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1. L'uomo che vorreste odiare
Erich von Stroheim nacque nel 1885 a Vienna, figlio di un modesto cappellaio
ebreo; restio a intraprendere la professione paterna, dopo aver esplicitato il servizio militare come soldato
semplice dell'esercito asburgico, emigrò, come tanti altri europei, nella terra promessa, gli Stati
Uniti della pace e della prosperità. A New York pensò di arruolarsi nella cavalleria, un
mestiere sicuro e senza grossi pericoli, con gli indiani prigionieri delle riserve e la cicatrice della
secessione ormai rimarginata. Ma, attratto dalla California, come tanti emigrati, vi si recò in
assoluta povertà, vivendo per anni con i mestieri più disparati, da sguattero a strillone. In
ultimo gli toccò la fortuna di esser reclutato fra le comparse di Birth of a nation. L'intraprendente
e vivacissimo austriaco riuscì a entrare nelle grazie di Griffith, che da lui accettò anche
qualche suggerimento sulla regía dei film, e del produttore.
Forte della sua origine viennese, si atteggiò a nobile austriaco in esilio
altezzoso e sprezzante, conquistando una rapida fama nelle parti di ufficiale di cavalleria; recitava tanto
nella vita privata quanto sullo schermo. E se dapprima fu soltanto un trucco per guadagnare in
popolarità presso un ambiente (quello di Hollywood) e un pubblico (quello piccolo borghese
americano) incuriositi da una simile figura, in seguito il carattere realmente duro e nobile di Stroheim
sembrò l'incarnazione del suo personaggio.
Mentre la sua fama come attore cresceva, accompagnata dalle leggende sui
duelli e le diserzioni (studiate ad arte) che l'avrebbero indotto alla fuga da Vienna, e dal motto l'uomo che
vorreste odiare, Stroheim si stava costruendo un solido avvenire anche come assistente di Griffith.
Alla fine della guerra anche lui potè dirigere film. I primi due,
Blind Husbands e
The Devil's Passkey (andato perduto), denotavano già
una personale concezione del
realismo griffithiano, soprattutto per quel che riguarda la psicologia dei personaggi; erano due storie di
infedeltà: l'argomento solitamente veniva affrontato in chiave umoristica, centrando il film sulla
simpatica abilità dell'amante bello e intelligente di gabbare il marito brutto e scemo; Stroheim lo
dipinse invece come situazione antipatica e fastidiosa, con un malvagio inequivocabile: l'amante.
In una pensione di montagna austriaca un tenente incontra la moglie di un
medico; durante una festa religiosa il tenente seduce sia la cameriera sia la moglie del medico; la prima e
la guida intuiscono quanto sta per succedere, mentre il medico è ancora ignaro; quando anch'egli
capisce la situazione, ordisce una spietata vendetta: scala una montagna con il tenente e, provetto
arrampicatore, grazie a lui anche l'altro riesce a giungere in cima, ma poi abbandona il tenente, incapace
di scendere da solo e condannato a morire prigioniero; la guida è stata l'angelo custode della
moglie del medico: fin dal principio ha provato disprezzo per il tenente, e insospettito ne ha controllato le
azioni. Quando il medico, scoperto che la moglie aveva già detto di no al suo seduttore, accorre
con una spedizione di soccorso, è troppo tardi: il tenente, impazzito, è precipitato dalla
vetta.
Nel film ricorrono motivi e tecniche tipici di Stroheim, dall'uso caratterizzante
delle inquadrature, all'importanza dell'abbigliamento (vestaglie, veli, impermeabili, divise), al rapporto
tra i padroni (il medico, il tenente) e i servi (la guida, la cameriera). Alla fine tutto si risolve in un po' di
civetteria femminile, che ha inutilmente acceso speranze, provocato sospetto ed esasperato gli animi: il
finale convenzionale è chiaramente sproporzionato a tutto ciò che è accaduto
prima.
La trilogia dell'adulterio fu completata da
Foolish Wives (1921),
di cui fu regista, sceneggiatore e interprete, evocazione fedele ed abnorme
della società asburgica, in cui
cinismo ed eleganza paiono facce della stessa medaglia (vita e forma).
Il film ripete molti dei temi di
The Furnace (1919) di William Desmond Taylor.
A Montecarlo vivono un imperturbabile principe russo (Stroheim) e le sue due
sorelle; i rapporti fra di loro sono tesi, e il principe ha un ambiguo modo di fare. Tenta di abbordare, sulla
terrazza dell'albergo, la moglie dell'ambasciatore americano, sperando di ricattare poi il diplomatico. Va
a trovare un vecchio falsario, e dedica un'attenzione morbosa alla figlia deficiente, che il padre ama
teneramente.
E nel frattempo ha sedotto e sfrutta la cameriera, tanto ingenua quanto brutta, con la
promessa di sposarla, e dopo averla baciata si pulisce la bocca disgustato.
Sulla porta del palazzo incontra
un mutilato senza braccia, che non degna di uno sguardo. Durante un temporale si rifugia in una capanna
con la moglie dell'ambasciatore e vince la sua resistenza; le dà un convegno in casa sua per
estorcerle del denaro, ma la cameriera li spia dal buco della serratura e, accortasi di essere tradita,
dà fuoco alla casa.
Perduta l'amante ricca, che l'ambasciatore ha colto sul fatto a causa
dell'incendio, il principe si introduce nottetempo nell'abitazione del complice e violenta la giovane idiota.
Il padre lo scopre e lo uccide; trasporta il corpo fino alla fogna e ve lo getta dentro.
La polizia arresta le
due sorelle, che sono false quanto il principe, un losco avventuriero ricercato da tempo.
Il film si nutre anche di accostamenti anticipatori, come quello
dell'avventuriero e del mutilato, una specie di fantasma che si aggira ineluttabile attorno al suo destino (la
mancanza di braccia come simbolo di castrazione, di impotenza) o come quello dell'atteggiamento cinico
sotto un lampione e del volto che, così illuminato, sembra un'effige mortuaria (uno zombie che
turba il sonno delle innocenti).
Il melodramma tradizionale è devastato. Con crudo realismo e
maniacale asprezza Stroheim interpreta la sua classica parte di ufficiale in esilio, che però
nasconde sotto la divisa un magma orrido ripugnante di crimini.
L'Europa di Stroheim è l'Europa vista da Hollywood: una terra di
anarchia morale, una civiltà avviata allo sfacelo, in cui una raffinata decadenza dei costumi e
dell'ordine sociale dà via libera agli istinti bestiali. Stroheim esaspera questa visione del vecchio
continente e indugia compiaciuto sul mondo aristocratico, una maceria pittoresca e imponente di fronte
alla quale il nascente evo tecnologico si sente imbarazzato; svela inquietanti premonitori retroscena
dell'autoritarismo germanico, là dove barbarie e civiltà si sono fuse in uno stile di vita
formalmente ineccepibile ma interiormente bacato.
All'elemento memoriale si sovrappone poi una tematica di più ampio
respiro, centrata sull'antitesi fra lotta delle passioni e rito dei comportamenti. Stroheim esplora la
passione amorosa nelle sue manifestazioni più torbide: la gelosia (la cameriera), l'adulterio (la
moglie dell'ambasciatore), lo stupro (l'idiota). La passione del denaro è qui meno evidente che in
Greed, ma sempre presente. L'eleganza dei comportamenti fa da contraltare al cinismo e alla follia delle
passioni.
Il film
mette in scena la crudeltà della vita: la vita è un orgia,
non vi partecipano le bambole vergini e gli eroi immacolati di Hollywood,
ma orrende defomrità viventi (la cameriera brutta, l'idiota,
il mutilato), fra le quali si aggira l'io, il mostro aggressivo, sadico,
necrofilo, degenerato sessuale, il bruto vampiro a caccia di prede, in una
disperata lotta per la sopravvivenza fisica e morale.
Stroheim stupì pubblico e produttori per il suo grande senso dello
spettacolo, per il suo agghiacciante e scrupoloso realismo; ma
rivelò anche una delle personalità più contorte del
cinema, fortemente impressionata dalle esperienze giovanili.
In Foolish Wives c'è l'odio-amore dell'esule per la patria, c'è lo spietato egoismo
quotidiano sperimentato nel periodo più misero della sua vita, c'è una generale
smitizzazione dell'uomo, mai eroe intrepido e sempre vile e feroce belva in agguato. Il realismo di
Stroheim va oltre il lato griffithiano puramente tecnico, penetra nell'animo dell'individuo, scopre le sue
vergogne reali. Stroheim non piange e non ride, si limita a far vedere la verità.
Il film era costato cifre enormi, soprattutto per l'aspetto scenografico (la
piazza di Montecarlo ricostruita nei minimi dettagli), ma ebbe anche un grosso
successo. Stroheim potè iniziare un altro film,
Merry Go Round, di ambientazione viennese;
ma si manifestarono i primi violenti
dissidi fra il regista e la classe dirigente di Hollywood.
Il produttore osteggiava il genio fine a sé
stesso del regista, e finì per togliergli di mano il film.
I viennesi si divertono sulla grande ruota del Prater; il luna park pullula di
mostri da baraccone: un gobbo, una scimmia ammaestrata, la donna-cannone, un burattinaio; quest'ultimo
ha una figlia dolce che suona l'organo ed è affezionata a un pupazzo; ma il padrone, un bruto
insensibile e avaro, glielo strappa via. Nel frattempo in un palazzo aristocratico il giovane conte si sta
vestendo (ancora una volta il rito dell'abbigliamento è un rito erotico); mentre a palazzo ha luogo
un'orgia, la moglie del burattinaio muore, tutta sola perché il padrone ha proibito al marito e alla
figlia di abbandonare lo spettacolo. Dopo che suo padre è stato arrestato per le menzogne del
padrone e dopo essere stata quasi violentata dal bruto, la giovane incontra il conte, reduce dall'orgia, che,
per ispirarle fiducia, si finge umile commerciante, le si offre in aiuto e la attira in un alloggio. Nel finale,
convulso e manomesso, il conte sposa un'altra e parte per la guerra; il burattinaio, un padre offeso sia dal
padrone sia dal conte, muore in guerra maledicendo i suoi persecutori; il bruto viene inseguito e ucciso
dalla scimmia, mentre l'orfana accetta l'offerta di matrimonio del gobbo, diventato ricco; ma il conte
torna dalla guerra, i due si riconciliano in un giardino fiorito e si sposano (ma in realtà il film
sarebbe dovuto terminare col conte mutilato di un braccio e ridotto a vendere cartoline, fra saltimbanchi
disoccupati e nobili prostitute, solo sotto la grande ruota ferma.
L'interclassismo delle operette viennesi di Stroheim è sempre una
perversa abietta masochistica brama di autoabbassarsi al rango dei poveri, destinata alla tragedia.
Stroheim riuscì comunque a dirigere Greed (1924),
una fedele trasposizione del romanzo "McTeague" (1899)
di Frank Norris.
Il film, costato cifre pazzesche, era stato realizzato
in nove mesi di riprese (le ultime nel deserto), durava nove ore ed era uno dei
cimenti più arditi della storia del cinema. Ma venne giudicato assurdo
dal produttore che, per poterlo commercializzare, chiese a Stroheim di
dimezzarlo, e poi, non ancora contento, lo ridusse di persona a meno di un
quarto dell'originale: seimila metri di pellicola vennero bruciati.
Il film, così massacrato, venne ripudiato dal regista, che, quando
vide per la prima volta le venti striminzite sequenze superstiti,
scoppiò a piangere.
Stroheim racconta la storia di Norris con linearita`, e enfatizza gli aspetti
psicologici:
la doppia personalita` dell'erculeo Mac, da un lato il bonario professionista
(persino timido con le donne) e dall'altro il bruto animalesco (che bacia la
ragazza anestesizzata);
la progressiva pazzia della moglie, che, una volta vinta la lotteria, si lascia
inebriare dalla sua fortuna al punto da non volerne spendere neppure un penny;
l'odio mortale dell'ex amico, non perche' gli abbia rubato la fidanzata
ma perche' la fidanzata e` diventata ricca;
la decadenza di Mac, che, da serio professionista e marito amoroso,
si trasforma in disoccupato cronico, ubriacone e persino assassino;
e infine la lunga caccia nel deserto, sotto il sole impietoso, che si conclude
con la scena in cui Mac rimane ammanettato al cadavere dell'amico mentre il
denaro e` svanito nella sabbia.
La storia e` una fedele replica del libro. L'ambizione del regista era di
rendere la storia pagina per pagina, dettaglio per dettaglio.
(La versione "ufficiale" del film, quella di due ore, era orrendamente
sbilanciata a favore, per esempio, della lunga scena comica del matrimonio,
mentre quella di quattro ore di Stroheim dava piu` spazio ai tormenti
psicologici dei due protagonisti. A lungo la critica cinematografica, ignorante
di letteratura, attribui` a Stroheim meriti che erano del romanzo di Norris:
la storia e` di Norris, non di Stroheim).
La passione protagonista del secondo capolavoro di Stroheim è quella
del denaro. Ancor più brutale ed esagerato di Foolish Wives, il
film era stato girato interamente in luoghi autentici (in una vera miniera,
in un vero studio medico, in un vero deserto) e affondava con ancor più
violenza gli artigli nell'animo umano. Assetato di verità,
Stroheim non si faceva scrupoli di descrivere personaggi qualunque, immersi nel
loro ambiente naturale, con tutte le loro spietate ambizioni e rivalità.
I loro gesti assumono una forte carica simbolica, e tutto, personaggi oggetti e
ambienti, riflettono un cupo senso dell'atrocità della vita (il
cappellino nero della moglie, la sveglia, il deserto, la famiglia tedesca).
Stroheim sfrutto` anche scene psicoanalitiche: le visioni di braccia che si
agitano come tentacoli fra le collane e i tentacoli fra le collane e i
brillanti di un tesoro; il sesso è la prima manifestazione
dell'avidità umana (nella scena in cui il dentista
bacia a tradimento la paziente inerme).
Bisognoso di lavorare, Stroheim si piegò ai voleri di Hollywood e
accettò di realizzare The Merry Widow, la celebre operetta viennese.
Ma potè mettere le mani sulla sceneggiatura, e rivoluzionò
così il soggetto, pretendendo di raccontare l'antefatto.
Nel regno immaginario il nipote del re e un vecchio ricchissimo barone si
contendono una ballerina americana; quando il re proibisce al primo di rivedere l'equivoca avventuriera,
il barone ha via libera e se la sposa. La prima notte di nozze però il conte eccede e muore,
lasciando la ballerina erede di una fortuna enorme, da cui può dipendere l'avvenire dello Stato. Il
principe ereditario tenta allora di sedurre la vedova, trasferitasi a Parigi, per riportare il patrimonio in
patria; la vedova finge di cadere nelle sue braccia, per vendicarsi, ma, quando questi sfida il cugino a
duello, corre accanto a lui. Morto il re, il principe odiato dal popolo sale al trono, ma un servo lo uccide;
suo cugino viene così incoronato al suo posto e può sposare l'amata donna di mondo.
Il contrasto fra la solenne cerimoniale vita pubblica e la sordida orgiastica vita
privata dei protagonisti è il primo segno distintivo di Stroheim. In questo modo recupera
l'elemento macabro e grottesco dell'operetta che il genere hollywoodiano ha sempre accuratamente
ignorato.
Lo sfascio della Mitteleuropa è reso dalla recitazione meccanica degli
attori, che sembrano tante marionette in costume, e dal sopravvento degli oggetti sugli uomini, due metodi
incruenti per mettere in risalto il vuoto assoluto della personalità; e, in modo più diretto,
dall'erotismo ossessivo (infantile nel nipote del re, senile nel barone).
La troupe della ballerina e i personaggi di corte mescolano i loro costumi, e non
si capisce se sono i girovaghi ad andare a corte o la corte a scendere fra i girovaghi.
Al grottesco si aggiunge un segno permanente di macabro, che segue l'azione
dall'alcova al trono. Le due morti sono necesssarie perché eliminano l'ostacolo al potere per lui e
il vecchio marito per lei; ma entrambe avvengono in modo grottesco: il barone durante la prima notte di
nozze, il principe ad opera di un servitore insospettabile.
Su un piedestallo a parte splende la vedova allegra, un coaugulo di luce
abbagliante, che rappresenta il polo romantico dell'opera. È l'unico stereotipo accettato, ma serve
a degradare ancor più i pretendenti, come spiega la scena iniziale della scrofa e dei maiali.
Forte del successo di questa superproduzione, Stroheim diresse,
sceneggiò e interpretò The Wedding March (1928), tornando
alla sua Vienna e al suo
personaggio preferito. La pellicola, al solito lunghissima, fu divisa in due, e la seconda parte, Honey
Moon, fu completata da Josef von Sternberg, al punto che Stroheim ne proibì la proiezione.
Alla trilogia dell'infedeltà (Blind husbands, Devil's passkey, Foolish
wives) si contrappone una tetralogia dell'ingenuità
(Merry Go Round, Merry Widow, Queen Kelly e
Wedding March), in cui una popolana s'innamora di un nobile.
Wedding March è una ripresa di molti temi di Merry Go Round.
Stroheim è un ufficiale austriaco che, durante la cerimonia del Corpus
Christi, scorge tra la folla una giovane popolana. È fidanzata a un macellaio e suo padre è
un violinista, che lei accompagna all'arpa; mentre il padre di lui è un principe dissoluto assiduo
frequentatore di un bordello. Mentre questi stipula con un ricco industriale il matrimonio del proprio
figlio con la sua figlia zoppa, Stroheim seduce in un frutteto la casta fanciulla. Obbligato dai genitori ad
accettare il matrimonio d'interesse, non rivede più la giovane, la quale, quando il fidanzato decide
di uccidere il seduttore, si prostra a sposarlo pur non amandolo. Salvata così la vita dell'amato col
sacrificio della propria vita, si mescola con la folla e assiste al suo matrimonio.
Nella seconda parte del film il macellaio sparava all'ufficiale, ma la moglie
zoppa si frapponeva fra di loro e rimaneva uccisa; il cinico ora ricco poteva sposare con il consenso dei
genitori la bella popolana, ma, allo scoppio della guerra, doveva partire per non più tornare.
Le scene fondamentali sono quattro: la processione iniziale in cui con poche
inquadrature il regista fa presagire storia passata e futura del nobile cinico e della povera ingenua, boia e
vittime predestinate; l'orgia nel bordello (negri, musica, ubriachi, donne discinte) in un crescendo
infernale (mancano soltanto le fiamme a lambire i corpi dei dannati); la seduzione nel frutteto, con la
pioggia di petali che cade sulla carrozza abbandonata; la cerimonia nuziale conclusiva.
Il supporto melodrammatica (la grande delusione amorosa dell'ingenua e dolce
popolana) sorregge una corrosiva messa in scena della decadenza asburgica. I vecchi nobili sono brutti,
malandati e debosciati; Stroheim li smaschera nell'orgia, dove la compostezza dell'uniforme e delle
decorazioni (processione) si trasforma in frenesia di volti e di oggetti (bicchieri colmi di champagne, negri
con cinture di castità, cosce di prostitute).
Alle scenografie sovraccariche della decadenza nobiliare fanno da contraltare
quelle semplici della vita popolare. Il disprezzo per i potenti è ancora l'obiettivo principale di
Stroheim (il macellaio violento che sputa davanti agli aristocratici e ucciderà il protagonista),
sesso e denaro sono sempre i due istinti primordiali della corruzione morale; grottesco e macabro si
rincorrono di scena in scena (fino a quella in cui la marcia nuziale è suonata da uno scheletro);
ma rispetto ai capolavori precedenti, The wedding march accentua il valore simbolico dell'immagine,
rimandando a una concezione quasi soprannaturale, quasi religiosa della vita: tanto l'uomo di ferro che
compare in visone alla giovane (punitoreredentore deforme) quanto la scrofa che allatta i maialini nel
pantano (comandamentoammonitore deforme). La carrozza abbandonata ha quasi la funzione di tempio in
cui il giovane nobile, condannato a espiare un peccato originale, si reca ad adorare una divinità,
per chiedere di essere liberato dalla propria vita (anche il padre va al bordello per cercare di liberarsi dalla
maledizione della nobiltà).
Il cinico seduttore è anche una vittima; la lotta delle passioni si rivela
una lotta per la liberazione, il rito dei comportamenti un sacrificio per nascondere la prigionia.
Le torbide metafore rappresentate dai servi, dall'abbigliamento, dalla
processione, dal macellaio, dai fiori, dall'orgia, dal denaro, dalla zoppa, tracciano ancora una volta il
cerchio che dall'eros, attraverso la decadenza e la castrazione, portano alla morte.
Stroheim era in rotta con Hollywood; ma trovò in Gloria Swanson un
comprensivo mecenate che accettò di finanziargli una nuova gigantesca opera, Queen Kelly (1929). Ma il
regista riuscì a terminare solamente il prologo, poichè l'avvento del sonoro bloccò
le riprese; e il frammento messo a punto da Stroheim fu montato da Sternberg. Insomma Stroheim
finì col ripudiare anche questo film.
Un principe, fidanzato alla regina, incontra un gruppo di orfanelle e rimane
morbosamente colpito dall'educanda (Gloria Swanson) a cui cadono le mutandine di pizzo; il principe
riesce a rapirla e a soddisfare il suo desiderio, ma la regina, folle di gelosia, la frusta a sangue e la scaccia.
La giovane, disperata, tenta di affogarsi. Tornata in convento, l'educanda riceve un telegramma dalla zia,
proprietaria di un bordello in Africa, che la invita laggiù. Non solo ci va, ma accetta anche di
sposare un vecchio riccastro degenerato e alla morte di questi eredita una fortuna e prende il posto della
zia. Il principe la rivede durante un viaggio turistico, la sposa, e la riporta alla reggia dove viene
incoronata regina.
Nonostante non vi siano omicidi, la morte aleggia sempre sulla corteorgia,
rappresentata dalla solita folla di croicfissi e ambienti catacombali e satura di simbolismo sessuale.
L'iperteatro della corte (specchi, pavimenti, lampadari) e dei suoi potenti (il
bagno dello champagne di una regina e le glorie erotiche di un principe tediate a morte dalla loro
reciproca esistenza e in definitiva dalla propria) e il richiamo del sesso (le mutandine della vergine, la
vergine frustata in camicia da notte), sono altre costanti di Stroheim; si dilata invece la figura griffithiana
dell'ingenua (Gish o Pickford deforme) che ricavata dal kitsch melodrammatico, ha insiti chiari le
montate di perversione e santificazione al tempo stesso, contemporaneamente esca (trappola) e sacrificio
(olocausto). Il principe è conteso fra la regina, che rappresenta il suo destino, e l'educanda, che
rappresenta il suo desiderio, ma ciò non lo libera, serve unicamente a fare del male alla giovane.
Cambiano le circostanze ma la morale rimane la stessa.
Stroheim abbandonò Hollywood dopo l'ennesimo fallimento di
Walking Down Broadway (1933), il suo unico film sonoro, mutilato come gli altri con una scena da luna park, con
divertimenti sfrenati, nani, un vento che solleva le gonne delle ragazze, un contrasto maschile che ricorda
quello di Greed e di Merry Widow con il finale del secondo e
con un contrasto femminile che ricorda quello
di Wedding March e di Queen Kelly, col finale del primo.
A Parigi la moglie di un commediografo fallito diventa l'amante di un ufficiale
americano ed è ricattata da una megera; il marito tradito viene a sapere per allusioni della
relazione, ma non capisce che riguarda sua moglie; pensa anzi di ricavarne una commedia, che ottiene
grande successo perché tutto il pubblico ride alle sue spalle; quando apprende la verità,
perdona la moglie e i due si godono la nuova prosperità.
Nei restanti venticinque anni si limitò a interpretare personaggi
dall'esistenza malata, come il ventriloquo di
The Great Gabbo (Cruze), l'ufficiale tedesco di La Grande Illusion (Renoir) o il maggiordomo della diva decaduta di Sunset boulevard
(Wilder).
Il maledetto di Hollywood fu fin dall'infanzia un incompreso, che dovette
lottare tanto a Vienna quanto a Los Angeles contro la meschinità delle persone che detengono il
potere (dal padre al produttore); la sua vita fu così una storia di frustrazioni, che si riflessero
inevitabilmente nelle sue opere.
Quando Stroheim aggredisce e squarcia la "Belle Epoque", lavora sul
"kitsch" (la moda gli impone quell'epoca e quei costumi), ma in realtà sta parlando di
qualcos'altro, molto più autobiografico. Il delitto e il vizio di cui riempie i suoi film sono la
reazione estrema all'aridità dei rapporti umani; tramite essi Stroheim insulta la società
che lo perseguita.
Il cinico che trasgredisce i codici morali si ribella contro quello stesso sistema di
leggi che ha sempre frustrato i desideri del regista.
Il cinema di Stroheim nasce da un senso di rivalsa nei confronti della
società e da un originale concezione dell'antinomia vitaforma, anche questa derivata da
esperienze personali. Il cinico tende a sfumare in vittima negli ultimi film, poichè impersona la
propria immaginaria ribellione. Il masochismo e la castrazione che ricorrono nei suoi film sono la
realtà della sua vita. L'elegia asburgica trasla Hollywood, l'erotismo degli indumenti il suo
puritanesimo ipocrita.
Greed è un film isolato nella filmografia di favole asburgiche di
Stroheim, ma è anche il più disperato. Trionfa il simbolo
più timido di Stroheim: la morte.
Greed condanna anche gli umili, altrettanto meschini e feroci degli
aristocratici, ed assurge quindi a favola universale, trascende i casi
della vita di Stroheim in un lugubre messaggio di desolazione in un lugubre
messaggio di desolazione: gli uomini sono mostri che lottano per possedere
sesso e denaro (come le belve si sbranano per una femmina o un pezzo di
carne); al di là di questa verità non c'è nulla
(il deserto). Stroheim nega qualsiasi autenticità all'eroismo.
Dal punto di vista tecnico Stroheim tese a un realismo totale, sia nello spazio
(ambienti autentici o ricostruiti nei minimi particolari) sia nel tempo (durata proporzionata alla
complessità dell'azione), con un'azione vegetazione di oggetti. Il cinema di Stroheim è un
cinema di frammenti.
Stroheim fu il naturale erede cinematografico della narrativa ottocentesca, ma,
mescolando realtà e simboli, entrò in un campo, oltre che psicologico, psicoanalitico.
Ogni frammento è carico di riferimenti al subconscio del protagonista. Perciò i frammenti
più importanti sono gli sguardi, o meglio gli incroci di sguardi, che parlano da soli.
A differenza del realismo piano e parallelo di Griffith, il realismo di Stroheim
deflagra e poi implode su sé stesso, sorprende dilatandosi in tutte le direzioni sotto forma di
fantasmi deliranti e poi velocemente si rihciude in un punto estremamente denso e significante.
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