- Dalla pagina su Paul Winter di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Paul Winter (1939) è uno dei padri fondatori della world-music e forse il musicista che meglio impersona lo spirito ecologico e umanitario della new age. La sua pluri-decennale carriera ha tracciato la scia per l'intero genere: partito dal jazz degli anni '60, è pervenuto a una fusione sempre più audace di suoni che abbracciano le culture più disparate della Terra, umane e non, al punto da coniare il termine "earth music" in contrapposizione a quello troppo vago e astratto di "world music".
Il suo Consort è il modello a cui si sono ispirati tanti ensemble di world-music: una formazione che accosta strumenti provenienti da tutti i continenti, mescola spunti etnici di tutte le culture, si basa in maniera indiretta sull'improvvisazione del jazz e si propone di armonizzare con l'habitat naturale.
Nato in Pennsylvania (ad Altoona), educato in famiglia al pianoforte e al clarinetto, Winter iniziò suonando in una banda paesana, poi in un complesso di Dixieland, poi in un'orchestrina da balera. Alla high school si innamorò del bebop che stava dilagando in quegli anni e a 17 anni si cimentò nel suo primo tour. Iscritto al corso di composizione alla Northwestern, mentre frequentava i club di jazz di Chicago e imparava a suonare il sassofono, ebbe la ventura di vincere un concorso nazionale prima ancora di laurearsi.
L'improvvisato sestetto jazz venne così prescelto nel 1962 dal governo americano per uno degli annuali tour "della buona volontà" ("goodwill tour"). Quei tour erano pagati dal governo e portavano il complesso selezionato a suonare in giro per il mondo, in decine e decine di nazioni.
Il Paul Winter Sextet immortalato nel disco omonimo per la Columbia del 1961 era composto da compagni di studi: Warren Burnheardt al piano (che ha poi registrato diversi dischi solisti), Harold Jones alla batteria (che ha suonato poi per diversi anni con Count Basie), Les Rout al sax baritono (deceduto), Dick Whitfell alla tromba (anch'egli deceduto) e Richard Evans al basso (che oggi insegna alla Berkeley School of Music). I sei si divertivano a suonare un bebop aggressivo e assordante, come era di moda fra i giovani beatnik di allora.
La svolta decisiva nella carriera di Winter venne dal goodwill tour in America Latina: dal febbraio al luglio 1962 Winter visse immerso nei ritmi della bossanova. Tornato in patria, pubblicò quello che fu il secondo disco di bossanova a uscire in Occidente (dopo quello di Stan Getz e Charlie Byrd).
Poi vennero ancora un paio di album con il Sestetto.
Nel 1964 Winter tornò in Brasile da solo a registrare due dischi di bossanova autentica, accompagnato da musicisti brasiliani. La musica brasiliana, la sua languida emotività, il suono caldo e distaccato della chitarra acustica, l'ipnotico continuum delle percussioni, la filosofia agrodolce della saudade, che erano l'esatto opposto dell'aggressività del bebop, cambiarono per sempre la sua vita.
Winter maturò così l'idea di formare un gruppo che si ispirasse alla bossanova e che in più unisse il violoncello e il corno inglese, due strumenti classici. Winter finì per dar vita nel 1967 al Consort, un ensemble con violoncello, liuto, corno inglese, flauto, marimba, chitarra e basso, ovvero con un'orchestrazione parte jazz, parte classica e parte etnica. Per la prima volta il mondo occidentale venne esposto al tripudio sonoro delle percussioni africane e sudamericane in un contesto jazz che annoverava anche strumenti classici come il violoncello e il corno inglese.
I primi dischi accreditati al Consort furono raccolte di brani tradizionali ri- arrangiati secondo uno stile classicheggiante e secondo un umore utopista ed ecologista affine all'ideologia hare krishna. Nel primo disco sfilano balli medievali, song rinascimentali, canzoni popolari e brani di musica classica.
Dopo un altro disco preparatorio prese forma quella che sarebbe stata la formazione classica, composta in gran parte dai musicisti che avrebbero poi formato gli Oregon: Paul McCandless all'oboe (l'unico che c'era fin dall'inizio), Ralph Towner alla chitarra, Collin Walcott alle percussioni (l'uomo che lanciò la moda per le tabla), Glen Moore al contrabbasso, David Darling al violoncello.
Con questi accompagnatori Winter incise Road, il disco che gli astronauti portarono sulla Luna nel 1971, battezzando due crateri con nomi di sue canzoni (Icarus e Ghost Beads).
L'anno successivo fu la volta di Icarus, che mise a punto la sua forma di fusion etno-pop-jazz-classica. La title-track, una sua tipica bossanova, sarebbe rimasta la loro sigla più celebre, così come la gioiosa fanfara africaneggiante di Whole Earth Chant ne è tuttora l'inno programmatico. Gli strumentisti del Consort contribuivano gran parte delle composizioni (in particolare Towner, autore di Icarus e A Big Hug). Lo stile, un jazz senza nerbo adulterato dai raga, era però ancora di transizione. Il produttore era George Martin, il genio dietro il successo dei Beatles, che nella sua autobiografia considera questo disco superiore a qualsiasi cosa abbiano fatto i Favolosi Quattro.
La personalità invadente di Towner mise di fatto fine a
quell'esperienza. Passarono anni di attività ridotta prima che Winter registrasse Common
Ground, forse il disco più importante della sua carriera. Fu infatti quello in cui, senza
abbandonare le velleità classicheggianti e l'amore per il Sudamerica, il sassofonista iniziò
ad amalgamare suoni della Natura con le sue improvvisazioni di stile jazz. Vi suonarono Darling,
McCandless, Steve Gadd (batteria) Lauvir DeOlivera (percussioni), Oscar Castro-Neves (chitarra), Robert
Chappell (organo), e tanti altri.
Fu quello il primo disco mai registrato che abbracciasse davvero l'intero
spettro della world-music, che fondesse le culture di tutto il mondo e che rendesse omaggio alle creature
del pianeta. Vi figurano una canzone con le balene, Ocean Dream, una con i lupi, Wolf
Eyes, e una con l'aquila, Eagle Cry (una trilogia che voleva simbolizzare le voci della
natura).
Un trattamento di riguardo avevano anche le voci, a partire dal salmo
religioso africano in crescendo di Ancient Voices, il cui ritornello è degno del pop, alla
leziosa melodia di Ocean Dream, che è a un pelo dal rock psichedelico. La fusione fra
percussioni e coro è al culmine in The Promise Of A Fisherman. Ma a far colpo furono
soprattutto i duetti con gli animali: Wolf Eyes rimarrà uno dei brani più
atmosferici della musica jazz.
Formata una propria etichetta, la Living Music, Winter diede alle stampe Callings, evoluzione naturale del suono manieristico di Common Ground e opera prototipica del nuovo corso, all'insegna di una fusion estremamente scorrevole e cristallina che amalgama altresì i suoni di foche e leoni marini (13 i mammiferi marini scomodati per l'occasione). E' anche il disco in cui Winter cominciò a sperimentare con l'organo a canne.
Il disco rivelava anche una nuova generazione di talenti: Jim Scott alla chitarra, Eugene Friesen al cello, Nancy Rumbel al corno inglese, Gordon Johnson al basso, Ted Moore alle percussioni e Paul Halley all'organo.
Due anni dopo Winter compose la prima messa new age, la Missa Gaia, fondendo fanfare hare krishna, gospel, tribalismi pan-etnici, liturgia cristiana e una forma estatica e malinconica di bebop da chiesa. La messa, l'unica al mondo con un kyrie composto e cantato da un lupo, viene celebrata ogni ottobre in onore di San Francesco, patrono degli animali, nella cattedrale di San Giovanni a New York.
Dopo Sunsinger, che doveva essere un disco per solo sassofono, come di moda in quegli anni, ma poi divenne un disco in trio con Halley e Glen Velez (percussioni), Winter riprese il discorso e l'orchestrazione di Callings con il Concert For The Earth.
Un'altra prova suggestiva fu Canyon (per metà registrato nel Grand Canyon e per metà in una cattedrale di New York), con McCandless all'oboe (suo l'assolo di Elves' Chasm) e John Clark al corno francese (suo l'assolo di Bed Rock). Winter trova la sua dimensione più spirituale in pezzi come Sockdolager, per sassofono e due violoncelli in fondo al Gran Canyon.
Gli anni successivi furono molto intensi, ma in realtà le fondamenta erano state gettate nei dischi precedenti. Dopo il minore Wintersong, prevalentemente dedicato a canti popolari europei, uscì Whales Alive, i cui spartiti prendono lo spunto da melodie delle balene e sono orchestrati prevalentemente per il suo sassofono e l'organo di Halley.
Earthbeat (june 1987), con Halley, Velez, Friesen e Castro-Neves, fu dedicato a canti popolari russi e arrangiamenti latin-jazz.
Earth: Voices Of A Planet elegge questa forma a ideologia e compone un commosso omaggio alle diverse culture etniche del pianeta, ciascuna rappresentata dai suoi strumenti. Il concerto, orchestrato per rombo di elefanti in corsa, tamburi del Ghana, corni di antilope e così via, è più che mai un testamento spirituale.
Seguirono due album dal vivo, fra cui Spanish Angel, uno dei suoi risultati più maturi.
Su Prayer For The Wild Things al fianco di Winter c'è la Earth Band, una nuova formazione che ripropone Glen Velez, Paul Halley e Eugene Friesen, ma anche sei nuovi musicisti (corno inglese, corno francese, oboe basso, fagotto, clarinetto contrabbasso) e tre percussionisti. I primi due brani sono due preghiere, una suonata da sette strumenti europei e una intonata da un coro di pellerossa, ma il resto è tutto dedicato alla natura selvaggia.
All'album "partecipano" 27 animali. Sette strumenti sono scelti per evocare in particolare sette di loro (la Buffalo Song è suonata da uno strumento a fiato del secolo scarso, l'orso dal violoncello, il leone di montagna dal fagotto, l'alce dal corno francese e così via), e le partiture ambiscono a rendere i loro movimenti. Anche i suoi assoli al sassofono (più numerosi del solito) sono ispirati dalla natura: sono infatti tutti eseguiti all'aperto, in canyon e foreste, su spiagge e montagne (North Fork Wolves In The Midnight Rain è un assolo nella pioggia con gli ululati in sottofondo).
Negli anni '90 Winter è diventato un ambasciatore della pace, volando da una parte all'altra del mondo a portare il suo messaggio di fratellanza universale. Nel 1994 ha tenuto un concerto nel deserto del Sinai al confine fra Egitto e Israele.
Sincero assertore di una fede umanitaria che trascenda razze e religioni e che ponga al centro dell'universo la vita e non l'uomo, Winter è stato una guida morale prima ancora che musicale per il movimento new age. Fra i suoi allievi si contano innumerevoli talenti del jazz e della new age.
Canyon Lullaby (Living Music, 1997) è stato il primo album solista di Paul Winter, un'improvvisazione dal vivo (strutturata in 21 brevi brani) all'interno del Grand Canyon. Il leitmotiv triste e nostalgico, Canyon Lullaby, suona come una canzone militare. Questo stato d'animo, a metà tra la malinconia e l'estasi, permea anche First Light, Hummingbird's Ballad, Mars on the Rim e Air For Keeta. La melodia straziante di Canyon Chaconne scolpisce un cuore umano nel paesaggio naturale e Waltz of the Ravens accompagna le danze degli uccelli.
Questo album è probabilmente il suo lavoro più lirico.
Celtic Solstice (Earth Music, 1999), con un gruppo di musicisti irlandesi e americani, è stato improvvisato all'interno della cattedrale gotica più grande del mondo, la Cattedrale di St John the Divine a New York City. Triumph e Dawnwalker presentano il trio composto da Winter, Paul Halley all'organo a canne e Davy Spillane alle uilleann pipes (strumento tradizionale irlandese). Le loro improvvisazioni lente e intense suonano più come musica sacra che come jig celtici. Nonostante sia più originale di un normale tributo alle tradizioni celtiche, questo album non può fare a meno di cadere in alcuni dei fastidiosi stereotipi di tanta musica celtica.
Journey With The Sun (2000) ha aggiunto il cantante Arto Tuncboyacian alla Earth Band.
Il Consort era ancora molto attivo negli anni 2000: Miho - Journey to the Mountain (dicembre 2005), Crestone (settembre 2006) e Miho (marzo 2010).
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