- Dalla pagina su George Benson di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Il chitarrista e cantante George Benson (Pittsburgh, 1943), che si era fatto le ossa nel gruppo di Jack McDuff (1962) con uno stile che ricordava Wes Montgomery e Charlie Christian, divenne l'epitome del jazz fusion commerciale degli anni '70.
The New Boss Guitar (maggio 1964), con McDuff all'organo, presentò Benson come compositore e interprete di hard-bop al confine tra soul (Shadow Dancers) e blues (I Don't Know).
La sua tecnica fulminea maturò con It's Uptown (1964) e Cookbook (ottobre 1966), entrambi arricchiti dall'organo di Lonnie Smith, Giblet Gravy (febbraio 1968) e Shape of Things to Come (ottobre 1968), entrambi arricchiti dall'organo, dal pianoforte di Herbie Hancock e da arrangiamenti pop. Nel suo cammino verso la celebrità, Benson fu costretto a usare più cover e un minor numero di pezzi originali, oltre che accentuare il groove del suo soul-jazz per le dancehall, ma riuscì comunque a proporre alcuni pezzi originali degni di nota: Somewhere In The East su Beyond the Blue Horizon (febbraio 1971), con il batterista Jack DeJohnette e il bassista Ron Carter, El Mar (undici minuti) su White Rabbit (novembre 1971), con Hancock, il percussionista Airto Moreira, il bassista Ron Carter e il batterista Billy Cobham, gli esercizi funky Body Talk e Dance su Body Talk (luglio 1973), con la sezione ritmica di Carter e DeJohnette.
La chirurgia musicale dell'arrangiatore Don Sebesky in Bad Benson (maggio 1974), con la samba My Latin Brother e il funky di dodici minuti Serbian Blue (di Sebesky), e di Claus Ogerman in Breezin' (gennaio 1976), la cui unica canzone (una cover di otto minuti di This Masquerade di Leon Russell) scalò le classifiche, riuscì a deprimere l'abilità chitarristica di Benson e a trasformarlo in un cantante raffinato specializzato in cover di ballate pop-soul raffinate e stereotipate, raggiungendo l'apice con Give Me The Night (1980), prodotta da Quincy Jones.
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