- Dalla pagina su Joni Mitchell di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Joni Mitchell non fu solamente la voce della rivoluzione femminile, ma anche una delle musiciste più innovative dell'epoca. Nonostante le radici hippie, sviluppò un modo di cantare aristocratico, austero e "adulto" (spesso completato dal pianoforte neoclassico) che seppe usare per vivisezionare la sua stessa ansia, mentre raccontava l'insicurezza psicologica della sua generazione e del suo sesso. Questo ambizioso programma alla fine sposò il suo stile confessionale con il jazz fusion e altri idiomi non rock. Gran parte della sua arte è autobiografica, dedicata alla sua stessa maturazione ed evoluzione, ossessionata dalla missione di trovare un significato storico universale per la sua storia personale. Se Clouds (1969) e Ladies Of The Canyon (1970) erano ancora album folk-rock intrisi di “West-Coast sound”, Blue (1971) segnò un monumentale passo avanti: iniettò il flusso di coscienza nella ballata folk e la sua voce divenne uno strumento finemente accordato, capace sia di interpretazioni colloquiali che operistiche. Questo diario introspettivo si basava su intense composizioni incentrate sul pianoforte, contorte e leggermente nevrotiche. Un'altra autoanalisi paranoica, un altro formidabile atto del suo dramma autobiografico, For The Roses (1972), chiuse quell'era di sperimentazione. Court And Spark (1974) fu un lavoro molto più leggero e morbido, sebbene mostrasse la sua abilità nell'assorbire elementi soul e jazz. L'autoindulgenza trionfò di nuovo su Hejira (1976), il suo secondo capolavoro e un'altra sbalorditiva applicazione musicale del flusso di coscienza. Le sue successive avventure nel jazz e negli arrangiamenti elettronici furono presuntuose e poco focalizzate, con la notevole eccezione di Night Ride Home (1991).


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Joni Mitchell fu una delle musiciste più influenti degli anni '70. Per dar voce alle crisi della femminilità (uno dei temi cardini di quell'era), Mitchell ha creato una delle voci artistiche più aristocratiche del rock, in palese contrasto con le sue origini hippie. In mezzo a tanta musica adolescenziale, l'opera di Joni Mitchell rappresenta comunque uno dei primi esempi di rock per adulti, anche se l'egocentrismo della cultura hippie l'ha spinta a dedicare troppa arte a se stessa, a indulgere nello stile confessionale, a cercare un significato storico universale per le sue vicende personali. Mitchell è stata anche una delle prime musiciste rock a intraprendere una jazz fusion che non fosse limitata ad assorbire il ritmo jazz ma penetrasse in profondità l'infrastruttura della canzone rock.

La personalità della giovane Mitchell era una delle più affascinanti dell'epoca. Mitchell è una ragazza indipendente e intellettuale, inserita in un ambiente particolare, quello della musica. La sua sensibilità è diretta da un lato alla sua situazione, alla sua vita privata, costellata di ansie e felicità, dall'altro al mondo delle star, del quale conosce a menadito i più indiscreti segreti. La sua musica risulta così una sorta di cronaca psicologica intima e pubblica, confessione sia della sua condizione d'insicurezza sia del malessere dei divi in generale. Di sè rivela la ragnatela di paure, il senso di impotenza di fronte alla società e di fronte a se stessa, alla sua stessa scelta di indipendenza sociale. Svela la dorata prigionia delle star, il retroscena esistenziale dello spettacolo. Non denuncia, confessa.

Se Grace Slick è la ragazza dell'utopia, dei sogni, delle illusioni, Joni Mitchell è la ragazza reale, quotidianamente impegnata a sopravvivere come individuo ed artista, una ragazza la cui vita è fatta di abitudini, e di incidenti che alterano queste abitudini. Ed è una ragazza piena di contraddizioni, prima fra tutte quel rapporto di odio e amore nei confronti della California e dell'America tutta, disprezzata ed agognata allo stesso tempo. La morale, malinconica, è la contraddizione insita nella Contestazione stessa, in un modo di vivere giovanile che godeva la propria civiltà e voleva contemporaneamente distruggerla, senza averne la forza nè fisica nè morale.
Joni Mitchell è frutto di queste contraddizioni generazionali.

Nei propri testi la donna riesplora maniacalmente le proprie inquietudini, affonda il coltello nella piaga godendo del dolore e dell'atrocità mentale che si auto-infligge. Le sue accese brame sentimentali hanno sempre un che di cerebrale che le situa in un limbo di commiserazione universale, attaccate morbosamente a un senso cosmico della solitudine e dell'estasi.

La sua è una poetica di frammenti, di particolari, di piccoli fatti quotidiani, che lo svolgimento lineare delle sue storie, ora fiabe moderne con la tendenza a mitologizzare, ora acquarelli impressionisti, rendono immediati e naturali. Le sue canzoni hanno un tono discorsivo, piano e comune, si scolpiscono nella mente per il fascino di una melodia rappresa a un'immagine. La voce, cristallina, educata a un cantato da soprano, con la dizione limpida, le inflessioni agili, ha un modo quasi accademico, straniante, di porgere i versi.

Oltre che per far parte di una intelligentia rock, Mitchell è nota anche per la raffinatezza e l'atteggiamento signorile, in vistoso contrasto con i personaggi rock degli anni '60. L'intelligenza spiccata ne hanno fatto col tempo una musicista colta, capace di uscire dalle anguste stanze del folk per spaziare di là dal jazz d'avanguardia.

Joni Mitchell (Roberta Joan Anderson) iniziò a suonare la chitarra (o meglio l'ukulele) in Canada durante il college. Al termine del college (1965) sposò il cantante che le diede il nuovo cognome e che la portò negli USA. A Detroit la giovane Mitchell si fece conoscere come folk-singer dall'ugola pregiata e dalla parola svelta. Approfittò del divorzio (1966) per trasferirsi al Greenwich Village, dove venne scoperta e le sue canzoni divennero hits nelle versioni di cantanti pop come Judy Collins.

Giunta in California nel 1968, Mitchell entrò a far parte dell'entourage dei Crosby Stills, Nash & Young, diventando rapidamente la ragazza di Nash, la prima di una serie di avventure sentimentali con divi della musica rock. David Crosby le insegnò a suonare la chitarra con le caratteristiche accordature iper-cromatiche. Stills le fornì l'accompagnamento strumentale per le sue prime incisioni.
La musica di Joni Mitchell (Reprise, 1968), poi ristampato come Song To A Seagull, è ancora quella di una folk-singer pura che si accompagna soltanto alla chitarra acustica, suggestiva per quel modo gentile e ululato di portare il soprano (uno stile vocale che ricorda più il canto medievale o l'aria da opera) e per il silenzio quasi sacro che circonda i suoi solenni racconti. Tipiche del suo stile sono l'ineffabile ballata romantica di Michael From The Mountain, il crepitio pianistico honky-tonk e i contrappunti vocali yodel di Night In The City, l'impressionismo estatico e rarefatto di Song To A Seagull, la lirica e intensa Cactus Tree.

Clouds (1969) è, se possibile, ancor più austero. Le canzoni scorrono lente e delicate (l'estasi mitizzante di Tin Angel, la suspense mediterranea di Roses Blue) oppure si sospendono in una sorta di attonito soliloquio (The Fiddle And The Drum per sola voce, il flusso di coscienza classicheggiante di I Think I Understand).
L'apice melodico lo raggiunge però in due composizioni già fuori da questo stile: Both Sides Now, punteggiata da arpeggi e rintocchi impressionistici, e Chelsea Morning, sottolineata da un chitarrismo vivace e sincopato.

Il culmine del suo periodo "acustico" sono le soavi cantilene di Ladies Of The Canyon (1970), soprattutto Morning Morgantown, una delle sue melodie più gentili, e Circle Game, che sembra una filastrocca per bambini. è un album che alterna momenti rarefatti (For Free, una delle sue prime ardue ballate pianistiche free-form, e Rainy Night House) alle sue canzoni più "pubbliche": l'inno a Woodstock e l'ecologica Big Yellow Taxi, tanto ritmata da diventare il suo primo successo.
Joni Mitchell comincia in questo disco a suonare anche il piano, allontanandosi dal "West-Coast sound" e allargando le proprie possibilità espressive. Il suo soprano è ormai uno strumento perfettamente accordato, capace di alternare con fluida naturalezza recitativi, acuti drammatici, bisbigli in falsetto e gorgheggi d'opera.

Con Blue (1971) si compie la trasformazione lirica e musicale che la consacra ai vertici della musica introspettiva ed autobiografica.
Blue è una specie di diario di viaggio dopo la fine di un'esperienza sentimentale. La voce, finemente protesa e vibrante, tocca il culmine delle proprie possibilità canore, sprofondando in un continuo lamento nevrotico. Le composizioni sono complesse e involute, volutamente irte e anti-spettacolari, scarne fino al silenzio. I testi sono, più lirici e distaccati, affrontano senza falsi pudori i problemi della nuova etica sessuale, come Erica Jong sta facendo nei suoi romanzi.
Le armonie sono più ritmate e melodiche quando si accompagna alla chitarra (All I Want, Carey, California, The Flight Tonight) e rappresentano il modo californiano della sua arte, più sereno e vivace, nel segno di CSN&Y e del country-rock; mentre si affidano alle invenzioni e ai difficili equilibri della voce quando accarezza i tasti del pianoforte, e in questi si ascolta il modo "colto", europeo, della sua arte (Blue, My Old Man, River, The Last Time I Saw Richard), tutto soffuso e cerebrale. Vere e proprie sonate da camera, queste ultime rappresentano le conquiste armoniche più alte della musica di Mitchell.
Pur fra le numerose divagazioni il tema dell'album, dall'alto di una raggiunta saggezza romantica, è il conflitto fra amore e libertà: l'amore soffoca la libertà, e senza libertà non si può avere creatività. La solitudine diventa un male necessario per chi vuol realizzare la propria personalità. A questa tesi astratta Mitchell sacrifica la musica, ridotta a semplice testimone del suo dramma.

For The Roses (Asylum, 1972) chiude la trilogia dei capolavori folk. è un album decisamente al femminile che esplora la problematica amorosa dal punto di vista della donna. Se musicalmente è anche più astratto del precedente, in pratica è più accessibile. Le contorsioni vocali si sposano in modo più naturale alla musica e i testi evitano un po' della petulanza e dell'auto-commiserazione delle litanie di Blue a favore di un romanticismo più spontaneo. L'arrangiamento, oculatissimo, per la prima volta contempla fiati, archi, chitarra elettrica, batteria e basso, seppur dosati con discrezione. Una chiara indicazione che Joni Mitchell sta mutando direzione, privilegiando la musica rispetto ai testi.
La lingua pianistica di Blue si ascolta ancora in Banquet e in Judgement, ai due capi del disco, ma in Blonde In The Beachers se ne può osservare la trasformazione in un nuovo suono, più corposo e ritmato. Cold Blue Steel And Sweet Fire affascina per i vocalizzi quasi hawaiani e per l'arrangiamento sofisticato, Electricity è la sua versione del kitsch sentimentale, Let The Wind Carry Me è un rhythm and blues soffuso ed evocativo. L'orecchiabile You Turn Me On e il manifesto personale di Woman Of Heart And Mind, oltre a dare un vivido ritratto di sè, hanno la tipica impostazione californiana, sia nei vocalizzi sia nel fraseggio chitarristico.

All'interno della trilogia Ladies Of The Canyon è il più folk, Blue il più sperimentale, For The Roses la sintesi di un folk progressivo e intellettuale.

Giunta a un punto di perfetto equilibrio fra folk, musica colta e musica leggera, e fra angoscia ed estasi, Joni Mitchell decide di assimilare anche il jazz, in modo da bilanciare il suo pianto sommesso e seminconscio, e la nevrosi latente, con un fluente arrangiamento, anche se a scapito di quelle folgoranti lapidarie immagini-sensazioni di dolore.

Court And Spark (1974), primo e migliore in questa direzione, contiene anche il suo unico vero hit, il soul Help Me, con tanto di fiati kitsch in sottofondo. Archi da camera, ritmi vivaci e cori di contrappunto, smantellano l'impianto introspettivo di Blue, portando a compimento la progressione naturale che dal folk acustico per sola chitarra l'aveva portata all'ensemble di Roses. Un canto più sinuoso e meno avventuroso ricama le sue storie d'amante tradita su un tessuto armonico più variopinto (Free Man In Paris, Car On A Hill, Same Situation) e talvolta persino frizzante (il rhythm and blues scalmanato di Raised On Robbery, lo scat swingante di Twisted). Lo stile pianistico confessionale si replica soltanto in Down To You, tesissima e classicheggiante, e Court And Spark.

Hissing Of Summer Lawns (1975) indulge in quell'easy-listening di classe con risultati molto più mediocri, ma con ancora qualche spunto geniale (Edith and the Kingpin, (In France They Kiss on Main Street, Jungle Line, Shadows and Light).

Bisogna attendere un altro anno prima che l'artista si riprenda, con Hejira (1976), dedicato al viaggio compiuto da Maometto da La Mecca a Medina nel 622 (l'evento da cui ha inizio l'Islam), album concepito come il flusso di musica e parole che è nella linea di Blue, ma fedele al programma di rinnovamento musicale lanciato con Court And Spark.
Le ballate, ora calde e vivaci (Refuge Of The Road, un cocktail jazz d'atmosfera, Coyote a ritmo caraibico) ora tenere e introverse (Amelia, requiem per languidi rintocchi di slide e tintinni di vibrafono, Hejira, onirica e sconsolata grazie ai vortici di basso di Jaco Pastorius), sono per lo più road-song accompagnate da un discreto tessuto strumentale. Il tema unitario è l'autostrada, luogo di viaggi, di solitarie meditazioni, di avventure romantiche, di fughe, di addii, di ricordi. Svettano gli otto liricissimi minuti di Song For Sharon, sublimazione dello stile chitarristico e vocale californiano, e la spettrale ballata in chiave minore Furry Sings The Blues, con l'armonica arcaica di Neil Young.
D'altra parte l'intensità naive della prima Mitchell si è ormai del tutto deteriorata, e la cantante sembra sempre più assorta in una forma paranoica di auto-commiserazione che altro non è che un tipico snobismo da elite di pop-aristocratici.

Il successivo Don Juan's Reckless Daughter (1977) è un doppio ambizioso, con Pastorius al basso e Wayne Shorter al sax, che si perde per lo più in futili deliqui jazz (i sedici minuti per piano e orchestra di Paprika Plains, direttore Mike Gibbs, che esasperano fino alla paranoia lo stile confessionale di Blue), riuscendo raramente (nel soul involuto e opprimente di Jericho, nella delirante e quasi Indiana Don Juan's Reckless Daughter, o nella tribale e occulta Dreamland) a sfruttare proficuamente l'eclettismo e l'incandescenza del nuovo sound. La svolta jazz si concretizza in una collaborazione con Mingus, Mingus (1979), che contiene un solo brano di Mitchell (The Wolf That Lives In Lindsay), interrotta dalla morte del grande musicista. La pretenziosità di queste opere le aliena comunque la simpatia del pubblico.

Negli anni '80 la sua attività si dirada sensibilmente. Melodicamente affine a Court And Spark, squisitamente arrangiato alla Hejira, con testi più misurati e sinceri, caldi e profondi, anche se ruotano attorno ai soliti temi (ansia amorosa, le paure di una donna sola che invecchia), Wild Things Run Fast (Geffen, 1982) si situa a metà strada, in un piacevole entertainment intellettuale (Be Cool, You Dream Flat Tires, Love), che solo saltuariamente sa toccare corde poetiche (come in Chinese Cafè).

Dog Eat Dog (1985) è il suo album più commerciale, con arrangiamenti elettronici e temi d'attualità. Mitchell ammette la sua anima di yuppie, di animale salottiero, assume uno staff di tecnologi, adotta uno stile di canto da graffiante vocalist "vissuta", e scende in pista: il funk alienato di Fiction, il sinfonismo e le dissonanze agghiaccianti di Three Great Stimulants, l'etno-disco di Shiny Toys, il soul sentimentale e heavy-metal di Good Friends sono sottesi da un clima sinistro di suspense e di catastrofe incombente, nella linea dei Peter Gabriel e Kate Bush. Dog Eat Dog e Impossible Dreamer fungono da ponte con il suo stile classico.

Il cambiamento è clamoroso, ma non sorprendente. Il pudore delle favole morali di un tempo rivela tutto il suo anacronismo nell'atteggiamento freddo e disincantato con cui Mitchell osserva oggi il mondo reale, le tragedie politiche, le nevrosi urbane, il potere dei media, il consumismo, i disastri ecologici, le carestie, e gli altri mille mali del secolo. La donna Mitchell si è svegliata all'improvviso per rendersi conto che, mentre lei piangeva i suoi fallimenti amorosi, il mondo subiva tragedie ben più gravi. I tradimenti e gli oltraggi di cui cantava nei suoi dischi erano nulla in confronto a ciò che stava accadendo nel mondo. Aristocraticamente chiusa nel suo dolore, Mitchell non se n'era mai accorta. Il suo nuovo didatticismo suona comunque ipocrita e fuori luogo, sempre troppo astratto per essere sinceramente populista.

Chalk Marks In The Rain (1988) mette a fuoco questo nuovo stile di arrangiamento e lo riporta verso la sensibilità del periodo folk, con risultati avvincenti in My Secret Place, The Beat of Black Wings, The Reoccuring Dream, Dancin Clown (con Billy Idol) e Snakes And Ladders, e una sfilata di ospiti d'eccezione, da Willie Nelson a Peter Gabriel.


(Tradotto da Giovanna Radaelli)

Night Ride Home (Geffen, 1991) contiene due grandi brani (Slouching Towards Bethlehem, Come in From the Cold), un paio di intriganti meditazioni (Passion Play, Nothing Can Be Done) e Cherokee Louise, uno straziante ed autobiografico resoconto di abusi sessuali. Mitchell è incredibilmente fedele al proprio stile classico (soprattutto rispetto agli standard delle sue colleghe) e sembra aver riscoperto il potere della melodia. E’ senza dubbio il suo miglior disco dai tempi di Hejira.

Turbulent Indigo (Reprise, 1994), che si propone quasi come un concept album sociopolitico, è molto più debole del suo predecessore. L’album dà l’impressione di essere una predica alla gente dall’alto d un piedistallo, e molto raramente Joni Mitchell riesce a comunicare emozioni oltre che idee (The Magdelaine Laundries, Borderline). L’unica canzone che esce da questo discorso è la lunga The Sire Of Sorrow, nella quale compare Wayne Shorter, e che rappresenta una delle sue migliori canzoni di sempre.

Taming the Tiger (Reprise, 1998) è la sua peggiore collezione dai tempi di Wild Things Run Fast.

Both Sides Now (Reprise, 2000) contiene ballade orchestrali, per lo più cover jazz e pop.

Nell’agosto del 2000, Joni Mitchell ha realizzato la sua prima retrospettiva di dipinti.

Travelogue (Nonesuch, 2002) è un’antologia di due dischi.


(Tradotto da Tobia D'Onofrio)

A distanza di quasi un decennio dall’ultimo album in studio contenente materiale originale, Shine (2007) dimostra come la Mitchell abbia perso l’ispirazione. Divenuta la musa dell’easy-listenin (con l’overture strumentale One Week Last Summer e con l’andamento rilassato di Shine), un genere del quale aveva rappresentato l’antitesi all’apice della sua carriera, il suo cantato in questo album, anche nei momenti migliori, rimane oscuro ed opaco (sicuramente non si adatta a questo genere di ballate) ed i suoi testi sono così scontati che a tratti la fanno apparire come lo stereotipo di una nonna che brontola davanti a tutto ciò che c’è di nuovo in società. Night of the Iguana mostra la classe della perfetta cantautrice (e della chitarrista intelligente); peccato che sia soltanto un eccezione, piuttosto che la regola.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Nel 2015 Joni Mitchell ha subito un aneurisma cerebrale, ritirandosi di fatto dalle scene musicali per alcuni anni.
E' tornata a esibirsi nel 2022, al Newport Folk Festival.


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