- Dalla pagina su Van Dyke Parks di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Van Dyke Parks (Hattiesburg, 1943) ha svolto un ruolo fondamentale nella trasformazione della spensierata musica pop in una forma di austera musica da camera. Arrangiatore orchestrale per il rock psichedelico, Parks ha debuttato come solista con Song Cycle (1968), le cui vignette impressionistiche di vita quotidiana impiegavano una cornucopia di curiosità sonore e citazioni musicali, e suonavano piÃđ come un affresco apocalittico della civiltà americana che come un album pop. Parks ÃĻ stato anche un pioniere del rock nostalgico con Discover America (1972), un omaggio satirico al calypso. Gli album concettuali di Parks ricordano le operette-collage di Frank Zappa. Ha applicato la tecnica cinematografica del "montaggio" al formato della musica kitsch.
Bio:
Van Dyke Parks (nato nel 1943 nel profondo Sud, in Mississippi, ma cresciuto a Hollywood) è un personaggio eccentrico e geniale che ha compiuto una delle operazioni più ardite sulla musica melodica, trasformando il "pop" in una forma di musica da camera, immettendo lo "zeitgeist" dell'era post-moderna in un sound semplice e rilassante, adattando la tecnica cinematografica del "montage" al formato della musica kitsch.
A Hollywood fece la solita trafila: aspirante attore, aspirante cantautore, aspirante compositore di colonne sonore, session-man per gli studi di registrazione (suona il piano su Eight Miles High dei Byrds), e finalmente produttore. Quando produsse due hit di bubblegum nel 1967, Parks ottenne le credibilità che andava cercando.
Le sue idee grandiose non ebbero molta fortuna, però: Smile, l'album leggendario dei Beach Boys di cui curò la produzione, venne cancellato (è suo il montaggio testuale di Heroes And Villains), Tim Buckley, Ry Cooder, Frank Zappa e tanti altri usarono il suo genio musicale ma non divennero certamente stars. Parks si conquistò comunque una meritata fama come arrangiatore orchestrale, come sorta di anti-Bacharach, capace di stravolgere il significato di "orchestra" in un modo che non era meno eversivo della psichedelia di quegli anni.
Tipico topo da studio di registrazione, Parks avrebbe registrato ben pochi dischi a proprio nome, ma avrebbe sorpreso ogni volta l'ambiente con le sue folli virate controcorrente.
Song Cycle (Warner, 1968 - Edsel, 1986), frutto di quattro anni di gestazione, è l'album in cui Parks poté finalmente sfogare le sue idee rivoluzionarie in fatto di arrangiamento. Forse per la prima volta nella sua storia, la canzone di musica leggera acquisiva la statura di un pezzo di musica da camera. Il "ciclo" di vignette impressionistiche sulla vita quotidiana di Los Angeles impiega un catalogo impressionante di trivia sonori: orchestre, distorsioni vocali, atonalità, fanfare da banda marciante, rumori, cori, marcette da music-hall, effetti psichedelici, fantasie melodiche da colonna sonora. Parks rivisita l'intera storia della canzone, dal parlor song di Stephen Foster al crooning di Cole Porter, per comporre un affresco apocalittico della civiltà di plastica, un'operazione simile a quella compiuta da Charles Ives con le sue sinfonie per frenetico accumulo di dati sonori e alle operette-collage del primo Frank Zappa.
Parks è il cantastorie di un evo indefinito, che riassume tutti i precedenti. Più vicine allo spirito gioviale dell'era del ragtime sono Palm Desert e The All Golden, che riportano alla mente passeggiate sui boulevard o serate alla fiera, mentre oppresse da suoni cupi e marziali sono le più espressioniste Widow's Walk e By The People, il capolavoro, in cui gli infiniti spunti comici servono da contrafforte ad un'atmosfera che è in effetti tragica. In queste seconde si coglie il vero spirito dell'opera, che è soprattutto musica della spersonalizzazione e della solitudine, musica dell'agonia dell'individuo soffocato da una folla incomprensibile di segni.
Parks ovviamente godeva nell'impersonare il cantautore più anacronistico del mondo, nello scodellare graziose ed eleganti gag d'epoca, nel giocare con un apparato grottesco di orchestre, cori femminili, tromboni, fisarmoniche.
L'album elenca 78 musicisti che parteciparono alle registrazioni. L'unico brano strumentale, Donovan's Colours, originariamente un singolo del 1968 pubblicato con lo pseudonimo George Washington Brown, era un esempio ante-litteram di decostruzione postmoderna.
Parks fece finalmente carriera nell'industria discografica e per qualche anno fu troppo impegnato con il lavoro. Quando finalmente uscì la continuazione a quel primo capolavoro, Discover America (Warner, 1972 - Edsel, 1986) rimise tutto in discussione. Il disco era uno scherzo clamoroso: un omaggio vergognoso al calypso. In realtà dietro lo stile si nasconde un altro esercizio di impressionismo populista, una riproduzione fotostatica degli anni '30. Ad aumentare le somiglianze con Frank Zappa, le canzoni sono satire esilaranti dell'Establishment. Benché meno rivoluzionario del precedente, l'album è altrettanto creativo e ha anche il vantaggio di essere di facile ascolto.
The Clang Of The Yankee Reaper (Warner, 1975) fu una delusione (a parte la title-track) perché proponeva un "pop" molto più convenzionale (e molte cover). Non a caso, Parks avrebbe taciuto per quasi un decennio.
Jump (Warner, 1984), basato su novelle del folklore sudista, torna invece al kitsch "d'autore" di Song Cycle, sempre ispirato dal musical e da Frank Zappa (l'ouverture strumentale di Jump), rifacendo il verso al ragtime (Hominy Grove), ai cartoon di Walt Disney (Come Along), ai balletti del varietà (Many A Mile To Go), alla musica da circo (l'altro strumentale Taps), agli sfarzosi show di Busby Berkeley (Look Away), ai cafè concerto (Opportunity For Two), all'operetta viennese e alle bande marcianti.
Tokyo Rose (Geffen, 1986) è un altro concept album, questa volta basato sulle relazioni tra Oriente e Occidente. Tornato alla sua ossessione per il calypso, Parks sforna il suo lavoro meno ispirato dopo Yankee Reaper.
Orange Crate Art (Warner Bros., 1995) è una collaborazione con Brian Wilson, ma scritto per lo più da Parks, e segna un ritorno alle sue ninne-nanne preferite, ottimiste, celestiali e caraibiche (Island In The Sun) e al suo fornato preferito di ciclo di canzoni a tema (questa volta ambientate tra San Francisco e Sacramento). La produzione è di un Parks incredibilmente creativo e coesivo.
Moonlighting (Warner, 1998) è un album dal vivo che ritrae un Parks dall'animo umile e rilassato.
Arrangements Vol. 1 (Bananastan, 2011) è una raccolta di covers.
- Torna alla pagina su Van Dyke Parks di Piero Scaruffi -