- Dalla pagina sui Pretty Things di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Cresciuti nella stessa zona ed emersi dallo stesso ambiente dei
Rolling Stones,
i Pretty Things rappresentarono una versione altrettanto blues del rock and
roll e vantarono una reputazione altrettanto negativa di selvaggi, teppisti e pervertiti.
D'altronde Dick Taylor, ex compagno di Art School di Keith Richard,
era stato al fianco di Mick Jagger nei Rolling Stones prima di Brian Jones.
Taylor impostava i loro rudi brani sullo stile di Chicago
(Willie Dixon in particolare, da una canzone del quale presero il nome),
anche se era il cantante Phil May a scatenare il pubblico con le sue sceneggiate
anticipatrici di quelle dei Doors.
Il repertorio dei primi anni vanta classici della portata di Rosalyn (1964), con ritmica tribale alla Bo Diddley, Don't Bring Me Down (1964), Big City (1964), un saltellante rhythm and blues, Honey I Need (1965), un assalto sguaiato alla Rollings Stones, Midnight To Six Man (1965), il loro anthem marziale. Il primo album, Pretty Things (Fontana, 1965), era una raccolta di classici del rock and roll. Il gruppo si mise soprattutto in luce per i suoi atteggiamenti selvaggi, che valsero loro un breve bando dalle scene Americane.
Man mano che la scena inglese si emancipava dal blues e si facevano sentire le istanze violente dei mod, i Pretty Things adottarono un sound più "hard". Vennero così il boogie Can't Stand The Pain (1965) e il blues scintillante di Come See Me (1966), con fuzz psichedelico e arrangiamento alla Animals.
Lo stile continuò a cambiare nell'era di Pet Sounds dei Beach Boys
e della psichedelia, grazie anche a una formazione che cambiava in
continuazione.
I Pretty Things pervennero così prima al pop di Progress e poi
all'acid-rock di Defecting Grey (1967).
Quest'ultimo (con
John Twink Alder dei Tomorrow subentrato alla batteria) si distingue come uno dei primi brani-collage
del rock britannico (motivi intrecciati, cambi di ritmo, sitar,
distorsioni, effetti elettronici).
L'album Emotions (Fontana, 1967) annovera persino un'orchestra classica.
Altrettanto eccentrico e
allucinogeno fu Talking About The Good Times (1968).
Forse anche per merito dell'ingresso di Twink,
il complesso raggiunse il culmine di questa nuova, sofisticata fase con
il quarto album, S.F. Sorrow (1968), che concorre al titolo di prima
opera rock britannica (uscì poco prima di Tommy, ma un anno dopo
Absolutely Free di Zappa).
Forte di un sound eclettico, stravagante e arzigogolato, questa raccolta di
canzoni eterodosse è soprattutto un satori della tarda psichedelia
britannica, da Private Sorrow
a Death e Well Of Destiny.
Se la pomposa Bracelets Of Fingers fa già pensare agli Who di Tommy,
le bordate di fuzz di
Ballon Burning, The Journey, Old Man Going
e le bizzarre armonie di She Says Good Morning e I See You
sembrano semmai evoluzioni degli esperimenti composti dei Kinks.
Parachute (Harvest 1970) è invece un album di hard-rock melodico,
il genere che li porterà alla bara (Cries From The Midnight Circus).
L'ultimo singolo degno di nota è forse
Stone-Hearted Man (1971).
Taylor abbandonò la musica, mentre May continuò con la sigla Pretty Things
a suonare mediocre hard-rock.
Singles (Harvest, 1977) raccoglie gli hit.
Taylor tornerà a suonare per aiutare i Mekons nel 1985-87.
Il gruppo tornerà sulle scene alla fine degli anni '90, prima con un
rifacimento della sua rock opera e poi con l'album
Rage Before Beauty (Snapper, 1999), le cui registrazioni erano
iniziate nel 1981. E bisogna ammettere che i tre brani cardine,
Passion Of Love (una specie di Gloria dei Them),
Everlasting Flame (una specie di Paint It Black degli Stones) e
Vivian Prince (un blues alla Bo Diddley nello stile dei tardi Who),
sono degni dell'epoca d'oro del gruppo.
All Light Up (2000) è il singolo che sembra preludere a una nuova
carriera.
La formazione era praticamente la stessa anche per Balboa Island (2007), sebbene il sound fosse molto più pop (o almeno provasse a esserlo).
Phil May è morto per le conseguenze di un'operazione chirurgica nel maggio 2020, all'età di 75 anni.
Viv Prince è morto in Portogallo nel settembre 2025, all'età di 84 anni.
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