- Dalla pagina su Miles Davis di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Giulio Bassanello, modificato da Stefano Iardella)

Il trombettista Miles Davis (1926), di St. Louis, abbandonò la band di Charlie Parker nel 1948 e si associò agli arrangiatori Gil Evans e Gerry Mulligan (entrambi bianchi) che assieme a lui continuarono semplicemente a fare quel che avevano fatto con l’orchestra di Claude Thornhill: enfatizzare le qualità timbriche degli strumenti. Il loro celebre nonetto interraziale (due bianchi al sax, Lee Konitz al contralto e Gerry Mulligan al baritono, John Lewis al piano, Max Roach alla batteria, il trombone, il corno francese, la tuba e il contrabbasso) si liberò del sax tenore, rivalutò il ruolo della tuba, fece largo uso del corno francese e rimosse ogni barriera tra differenti sezioni strumentali, sconvolgendo in questo modo il tradizionale equilibrio dell’energia di un’orchestra jazz. Moon Dreams di Chalmers MacGregor (settembre 1948) e Boplicity di Cleo Henry (aprile 1949), con James “J.J.” Johnson al trombone, sono gli esperimenti più coraggiosi di Gil Evans.
L’album del nonetto Birth of the Cool (settembre 1948), pubblicato originariamente sotto forma di singoli 78 giri ed EP 45 giri tra il 1948 e il 1950, e infine pubblicato come LP 33 giri nel 1957, è un manifesto del gruppo stesso, e divenne uno degli album jazz più influenti di tutti i tempi. Col contributo di Gunther Schuller al corno francese, l’album include Venus De Milo (aprile 1949) e Jeru (gennaio 1949) di Mulligan, Rouge (aprile 1949) di Lewis, e Deception (marzo 1950) di Davis.
Davis sfidò le premesse fondanti del bebop creando musica dalle qualità tonali incalzanti senza tuttavia puntare sulla velocità, un’innovazione che aveva già sviluppato quando suonava con Charlie Parker. Quest’approccio sconvolse drammaticamente l’equilibrio tra improvvisatore e arrangiatore.

Dopo Dig (ottobre 1951), opera pionieristica in stile hard-bop, registrata con un sestetto composto dal sax contralto di Jackie McLean, il sax tenore di Sonny Rollins, il piano di Walter Bishop, il contrabbasso di Tommy Potter e la batteria di Art Blakey, contenente le sue composizioni Dig e Denial.
Col l'aggravarsi della sua dipendenza da eroina e dopo essere stato persino arrestato per detenzione di droga, Davis si ritirò dalle scene e si isolò completamente, per combattere la sua tossicodipendenza.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il volume Collectors’ Item documenta due sessioni: la prima (gennaio 1953) con Charlie Parker, il sassofonista Sonny Rollins, il pianista Walter Bishop, Percy Heath e Philly Joe Jones, e la seconda (marzo 1956) con il pianista Tommy Flanagan, Rollins, Paul Chambers e Art Taylor.


(Tradotto da Giulio Bassanello, modificato da Stefano Iardella)

Pochi anni dopo tornò con Walkin’ (aprile 1954), contenente una reinterpretazione di Walkin’ di Richard Carpenter, un tour de force di tredici minuti eseguito con James “J.J.” Johnson al trombone, Lucky Thompson al sax tenore, Horace Silver al pianoforte, Percy Heath al contrabbasso e Kenny Clarke alla batteria, con Bag’s Groove, così intitolato dalla versone da undici minuti di Milton Jackson di Bag’s Groove (dicembre 1954), eseguita con una line-up stellare (Jackson al vibrafono, Thelonious Monk al pianoforte, Clarke e Heath), e contenente anche tre composizioni di Sonny Rollins eseguite dallo stesso Rollins (sax tenore), Horace Silver (pianoforte), Clarke e Heath, e con Miles Davis and the Modern Jazz Giants (dicembre 1954), che contiene un’altra collaborazione Davis-Jackson-Monk in Swing Spring (undici minuti) dello stesso Davis.
In queste opere Davis esibiva non solo un sound unico, ma anche una visione avveniristica del jazz. Queste opere per quintetto ridefinirono il jazz come musica sensuale e incalzante.


(Tradotto da Stefano Iardella)

In The Musings Of Miles (giugno 1955) viene documentato il quartetto composto da Red Garland (pianoforte), Oscar Pettiford (contrabbasso) e Philly Joe Jones. Sei mesi dopo, il quartetto si sarebbe trasformato in un quintetto, con l'aggiunta di John Coltrane.


(Tradotto da Giulio Bassanello, modificato da Stefano Iardella)

Davis era ormai una celebrità quando nel 1955 formò un nuovo quintetto con John Coltrane al sax tenore, Red Garland al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria.
Il primo album del gruppo, Miles (novembre 1955), con la sua The Theme, era ancora acerbo, ma Cookin’ (ottobre 1956), che contiene soltanto quattro brani, tra i quali spiccano Blues by Five e Tune-Up/When Lights Are Low di Davis, Relaxin’ (1956), con la rivisitazione da otto minuti di If I Were A Bell di Frank Loesser (ottobre 1956), Workin’ (maggio 1956), con Four di Davis e Trane’s Blues di Coltrane, e Steamin’ (maggio 1956), con la rivisitazione da nove minuti di Surrey With the Fringe on Top di Richard Rodgers, presentano un’unità perfettamente integrata di assoli fantasiosi e interazione sottile. Ironicamente, queste innovative registrazioni del ’56 si devono alla necessità di Davis di soddisfare obblighi contrattuali, avendo come via più veloce la produzione di jam lunghe e spontanee.
Round About Midnight, che prende il titolo dall’originale di Thelonious Monk, divenne il marchio di fabbrica di Davis, e ridefinì il metodo stesso, soprattutto con Bye Bye Blackbird di Ray Henderson (giugno 1956): equilibrio psicologico di umori, stili e tecniche.

Aggiungendo il sax contralto di Cannonball Adderley il quintetto divenne un sestetto, attivo in Milestones (febbraio 1958), contenente Sid’s Ahead, brano da tre minuti di Davis e una versione da undici minuti di Straight No Chaser, di Monk. La vera “pietra miliare” è però l’improvvisazione “modale” di Davis nella breve traccia Milestones.

Nel frattempo, Miles Ahead (maggio 1957) segnò il ritorno di Gil Evans, che arrangiò un’orchestra da diciannove elementi e consegnò agli annali Miles Ahead e Blues For Pablo. Era un format completamente nuovo per Davis, fatto di temi brevi, orecchiabili, barocchi. Egli suona il flicorno in alcuni brani.
Durante questo periodo Davis improvvisò anche la colonna sonora per il film di Louis Malle Ascensore Per Il Patibolo (dicembre 1957), uno dei suoi lavori più sperimentali oltre che archetipo per tutte le musiche dei film noir a venire.
La collaborazione con Evans continuò in un album dedicato all’opera di George Gershwin Porgy and Bess (1958), e raggiunse l’apice in Sketches of Spain (marzo 1960): Davis e Gil Evans unirono musicisti jazz (Chambers, Cobb, Elvin Jones) e un’orchestra classica, e si concentrarono soprattutto su un’interpretazione da sedici minuti del Concierto de Aranjuez di Joaquin Rodrigo, evanescente e sentimentale.
Un’improvvisazione di dodici minuti su Solea di Evans chiude l’album.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Within & Without Miles, Live 1960 (aprile 1960) documenta un'esibizione dal vivo del Quintetto con John Coltrane, Wynton Kelly, Paul Chambers, McCoy Tyner e Jimmy Cobb, l'ultima registrazione di Coltrane prima di fondare il suo quartetto. I pezzi molto lunghi includono If I Were A Bell, Fran Dance, All Blues & The Theme, The Night Has A Thousand Eyes, Every Time We Say Goodbye, Summertime e il brano in due parti Liberia (quasi trenta minuti).

Un mese prima di Within & Without Miles, Live 1960, il quintetto con John Coltrane al sax, Wynton Kelly al pianoforte, Paul Chambers al contrabbasso e Jimmy Cobb alla batteria eseguì il concerto documentato su Live In Europe 1960 (marzo 1960), che includeva una versione di 14 minuti di So What, una versione di 15 minuti di All Blues e una versione di 14 minuti di On Green Dolphin Street di Bronislaw Kaper.

La collaborazione con Gil Evans si concluse nel meno interessante Quiet Nights (novembre 1962), pubblicato solo nel 1964.

Il quintetto guidato da Miles Davis (tromba) e John Coltrane (sax tenore) con Paul Chambers (contrabbasso), Jimmy Cobb (batteria) e Wynton Kelly (pianoforte) è documentato su Copenhagen March 24th 1960, inclusi So What (14:20) e All Blues-The Theme (15:30) di Davis.


(Tradotto da Giulio Bassanello, modificato da Stefano Iardella)

In parallelo Davis evolse indipendentemente la sua visione di musica jazz per piccoli complessi, e adottò pienamente il paradigma di “jazz modale” con Kind of Blue (aprile 1959). Fissando le sue composizioni a una chiave, un accordo e un modo per molte battute, Davis osò maggiore libertà e creatività negli assoli. Miles, Coltrane, Adderley, Chambers, Bill Evans al piano e Jimmy Cobb alla batteria improvvisarono in studio, senza mai provare. Quattro jam estese, So What (guidata dal contrabbasso di Chambers e aperta da un intenso assolo di Davis), Freddie Freeloader, All Blues e Flamenco Sketches (l’uso più avventuroso di improvvisazione modale), esplorano la loro unica anima più che costruire un’architettura del suono. L’idea di jazz modale venne subito percepita come rivoluzionaria dalla generazione successiva. Il jazz modale era fondamentalmente una reazione allo schema stereotipato del bebop: rapida successione di accordi. Il jazz modale costruiva musica usando i modi, anziché gli accordi, come mattoni, semplificando dunque enormemente l’armonia ed enfatizzando la melodia.

Someday My Prince Will Come (marzo 1961) riportò Davis alla formazione del quintetto. Spiccano due estese improvvisazioni: Teo, ancora con John Coltrane, e Pfraning. Il quintetto di Davis venne così celebrato dalla stampa che i due album live, registrati con Hank Mobley al sax tenore, Wynton Kelly al piano, Chamber e Cobb, In Person (aprile 1961) e At Carnegie Hall (maggio 1961), che approfondiscono il suo repertorio e offrono versioni estese dei suoi cavalli di battaglia, divennero best-seller.

Con un colpo di mano, Davis decise di ignorare l’inganno del successo e si rivolse a una generazione di musicisti giovanissimi per il suo progetto successivo. Così Seven Steps to Heaven (maggio 1963), i cui brani migliori sono stati scritti dal pianista temporaneo Victor Feldman, Seven Steps to Heaven e Joshua, segnò il debutto del pianista Herbie Hancock, del contrabbassista Ron Carter e del batterista Tony Williams (ancora ragazzo). Il sassofonista tenore Wayne Shorter si unì nel 1964 durante un tour europeo, dando così forma al più celebre di tutti i quintetti di Davis. Tale quintetto demolì le convenzioni armoniche della musica jazz, ma in un modo più sottile di quanto facesse il free-jazz, rimanendo vicino ai cliché dell’hard-bop pur introducendo maggiore libertà tonale e ritmica. E la parte migliore è senza dubbio il fatto che ognuno dei cinque membri ambiva a essere un compositore dotato, ingegnandosi su temi che fossero basi ideali per il loro sound.
E.S.P. (gennaio 1965), ancora un lavoro di transizione, contiene E.S.P. e Iris di Shorter, Mood e Eighty-One di Carter, Little One di Hancock e Agitation di Davis.
Miles Smiles (ottobre 1966), un tentativo più spontaneo, riassume lo Shorter musicista e compositore (Orbits, Footprints, Dolores).
Tagliente e nevrotico, ma allo stesso tempo vivace e persino infantile, l’album si rivelò una semplice deviazione rispetto alla progressione verso la tenue atmosfera trascendentale di Sorcerer (maggio 1967), contenente Pee Wee di Tony Williams, Sorcerer di Herbie Hancock, Prince of Darkness, Masqualero e Limbo di Shorter. Sia le composizioni sia le esecuzioni si muovevano verso uno stile maggiormente ricercato, un manierismo di moderazione emozionale.

Nefertiti (giugno 1967) coniugò la nevrosi di Miles Smiles e l’atmosfera onirica di Sorcerer. Il risultato fu la tintinnante, spigolosa e ossessiva musica di Madness (Hancock), e di Nefertiti e Fall (Shorter). Il suono vigoroso di Hand Jive (Williams) fu anche l’ultima testimonianza delle loro radici hard-bop.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Il cofanetto di 10 LP intitolato The Complete Plugged Nickel Sessions contiene la registrazione di due concerti tenuti nel dicembre del 1965 dal quintetto composto da Wayne Shorter (sax tenore), Herbie Hancock (pianoforte), Ron Carter (contrabbasso) e Tony Williams (batteria).

Davis si stava allontanando dagli elementi originari del jazz (sincopazione, melodia) per concentrarsi sull'aspetto che era diventato sempre più centrale nell'estetica del jazz post-swing: la tessitura sonora (atmosfera, stato d'animo). Allo stesso tempo, stava minimizzando tutti gli elementi che avrebbero potuto suddividere il brano in sezioni, al fine di ottenere la fluidità e la continuità del flusso di coscienza. Chiaramente, la musica di Davis era più vicina all'impressionismo di Debussy che, per esempio, a Louis Armstrong.
Davis e Shorter stavano modificando i relativi ruoli degli strumenti nel jazz: anzochè strumenti melodici come la tromba e il sassofono, che dettavano le dinamiche della musica su una base ritmica semplice e stabile, Davis e Shorter stavano semplificando il loro strato melodico fino al limite della pura atmosfera, spostando la maggior parte delle dinamiche e della complessità sulla "batteria" di Williams.


(Tradotto da Giulio Bassanello, modificato e integrato da Stefano Iardella)

Coerentemente, lo schema si evolse in lunghe jam monolitiche, come testimoniano le quattro tracce estese di Miles in the Sky (maggio 1968): Stuff (17 minuti) e Country Son (14 minuti) di Davis, Paraphernalia (12 minuti) di Shorter, con la chitarra di George Benson, e Black Comedy di Williams. La caratteristica più importante dell’album è costituita dal rimpiazzo di pianoforte e chitarra con piano elettrico e chitarra elettrica. La batteria stessa è suonata in uno stile più rock che jazz. Non fu subito chiaro a tutti come questa evoluzione avrebbe portato inevitabilmente alla creazione di un nuovo genere, il jazz-rock. Proprio questo accadde in Filles de Kilimanjaro (giugno 1968), con l’appropriato sottotitolo “directions in music” ed eseguito dal quintetto Davis, Shorter, Williams, Chick Corea al piano elettrico e Dave Holland al contrabbasso. Era, in realtà, qualcosa di più rispetto al rock e al jazz, poiché introduceva in uguale misura dosi di funk e blues. Questa volta tutte le cinque tracce erano firmate da Davis in persona: Frelon Brun, Tout de Suite, Petits Machins, Filles de Kilimanjaro, Mademoiselle Mabry. Il jazz-rock era, a tutti gli effetti, la naturale conseguenza del jazz-modale, che rese labile il confine tra i due generi (e la musica classica stessa). In un’epoca in cui i musicisti rock stavano cercando un contatto con il jazz, il jazz ha inavvertitamente raggiunto un contatto con il rock. Il sodalizio era solo una questione di tempo.

In a Silent Way (febbraio 1969) marcò un nuovo inizio. Il nuovo ottetto elettrico comprendeva Davis, Shorter, Hancock, Corea, Holland, Williams, John MacLaughlin alla chitarra e Joe Zawinul all’organo. L’LP è semplicemente diviso in due lati: Shhh/Peaceful (18 minuti) e In a Silent Way/It’s About Time (20 minuti).

L’album successivo fu un doppio LP, Bitches Brew (agosto 1969), prodotto da Teo Macero e pubblicato nel marzo 1970, che include sei jam molto lunghe (fino a 27 minuti) eseguite da un gruppo di dodici musicisti intercambiabili (Davis, Shorter, Corea, Zawinul, McLaughlin e Holland della “vecchia guardia” e, tra le facce nuove, il clarinettista Bennie Maupin e il batterista Jack DeJohnette). L’album ebbe un successo astronomico e rese il jazz-rock un bene comune. Fu anche uno dei primi album interamente costruiti dal produttore usando macchinari in studio: Macero e Davis incollarono insieme frammenti delle performance per ottenere il sound ricercato. Le registrazioni inedite della band erano ben più oneste di quanto appaiono nell’album. Davis fu ancora il compositore principale: sue sono Bitches Brew (27 minuti), Spanish Key (17 minuti) e Miles Runs the Voodoo Down (14 minuti), ispirata a Jimi Hendrix. Altri temi notevoli sono Pharaoh’s Dance (20 minuti) di Zawinul e Sanctuary (undici minuti) di Shorter. I temi tuttavia sono difficilmente individuabili nel prodotto finito. Davis ha qui creato una musica d’atmosfera impressionista, fortemente legata al beat della musica rock solo per ancorarla a terra, per evitare che si disintegrasse nello spazio vuoto.

Black Beauty (aprile 1970) documenta un'esibizione dal vivo con Steve Grossman (sax soprano), Jack DeJohnette (batteria), Dave Holland (basso acustico ed elettrico), Chick Corea (pianoforte elettrico) e Airto Moreira (percussioni).

Teo Macero ripeté il trucco in A Tribute to Jack Johnson (aprile 1970), che è, ancora una volta, diviso semplicemente nei lati dell’LP: Right Off, che vede suonare insieme McLaughlin e il giovane batterista Billy Cobham (e, a parte un eccezionale assolo di Davis, la loro interazione domina il brano), e Yesternow. L’influenza del rock (specialmente di Jimi Hendrix) e del funk è qui ancora più evidente. Anche questa volta Macero fuse insieme (nello stesso brano) materiale proveniente da sessioni differenti, ed eseguito da formazioni differenti (e perfino materiale degli album precedenti). Jack DeJohnette, Bennie Maupin, Dave Holland e Sonny Sharrock sono compresi nel lavoro.

Davis continuò a lavorare sul nuovo sound ancora per qualche anno, ma stava ormai perdendo tutti i suoi discepoli, andati per diffondere il verbo con le loro band: Shorter e Zawinul formarono i Weather Report, Corea fondò i Return to Forever, McLaughlin la Mahavishnu Orchestra.

Con lo scopo di capitalizzare lo status da pop-star di Davis, numerose pubblicazioni raccolsero materiale da diverse sessioni eseguito da diverse formazioni. Big Fun (gennaio 1970) contiene almeno due aggiunte al canone jazz-rock, entrambe più lunghe di mezz’ora: Great Expectations di Shorter (1969), eseguita da un ensemble di strumenti indiani e jazz (sitar, tabla, tromba, chitarra, pianoforte, clarinetto, sassofono, contrabbasso, batteria e perfino Airto Moreira al berimbao) e Go Ahead John di Davis (1970), eseguita da un quintetto (Davis, McLaughlin, Holland, DeJohnette e Steve Grossman al sax).
Live Evil (febbraio 1970) è diviso tra materiale live e studio; le parti migliori sono le jam live (del dicembre 1970) su Funky Tonk (23 minuti), What I Say (21 minuti) e Sivad (15 minuti) di Davis, eseguite dal settetto di Davis, McLaughlin, DeJohnette, Moreira, Michael Henderson al contrabbasso, Gary Bartz al sax e Keith Jarrett alle tastiere elettroniche. On The Corner (luglio 1972) è un’opera più aggressiva, molto lontana dalla sofisticazione ricercata in studio di Bitches Brew, sia nel quarto movimento On The Corner (ancora un pastiche di musica indiana, rock, funk e jazz) sia nel brano da 23 minuti Helen Butte/Mr Freedom X. Esso marcò il primo uso di sintetizzatore in un album di Davis, e l’assimilazione del ritmo hip-hop.

Il doppio LP Get Up With It (ottobre 1974) raccoglie sessioni ancor più eterogenee, unite da Macero con metodo ancor più libero, e spingendosi oltre il precedente limite sacro dei 30 minuti: He Loved Him Madly (1974) e Calypso Frelimo (1973), entrambe dell’ottetto comprendente il flautista Dave Liebman e il chitarrista Pete Cosey. Contiene anche l’inedito Maiysha.
Gli anni ’70 si chiusero con due doppi LP registrati nello stesso giorno da un ensemble di tromba, sax (Sonny Fortune), due chitarre (Pete Cosey negli assoli Hendrixiani), contrabbasso, percussioni e batteria: Agharta (febbraio 1975), che contiene un Prelude da 22 minuti e un Interlude da 27 minuti e accrescee ulteriormente la dose di influenze rock e funk, e specialmente Pangea (della stessa sessione), semplicemente divisa in Zimbabwe (41 minuti) e Gondwana (47 minuti), due orge di ritmi mostruosi e deliranti assoli.

Gli anni '70 si conclusero con due doppi LP dal vivo registrati lo stesso giorno da un ensemble composto da tromba, sassofono (Sonny Fortune), due chitarre (Pete Cosey negli assoli in stile Hendrix), basso, percussioni e batteria: Agharta (febbraio 1975), che conteneva i 22 minuti di Prelude e i di 27 minuti di Interlude e aumentava ulteriormente la dose di influenze rock e funk, e soprattutto Pangaea (stessa sessione), semplicemente diviso in Zimbabwe (41 minuti) e Gondwana (47 minuti), due orge di groove mostruosi e assoli deliranti.

Davis uscì a lungo dalla scena nella seconda metà degli anni ’70 a causa di una malattia.
Ritornò con due album per sestetto (o più) che vedono la collaborazione di Bill Evans ai sassofoni e Marcus Miller al contrabbasso: The Man With the Horn (maggio 1981), contenente Black Seat Betty e Ursula, e We Want Miles (ottobre 1981), contenente Jean-Pierre, Fast Track, Kix e una versione di My Man’s Gone Now di Gershwin lunga quanto un lato dell’album. Nonostante il successo di pubblico, gli album seguenti furono i più mediocri della sua carriera. Star People (gennaio 1983) è notevole per le chitarre gemelle di John Scofield e Mike Stern e per la prima volta di Davis al sintetizzatore, mentre Decoy (settembre 1983) è un’opera ancor più elettronica, che sembrerebbe esistere solo per la title-track, dal momento che gli altri brani sono imbarazzanti.
You’re Under Arrest (gennaio 1985) è forse il punto più basso raggiunto da Davis, che suona due canzoni pop e You’re Under Arrest di Scofield.
Aura (febbraio 1985), pubblicato nel 1988, è molto migliore, ma è una performance per una band allargata (compresi McLaughlin e il contrabbassista Niels-Henning Orsted Pederson) della suite neoclassica da dieci movimenti del flicornista danese Palle Mikkelbourg Aura.
Tutu (febbraio 1986), una collezione di brani brevi, è una collaborazione col produttore Marcus Miller (che ha a sua volta suonato e sovrainciso molte parti).

Il gioco di squadra che vedeva Miller provvedere alle atmosfere per le improvvisazioni di Davis, funzionò molto meglio in Siesta (gennaio 1987), la colonna sonora per un film.
Amandla (dicembre 1989) è un tentativo di gruppo più tradizionale, ma la maggior parte della musica era ancora composta da Miller.
Il suo ultimo album, Doo-Bop (febbraio 1991), fu una collaborazione con un rapper, un sassofonista e un tastierista. La regressione alla canzone pop e a brani brevi è sorprendente per un musicista che era solito suonare jam da trenta minuti.

Miles Davis è morto a Santa Monica nel settembre 1991, all'età di 65 anni.


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