- Dalla pagina sui Soft Machine di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
La scuola di Canterbury del rock progressivo britannico (uno dei movimenti più significativi nella storia della musica rock) nacque nel 1962 quando Hugh Hopper, Robert Wyatt, Kevin Ayers, Richard Sinclair e altri formarono i Wilde Flowers.
Wyatt, Ayers, Hopper e i loro nuovi amici Daevid Allen e Mike Ratledge formarono i Soft Machine (1966), mentre Sinclair e gli altri andarono a formare i Caravan.
I Soft Machine, una delle più grandi rock band di tutti i tempi, iniziarono con album come Volume Two (1969) ispirati al rock psichedelico con un tocco di estetica dadaista (ovvero, non-sensata); ma, dopo aver perso Allen e Ayers, virarono verso un'interpretazione personale del jazz-rock di Miles Davis in Three (1970), il loro capolavoro e uno degli album essenziali di jazz, rock e musica classica degli anni '70.
Tastiere minimaliste alla Terry Riley e fiati jazz caratterizzano tre delle quattro jam (in particolare, Facelift di Hopper). L'altra, The Moon In June, è la prima opera monumentale di Wyatt, che fonde una melodia delicata, un'atmosfera malinconica e una profonda umanità. The Moon In June rimarrà nel canone essenziale della musica ben oltre la scomparsa del rock. Una formazione ampiamente rivista, fortemente influenzata dagli ensemble jazz di Ian Carr e Keith Tippett, che nell'ottobre del 1969 aggiunse una sezione di fiati jazz composta da quattro elementi (in particolare Elton Dean), continuò la sperimentazione in modo più freddo, intellettuale e austero, ad esempio con la suite in quattro movimenti Virtually (1971), sul loro quarto album, e la futuristica 1983 (1972), sul loro sesto album.
Membri come Kevin Ayers, Daevid Allen e Robert Wyatt avrebbero poi intrapreso alcune delle carriere soliste più influenti e creative dell'intera storia della musica rock.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
La leggenda di Canterbury ha inizio in una cantina. Robert Wyatt (Bristol, 1945) emigrato a Dulwich (un quartiere di Londra) e stabilitosi nel 1956 a Canterbury, al principio degli anni '60 passa le giornate frequentando la locale “Simon Langston School” e le serate con i compagni di scuola Pye Hastings e Richard Coughlan a suonare nello scantinato di casa.
Nascono così i Wilde Flowers, gruppo dilettantistico che riflette la passione del leader per il rhythm and blues e il jazz.

La formazione si stabilizza nel 1962 con Wyatt, i fratelli Brian e Hugh Hopper e Richard Sinclair.
Dall'Australia intanto è arrivato Daevid Allen (1938), già poeta e autore teatrale a Melbourn, nonchè studente d'arte, un folletto che vagabonda da un anno senza meta, fresco reduce da un'esperienza parigina in cui ha suonato jazz e ha composto musiche per William Burroughs. Trova una camera in affitto a casa dei Wyatt e al “Canterbury College of Art” è compagno di camera di Ayers. Traviato dal più esperto e smaliziato Allen, l'adolescente Robert Wyatt decide di seguirlo in una delle sue puntate su Parigi, abbandonando i Wilde Flowers nelle mani di Ayers.

Le registrazioni del 1963 al “Marquee” del Daevid Allen Trio (composto da Allen, Hopper e Wyatt) sarebbero poi venute alla luce su Live (Voiceprint, 1993).

I componenti del gruppo sono ora: Ayers, Sinclair (basso), suo cugino David (tastiere), Hastings (chitarra) e Coughlan (batteria).
Ayers (1944), nato in un paesino della zona, è cresciuto in Malesia e soltanto a sedici anni ha fatto ritorno nel nativo Kent.

A Parigi nel frattempo Wyatt e Allen bazzicano l'underground degli espatriati beatniks.
Allen è il più intraprendente: organizza spettacoli multi-media, suona piano-bar con Terry Riley, si esibisce con big band di jazz, si innamora di una poetessa e giornalista di nome Gilly Smith. Non passa molto tempo prima che li raggiunga Hugh Hopper. Quando i tre parigini fanno ritorno in patria, travasano la loro esperienza nei Wilde Flowers, improntando lo stile verso l'improvvisazione e il dada-rock per intellettuali raffinati. Allen nel 1964 pubblica anche il suo primo libro di poesie.

The Wilde Flowers (Voiceprint, 1993) raccoglierà le registrazioni di questo gruppo (le composizioni sono prevalentemente dei due Hopper).

Nel 1965 torna da Oxford, dove ha frequentato la celeberrima università, Mike Ratledge, anch' egli compagno di scuola ai tempi della "Langston". La sua personalità riesce a dividere il gruppo in due: da una parte i Soft Machine (nome derivato dal titolo di un libro di Burroughs), con Ratledge (tastiere), Wyatt (batteria), Allen (chitarra), Ayers (basso), e dall'altra i Caravan, con Hastings, Coughlan e i Sinclair.

I Soft Machine cominciano in sordina, con una formazione che somiglia a quella dei Nice. Nel 1966 vengono scritturati dall'UFO Club di Londra, insieme con gli imberbi Pink Floyd di Syd Barett. In questo locale li scopre lo sconosciuto (allora come oggi) pirata americano Kim Fowley, un eclettico dai mille travestimenti, qui nei panni della Provvidenza, che introduce i Soft Machine nell'industria discografica e (nel febbraio del 1967) produce il loro primo 45 giri: Feelin' Reeelin' Squeelin'/ Love Makes Sweet Music (registrato nello stesso studio dove un giovane di colore, certo Jimi Hendrix, sta allenandosi con la chitarra ritmica).

Jet Propelled Photographs (Charly, 1989) is a 1967 recording by the original line-up of Allen, Ratledge, Ayers and Wyatt.

Il quartetto torna presto in Francia, dove miete un discreto successo di pubblico e di critica.

Il rientro si tinge però di giallo: Daevid Allen non ha il passaporto in regola e deve rimanere in Francia, dove darà vita ai Gong. I tre superstiti si aggregano a Jimi Hendrix (reduce dal trionfo del primo singolo) e ne seguono l'avventura in terra americana.

Apprezzati dal produttore Tom Wilson (lo stesso che aveva lavorato con Dylan e i Byrds), i Soft Machine registrano su suolo straniero il loro primo album, Soft Machine 1 (Probe, 1968). Di Allen non c'è più nulla, domina Ayers e il più timido è Wyatt. Le canzoni profumano di beat, ma anche di psichedelia, di Oriente, di jazz all'acqua di rose, e sotto sotto trapela un'ironia seriosa che deve qualcosa ai dada parigini. In embrione è già una musica rivoluzionaria: le geometrie tastieristiche di Ratledge, il canto in sordina (sui registri alti) di Wyatt, il basso jazz di Ayers, i contrappunti psichedelici, le cantilene stralunate, la foresta percussiva con sterminati assoli di batteria e parti sturmentali che sono ubriacanti cocktail stilistici.
La prima facciata, più unitaria, contiene due suite: quella jazz-psichedelica di Hope For Happiness, con il canto quasi mantrico di Wyatt in apertura, una sarabanda elettrica guidata dai passaggi velocissimi di organo e dai cambi di ritmo marziani della batteria, con un lungo assolo di Ayers al basso elettrico che ricorda la hendrixiana Third Stone From The Sun; e quella classicheggiante di So Boot If At All (i Nice del Duemila, puntillisti, free e improvvisatori, con Ratledge nei panni di un Emerson tutto dissonante e Wyatt imbizzarrito in un assolo effervescente: uno dei duetti più geniali e creativi della musica improvvisata di sempre, con un finale cosmico- allucinogeno da brivido).
La seconda facciata, più frammentata, è fatta di canzoni prevalentemente strumentali che prendono le melodie dal beat, e dal soul e dal folk esotico, ma degenerano sempre in parti improvvisate in cui il trio sfoga la propria gioiosa e caustica fantasia. Ratledge si comporta ormai apertamente come un Hendrix dell'organo e Wyatt si scatena alla batteria dando diversi numeri di velocità, acrobazia e varietà (mai batteria aveva cambiato e storpiato ritmi così a catinelle).
Anche questa facciata è comunque concepita come un continuum unico, dove le canzoni di Ayers (memorabili We Did It Again, il cui testo è il titolo ripetuto all'infinito, e la psichedelica Why Are We Sleeping, parlata da Ayers e alternata a un coro mistico) fungono da ritorni di organicità.

Prima che l'album esca, nel 1969, i Soft Machine hanno fatto in tempo a sciogliersi (Ayers disertando per Maiorca con Allen; Ratledge preso da nostalgia per l'Inghilterra; Wyatt affascinato dalla West-coast) e a ricostituirsi, senza Ayers e con Hugh Hopper al basso.

Il secondo album, 2 (Probe, 1969), è appannaggio dei due membri fondatori superstiti, una facciata ciascuno: a Wyatt la prima, patafisicamente impalpabile, a Ratledge la seconda, ameno collage di trucchi e imitazioni. Il tutto nel nome di un rock, quello del 1969, che ha dimenticato beat e psichedelia, e si sta preparando al gran balzo (con relativo gran tonfo) degli anni '70. Come nella prima prova c'è un fondo di immaturità, quasi di goliardica scipitezza, che mette in guardia dal prendere troppo sul serio gli autori.
Quella di Wyatt è ancora costruita sullo stile della lunga fantasia melodica, in cui i ritornelli delle melodie (come A Concise British Alphabet part 2, primo saggio di malinconia nonsense) sono separati da parti strumentali (anche un assolo di piatti) più o meno improvvisate ("Zappiana" più che dadaista la Pataphysical Introduction, soprattutto la ripresa, festival dei fiati di Hopper, con il finale allucinogeno di Out Of Tunes).
Quella di Ratledge è uno spartito di idee a seguire: il realismo effettistico di Fire Engine Passing With Bells, e le prime concitate jam strumentali (Hibou Anemone and Bear), le prime applicazioni del minimalismo di Terry Riley (l'alto sax sull'assolo d'organo di Orange Skin Food e l'organo sull'assolo di basso di A Door Opens And Closes).
La grande varietà di assoli e di improvvisazioni collettive pone già i Soft Machine nell'olimpo del rock mondiale, anche se loro stessi non lo sanno ancora.

Nel 1970, mentre Allen e Ayers scorazzano già per conto proprio, Wyatt e Ratledge sono ancora alle prese con la Soft Machine: il suono promettente dei dischi d'esordio non ha fruttato nè soldi nè fama, ma le esibizioni dal vivo dell'epoca, con un cast di sei-sette elementi, attirano l'attenzione del pubblico più emancipato e della critica. Nonostante la scarsa credibilità presso i discografici, i Soft Machine riescono a registrare un album doppio, documento fedele della grande stagione creativa dei tre, a cui si sono aggiunti in tournee (a partire dall'ottobre 1969) personaggi come il sassofonista Elton Dean, il clarinettista Jimmy Hastings e il trombonista Nick Evans, membri dell'orchestra pseudo-jazz di Keith Tippett.
Fiati e tastiere prendono il ruolo dominante che era stato della batteria. I brani si allungano e si scrollano di dosso gli orpelli surreali. L'iniezione di serietà s'intravede anche nell'assimilazione di certe tecniche ripetitive e improvvisate dell'avanguardia.

Third (CBS, 1970) è organizzato, come il coevo Ummagumma (parte in studio) dei compagni di gavetta Pink Floyd, in quattro lunghi brani. Ratledge firma Slightly All The Time, bel tema jazz svolto con scalmanate galoppate e adagi boccheggianti di tastiere e cortei di sax sanguigni; e Out Bloody Rageous, brano di ispirazione minimalista strutturato come una serie di variazioni sul tema, con impeccabili cambi di guida fra tastiere e fiati, manifesto della fredda razionalità elettronica dell'organista.
Hopper firma Facelift, un tema fortemente ritmato che si scioglie in nuvole di orientalismi, vivacizzato dagli intermezzi fiatistici: nella prima parte un disarticolato incrocio di sax soprano, sax alto e trombone, assonnati e miagolanti, nella seconda un flauto swing incantatore che vaneggia sul rombo in agguato del basso, una baraonda di sax alto alla fine.
Questi tre brani danno la misura del balzo tecnico compiuto dal complesso. L'organo vivace ed hendrixiano di Ratledge si è trasformato in un freddo strumento jazz-rock, la batteria non ha più quegli accessi di follia patafisica, e un uso quasi estetico dei fiati li integra con classe nelle lunghe improvvisazioni collettive. Un grigio senso di maturità aleggia sulla tecnica professionale messa in mostra in ogni solco dai musicisti. Il nuovo sound è radicato nelle due grandi novità dell'avanguardia americana dell'epoca: il minimalismo di Riley e il jazz-rock di Davis.
Wyatt è autore ed esecutore (suona tutte le tastiere) della splendida Moon In June, uno dei massimi capolavori del rock inglese, il brano che lo rivela grande compositore e arrangiatore oltre che geniale batterista e cantante inimitabile, insomma musicista completo. La sua ispirazione non è così moderna come quella di Ratledge, poco jazz e meno ancora avanguardia; ma Wyatt è dotato di una fantasia e una umanità che suppliscono abbondantemente alle deficienze scolastiche.
Lo spunto di Moon In June è strettamente melodico, vicino al soul, ai mantra e alle canzoni ondeggianti della psichedelia, ma con un tono languido e dimesso che fa pensare a uno chansonnier anemico o trasognato. I cambi repentini di ritmo e gli estatici crescendo delle tastiere, i deliqui in fil di voce, le impennate solenni, conferiscono alla musica un tono quasi epico, ma soprattutto perdutamente malinconico. Qua e là riaffiorano i divertimenti dada, un canticchiare nonsense sommesso e uno spezzettare il motivo con un ritmo irregolare. Moon In June è un canto libero che tastiere e batteria si sforzano di seguire nelle sue magiche evoluzioni. La fine arriva dopo il concitato intermezzo strumentale, attraverso rumori tastieristici, linee di basso incalzanti, le note minimali di un piano stentoreo sugli ultimi agonizzanti fonemi in falsetto. Questo lungo finale strumentale riporta alla grazia seducente dei primi giorni patafisici, col tono surreale e umoristico che sarà sempre il tono fondamentale della musica di Wyatt.
Con questo brano i Soft Machine escono dalla storia dei generi per entrare in quello della musica totale. A filtrare il suono si possono trovare tracce di stili e modi fra i più abusati, ma, come nelle migliori opere della transavanguardia, tutto viene assimilato in una visione personale dell'arte.
Elton Dean, che diventa membro stabile, ha influenzato molto lo stile di questi Soft Machine. Tutti i brani, meno forse quello di Wyatt, risentono di un' ispirazione jazzistica più marcata rispetto ai dischi precedenti. Ratledge intanto ha preso il comando, esautorando in parte Wyatt. D'altronde il batterista è in procinto di lasciare la "morbida macchina" in balia del freddo cerebro del tastierista e del sax invadente dell'ultimo arrivato.

Spaced (Cuneiform, 1996) è una suite in 7 movimenti composta come colonna sonora di un evento multimediale che si tenne nel 1969. Ratledge, Hopper e Wyatt (con la collaborazione del sassofonista Brian Hopper) ridisegnano e riarrangiano la musica del loro terzo album utilizzando loop a nastro e altri effetti di studio. I pezzi meno ambiziosi (come Spaced Two) sono semplici “remix” delle session dei Soft Machine. In altri pezzi, invece, la musica diviene astratta, quasi musica concreta come nelle vibrazioni acquatiche di Spaced One, devastate da sette minuti di urtanti distorsioni, e come soprattutto nei 32 minuti di Spaced Four, un colossale affresco di sconnessi suoni strumentali che rasentano la pura cacofonia ma che rivelano lentamente la session perfettamente organica dalla quale sono stati generati. Segue altro caos ma stavolta guidato da una batteria frenetica, fino a quando tutto viene di nuovo oscurato dal rumore elettronico. Pochi album nel 1969 si sono spinti fino a questo punto.

Noisette (Cuneiform, 2000) documenta una performance del 1970 di Ratledge, Hopper, Wyatt, Dean e del quinto membro temporaneo Lyn Dobson (soprano saxophone and flute) e contiene una versione di 12 minuti di Eamonn Andrews di Ratledge, una versione di 14 minuti di Esther's Nose Job e una versione da undici minuti del brano di Hopper 12/8 Theme che costituiscono una delle migliori jam session Jazz-Rock dell’epoca.

Tra i collaboratori dell'album Fourth (1971), che è completamente strumentale, ci sono Mark Charig (tromba), Roy Babbington (basso), Nick Evans (trombone) e Jimmy Hastings (flauto). La fusione tra jazz e rock si è compiuta in maniera indolore (soprattutto nella suite in quattro movimenti Virtually) e il sound che ne scaturisce, un po' spigoloso, è certamente importante. Wyatt però, che ha appena inciso il primo disco in proprio, ha esaurito la propria missione in senoai Soft Machine, e decide quindi di fondare un proprio complesso, i Matching Mole.

I Soft Machine, orfani dei tre geni fondatori, precipitano rapidamente nella routine di un jazz-rock di retroguardia, e poco a poco perdono completamente la voglia di far musica.

Wyatt viene sostituito con il batterista dei Nucleus, John Marshall, e la formazione si stabilizza con Ratledge, Hopper, Dean, Marshall.
Il quinto disco, Soft Machine 5 (CBS, 1972), è opera di Ratledge e di Dean, e segue senza molta fantasia le tracce del precedente (As If, All White, Drop).

Nel 1972 se ne va anche Dean, lasciando il posto al tastierista Karl Jenkins (ex-Nucleus), cosicchè il Sixth Album, (CBS, 1972) è in gran parte di Ratledge, anche se le cose migliori le fa Hopper. L'album è doppio, metà dal vivo (Gesolreut , 37 1/2 ) e metà in studio (The Soft Weed Factor di Jenkins, Chloe And The Pirates di Ratledge, 1983 di Hopper). Ratledge, Hopper, Jenkins, e Marshall si alternano a molti strumenti, alla ricerca del timbro trascendentale. Lo stile è ormai evaso dal jazz-rock: assimilando un po' di avanguardia elettronica si è trasformato in un virtuoso esercizio di freddo estetismo. Hugh Hopper ha però pronto il suo primo album solista e lascia i Soft Machine.

Non è un caso che su Seven (CBS, 1973), con l'ingresso di Roy Babbington al basso, il complesso arrivi ad ospitare tre ex-Nucleus.

Bundles (Harvest, 1975), con l'aggiunta del chitarrista Allan Holdsworth, contiene se non altro la suite in cinque parti Hazard Profile, ma il sound non è più neppure parente dei vecchi Soft Machine.


(Tradotto da Gianluca Mantovan, modificato da Stefano Iardella)

Nel 1976 pure Ratledge abbandono' i Soft Machine. La line-up di Softs (Harvest, 1976), con Jenkins, Babbington, Marshall, il chitarrista John Etheridge e il sassofonista Alan Wakeman, non contiene alcun membro fondatore. Jenkins guida la band negli austeri sette minuti di The Tale Of Taliesin e nei nove minuti di >Ban-Ban Caliban.

Jenkins, Etheridge, Babbington, Marshall e il tastierista Carol Barratt pubblicarono Rubber Riff (Music DeWolfe, 1978 - Voiceprint, 1995), in origine non accreditata ai Soft Machine. Contiene 14 brevi composizioni, un fatto per loro insolito.

Jenkins e Marshall sono gli unici membri a tempo pieno su Land of Cockayne (EMI, 1981), dove impiega vari amici a rotazione (Allan Holdsworth, Jack Bruce, Dick Morrissey, ecc). Jenkins firma ogni pezzo e le sue tastiere "sono" il suono di quelli più lunghi (Over 'n' Above, Panoramania, Hot-Biscuit Slim).

Triple Echo (Harvest, 1977) è un'antologia composta da un box-set di tre album. Vari live (e specialmente rarità degli esordi) uscirono negli anni '70.


(Tradotto da Antonio Saluzzi, modificato da Stefano Iardella)

BBC Radio (HUx, 2003) è una terribile raccolta di rarità del primo periodo.

Out Bloody Rageous è una retrospettiva su doppio CD della carriera dei Soft Machine.

L’ultimo album in studio con Dean, Softworks (Abracadabra, 2003), è stato registrato da un quartetto con Allan Holdsworth alla chitarra, Hopper and Marshall.

Grides (Cuneiform, 2006) documenta una performance live del 1970.

Hugh Hopper è morto nel giugno 2009 all'età di 64 anni, un anno dopo la diagnosi di leucemia.


(Tradotto da Stefano Iardella)

I Soft Machine Legacy che hanno debuttato con Steam (2007) comprendevano soltanto Marshall e Hopper della vecchia guardia. Gli ha fatto seguito Burden Of Proof (2013), con Roy Babbington (basso), John Etheridge (chitarra elettrica), John Marshall (batteria) e Theo Travis (sax tenore, flauto e organo). La storia dei Legacy è documentata anche su Live At The New Morning (dicembre 2005) e Live Adventures (ottobre 2009).

Nel 2015 i Legacy hanno ripreso la denominazione originale di Soft Machine.

La formazione dei Soft Machine di Hidden Details (dicembre 2017) e Other Doors (agosto 2022 - Dyad, 2023) consisteva in John Etheridge alle chitarre elettriche, Theo Travis all'elettronica, sassofono tenore e soprano, flauto e pianoforte elettrico, John Marshall alla batteria e Fred Thelonius Baker al basso.

Marshall è morto nel settembre 2023, all'età di 82 anni.


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