- Dalla pagina sulla Band di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
La Band nacque come umile gruppo di side-men, ma divenne uno degli act più creativi e influenti del roots-rock. Questi musicisti insegnarono alla loro generazione (e alle generazioni successive) come assimilare, rivisitare e fondere gospel, blues, country, soul e musica rock. I loro album furono determinanti nel dare inizio all'era del "riallineamento" dopo gli eccessi dell'era hippy, ma il loro "riallineamento" fu un equilibrio tra vecchio e nuovo, non solo una sfacciata "resa" nei confronti del "vecchio". Nel corso degli anni, il loro atteggiamento anti-star e anti-eroe fu un gradito sollievo dallo sfruttamento commerciale della musica rock. Il loro lavoro fu particolarmente influente nell'introdurre elementi della musica gospel nel rock and roll.
Bio:
La Band fu un caso più unico che raro della musica rock. I loro primi album
catturarono una dimensione privata/domestica e rustica che sembrava un paradosso
nell'era del folk-rock (fenomeno urbano) e degli hippies (fenomeno pubblico
e comunitario) e lo fecero con un piglio che si riallacciava direttamente
agli stili dei musicisti più umili delle zone più depresse d'America: i folksinger
degli Appalacchi e i predicatori gospel delle chiese del sud.
Al tempo stesso immisero in quelle musiche uno spirito austero, degno della
musica da camera, e solenne, degno della musica religiosa.
La Band (alle origini The Hawks) si formò in Canada nel 1960 per accompagnare il rocker Ronnie Hawkins dell'Arkansas.
Il batterista Levon Helm (l'unico non nato in Canada e il primo a suonare per Hawkins), il bassista Rickie Danko,
il pianista Richard Manuel, l'organista Garth Hudson e
il chitarrista Robbie Robertson
(figlio di un ebreo e di un'indiana Mohawk)
componevano un valido gruppo d'accompagnamento che venne notato e portato
al Greenwich Village di New York nel 1964, quando si chiamavano
Levon and the Hawks.
Bob Dylan li ingaggiò nel 1965
per la sua clamorosa conversione alla musica elettrica e da quel momento
rimasero nel suo entourage. Quando Dylan si ritirò a vivere nei boschi di
Woodstock, in una casa chiamata "Big Pink", la Band lo seguì.
In quell'atmosfera bucolica Dylan e la Band
registrarono quelli che divennero famosi come i Basement Tapes (1975),
ma la Band cominciò anche a scrivere del materiale proprio, che avrebbe
costituito il primo album, uscito nel luglio 1968.
Music From Big Pink (Capitol, 1968) è uno degli album che segnarono
la svolta decisiva dall'acid-rock al country-rock.
Lasciandosi alle spalle le lunghe improvvisazioni lisergiche, la Band ritornò
al formato tradizionale della canzone e adottò un sound radicato nelle
musiche tradizionali dell'America.
L'esperimento riuscì perchè la Band era composta da cinque musicisti
d'eccezione. Vantava forse la miglior sezione ritmica dell'epoca, poderosa,
solenne, esuberante e concisa, una
delle migliori di sempre. Aveva due tastieristi che si complementavano a
meraviglia, da un lato il piano gospel di Richard Manuel e dall'altro
l'organo "Bach-iano" di Garth Hudson.
E poteva contare sulla personalità catalizzatrice di Robbie Robertson,
che conferiva alle canzoni un tono che era un misto di
esistenziale, mistico ed epico.
Robertson era anche un chitarrista originale, che usava il pedale wah-wah per
riprodurre il suono tradizionale della "steel guitar".
Il gruppo non aveva paura di sperimentare gli accostamenti più insoliti,
scorrazzando fra
gospel, spiritual, blues, country, soul, cajun, ragtime, rock and roll, funk
e un pizzico di musica barocca da chiesa.
L'insieme era orecchiabile, trascinante e surreale.
La Band viveva in una singolare zona di confine del panorama musicale
dell'epoca e forse di tutte le epoche.
Al tempo stesso il disco propugnava valori morali che erano tanto insoliti
quanto la musica. La Band aderiva ai valori dell'"american way of life":
prima di tutto i capisaldi di casa e famiglia (il domestico),
poi l'amore per la campagna, la prateria e la natura
(il rurale) e infine gli ideali della grande nazione, libertà ed
eguaglianza (il patriottismo).
La Band coltivava insomma un folk "conservatore",
senza la retorica nostalgica del conservatorismo, e semmai con un tono
sobrio e bonario;
aderiva a valori antiquati, ma senza farne una piattaforma politica.
Nulla poteva contrastare di piu' con l'ethos dell'era hippy.
Music From Big Pink (Capitol, 1968) divenne subito celebre perchè
conteneva alcuni inediti di Bob Dylan, che in quell'anno taceva.
Ma in realtà vale soprattutto per la parata di canzoni robuste e agrodolci,
fra le quali spiccano le composizioni di Robertson, più sofferte,
e quelle di Manuel, più vivaci.
Fra le prime si contano il gospel sincopato di To Kingdom Come,
Chest Fever, con una demoniaca apertura d'organo barocco, un andamento
da boogie sofferto e un intermezzo da Salvation Army,
la maestosa ballata esistenziale The Weight, cantata con il fervore
e il dolore di uno spiritual e suonata con uno stile ibrido di danza
pellerossa e di pianismo di saloon (il loro insuperato capolavoro).
Di Manuel sono invece la commossa In A Station, con accenti country e soul,
e We Can Talk, uno dei loro ritornelli soul più ariosi e gioviali,
simile nella struttura dei cori alle novelty di doo-woop.
Quel primo album era in realtà stato soltanto un tentativo ancora incerto.
Fu il secondo, Band II (Capitol, 1969), a spiccare decisavamente il
volo, a tagliare i ponti con i pregiudizi hippy. è curioso che il gruppo
si fosse appena trasferito in California, a Los Angeles.
Il disco era questa volta interamente composto da Robertson, senza alcuna
influenza di Dylan. Era superbamente arrangiato, con Levon Helm in evidenza
come forza guida tanto del canto quanto del loro caratteristico ritmo
sincopato. L'album è
ancora più vario e denso, condiversi altri classici del loro stile straccione
e dinoccolato, mutuato un po' dalle bande cittadine degli anni '20,
un po' dagli entertainer delle barrelhouse,
un po' dai complessi country di paese, un po' dai minstrel ottocenteschi.
Il gruppo rispolvera la civiltà della Frontiera,
sfrutta a fondo il filone della leggenda, vagando fra bivacchi di
emigranti e meridione razzista, e al tempo stesso esplora la più umile
musica di villaggio dei decenni ruggenti, facendo ricorso a orchestre di tube
e cori da pub. A scandire il passare del tempo sono soprattutto le metamorfosi
delle tastiere: pianole rag, organetti di strada, organi a canne e organetti
gospel si alternano alla guida.
Sfilano così The Night They Drove Old Dixie Down,
mesta rievocazione dello stile delle bande rurali dei primi del secolo,
lo scoppiettante Rag Mama Rag, a ritmo di tuba e con fughe sgangherate
di piano honky-tonk,
Across The Great Divide, un rhythm and blues nello stile jump di New Orleans,
il country corale di When You Awake,
e Look Out Cleveland, soul accelerato in un doo-woop ironico.
Ma non mancano anche poderose e sincopate canzoni da ballo, come
Up On Cripple Creek, con le sue cadenze funky,
Jemina Surrender, boogie strascicato e festoso,
e Jawbone, lo spiritual più marziale della loro carriera.
Anacronistici campagnoli attaccati ai valori della famiglia e dalla Bibbia,
i cinque
fabbricano in piena guerra generazionale un fenomenale rock bucolico,
amato e rispettato sorprendentemente un po' da tutti.
La Band non seppe però mai più ripetersi. Stage Fright (Capitol, 1970) contiene per lo più litanie malinconiche e autobiografiche come Daniel And The Sacred Heart, Stage Fright e The Shape I'm In, mentre le più vivaci Strawberry Wine e WS Walcott Medicine Show sono una pallida copia del disco precedente. Cahoots (Capitol, 1971) è un fallimento di lusso: Robertson cercava testardamente la perfezione formale, trovandola soltanto in Life Is A Carnival e River Hymn.
Moondog Matinee (Capitol, 1973) è semplicemente un tributo alle musiche dei loro primordi, al rock and roll e al rhythm and blues degli anni '50.
La Band aiutò Dylan a registrare Planet Waves (1974).
Northern Lights Southern Cross (Capitol, 1975) riuscì dove Cahoots era fallito, e non era indegno dei primi due album. L'epopea di Acadian Driftwood, in particolare, e anche It Makes No Differencesono brani ambiziosi e complessi che si avvalgono della moderna tecnologia elettronica.
Ma Islands (Capitol, 1977)fu invece un album orribile, raffazzonato per ragioni contrattuali. Lo scioglimento della Band venne celebrato con un concerto d'addio del 1976 a San Francisco che divenne un evento colossale, filmato da Martin Scorsese e riportato sul triplo album The Waltz, un evento che sembrò mettere fine a un'epoca intera e mandare in pensione un'intera generazione (erano appena usciti i primi dischi di new wave e punk-rock).
To Kingdome Come (Capitol, 1989)è la migliore antologia.
Il primo album solista di Rickie Danko, che nella Band era sempre rimasto un po' in ombra, Rick Danko (Arista, 1977), è in realtà una felice appendice alla storia del gruppo, con il piano gospel di Manuel in Share It e la forte chitarra di Robertson in Java Blues a sprizzare ancora energia creativa.
Robertson, a sua volta, scrive colonne sonore per Martin Scorsese
e soltanto a 44 anni avvia
la propria carriera solista, confermandosi con Robbie Robertson (Geffen, 1987)
un piccolo grande eroe della gente
comune, un menestrello della vasta epopea americana
(Fallen Angel,
Sweet Fire Of Love, con gli U2)
e più che mai subconscio collettivo del popolo pellerossa
(Broken Arrow).
L'album presenta un sound moderno,
molto lontano dalla Band, forse anche per merito del produttore Daniel Lanois.
Levol Helm ha pubblicato The RCO All Stars (ABC, 1977), con Steve Cropper, Dr John e Paul Butterfield, American Son (ABC, 1978), e Levon Helm (ABC, 1982).
Richard Manuel, l'alta, tragica voce di tante delle loro ballate, si è suicidato al termine di uno spettacolo (impiccandosi) nel 1986, alcolizzato e drogato, all'età di 42 anni.
Robbie Robertson ha composto le colonne sonore per il regista Martin Scorsese e poi, all'età di 44 anni, ha iniziato una carriera da solista.
Robbie Robertson (Geffen, 1987) è il sermone di un umile eroe della gente comune, bardo della vasta epopea americana nonché voce dell'inconscio collettivo del popolo nativo-americano. Il suono, però, è duro e rumoroso, quasi frenetico per gli standard della band, probabilmente a causa dell'influenza del produttore Daniel Lanois. Fallen Angel, dedicata a Manuel, apre la raccolta con fragorose percussioni sincopate, voci strazianti, chitarra squillante e droni di tastiera fluttuanti. L'intero paesaggio sonoro (voce e strumenti) di Somewhere Down The Crazy River ricorda le produzioni più elaborate di musica soul (Norman Whitfield, Marvin Gaye). C'è anche una collaborazione con gli U2, il ruggente shuffle alla Bo Diddley di Sweet Fire Of Love. Il fulcro morale è il requiem dei nativi americani Broken Arrow, un doppio smacco di lugubre canto soul e atmosfera di suspense, ottenuto tramite uno sfondo diluito di suoni strumentali vagamente accoppiati.
Robertson flirta ripetutamente con la musica dance. Showdown At Big Sky combina i poliritmi forti e spessi dei Talking Heads con la propensione viscerale "shout and rock" tipica di Bruce Springsteen. Al suo apice melodico, il ritmo tribale di American Roulette (una delle canzoni più dure) si trasforma in ritmi da dancefloor. Il flirt si trasforma in una relazione vera e propria con la fusione esplosiva di hard-rock e disco-music di Hell's Half Acre, che suona come Stan Ridgway in una cover dei Guns N' Roses, e la martellante musica funk (piena di furiose fanfare di fiati) di Testimony.
Robertson ritornò sulle scene con Storyville (Geffen, 1991), un concept album che si legge come un tributo alla New Orleans di inizio secolo (fece arruolare anche i Neville Brothers e i Meters). È anche un denso pastiche strutturale che si regge sui suoi puri valori musicali (Night Parade, Soapbox Preacher, Shake This Town, What About Now, Sign of The Raibow).
Lo svantaggio di entrambi i suoi album è che si basano su un suono preso in prestito da qualcun altro (un produttore o una città). Sono personali come un discorso di Martin Luther King letto da una diva del porno.
Ancora una volta, passarono molti anni prima che Robertson realizzasse un altro album, Music for the Native Americans (Capitol, 1994). Continuando il suo esperimento con l'impollinazione incrociata stilistica e assimilando le ultime tecniche di elettronica e campionamento, Robertson ha realizzato il suo lavoro più ambizioso fino ad ora, Contact From The Underworld Of Red Boy (Capitol, 1998), nonostante alcuni momenti davvero imbarazzanti. La world-music psichedelica di The Sound Is Fading non è particolarmente originale, ma il funk-soul tribale di Making A Noise si colloca a metà strada tra Tusk dei Fleetwood Mac e I Heard It Through The Grapevine di Marvin Gaye. L'album cade improvvisamente in uno stato d'animo sommesso e malinconico. Voci in stile Enya galleggiano sui ritmi elettronici che alimentano il lamento di Unbound. Un battito cardiaco elettronico pompa vitalità nell’anemica litania di The Lights. Tuttavia, l’atmosfera inquietante creata da alcune delle migliori meditazioni è rovinata da ballate banali e stereotipate. Non riesce a ingranare con l'inno Stomp Dance o a capitalizzare con l'orecchiabile ritornello della ricca campionatura Take Your Partner by the Hand. E il canto piuttosto banale dei nativi americani Peyote Healing sembra appartenere a un altro album.
Nel frattempo, Rick Danko ha registrato Danko Fjeld Andersen (Rykodisc, 1990) con Jonas Fjeld ed Eric Andersen.
Danko, Hudson e Helm si riunirono come Band e registrarono gli album Jericho (Pyramid, 1993), che contiene almeno un brano degno del passato (The Caves Of Jericho), High on the Hog (Pyramid, 1996) e Jubilation (River North, 1998). In mancanza di un compositore granitico, il repertorio era particolarmente utile e ci si basa principalmente sulle cover. Danko morì nel 1999 all'età di 56 anni.
Dopo essersi ripreso da un cancro alla gola, Levon Helm ha sprecato il suo talento in Dirt Farmer (2007) ed Electric Dirt (2009), entrambi dedicati alle cover.
Ramble at the Ryman (2012) è un album dal vivo.
Levon Helm è morto di cancro nel 2012, all'età di 62 anni.
A Musical History (2005) è un cofanetto antologico della carriera della Band composto da cinque CD.
Robertson ha trascorso gran parte della sua vecchiaia lavorando alla musica per film, in particolare per Martin Scorsese (Raging Bull, 1980; The King of Comedy, 1983; Casino, 1995; The Departed, 2006; The Wolf of Wall Street, 2013; The Irishman, 2019; Killers of the Flower Moon, 2023).
How to Become Clairvoyant (2011) di Robertson era ricco di ospiti famosi ma privo delle sue tipiche elegie. Il suo ultimo album da solista è stato Sinematic (2019).
Robbie Robertson è morto per un cancro alla prostata nell'agosto 2023, all'età di 80 anni.
Garth Hudson, ultimo superstite della Band, è morto durante il sonno in una casa di cura nel gennaio 2025, all'età di 87 anni.
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