaming, come se l'artista fosse caduto in uno stato di trance mentre contemplava le meraviglie del deserto. Forte di un'armonia più ordinata, Thunderground risulta l'omaggio più commosso a questo paesaggio "del limite" (edge). Tutto il primo disco è comunque sostenuto da arrangiamenti forti e virili, che portano il pathos a livelli snervanti.

Approfittando del carisma ormai acquisito, Roach indulge poi in un'ora intera di improvvisazione elettronica, To The Threshold Of Silence. Ed è un'ora fitta di stereotipi del genere: dai colpi di gong ai sibili intergalattici, dai cori gregoriani ai ronzii mantra, passando per innumerevoli stasi trascendenti e fluttuazioni melodiose. Languido fino allo svenimento (vedi il buco nero del finale in cui scompare l'intero magma sonoro), diluito fino ad annullare qualunque qualità drammatica o cinematica, To The Threshold Of Silence sublima una tradizione venticinquennale che parte da Saucerful Of Secrets dei Pink Floyd e Irrlicht di Klaus Schulze.

Dopo quella titanica impresa Roach torna a collaborare con Robert Rich, ma Soma (Hearts of Space, 1992) risulta assai diverso da Strata: i due compositori si sono ormai lasciati alle spalle il retaggio delle suite elettroniche e sperimentano sugli aspetti più subdoli del suono e del ritmo. Ogni brano è innanzitutto il proprio ritmo, un ritmo sempre carico di significati primordiali e di valenze psicanalitiche. Su quel ritmo Roach distende le sue magiche atmosfere "alle soglie del silenzio" immerse in strati e strati di mistero.

La prima facciata è un excursus in queste possibili forme del silenzio, con picchi di smarrimento in Nightshade e ancor più in Silk Ridge; e gran finale nella "danse macabre" della title-track. I due tentano persino di eseguire una Blood Music, una musica che si ispira alla forma, alla dinamica, alla sostanza del sangue.

Origins (Hearts Of Space, 1993) è un'opera solista in quanto rinuncia al potere suggestionante dei ritmi (salvo The Face In The Fire) e indugia invece nei suoni ipnotici del didgeridu. L'ispirazione di Roach trova sbocco in due formati quasi ortogonali: un raffinato modo di spargere rumori sibillini per lasciar intendere presenze animali, umane e soprannaturali (Connected Underground e In The Eyes Of The Spirit); e un tenebroso impasto di borboglii e battiti, un magma primordiale da cui emergono poco a poco forme e voci (Artifacts). Dalla fusione fra le due maniere ha origine quella specie di cortometraggio surrealista che è Dreaming Now Then.
Il secondo formato razionalizza una delle prassi che sottende molti dei suoi lavori: la presenza dell'essere umano causa un "warp" sonoro nel mondo, l'analogo della distorsione spazio-temporale provocata in relatività generale dalle masse. Esplorando questo warp sonoro, il musicista sonda le proprietà più segrete della condizione umana.

Approfittando dei tributi che gli vengono conferiti da ogni lato dello spettro musicale (rock, jazz, classico e new age), Roach dà alle stampe una raccolta di Lost Pieces (Rubicon, 1993), composti fra il 1988 e il 1992. Molto più semplici in spirito e arrangiamento, questi frammenti ci collocano in diversi filoni: l'elettronica melodica (Since We Are Away), la world- music di Hassell (Full Moon Prophecy), il poema ambientale dei Cluster (Closer). L'unica composizione con la complessità delle opere contemporanee è Three Reptiles Wait At The Opening Of The Underworld, l'incubo surrealista di turno.

Roach vara poi il progetto dei Suspended Memories, reclutando il flautista messicano Jorge Reyes e il chitarrista spagnolo Suso Saiz, una sorta di supergruppo della musica new age. Forgotten Gods (Hearts Of Space, 1993) è il loro primo disco.
La suggestione maggiore dell'opera sta nell'accostamento dei due timbri soprannaturali di Reyes e Saiz (i quali rimandano sempre in ultima analisi a un qualche stato di trance) con l'elettronica atemporale di Roach. Con il flauto di argilla di Reyes al posto della tromba di Hassell e gli "om" chitarristici di Saiz al posto dei "droni" elettronici il trio ha creato un nuovo standard di world-music d'autore, che si sublima quando i flauti di Reyes creano un vortice sovrumano in Mutual Tribes o quando la chitarra di Saiz intona i riverberi della Night Devotion. E Snake Song sembra voler aggiungere alla ricetta anche la voce, con un registro-cantilena che discende dal folklore dei pellerossa.
L'elemento più visibile è però il ritmo. Progredendo nel suo processo di impersonificazione quasi maniacale della civiltà aborigena, Roach perviene a una forma musicale sempre più aggressiva, sempre più tribale, di cui il delirio febbrile di Different Deserts rappresenta il manifesto.
Roach è ormai maestro nel rendere musicalmente ed emotivamente tutta la suspence che regna nel mondo naturale. Lo fa attraverso un cospicuo e capillare ricorso a piccoli rumori da camera, piccole dissonanze che si susseguono con discrezione, come ticchettii di percussioni. Lo spartito delle sue allucinazioni comprende così i suoni del deserto che perturbano tutta Different Deserts e prendono il sopravvento alla fine, i rumori sinistri al buio di Saguaro (che simulano coyote, avvoltoi, serpenti e insetti) e quelli metafisici della title-track (in cui i lunghi maestosi "droni" delle tastiere sembrano indicare la presenza ultraterrena), per finire nello Shaman's Dream, lasciato intuire tramite un tripudio di percussioni e dissonanze.
Il deserto è forse il vero protagonista di questa musica, imbevuta di atmosfere magico-astrali, di pause sinistre, di cadenze preistoriche, di armonie organiche, plasmate sulle forme dei cactus e dei serpenti.

Lo spartito di Earth Island è fatto di allucinazioni del sole, tramite le quali si passa in un universo parallelo di echi e rumori naturali. La world-music futurista e primitivista di Jon Hassell prevale invece in Melting World, un catalogo di suoni del subconscio mixato in un vento gelido di sibili elettronici.
Le fosche e torpide movenze di First Man e Places Inbetween insinuano visioni di altri tempi e altri luoghi, con Roach ancora alla scoperta di nuove vie della world-music, nel tentativo sempre più ambizioso di coniare una musica del soprannaturale. Ogni singolo suono di questi brani ha un suo ruolo psicologico (ma forse anche antropologico, archeologico ed epistemologico).

Earth Island (Hearts Of Space, 1994) è il secondo disco dei Suspended Memories. La novità di questo lavoro, da Curandera a First Blessing, è in realtà il canto, strumento ormai alla pari con gli altri e deformato in maniera altrettanto arcaica.

Roach partecipa anche a Ritual Ground (Silent, 1994 - Projekt, 2000), in collaborazione con il tedesco Elmar Schulte.

Roach è più prolifico che mai. è già pronto infatti Artifacts (Fortuna, 1994), che segna un perentorio ritorno al mondo dei ritmi tribali (Groundswell), accanto alle solite esasperazioni del timbro del didgeridu (Thunder Brother), ma anche una certa stanchezza creativa. Diversi brani riciclano idee di World Edge senza apportare sostanziali novità.
Roach non approfondisce l'intuizione più profonda degli ultimi tempi, quel modo subdolo di coreografare con i rumori le sue metafisiche passeggiate nel deserto. Il pezzo forte del disco è in effetti la title-track, nella quale per venticinque minuti Roach scatena il suo arsenale di rumori, ma, invece che tenerli discretamente in sottofondo, li scaraventa in primo piano, a tutto volume. L'effetto è disorientante, come se la musica cosmica fosse finalmente arrivata dentro un buco nero e venisse bombardata di materia aliena risucchiata a velocità folli.

Con i settantatre minuti di Dream Circle (Soundquest, 1994) Roach sferra un altro memorabile colpo alle convenzioni musicali, dopo quello di To The Threshold Of Silence. In questo bagno catartico al confine fra musica cosmica (stile descrittivo, cinematico e fortemente cromatico) e musica ambientale (figure melodiche in lentissima evoluzione, stasi, derive infinite, timbri iridescenti) Roach sfodera le sue doti di regista di documentari sonori privi di svolgimento drammatico. La musica trasmette sensazioni pacate, di contatto con la natura, di risonanza con le frequenze fondamentali degli animali e dei fenomeni naturali, di simbiosi mentale con l'inizio dei tempi, di rassegnata costernazione al cospetto dell'effimera avventura umana nel contesto grandioso dell'universo. Roach realizza il sogno di Brian Eno (una musica che non deve essere ascoltata, pura muzak di sottofondo) ma la carica di un potere subliminale.
Si tratta comunque di un altro ripensamento sulla strada della world-music. Nel sottofondo del suo animo Roach rimane innanzitutto un "corriere cosmico". I ritmi primordiali, il didgeridu, i rumori psicologici hanno scalfito soltanto in superficie quella che rimane la sua vocazione più autentica: l'esplorazione dello spazio, sia quello interiore sia quello esteriore.

Nel 1995 vedono la luce anche due collaborazioni di spicco: il monumentale Well Of Souls (Projekt, 1995), con il belga Vidna Obmana, e Kiva (Hearts Of Space, 1995), con Michael Stearns e Ron Sunsinger, ispirato ad antichi cerimoniali dei pellerossa.

Il primo è un festival dei "droni" più subliminali, dalla trance dolcissima di In The Presence Of Something al mix di tribalismo equatoriale e musica cosmica di In The Realm Of Twilight. The Secret Arrival spiega come creare atmosfere di mistero da un coacervo di suoni non legati fra di loro, privi di sviluppo tematico, facendo leva su icone sonore ataviche.

La lunga e avvolgente suite The Gathering rende omaggio al primitivismo futurista di Jon Hassell: ogni suono è calibrato millimetricamente per risvegliare dal torpore millenario gli istinti primordiali. Il difetto di questi brani è una certa staticità, la mancanza di sviluppo. La trama di Deep Hours è banale: un frastuono di dissonanze intergalattiche crea uno spessore tragico che impiega venti minuti a dissolversi in uno stormo di droni lunghissimi. In chiave minore invece Well Of Souls, concerto per spiriti e nebulose che si protrae di nuovo per oltre venti minuti.

Nel complesso i brani di questo album sembrano note e appunti rimasti nel cassetto di Steve Roach, ripresi e adeguati alla moda "ambientale" dal valente partner.

Le quattro suite di Kiva sono intervallate da campionamenti di canti cerimoniali dei pellerossa. Il vero protagonista dei quattro "kiva" è il pellerossa Ron Sunsinger, che vi infonde l'autentico spirito delle sue tribù. Soltanto in West Kiva si riconosce la mano del maestro elettronico, quando un folle tribalismo viene piano piano filtrato e raffinato fino a lasciare soltanto scorie e detriti cosmici. Roach continua a oscillare fra il labirinto metaforico e il saggio antropologico.

Al tempo stesso l'amicizia contratta con Stephen Kent e Kenneth Newby dei Trance Mission si concretizza nell'album Halcyon Days (Hearts Of Space, 1996). Sembrerà banale, ma il sound è precisamente una fusione fra i climi da deserto di Roach e il futurismo primitivista dei Trance Mission. I subdoli rumori elettronici del primo si sposano alle cadenze ritualistiche di Kent e alle tenebrose fantasie di Newby.
Le promesse vengono mantenute negli affreschi imponenti di Halcyon Days (lunga danza tribale che s'inalbera lentamente in un delirio di sintetizzatori, didgeridu e percussioni. Le visioni da incubo di First Day sono affidate a rumori inquietanti di giungla (soffi di flauto, gracchiare di didgeridu, sonagliere, sibili elettronici) su un magmatico ritmo da palude. Le percussioni solenne e leggere, su cui ciclano i ronzii di didgeridu e si distendono le calme preghiere del flauto, conferiscono invece a Rainfrog Dreaming un'atmosfera quasi zen.
Si piomba in un incubo allucinogeno con gli echi e le vertigini di Slow Walk At Stone Wash, il pezzo più psicologico della raccolta, tutto suspence interiore e droni subliminali, con il ritmo che scompare e lascia il campo a uno stormo di meteoriti di elettronica e di didgeridu. Da lì ai silenzi astrali di Calyx Revelation il passo è breve: le dissonanze dell'elettronica vengono lasciate fluttuare in grandi spazi armonici, lontano da ogni perdizione etnica. I brevi acquerelli del deserto Snake Brothers e Riding The Atlas, dalla cadenza briosa e dalla ricca polifonia, spezzano la tensione dei brani maggiori e Kingfisher Flight sigilla il viaggio con un sinfonismo trionfale.
Architettato ed eseguito in maniera splendida, questo disco segna il ritorno di Roach alla sua arte maggiore.

The Dreamer Descends (Amplexus, 1996) contiene due composizioni per un totale di venti minuti. Senso di paura, angoscia, mistero.

Il nuovo capitolo della collaborazione con il belga Dirk Serries (Vidna Obmana), Cavern Of Sirens (Projekt, 1997), presenta gli stessi pregi e gli stessi difetti di Well Of Souls: l'impeccabile manipolazione timbrica del duo contrapposta a una certa carenza di soggetti da esplorare. Quella di Middle World Passage (24 minuti) è una musica che si suona da sola: basta programmare il crescendo di tribalismo e l'andirivieni delle folate elettroniche.

The Magnificent Void (Hearts Of Space, 1996), un concept dedicato al vuoto, segna la definitiva conversione di Roach alla musica ambientale. Il girovago del "quarto" mondo salpa per un quinto mondo, quello della pura astrazione sonora. Il suo (ideale) compagno di viaggio non è più Jon Hassell, che viene sostituito dal Klaus Schulze più pittorico. Il viaggio comincia con Between The Gray And The Purple, che vagisce droni al rallentatore per rendere "domestico", intimo, vicino, il senso del nulla. Infinite Shore è un movimento sinfonico impostato invece sui timbri più cupi, per passare a un registro imponente e melodrammatico: frammenti melodici vengono lasciati fluttuare come sospiri di fantasmi. Se la stasi tenera e malinconica di Cloud Of Unknowing rasenta la musica ambientale, The Magnificent Void si apre con rumori sinistri di percussioni e prosegue fra rimbombi sempre più inquietanti: è uno dei pezzi più foschi e meno musicali della carriera di Roach.
Il tour de force di Altus (venti minuti) non aggiunge nulla che gli altri brani non avessero già detto, ma riprende lo stile "totale", "assoluto", di World's Edge, quel delirare dentro il delirio universale e giocare ad essere più grande dell'universo intero. I blocchi armonici di Altus, solenni e glaciali, si spingono semplicemente "al di là", s'inoltrano in territori sempre più terribili fra misteri indecifrabili. Roach è il più grande affabulatore elettronico di sempre, l'equivalente moderno dei cantastorie di un tempo: invece di raccontare le epiche imprese di qualche eroe del passato, racconta quelle, più paniche che epiche, di se stesso a caccia dei segreti del nostro universo.
Il sensazionalismo di questi brani è "raccontato" da un Roach all'apice dei suoi mezzi musicali. Ogni brano è un certosino assemblaggio di "gesti" minuti, ciascuno dei quali ha però una forza prodigiosa. Il timbro dell'elettronica è più che cristallino, è quasi emozione pura. La classe del compositore si riconosce nella moltitudine di dettagli che sono nascosti dentro l'apparente semplicità del gioco. Il limite del disco è invece il manierismo: Roach, questo intrepido viaggiatore cosmico, potrebbe continuare a suonare praticamente all'infinito.
è questo il disco che lo impone anche fra i critici di musica jazz.

On This Planet (Fathom, 1997) è tratto dal suo programma di performance dal vivo e, per i suoi standard, queste sono composizioni concise (la più lunga non arriva a un quarto d'ora) e sono composizioni astratte, lontane dalle sue tradizionali influenze etniche. Nell'era dell'ambientale Roach sta forse cercando di farsi riconoscere il ruolo di pioniere che in effetti giocò, ma a scapito di una netta regressione artistica. Questi pezzi hanno un appeal che è puramente tecnologico: lo sforzo del compositore sta nello scovare sonorità sempre più suadenti e suggestive, nell'arrotolarle magicamente in droni e loop e cosaltro, nel mischiarle con grazia soave (e un po' lisergica), nello smussare la polifonia di qualchesia asprezza o spigolosità, nel servire in tavola con leggiadra e solenne eleganza. Ne risulta uno spartito più subdolo e psicologico, rispetto agli studi elettro-acustici del passato, ma anche un'armonia ridotta a gesti (per lui) scontati. Roach ha un modo di mandare in loop una percussività frenetica e leggera che si ascolta e riascolta fino alla nausea in Journey Of One e Ecstasy Of Travel. Brani come Nexus Place e A Darker Star sono privi di trama e di messaggio, sono semplicemente collage di stereotipi di Steve Roach. Alla fine la musica si fa snervante, stucchevole e auto-indulgente.
I momenti migliori potrebbero far parte di una colonna sonora per un planetarium: la nuvola minacciosa di Void Memory, da cui fanno capolino volute di droni e dissonanze, i suoni naturali e l'elettronica alla deriva in orbite remote di Heart Of The Tempest, i toni lunghi e il tribalismo della title-track.

A sorpresa, Roach fa amicizia con un chitarrista folk e compone Dust To Dust (Projekt, 1998), un disco di musica radicata nella tradizione americana che non potrebbe essere più lontano dal suo stile elettronico. Gone West è un country del deserto per chitarra e armonica, un qualcosa di onirico che ricorda il Neil Young della colonna sonora di Dead Man. A Daze Wage va alla deriva al confine fra gli acquerelli di Leo Kottke e il minimalismo: un riff affilato incalza su un substrato di rumori percussivi e su uno sfondo di languida elettronica. A Bigger Sky è un solenne inno per pellerossa allucinato, Snake Eyes è musica cerimoniale per tribù sotterranee, Rain And Creosote è una ballad romantica e desolata.
L'oscuro gregario King fonde in maniera esemplare e quasi miracolosa la sensibilità del blues all'afflato metafisico di Roach.
La tecnica michelangiolesca di Roach prende il sopravvento soltanto in The Ribbon Rails Of Promise, undici minuti di ritmo frenetico e di fluttuazioni mistiche (il Riley della Rainbow In Curved Air accompagnato da un'armonica) e il Lost And Forgotten, musica per pause e silenzi memore della sua stagione "australiana". A chiudere l'opera è Ghost Train, il brano più difficile, un accumulo disordinato di accordi e discordi, in cui è possibile riconoscere l'ideale anello di congiunzione con l'inizio, di nuovo all'insegna di una musica country rarefatta e allucinogena.
Indefinibile e probabilmente irripetibile, questo disco ha il fascino della musica che viene dal cuore. Roach (residente nel deserto dell'Arizona) ha finalmente aperto il suo animo al suo ambiente naturale e, per la prima volta da quando scrive musica, è diventato parte del proprio ecosistema.

The Ambient Expanse (Mirage, 1998) è condiviso con Patrick O'Hearn, Vidna Obmana, Stephen Bacchus e Vir Unis. Roach vi contribuisce Eternal Expanse, una composizione di diciotto minuti che si riallaccia alla musica cosmica dei suoi primi anni, alle onde galattiche, ai droni minacciosi, ai trilli colorati, alla metafisica dell'infinito e dell'ignoto. Impostata sui timbri più colorati delle sue tastiere elettroniche, è, proprio questa umile appendice a una compilation, una delle sue suite più riuscite.

The triple-disc Ascension Of Shadow (Projekt, 1999) was his third collaboration with Vidna Obmana.

Body Electric (Projekt, 1999) continua la collaborazione con Vir Unis, elevando quest'ultimo a coautore del disco. Il disco, fosse anche solo per l'uso delle rhythm machine, è molto più leggero dei precedenti: Born Of Fire è un incrocio fra gli esperimenti percussivi di Ummagumma, la world-music da discoteca e il jazz-rock più soffice; Pure Expansion vorrebbe emulare il fuoco spirituale dei rituali primitivi, ma i poliritmi sono gelidamente artificiali; Cave of The Heart cincischia con l'elettronica su un ritmo apatico. A redimere il disco sono brani più umili come Gene Pool, Homunculus Within e Solar Tribe, nei quali si sentono soltanto i suoni della giungla, della palude, della savannah. Il disco rappresenta certamente una svolta nella carriera di Roach, perchè il musicista non era mai stato così aggressivo.

Vir Unis è co-protagonista anche di Light Fantastic (Hearts of Space, 1999), benchè il disco sia accreditato soltanto a Roach. I ritmi frenetici e sincopati di queste collaborazioni lasciano sempre l'amaro in bocca. L'idea è che ritmi e melodie si scambino i ruoli: i ritmi fungono da melodia e i toni ambientali di Roach battono il tempo. In realtà brani come Trip The Light sembrano semplicemente un tentativo di speculare sulla moda del drum'n'bass. Per il resto, uno può scegliere fra il compositore stanco e pigro di The Reflecting Chamber o quello auto-indulgente di Touch The Pearl (di fatto un lungo loop di un pattern elementare) o quello che usa stereotipi della musica di Steve Roach per comporre la "musica leggera" di Realm Of Refraction. E The Luminous Return sembra uno scarto da Magnificent Void. Rispetto al disco precedente manca persino l'appeal dei cerimoniali primitivi.


(Tradotto da Marina Troiani)

La già prolifica carriera di Steve Roach ha cambiato decisamente marcia da quando egli ha fondato una propria casa discografica: la Timeroom.

Slow Heat (Timeroom, 1999), una composizione di 71 minuti, è il suo lavoro più ambizioso. La struttura della fantasiosa suite richiama alla nostra memoria sia Dream Circle (Soundquest, 1994) che le sue incisioni "cosmiche" in generale. Sebbene spesso Roach abbia cambiato orientamento rispetto al rimanente mondo musicale per poter sperimentare nuovi timbri e nuovi ritmi, tuttavia nel profondo egli è rimasto pur sempre il filosofo degli esordi. Prova ne sia il fatto che, quando lascia vagare le sue tastiere elettriche per l'universo, produce i lavori più concettuali ed originali. Slow Heat è senz'altro la colonna sonora del suo ambiente preferito, il deserto dell'Arizona, ma anche un ponte naturale fra l'arido, ostile, inorganico paesaggio e i luminosi, vitali orizzonti celesti. La suite si apre con suoni della natura e subito si trasforma in un salmo o un mantra alle nubi e al vento cosmico. Seduti nel deserto, mentre contempliamo le galassie, veniamo dolcemente rapiti dai suoni e dall'atmosfera che ci circonda e guidati in un fantastico viaggio. Il tempo sorpassa lo spazio: piuttosto che viaggiare attraverso luoghi lontani, viaggiamo attraverso tempi lontani. I drones sono assorbiti da echi e suoni ultraterreni, come se stessimo entrando in una antica grotta. La musica, meno possente e sempre più sfumata, perde le sue caratteristiche descrittive per acquisire una qualità psicologica: siamo alla ricerca del nostro stesso spirito, non più dell'universo, per vivere. La musica approda al punto di arresto, al silenzio, ai suoni della natura. Siamo tornati nel deserto. Il ciclo poi riprende e voliamo nuovamente nella stratosfera. Atterriamo, per l'ultima volta, fra suoni di acqua e nebbia. Il deserto è tornato all'eden primordiale.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Atmospheric Conditions (Timeroom, 1999) è un gruppo di tre composizioni non correlate tematicamente.
Underground Clouds Over a Secret Grotto può definirsi musica impressionista: il brano, grazie a sofisticati e soffusi insiemi di nodi che si sciolgono dolcemente ed echi risonanti in lontananza, è virtualmente un dipinto con grotta e nubi, alla maniera di Monet, lirico e impreciso. Solo verso la fine, l'animo cinematico e descrittivo di Roach prevale e ci guida attraverso una visita più letterale del magico ambiente della grotta. Non ci sorprenderebbe che Roach, per la sua padronanza di accordi, diventasse il Debussy della musica cosmica.
In The Heart of Distant Horizons è un brano molto sommesso eseguito da drones progressivamente incalzanti. Non c'è quasi movimento mentre alla nostra mente giungono sensazioni oniriche: le immagini creano una semiosfera metafisica.
Si nota una nuova inclinazione nella musica di Roach: l'esuberanza giovanile e il gusto per l'esplorazione (durati ben oltre la sua giovinezza anagrafica) sono rapidamente evoluti in una saggezza introspettiva. I drammatici poemi sinfonici che coronarono la sua carriera (e che qualche volta lo portarono a ripetersi) vengono sostituiti da lente sonate che esprimono più profonde emozioni. Il centro della sua musica si è evoluto dall'antropologico al filosofico.

La raccolta di introvabili Truth & Beauty: Lost Pieces vol 2 (Timeroom, 1999) è un "dovere" solo per collezionisti. Contiene un paio di gemme, segnaliamo Aftermath (1992) e un pezzo con Suso Saiz che non aveva trovato spazio all'interno di Forgotten Gods (Hearts Of Space, 1993): Earthman, che nell'insieme merita di riempire un vuoto nella discografia critica. Questi brani risultano pressoche' insignificanti di fronte alla ben più importante musica a cui Roach ci ha abituati sin dagli esordi.


(Tradotto da Walter Consonni)

Vine - Bark & Spore (Timeroom, 2000) è condiviso con il compagno dedito all'elettronica Jorge Reyes. La vignetta esotica Sorcerer's Temple scalda il duo per il turbine divino di The Holy Dirt. Il denso impasto di percussioni e tastiere manovra in modo tale da innalzare lo spirito piuttosto che per suonare minaccioso, mentre la ripetizione ipnotica acquisisce caratteristiche tribali. L'esorcismo guida il duo all'esteso e tranquillo oceano di Night Journey, fluttuando con ronzii di didjeridoo sopra la giungla, una musica non fatta di suoni ma di ombre di suoni, e non pluridimensionale ma monodimensionale; in una parola, una musica di silhouettes. Paragonato a questi incubi psicologici, Spore And Bark è una sinfonia pastorale, con il suo fitto tappeto di suoni naturali e con le sue voci spirituali che indicano qualcosa di interiore comprendendo l'umano ed il terrestre. L'album è anche assistito da un'atmosfera psichedelica. Tutti i brani sono eseguiti come in stato d'incoscienza, in uno stato estatico, in una condizione di perdita del proprio corpo.
Ci sono due Steve Roach. Uno è il messaggero cosmico, il protagonista, lo sfrenato ed eroico solista elettronico che cavalca su tumultuose melodie verso l'ignoto. L'altro Steve Roach è semplicemente una figura di supporto: lui può occupare la scena con una fantasica eleganza e con nonchalance, ma quello che fa è "background". Durante gli ultimi tre anni (dopo Magnificent Void ), Roach è stato raramente protagonista e talvolta un semplice "background" (non importa quanto meraviglioso) ed un semplice sottofondo per una musica senza protagonista. In questa collaborazione Roach non è il protagonista, è solo il sottofondo, ma la fascinazione di Reyes per le culture primitive e magiche riempie completamente l'ambiente. In un certo senso, il brano che chiude l'album, Gone From Here, sembra essere fuori luogo, perchè si tratta di una sinfonia cosmica di proporzioni epiche (20 minuti), dove il suono è utilizzato in una maniera visuale che richiama alla mente il primo Klaus Schulze, e con un'aria di organo prominente che ricorda Novus Magnificat di Constance Demby. Le linee melodiche vanno alla deriva e descrivono orbite negli spazi galattici. La mano di Michelangelo può essere riconosciuta per come la sua scultura evochi la mortalità: la mano di Roach può essere riconosciuta per come la sua musica evochi l'eternità.

Su Midnight Moon (Projekt, 2000) Roach ha imbracciato per la prima volta la chitarra, ed alla fine ha costruito l'intero album attorno a questo strumento. Ma non ha sbagliato: la chitarra è a malapena riconoscibile. Il suo suono è stato metabolizzato dalle perifrasi elettroniche di Roach. Per di più, la chitarra è solo una trovata. L'anima dell'album è l'anima dell'artista, che è stata catturata al tempo dell'attività minimale, alla notte tardi o presto al mattino. Quel momento ha incoraggiato l'introspezione psicologica, piuttosto che il vagare cosmico, ed il risultato è tanto oscuro ed instabile quanto potrebbe esserlo. Roach lo psicologo ha analizzato Roach il paziente e ciò che ha scoperto non è piacevole. I toni statici di Ancestor Circles evocano una freddezza mortale. Una moltitudine di voci spettrali si leva in Deadwood. Broken Town suona come un'orchestra da camera che si cimenti con l'acid-rock. Later Phase rappresenta 12 minuti di pura suspense cinematografica: blocchi sonori si spostano ma noi ne percepiamo solo le ombre, siamo circondati e non possiamo scappare, e non possiamo vedere chi ci sta mettendo con le spalle al muro. I più profondi segreti della natura impegnano i più oscuri recessi della mente in un terrificante dialogo.
La suite sonnambula di 22 minuti Midnight Loom intreccia strimpellii di chitarra torrenziali attorno ai più delicati sottofondi elettronici che Roach abbia mai concepito, l'equivalente musicale della respirazione rallentata, quasi un tributo alla meditazione zen. Questa non è musica da ipnosi, è musica da ibernazione.
Pochissime registrazioni di Roach evidenziano un così esiguo sviluppo drammatico. Questo è quasi un Roach alternativo, un musicista che sfugge le gesta imponenti a favore di una dimessa introspezione. Osti natamente personale anche quando Roach sconfessa se stesso.


(Tradotto da Marco Buffetti, corretto e integrato da Stefano Iardella)

Prayers To The Protector (Celestial Harmonies, 2000) è una collaborazione con il monaco buddista Thupten Pema Lama. Un titolo più appropriato sarebbe stato "massa", perchè l'album contiene cinque preghiere, di cui una strumentale. L'accompagnamento di Roach è troppo banale. Roach viene attirato dentro la mistica atmosfera creata dal canto del monaco, ma, ahimè, dimentica di aggiungervi la propria visione mitologica del mondo. Una semplice colonna sonora per qualche evento religioso non è tanto emozionante quanto un'unione fra l'anima dell'evento e quella dell'artista.

Early Man (Project, 2000) è un lavoro molto ambizioso (e molto lungo, circa 140 minuti), e, per molti versi, costituisce il culmine della ricerca etno-ambientale di Roach, la sua evoluzione verso un nuovo genere di antropologia musicale. I due dischi sono complementari. Il primo disco è un documentario musicale: segue un giorno della vita di un uomo primitivo attraverso sei diversi ambienti (Early Dawn, il colosso da 25 minuti Early Man, Begins Looking Skyward, Walking Upright, Hunting & Gathering, Flow Stone). La chimica elettronica di Roach può concedersi di creare enigmatici, lenti e magici paesaggi musicali. Il ritmo e l'elettronica seguono l'uomo primordiale attraverso i suoi sogni, le sue paure e i suoi rituali. Le tracce del primo disco hanno uno stampo fiabesco, mentre il secondo disco è qualcosa di molto più subliminale. I brani del secondo disco, che sono tecnicamente creati attraverso un processo di decomposizione e ricomposizione di quelli del primo (cioè sono dei remix) alludono agli stati d'animo dell'uomo primitivo, alla sua vita interiore. Lo stato di trance è il mezzo attraverso cui comunicare indietro di milioni di anni: Slow Dissolve, Walking Upright II, Fossil And Fern, Mastodon, Elemental, Late Dawn, Timeline, Carbondate, Below Always. Qui le sculture di suoni di Roach sono sia delicate che visionarie.

Roach mette in pratica tutto ciò che ha imparato in termini di fenomeni atmosferici per il doppio CD The Serpent's Lair (Project, 2001), una collaborazione col percussionista Byron Metcalf (assieme a Dick Serries, Jorge Reyes e Vir Unis). Dal punto di vista tecnico, l'ingrediente chiave di tutte le tracce è la manipolazione in studio delle percussioni "sciamaniche" (shaker, pentole d'argilla, tom, ecc.)
Questo è il principale elemento e il principale limite dell'intera opera (se non ti piace il suono delle percussioni sciamaniche, non ti piacerà nulla qui). Ma l'album è soprattutto un tributo alla sua principale ossessione nella vita: lo sciamanismo. Nel corso della sua carriera e dei suoi viaggi, Roach ha semplicemente ripetuto lo stesso atto sciamanico. Il brano d'apertura, The Lair, è una metafora del ruolo artistico di Roach e l'archetipo per il resto dell'album: spettrali droni sinfonici (il sovrumano, cosmico, desiderio) cullano un ritmo tribale (il rituale ancestrale, elemento terrestre). Fin dai primi anni, l'arte di Roach deriva dall'unione di questi due elementi. Su questo stesso modello si costruisce Rite Of Passage (voci rauche filtrate e un didgeridoo rafforzano l'accompagnamento dei tom). La musica tende ad essere un po' troppo diluita. Succede davvero poco in questi brani che si espandono a dismisura. Dove le epiche colonne sonore di Roach erano solite raggruppare al massimo le emozioni, questi miraggi che ruotano lentamente sono stati completamente svuotati di sentimenti. Lo shuffle liquido e rilassato di Big Medicine sarebbe adatto persino a gelare una stanza.
A volte sono gli ospiti a caratterizzare il suono. Jorge Reyes aggiunge un arsenale di strani suoni di flauto su Birthright e Osmosis. Jim Cole colora Serpent Clan e Beating Heart Of The Dragon Mother col suo mantra ronzante. Benchè interessanti, queste collaborazioni non sembrano in sintonia con il resto dell'album.
Soprattutto la musica è quasi sussurrata, udibile a malapena. Roach usa le timbriche più deboli e gioca con gli armonici più fragili. Egg Chamber Dreaming, un'astratta scultura di suoni che si coagula lentamente in un drone fluttuante, è un assolo di Roach, e annichilisce tutto ciò che l'ha preceduto. Tutto si fa davvero misterioso nel secondo disco, quando le variazioni subsoniche, subacquee e subliminali di Offering in Waves, gli echi sfocati e le fluttuazioni di Impending Sense Of Calm, il tuono dilatato di Primal Passage (tutte composizioni eseguite solo da Roach) prendono una nuova andatura che non ha bisogno di ritmo. Il compositore sembra testare l'abilità del pubblico di ascoltare (come nelle esperienze di "deep listening" di Pauline Oliveros). L'invocazione in gran parte vocale di Ochua (con gli strumenti molto deboli, che ricordano più dei venti distanti e in lento movimento che un arrangiamento di suoni) accrescono la sensazione di fiacchezza, di spossatezza, di ebbrezza. Queste tracce possono segnare un punto di svolta nella carriera di Roach, dalla trance ambientale/cosmica ad una musica introspettiva ed astratta.
Cave Dwellers, di 23 minuti, ottiene la massima sintesi di voce, elettronica e suoni di percussione elaborati, una nube di canti psichedelici, battiti smorzati e droni privi di forma, una melma organica di effetti improvvisati in studio alla deriva in sogni primordiali e anime in decomposizione. Qui Roach riporta quasi alla luce gli esperimenti di musica elettronica di Stockhausen.
Questo doppio disco non è del tutto brillante, ma Roach ha probabilmente aperto nuovi orizzonti (ancora una volta) per la musica elettronica.

Nel vocabolario di Steve Roach, la parola "ritmo" ha sempre voluto dire "battiti tribali" (come nelle civilità primitive) e ha sempre suonato con percussioni australiane, africane o dei nativi americani.
Core (Timeroom, 2001) è un esperimento sul ritmo che va oltre quelle origini (sia in senso letterale che figurato). In un certo senso, prende il ritmo tribale di The Lair e lo trasforma in un ritmo agitato, sincopato, che a volte somiglia ad un frammento del ritmo jazz-funk di Miles Davis, elaborato tramite una loop machine (Wings Of Icarus), a volte ricorda una versione accelerata della glitch music di Pan Sonic (Resonation Revelation). Tuttavia, troppe parti di quest'album sono dei riempitivi e, sebbene sia di per sè intrigante, il minimalismo à la Terry Riley di Endorphine Dreamtime si adatta poco a questo progetto.

Streams & Currents (Project, 2002) riprende il concetto di Midnight Moon: musica ambient incentrata sulla chitarra. La musica, in gran parte improvvisata, ha il carattere "non finito" e "triviale" di Somnium di Robert Rich: non si evolve mai. Ma mentre la trivialità di Rich suona sempre magica e spirituale, l'album di Roach suona semplicemente non finito e triviale.

Continuando l'esperimento di Core, Trance Spirits (Projekt, 2002) contiene sette tracce di musica percussiva, che si ispira vagamente ai temi di trance primitiva e di viaggio cosmico preferiti da Roach. Il più potente è Taking Flight, in cui i tamburi tribali di Jeffrey Fayman e Momodou Kah creano un andamento apocalittico che la chitarra di Robert Fripp e le tastiere di Steve Roach domano con un tappeto sonoro che si sposta in maniera misteriosa (in realtà Fayman compone musica elettronica per conto proprio, come dimostrato su A Temple In The Clouds, 2000, una precedente collaborazione con Robert Fripp).
La straordinaria energia del pezzo d'apertura è purtroppo diluita nella meditazione/reportage di Trance Spirits, lunga 16 minuti, e l'album non si riprende mai del tutto, nemmeno quando l'energia riemerge in The Calling e In The Same Deep Water. La vena introspettiva non è meno attraente di quella tribale: il brano di sole tastiere Seekers è davvero uno dei pezzi più celatamente inquietanti degli ultimi tempi, e la collaborazione fra Fripp e Roach su Year Of The Horse è un quadro di suoni nel loro lato più metafisico (potrebbe fare a meno del "groove ibrido"). Il problema è lo stesso degli album precedenti di Roach: alcune idee sono troppo allungate, senza aggiungere molto ai primi minuti.

Day Out Of Time (2002) è una colonna sonora mentre All Is Now (2002) è un doppio disco di performance dal vivo.

Darkest Before Dawn (Timeroom, 2002) è un'altra composizione della durata di un disco (74 minuti).

Mystic Chords and Sacred Spaces (Projekt, 2003) è un album diviso in 4 CD, ciascuno dei quali contiene una lunga composizione: Mystic Chords & Sacred Spaces, Labyrinth, Recent Future, Piece Of Infinity.
Il primo inizia con l'inizio celeste di Palace of Nectar, raggiunge l'apice con la deriva neoclassica di Within the Mystic e termina con l'etereo e veramente cosmico Vortex Ring. Labyrinth mescola suoni di uccelli nei 15 minuti di Wren and Raven e si tuffa in una distorsione spaziotemporale psichedelica con i nove minuti di Wonderworld; poi si lascia trasportare nel mare etereo degli undici minuti di Dream Body e si perde nella scintillante foresta infestata dei nove minuti di Nameless.
I punti salienti di Recent Future sono: il semplice inno dilatato di Turn to Light, la cupa nebulosa di Personal Nature e le parti del cinematografico The Spiral of Time's Fire Burns On.
I 73 minuti di Piece of Infinity sono i peggiori in termini di ridondanza, un languido drone anemico che fa ben poco in 73 minuti, se non fissarsi allo specchio. I quattro dischi sono, infatti, un buon esempio di "rendimento decrescente". Man mano che si procede, la quantità di musica veramente essenziale diminuisce in modo quasi esponenziale.

Texture Maps - The Lost Pieces Vol. 3 (2003) e Places Beyond - The Lost Pieces Vol. 4 (2004) raccolgono un altro po' di "pezzi perduti" di Roach.

Fever Dreams (Projekt, 2004), con Patrick O' Hearn al basso e Byron Metcalf alle percussioni (ripreso soprattutto per la colossale Tantra Mantra), apre una trilogia, continuata da Fever Dreams 2 - Holding The Space (2004) e dal doppio disco Fever Dreams III (2007), che contiene Melted Mantra (non un mantra ma piuttosto una danza tribale attutita) della durata di 73 minuti.

Mantram (Projekt, 2004) è una collaborazione con Byron Metcalf alle percussioni e Mark Seelig al flauto bansuri in otto tracce senza titolo.

Proof Positive (2006) contiene composizioni basate su sequencer, in particolar modo il frenetico Adreno Stream.

Via di mezzo fra il "deep listening" di Pauline Oliveros e gli "sleep concerts" di Robert Rich, Immersion - One (Projekt, 2006) e Immersion - Two (Projekt, 2006), Immersion - Three (2007) e Immersion - Four (2009) sono colossali “meditazioni sonore per lo spazio vivente”, ovvero pezzi di musica elettronica fluttuante in gran parte improvvisati e che si prolungano per più ore. Manca intenzionalmente da questo progetto l'ardore dei viaggi cosmici di Roach.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il doppio disco Arc of Passion (2008) documenta un'esibizione dal vivo del 2007.

Landmass (2008) è una composizione senza soluzione di continuità che viene divisa in sezioni solo per comodità di consumo. L'apertura (Transmigration) è un'esperienza cinematografica alimentata da una pulsazione viva a bassa frequenza e stabilisce il tono per la prima metà. La seconda metà è più astratta e diffusa, nonostante la breve pulsazione del sequencer di Trancemigration.

A Deeper Silence (2008) crea uno spazio di meditazione improbabile, in cui le basse frequenze fanno deragliare l'orizzonte mentre i droni ad alta frequenza si lavano lentamente e delicatamente l'uno nell'altro.

Birth of Still Places, la composizione più lunga del doppio disco Dynamic Stillness (2009), e il pezzo da 73 minuti di Afterlight (2009) sono stretti parenti di Immersion - Four (2009), composti più o meno nello stesso periodo, e condividono tutti la stessa debolezza strutturale: autoindulgenti e fondamentalmente sterili, proprio come Piece Of Infinity.

Dynamic Stillness (2009) contiene altri 100 minuti di musica oltre a Birth of Still Places. Il secondo disco, in particolare, contiene la suspense di Further Inside (16:58), la delicata Slowly Revealed (23:55) e soprattutto la gelida, sterile e ventosa Canyon Stillness (23:17), un'evocazione quasi documentaristica di un canyon nel deserto.

Destination Beyond (2009) è guidata da un sequencer danzante che suona come un disco raga rotto. L'effetto è carino per qualche minuto, ma dopo 30 minuti diventa fastidioso. Il pezzo si trasforma poi in un confuso mix di impulsi del sequencer e droni cosmici.

Sigh Of Ages (2010) aggiunge al suo canone il nostalgico Morning of Ages, che sembra quasi un adagio neoclassico, la danza dalle tinte indiane Return of the Majestic e il gigantesco "om" di Longing to Be.

Immersion Five - Circadian Rhythms (2011) e Groove Immersion (2012) sono progetti basati sul beat.

Soul Tones (2012) raccoglie due lunghe composizioni. Soul Tones è una meditazione extra-lunga (46 minuti) sulla falsariga di Pieces of Infinity e soffre delle stesse limitazioni di sviluppo, immaginazione e pathos. In altre parole, è un po' noiosa; tranne per il fatto che Resolved, di 28 minuti, è ancor meno accattivante.

I punti salienti di Future Flows (2013) sono la simil-preghiera Regeneration Revelation (8:21), il maestoso ronzio da organo di An Omnipresent Sense Prevails (10:58) e i pattern minimalisti da clavicembalo di The Texture Of Remembering (11:14). Invece, il più lungo The Future Flows From Here (16:59) è un pezzo troppo lungo e tortuoso che non riesce a essere coerente.

Alive In the Vortex (2015) documenta un'esibizione dal vivo del 2013 al Vortex Dome di Los Angeles, un luogo pionieristico di immersione totale a 360 gradi.

Il brano da 58 minuti di Invisible (2015) è una nebulosa rotante che ospita un nucleo di percussioni tribali e rumori sinistri. Circa a metà la nebulosa diventa più scura e densa, mentre i meccanismi interni si fermano e la nebulosa sembra accelerare attraverso il vuoto intergalattico, per poi rimanere intrappolata all'interno di increspature dello spazio-tempo, con una conseguente esplosione finale. È una delle sue composizioni più dinamiche e cinematografiche.

Il brano da 70 minuti di Bloodmoon Rising - Night 1 (2014) è selvaggiamente autoindulgente.
Il set 4 dischi, per un totale di 5 ore, di Bloodmoon Rising (2015) raccoglie quattro “zone di immersione sonora ultra deep di lunga durata”.
Eclipse Mix (2017) è fondamentalmente un remix di un'ora di alcune di queste registrazioni.

Etheric Imprints (2015) è principalmente dedicato ai 29 minuti di Etheric Imprints, per pianoforte elettrico a coda altamente elaborato, che genera armonici bassissimi e rimbombanti, una delle composizioni più toccanti di questa fase. L'album contiene anche i vertiginosi e disorientanti cluster di Indigo Shift. I 17 minuti di Holding Light sono semplicemente un "dejavu" della sua musica cosmica tortuosa, ma i 15 minuti di The Way Forward hanno una qualità sinfonica che si pinge ai confini di quel formato.

Skeleton Keys (2015) raccoglie musica piuttosto banale e "rimbalzante" per sintetizzatore analogico e sequencer analogico, una sorta di tributo all'era dei Tangerine Dream, ma composizioni come Saturday Somewhere rasentano la musica d'autore lounge.

Kairos (2015) è la colonna sonora di un video d'arte, in particolare il silenzio subacqueo di Etheric Planet, la frenesia tribale-industriale pulsante di Core Regeneration, l'elettricità fibrillante di Biogenesis.

Shadow of Time (2016) è principalmente dedicato ai 38 minuti di Shadow of Time, una suite di sinfonico e sognante desiderio, ma la cui struttura non giustifica la lunga durata.

Il pezzo da 74 minuti di This Place To Be (2016), vanta un'apertura cinematografica drammatica per circa 15 minuti, ma poi ci vengono offerti 25 minuti di un drone stridente, e il resto è solo un lento decadimento.
Un altro pezzo da 74 minuti, Fade to Gray (2016), è uscito qualche mese dopo, e non è meno autoindulgente di Bloodmoon Rising, con lunghe sezioni praticamente prive di azione.

Painting In The Dark (2016) contiene per lo più pezzi lunghi e senza eventi come Threshold (17:40) e Phosphene View (12:54), ma anche l'inno catatonico Painting At The Edge (19:28) che, sebbene troppo lungo, vanta una delle sue texture più ultraterrene.

Nostalgia for the Future (2017) è un viaggio cosmico al rallentatore piuttosto banale che emana dal paesaggio sonoro desertico di Roach e da un senso dell'eterno scorrere del tempo. Sfortunatamente, Home Now, da 20 minuti, e For the Future, da 15 minuti, sono troppo lunghi per quello che offrono. The Rising Tide, da 23 minuti, è più drammatico nella seconda metà, ma è decisamente troppo poco e troppo tardi. Partendo dalle stesse premesse, Roach ha realizzato "strutture" molto più impressionanti in passato.

Molecules of Motion (2018) contiene musica per sintetizzatore e sequencer vintage. Il fulcro sono gli esuberanti pattern di danza di Molecules Of Motion (24:21), quasi come una versione elettronica di una danza popolare tradizionale. Il resto è riempitivo.

Long Thoughts (2017) richiede molta pazienza perché nei suoi 73 minuti succede molto poco.

Spiral Revelation (2017) è un altro album per sequencer che punta ad atmosfere trance. L'umile danza neoclassica incorporata in We Continue fallisce, ma l'effervescente Finger On The Pulse trasuda un'energia quasi punk. La quasi sinfonica Primary Phase sembra la versione elettronica del lounge jazz, ma i 20 minuti di Spiral Revelation sono davvero una spirale di pattern musicali che induce vertigini, anche se probabilmente dura dieci minuti di troppo.

Il momento clou di Mercurius (2018) è il brano di 28 minuti Immanent, che proietta un senso di intimità e accettazione.

Electron Birth (2018) documenta un'improvvisazione dal vivo di 55 minuti.

Il pezzo da 73 minuti di Atmosphere for Dreaming (2018), concepito per “una riproduzione infinita in loop”, cerca di ricatturare la magia di The Dream Circle incorporando suoni della natura e creando generalmente un flusso più denso rispetto alle precedenti esplorazioni "long-form" (Long Thoughts, This Place To Be, Fade to Gray e Bloodmoon Rising).

Bloom Ascension (2019) contiene più musica per sintetizzatore e sequencer vintage. La febbrile title-track da 16 minuti è interessante per i primi minuti ma non riesce a evolversi. Il resto è riempitivo.

Trance Archeology (2019) si apre con il turbolento paesaggio sonoro di 18 minuti Spawn Of Time (che ahimè non sa come procedere nella seconda metà) e offre un elegante esempio di musica cosmica tortuosa nei 16 minuti di Trance Archeology.

Stillpoint (2019) contiene due improvvisazioni della durata di un'ora concepite ancora una volta per “una riproduzione infinita in loop”: Serenity in Waves e Deeper...Still.

Tomorrow (2020) contiene brani inquieti e tumultuosi per sequencer, in particolare Tomorrow (20:01); ma Optimal Being (24:16) è incredibilmente banale, HeartBreath (19:27) è una musica lounge quasi ballabile e A Different Today (11:55) sembra una versione inferiore di Tomorrow. In altre parole, una composizione decente e tutto il resto riempitivo.

Into the Majestic (2021) raccoglie l'improvvisazione dal vivo di 50 minuti Into the Majestic, che è fondamentalmente una galleria di cliché alla Steve Roach, e The Spiral Heart.

Phoenix Rising (2021), di 24 minuti, documenta esibizioni dal vivo al sequencer.

A Soul Ascends (2020) contiene tre lunghe composizioni, in particolare la maestosa The Radiant Return (32:14), intrisa di lussureggianti colori sonori, e Reflection in Ascension (25:42) con un ritmo leggermente esotico e frammenti melodici leggeri; ma entrambe sono troppo lunghe, con molte ripetizioni e alcune sezioni imbarazzanti.

Journeys to the Infinite (2020) è una compilation che contiene Flatlands (da Desert Solitaire), Artifacts (da Origins), Realm of Refraction (da Light Fantastic), Neural Connection (da Blood Machine), Skeleton Passage (da Live in Tucson), Vortex 8 (da Alive in the Vortex), Indigo Moon (da Trance Archeology) e Longing to Be (da Sigh of Ages).

Roach ha anche pubblicato una serie di collaborazioni con Serena Gabriel (harmonium, voce, campane del tempio), come il brano da 74 minuti di Nectar Meditation (2020), l'album Inanna's Dream (2020), che contiene i 49 minuti di Changing Tides, e il brano da 15 minuti dell'EP Remembrance In Waves (2020).


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