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L'immagine della Francia del Fronte Popolare fu Jean Gabin, un attore di rivista
che solo a trentatré anni riuscì a sfondare nel cinema, imponendo subito la sua faccia
più celebre, quella del "duro", del bandito che sa comandare,
spietato tanto con gli
uomini quanto con le donne (Pepé le Moko, 1937, Julien Duvivier). Fu l'attore preferito da
Jean Renoir dal 1936 al 1938, l'operaio che evade dalla fortezza tedesca in La Grande Illusion (1937) e il
macchinista squilibrato che strangola l'amante in La Bete Humaine; l'eroe del popolo
trascende i dettami dell'estetica del fronte quando, sotto la direzione di Carné, diventa l'operaio
assassino di Le Jour se Lève/ Daybreak (1939, Marcel Carne') e il disertore che non riesce a fuggire con la ragazza in
Quai des Brumes/ Port of Shadows (1938, Marcel Carne'). Il primo è un personaggio tormentato, chiuso in se stesso, che
rappresenta bene l'inquietudine dei francesi alla vigilia di Vichy; il secondo emerge dai bassifondi e si fa
largo in mezzo a una folla di reietti, impersona come Pepé la solitudine dell'uomo braccato dal
proprio inesorabile destino.
Nel dopoguerra fornì mirabili interpretazioni un po' in tutti i ruoli:
dall'impresario senza scrupoli di French Can-can (1955, Renoir) all'intellettuale furbo e
audace di La Traversé de Paris (1956, Claude Autant-Lara) al gangster geniale e fedele di
Touchez Pas au Grisbi (1954, Jacques Becker), ciascuno imitato poi in decine di drammi o commedie dei sessanta e
dei settanta.
Gabin fu l'attore "francese" per eccellenza, amicone, burbero, e alla
buona; ma interpretò anche un personaggio complesso, misantropo e misogino, un saggio realista
che non si fa illusioni e combatte la vita giorno dopo giorno; e nei film avventurosi fuse il cliché
nazionale del moschettiere con il cliché hollywoodiano del gangster, ricavandone un bandito
più umano, meno criminale e più perdente.
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