- Dalla pagina su David Peel di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
David Peel, vero nome David Michael Rosario (Brooklyn, 1942), è stato uno dei cantanti folk più militanti e underground dell'epoca delle rivolte studentesche. Era un moderno menestrello del proletariato bianco, che terrorizzava il Lower East Side con esibizioni dal vivo agli angoli delle strade, accompagnato da musicisti di strada a caso. Questo barbone politico imitava ovviamente i predicatori di strada, solo che la sua religione era la marijuana, la sua Bibbia il rock'n'roll e la sua missione era smascherare l'ipocrisia della borghesia. I suoi album semi-improvvisati (o, meglio, gli "happening" pubblici) seguivano le orme del grottesco cabaret agit-prop dei Fugs e delle operette satiriche di Frank Zappa. Il tono isterico, sarcastico e insolente di Peel, la sua combinazione spartana/spastica di chitarra, armonica e tamburello (che contribuiva principalmente al ritmo), e l'entusiasmo ingenuo di tutti i partecipanti (responsabili di alcuni dei cori più agghiaccianti della storia della musica), crearono un nuovo tipo di musica folk. Il suo capolavoro, Have A Marijuana (1968), un sabotaggio demenziale di canzoni di protesta, hillbilly, blues e balli di piazza, fu un insulto epico al buon senso. Suonava musica folk con l'enfasi del punk-rock e gli arrangiamenti del pop "lo-fi". E la suonava con divina incoscienza. Nel 2008 (prima che pubblicassi la mia “Storia del rock e della dance music”), nessuna grande enciclopedia o storia della musica rock lo menzionava.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi, completato da Stefano Iardella)

Bio:
David Peel fu uno degli esponenti più intransigenti e buffi dell'underground militante degli anni '70. Peel era un folksinger di New York, ma sarebbe difficile trovare qualcosa in comune fra lui e gli altri (in particolare Bob Dylan). Peel era una sorta di moderno minstrel dei bassifondi bianchi che terrorizzava il Lower East Side con esibizioni agli angoli delle strade, accompagnato da uno sparuto gruppo di barboni come lui.

Era in fondo uno di quei predicatori un po' matti che passano la giornata a gridare nella folla, ma la sua religione era la droga e la sua Bibbia era il rock and roll. Peel non aveva remore a smascherare l'ipocrisia di una società che massacrava civili vietnamiti e perseguitava i pacifisti, ma si scandalizzava poi per qualche spinello.

I suoi dischi, semi-improvvisati per strada, continuavano la saga dell'agit-prop grottesco avviata dai Fugs e quella di satira sociale varata da Frank Zappa.

Peel lo si riconosceva subito per il tono psicotico, sarcastico e oltraggioso, e per l'accompagnamento spartano al massimo (una chitarra, un'armonica, sonagli).
Il suo stile si ispirava al folk degli Appalacchi e alla musica africana, al blues e ai cantastorie britannici, ma era soprattutto uno sfogo così perrsonale da trascendere qualsiasi genere.

I testi erano d'attualità, e non avrebbero nulla di universale. Ma il tono di innocente entusiasmo con cui Peel li urlava, quello sì aveva un valore universale. E aveva un valore non la lettera, ma lo spirito della sua ideologia (la bizzarra fede nella droga come rimedio a tutti i mali del mondo).

Il suo stravagante far musica per divertimento e vocazione si tradusse non in dischi ma in veri e propri happening pubblici. Quei dischi sono quaderni di appunti, note buttate giù alla rinfusa, senza alcuna pretesa di farne anche delle canzoni.
Politicamente parlando, l'operazione di Peel era forse meno efficace dell'assalto alla cultura dei Fugs, ma altrettanto, se non più, geniale.

Danny Fields degli Elektra lo scoprì nel marzo del 1968 e il produttore Peter Siegel lo fece registrare tra giugno e luglio (secondo i suoi ricordi).

Have A Marijuana (Elektra, 1968) è un album registrato in presa diretta, in mezzo alla gente del Lower East Side (ma registrato nel corso di quattro settimane estive con la supervisione del produttore Peter Siegel, e pubblicato in ottobre), e rimarrà un capolavoro del canto d'autore, benchè si tratti dell'esatto opposto. L'isteria genuina del cantante e l'imperizia grottesca dei collaboratori (che si limitano a produrre ritmo tribale, usando mani, tamburelli, chitarre, tamburi, e a far eco in coro) contribuiscono a cesellare un'atmosfera dell'assurdo, il cui unico fine sembra di contraddire sistematicamente tutti i luoghi comuni dell'industria musicale. Peel mette in scena un incalzante musical per sbandati che si snoda lungo ritornelli psicopatici, attinti dalla musica folk britannica e sudamericana e cantati in maniera sgolata e frenetica. Le gemme spastiche di questo vaudeville del manicomio sono Mother Where Is My Father, Happy Mother's Day, I Do My Bawling In The Bathroom. I suoi sketch comici sono comizi-farsa come I Like Marijuana, blues sarcastici come Here Comes A Cop, scioglilingua a ritmo di polka di The Alphabet Song). Si passa da apologie di reato e slogan politici degradati (il cha-cha di Up Against The Wall Motherfuckers) a drammi in miniatura che esorcizzano con una risata grossolana il disperato rabbioso grido di rivolta e l'anelito dadaista di libertà (il crooning gioviale di Show Me The Way To Get Stoned). Il tutto condito da acuti demenziali e un ritmo scatenato. L'atroce sceneggiata culmina nel gran corale finale di We Love You,

Peel all'epoca non lo sapeva, ma con Have A Marijuana aveva inventato il punk-rock: basta accelerare le sue canzonacce di strada e amplificarle al massimo per ottenere le cantilene corali del 1977.

Il secondo album, American Revolution (1970) registrato fra un evento politico e l'altro (Peel ha persino fondato il "Rock Liberation Front" e accusato pubblicamente Dylan di aver tradito la causa), sfodera la solita compagnia di dilettanti e ripete la formula d'esordio.

Il terzo Pope Smoke Dopes (1972) è anche il più audace sotto il profilo dei testi e il più musicale dell'intero set. La canzone popolare randagia e mentecatta, arrangiata con un nutrito equipaggiamento ritmico, è più che mai al servizio della satira, che va ben oltre la diffamazione e lo spregio, ma con un tocco di civetteria strumentale in più e finalmente con qualche accordo indovinato: l'autoritratto di I Am A Runaway, l'omaggio sentito The Ballad Of New York City a John Lennon, la danza di guerra degli indiani metropolitani Chicago Conspiracies, le gag corali di Everybody's Smoking Marijuana e The Hippie From New York City, a metà strada fra la sagra paesana, il girotondo per bambini, l'operetta e un blasfemo spiritual porno-allucinogeno. Con sconfinata fantasia melodica Peel mette a sacco due secoli di civiltà musicale americana, dai commercial televisivi al country and western, dal musical al doo-woop, passando ancora per il commosso blues violinistico con coro operistico di quella profana rappresentazione che è Birth Control Blues e culminando nella esilarante barzelletta finale, la grande esuberante festa collettiva, un ballo paesano d' altri tempi con tripudio generale, dedicata al fatto del secolo: The Pope Smokes Dope!

David Peel avrebbe continuato a registrare dischi per tutti gli anni '70, documentando le serate alternative di quegli anni eroici.
Non ha mai ovviamente goduto del favore delle case discografiche né è stato menzionato in alcuna importante enciclopedia della storia del rock.

Peel è morto per un attacco cardiaco nel marzo 2017, all'età di 73 anni.


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