- Dalla pagina su Cat Stevens di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Cat Stevens, di origine greca, pseudonimo di Steven Demetre Georgiou (Londra, 1948), coniò un sound insolito, al tempo stesso riflessivo, etnico, melodico e ritmico. Le riflessioni filosofiche, gli studi psicologici e le parabole agrodolci di Tea For The Tillerman (1970) condussero alle ballate elegiache e introverse di Teaser And The Firecat (1971), che potevano essere teneramente impressionistiche quanto vividamente epiche. Influenze mediterranee e slave emersero più chiaramente nei melodrammi energici e rumorosi di Catch Bull At Four (1972) e nella suite Foreigner (1973).


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Cat Stevens (vero nome Steven Georgiou) fu uno dei singer-songwriter più intelligenti e originali dei primi anni '70. Le sue canzoni fondevano un melodismo di ascendenza mediterranea, ritmi greco-slavi e soprattutto un tono intenso, talvolta melodrammatico, talvolta pacatamente filosofico e talvolta meditazionale come nello zen.
Che raccontasse o dialogasse, Stevens aveva il dono di uno stile psicologico che era al tempo stesso lucido e subdolo. Le sue canzoni erano parabole realiste dolce-amare, nè estatiche come quelle degli hippie nè malinconiche come quelle dei folksinger del Greenwich Village.

Matthew and Son (Deram, 1967) lo presentò nei panni del cantante di consumo. Matthew And Son scalò le classifiche, così come Here Comes My Baby (ma nell'interpretazione dei Tremeloes).
New Masters (Deram, 1968) contiene The First Cut Is The Deepest.

Nel 1969 si salvò per miracolo da un grave attacco di tubercolosi e venne colto dalla prima crisi esistenziale.
Abbandonate le velleità di classifica, Mona Bone Jakon (A&M, 1970) presentò un intellettuale dalla personalità complessa che affrontava situazioni della vita quotidiana.
Stevens accompagnava le sue ballate al piano con uno stile che era più classico che rock. Al suo fianco c'era anche un abile chitarrista, Alun Davies, reduce dai Sweet Thursday di Jon Mark (nonchè il giovane flautista Peter Gabriel).
Lady D'Arbanville una celestiale serenata folk al tempo stesso trascinante, apriva il suo canzoniere cortese, mentre Trouble e Maybe You're Right inauguravano una forma-dialogo per ballate adulte cantate in tono "vissuto".
La più veemente I Think I See The Light era il manifesto delle sue progressioni ritmiche ossessive, messe a frutto anche nella più orecchiabile I Wish I Wish. Katmandu levava un'ode commossa alla capitale della meditazione trascendentale.
L'album era disuniforme e frammentario, ma conteneva in nuce tutti gli elementi della sua carriera futura.

Tea For The Tillerman (A&M, 1970) raffinò l'intimismo di Cat Stevens in una forma ancor più elegiaca di ballata introversa. Melodie dolcissime esplorano il rapporto amoroso ma anche soggetti più esistenziali.
La commovente meditazione di Into White, l'epica e struggente denuncia di Wild World, il tenerissimo ritratto di Sad Lisa, la vibrante serenata di Hard Headed Woman e la pacata saggezza di Father And Son sono piccoli miracoli di calore umano in cui Stevens dimostra un'insuperata abilità nel trattare temi universali con il tono dell'uomo comune, nel tratteggiare con pochi intensi tocchi poetici una storia, un volto, una situazione, nel trasformare un ritornello in un'atmosfera; un estro inesauribile per la melodia più cristallina.
E fuori del canzoniere standard si situano esperimenti ritmici più aggressivi (Miles To Nowhere, On The Road To Find Out e Longer Boats) che attingono tanto al folklore slavo e medio-orientale quanto a quello britannico.
Il piano è la seconda voce, talvolta doppiato dalla chitarra, anche se gli effetti più sentimentali li ottiene il violino, contrappunto degli attimi più romantici.
Stevens attinge solo indirettamente al folk, la sua è una figura di menestrello moderno, esistenziale e psicologico, immerso in un mondo reale, di conflitti generazionali e di violenza politica, attratto peraltro dal mondo rurale e dallo spiritualismo indiano.

Stevens era al culmine delle sue capacità compositive e approntò un valido seguito, Teaser And The Firecat (1971). Stevens lambisce altri vertici d'introspezione, soprattutto quando, rapito in un'estasi di suprema dolcezza, si raccoglie a contemplare un panorama naturale, come nella soave cantilena di Moon Shadow. Altrettanto originale riesce nella festa ritmata di Tuesday's Dead e nel soul eroico di Peace Train, due tra i momenti più espansivi della sua carriera.
Nel delicato impressionismo di Morning Has Broken, suo vertice melodico, d'intensità religiosa, è la quintessenza dei suoi arrangiamenti parsimoniosi: introduzione del tema al solo piano, ritornello a ritmo di chitarra, ripresa gospel del piano, secondo ritornello con coro perdutamente commosso e finale collettivo.

Stevens si allontanò dalla ballata folk con Catch Bull At Four (1972), un album impostato su toni più vigorosi, ritmi più aggressivi, arrangiamenti di archi e fiati, andamenti più elaborati.
L'enfasi nuoce alla riflessione, e brani come Can't Keep It In, molto più cadenzati, perdono in poesia quel che acquistano in foga. Sitting è la canzone più veemente, propulsa da dure sincopi pianistiche e doppiata da un coro angelico; persino nevrastenica pare 18th Avenue Nightmare, con tanto di sezione d'archi, l'unica peraltro ad indovinare una melodia angosciata che ricorda la struggente tenerezza degli esordi.
Tutti e tre i temi guida sembrano ambire a un pathos violento, epico, sovrumano (Freezing Steel usa persino il synth e un riff si hard-rock).

La suite Foreigner (1973) porta alla luce esplicitamente il folklore slavo e mediterraneo, con risultati spesso affascinanti ma anche con l'effetto di disperdere il lirismo sotto chili di arrangiamenti pesanti.

Buddha And The Chocolate Box (1974), Numbers (1975), con l'orecchiabile Banapple Gas, Izitso (1977), il migliore di questa stagione (la trascinante Old Schoolyard e la dance music strumentale di Was Dog A Doughnut), e Back To The Earth (1978) sono album mediocri con cui si chiuse la sua carriera.

Colto da crisi mistica, nel 1977 Cat Stevens si convertì alla religione mussulmana, abbandonò le scene musicali, rinunciò a tutti i diritti sui propri dischi e (qualche anno dopo) cambiò di nuovo nome, questa volta in Yusuf Islam.
Nel 1989 approvò la condanna a morte dello scrittore Salman Rushdie per aver offeso il profeta Mohammed e nel 1991 difese il suo "fratello mussulmano" Saddam Hussein (e meno male che si definiva un "moderato").

La sua carriera "islamica" è iniziata soltanto sedici anni dopo, con The Life Of The Last Prophet (1995), I Have No Cannons That Roar (1997), Prayers Of The Last Prophet (1998) e il doppio A Is For Allah (2000), che sono raccolte di musiche varie (sue e di altri) e di recitazioni, a scopo propagandistico.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Cat Stevens è tornato nel mondo del pop con i mediocri Another Cup (2006) e Roadsinger (To Warm You Through The Night) (A&M, 2009) accreditati a Yusuf (che ha sempre avuto un talento per gli pseudonimi strampalati).
Yusuf si è trasferito a Dubai nel 2010, ma ha registrato Tell 'Em I'm Gone (Legacy, 2014) a Los Angeles, prodotto da Rick Rubin, un altro noioso album pop-soul seguito tre anni dopo da The Laughing Apple (Decca, 2017).


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