- Dalla pagina su Scott Walker di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Antonio Buono, modificato da Stefano Iardella)

Scott Walker (Scott Engel), nato a Hamilton nel 1943, è stato una delle tante pop star degli anni '60 in grado di sfornare ritornelli radio-friendly per il consumo delle masse, lanciato da una campagna di marketing che poneva l’accento più sui suoi graziosi look che sulle sue canzoni prive di ispirazione (ti suona familiare questa cosa ? sì, quelli erano i giorni dei teen idols e dei Beatles).
Tuttavia i suoi album solisti sposavano un suono easy listening old-fashioned a meditazioni filosofiche e scenari lugubri, creando in questo modo una nuova forma di ballata, anticipando David Bowie, Julian Cope e il trip-hop.

Californiano di nascita, il cantautore Scott “Walker” Engel formò i Walker Brothers con Gary Leeds (ex batterista degli Standells) e John Maus. Il loro primo successo, Love Her, prodotto da Jack Nitschze, uscì nel 1965, poi si trasferirono in Inghilterra, dove ebbero altri tre successi: Make It Easy On Yourself (di Burt Bacharach), My Ship Is Coming, Sun Ain't Gonna Shine (di Bob Crewe).
Riuscirono così a pubblicare dieci album (tutti finiti in top ten) in tre anni, poi si sciolsero nel 1967.
Walker era la star, un “teen-idol” che si identifica con canzoni lacrimevoli e con arrangiamenti sinfonici. Divenne il re della ballad malinconica e melodrammatica, ma in realtà era diventato un alcolizzato e aveva tentato il suicidio.

Scott 4 (Philips, 1969) manteneva l’influenza di Brel, ma ora le composizioni erano tutte sue e gli arrangiamenti si rifacevano più a Morricone che non a Bacharach e a Spector (Seventh Seal, Boy Child, The Old Man's Back Again). Le sue canzoni erano ambientate in un decadente milieu di prostitute, gangster e diseredati, ma eseguite con uno stile operistico.
Boy Child (Fontana, 1992) è una collezione di canzoni dei primi quattro album composte da Walker.

Til the Band Comes In (1970) aveva qualche numero magistrale (la title-track), ma nell’insieme non reggeva il confronto con i precedenti album.
The Moviegoer (1972) conteneva soltanto cover.
Stretch (Columbia, 1973) è un disco country.
Any Day Now (1973) e We Had It All (1974) erano opere mediocri come le precedenti.

Nel 1975 una reunion dei Walker Brothers diede vita all’hit No Regrets (scritto da Tom Rush).

No Regrets (1992) è un’antologia dei successi.

Walker visse in isolamento fino al 1984, quando tornò con il suo album più cupo di sempre, Climate of Hunter (Virgin, 1984), opera di un artista consumato ma anche di un'anima tormentata.
Un altro album tardivo, Tilt (Fontana, 1995), stravolgeva le convenzioni della canzone pop a tal punto che i “pezzi” suonavano come lieder austeri: il canto pseudo-gregoriano con archi di Farmer in the City (un requiem per Pierpaolo Pasolini), gli otto minuti di Patriot (l'altro inno con venature di archi), il rumoroso e apocalittico The Cockfighter, la distorta Tilt, la tragica toccata d'organo di Manhattan (rovinata da un ritmo dance inetto). È un programma scarno, intriso di effetti sonori e paesaggi sonori per lo più vuoti. La manifestazione definitiva dell'umore dell'album è l'atmosfera gotica di nove minuti di Bouncer See Bouncer, con la voce sola in un vasto spazio vuoto con un tremore elettronico e un lontano boato. Il suo tenore pomposo e straziante è posizionato in modo unico a metà strada tra la musica classica e quella pop. Non è la più bella delle voci, ma ciò che manca in eleganza, anima, psicologia e potenza lo si guadagna in termini di maestosa intensità. Poiché la maggior parte delle canzoni è priva di arrangiamenti orchestrali, gli effetti sonori svolgono un ruolo chiave nel creare l'atmosfera.

Peccato che sia diventato un “autore” quando ormai nessuno gli prestava più attenzione.
Five Easy Pieces (Universal, 2003) è un'antologia di cinque dischi (niente out-take, demo, materiale inedito o altra roba assortita).

Drift (4AD, 2006), il primo album in undici anni, suonava come una versione meno rigida di Tilt. Walker era adesso in grado di fondere la posizione del compositore classico, l'atmosfera cupa del dramma espressionista, l'estetica psicologica dello scultore sonoro e la gravità letteraria del bardo nazionale, ma si limitava ancora ad arrangiamenti scarni, una sorta di contraddizione in termini. Inoltre, il ciclo era permeato dall'angoscia paranoica degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, sebbene diluita in kammerspielen semiotici ed esistenziali come Jesse (“Sono l'unico sopravvissuto”) o metaforicamente trasmessa tramite il dramma storico di 13 minuti Clara (una recitazione cruda in un paesaggio sonoro terrificante che fa sembrare Tilt positivamente edificante).


(Tradotto da Matteo Nicoli)

L'assenza di musica è ciò che rende Cue davvero potente: Walker non è mai spaventato dall'idea di lasciar che la musica muoia. Quando risorgono dagli abissi, gli strumenti a corda simulano delle urla, conferendo un tocco umano ad un melodramma infernale. La scelta testarda di Walker di "non" arrangiare le sue melodie è ciò che le rende così snervanti. In effetti le uniche arrangiate in maniera relativamente massiccia (Jolson and Jones e la gotica The Escape) non se la sono passata molto bene. Come sempre, la parte più vulnerabile del progetto di Walker era la sua voce (i suoi testi sono di poco al secondo posto)

Big Bosch (4AD, 2012), con un'orchestra d'archi diretta dal tastierista Mark Warman contiene lo psicodramma SDSS1416+13B della duarata di 22 minuti, perlopiù recitato in un tono quasi spaventoso tra percussioni e suoni elettronici.

Soused(4AD, 2014) è una collaborazione con Sunn O))). Fondamentalmente il duo si proponeva di musicare le lunghe ed astratte meditazioni di Walker. Il problema è evidente in 1999 Lullaby (9.22), per la quale il duo di strumentisti non riuscì a proprio a trovare una musica adeguata. Quando il duo riuscì nell'intento, le liriche cantilenanti di Waler divenirono un ostacolo. Brando (8.43) è una terrificante traccia fantascientifica post-apocalittica, che mescola l'horror industriale a Welcome to the Machine dei Pik Floyd, ma la sua atmosfera è completamente rovinata dal brusio di Walker. Il ronzio della chitarra distorta e l'organo squillante possono fare poco per riscattare Herod 2014 (11.59) dal suo torpore, e in effetti, nella seconda metà vengono introdotti un buon numero di nuovi artifici, che si dimostrano, tuttavia inutili. In Bull (9.20), sembrerebbero aver rinunciato, limitandosi a lasciar ronzare la chitarra. Il culmine arriva a metà di Fetish (9.09), dove un coro di "om" entra nella mischia sollevando il ritmo. Troppo poco, troppo tardi. Il modo in cui Stephen O'Malley e Greg Anderson accompagnano e valorizzano il cantato di Walker è ammirabile, senza le parti vocali infatti, questo sarebbe stato un grande seguito al loro Monoliths & Dimensions.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Scott Walker ha composto le colonne sonore per i film di Brady Corbet The Childhood of a Leader (2015) e Vox Lux (2018), che si annoverano tra le sue opere più creative.
Walker è morto di tumore a Londra nel 2019, all'età di 76 anni.


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