- Dalla pagina sulla Third Ear Band di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Nessun gruppo degli anni '60 e '70 raggiunse il grado di fusione etnica che i Third Ear Band ottennero con Alchemy (1969), uno degli album responsabili della nascita della world music. Un ensemble da camera acustico composto (essenzialmente) da tabla, oboe, viola e violoncello eseguiva musica indiana, medievale, nativa americana, gitana, mediorientale, minimalista, jazz, classica e folk, il tutto all'interno dello stesso brano. Le quattro suite del loro secondo album, Third Ear Band (1970), spinsero ulteriormente in avanti l'idea: le fonti etniche non sono più riconoscibili e la musica scorre come un flusso di coscienza, un'esperienza spirituale, un sogno a occhi aperti.
Decontestualizzata, la musica del "terzo orecchio" è più vicina alla meditazione buddista che alla composizione occidentale. Il gruppo ebbe altrettanto successo con Macbeth (1972), che aggiunse sonorità elettriche ed elettroniche al loro mix etnico.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
La Third Ear Band non fu la prima formazione a comporre un disco intero che fondesse musica orientale e musica occidentale (almeno Paul Butterfield lo aveva già fatto con la sua East West del 1966), ma i suoi membri furono quelli che lo fecero alla luce dello spirito hippie/psichedelico, ovvero con un radicale scollamento dagli stereotipi della musica popolare (blues, jazz, rock). L'ensemble fece anche più che fondere Oriente e Occidente, in quanto, a ben guardare, le loro fonti si estendevano dal folk celtico dell'Irlanda all'opera Cinese. Il loro merito principale fu quello di usare queste ispirazioni come elementi per coniare un nuovo linguaggio, un linguaggio che ambiva ad essere universale (e quindi non soltanto un collage di linguaggi) anche se finì per essere così astratto da rappresentare una Metafisica per pochi eletti.

La Third Ear Band nacque nel 1967 nel milieu psichedelico dell'UFO Club, inizialmente con il nome Giant Sun Trolley, e poi Hydrogen Jukebox. L'organico di base era composto da tablas (Glen Sweeney), oboe (Paul Minns), viola (Richard Coff) e violoncello (Mel Davis). Questa anomala formazione era il prodotto suggestivo di una cultura hippie che aveva scoperto la spiritualità orientale e che cercava nuovi mezzi di espressione.

La musica del gruppo traeva origine da una concezione esoterica del mondo e si proponeva come un tentativo di scoprire il significato dell'universo risalendo alle radici dell'esperienza umana, e quindi alle civiltà più antiche. Misticismo occulto e folklore esotico si compenetravano.
L'alchimia di civiltà distanti fra loro nello spazio e nel tempo evocava arcani cerimoniali magici andati perduti nella preistoria.

Al tempo stesso l'operazione era più "colta" di quanto sembrasse. La Third Ear Band sposava in maniera del tutto acustica le tecniche ripetitive della scuola minimalista (poche note ripetute incessantemente a cui si sovrappongono variazioni improvvisate), le tecniche altrettanto ipnotiche dei raga, le prassi orientali della meditazione trascendentale e del relax interiore.

Le fonti di Alchemy (Harvest, 1969 - Dropout, 1999 - Gottdiscs, 2005) sono ancora esplicite: i raga, il "Libro dei Morti " gli antichi Egizi, le litanie Ebraiche, le leggende Celtiche.
Apre le cerimonie l'incedere solenne e pulsante di Mosaic, all'insegna di un tribalismo pellerossa con fraseggi di archi da camera e volteggi di un oboe arabeggiante.
Anche quella di Area Three è una world-music da camera totalmente astratta, con il violino a improvvisare liberamente in un paesaggio affollato da uno scacciapensieri e da viola e violoncello in crescendo vertiginoso.
Il disco sprofonda subito nell'atmosfera più religiosa con il Ghetto Raga, propulso dall'oboe e dal violino con cadenze da dervish di Terry Riley.
L'intensità dell'inno trascendente si deve a un'armonia densa e fluttuante, all'incalzante progressione ritmica (fino al passo di tarantella) e alle improvvisazioni controfase del violoncello, talvolta strimpellato allo spasimo.
Il brano più atmosferico è Egyptian Book Of The Dead, che si apre con un'improvvisazione anemica da cool jazz dell'oboe su un battito sparuto di percussioni, falciato dai sibili intermittenti del violoncello. Protagoniste di Dragon Lines sono invece le percussioni (gong, tabla, campanelli), mentre gli altri strumenti impazzano nei registri più squillanti. Ciascun brano adegua la propria partitura strumentale al tema del titolo, passando pertanto dal senso di mistero e di paura indotto dal "libro dei morti" alla festa di colori e di maschere del carnevale cinese.

Third Ear Band (Harvest, 1970 - Gottdiscs, 2005), secondo album e uno dei grandi capolavori della musica psichedelica/progressiva, si spinge ancora oltre, ridimensionando l'aspetto "etnico" e conferendo un carattere ancor più "astratto" alle composizioni, che infatti sembrano appartenere più alla musica da camera che alla musica popolare, e più al jazz che al rock. Nelle quattro suite del disco (dedicate ai quattro elementi dell'antica filosofia greca) l'ensemble (a cui si è aggiunta Ursula Smith al violoncello al posto di Davis) pervengono a una formulazione pura, anti-spettacolare e anti-enfatica, dei loro travagli spirituali, una formulazione che decontestualizza le fonti etniche, eliminando le ingenuità ancora presenti in Alchemy, e traccia un tortuoso itinerario sonoro attraverso primitivismo e avanguardia.
La qualità eterea e disorganica di Air si deve alla fragile impalcatura armonica di un oboe, una viola e un violoncello che intessono contrappunti arzigogolati secondo prassi dei concerti dell'avanguardia dodecafonica e dell'Art Ensemble Of Chicago. Altrettanto astratta e inconcludente è Water, anche se questa volta le improvvisazioni evitano spigolosità e l'oboe ricama melodie estatiche sui cupi contrappunti del violoncello e i riflessi vibranti della viola. Esasperando quelle prassi, Fire diventa una bolgia sabbatica di rumore caotico e continuo, con gli strumenti ad arco e l'oboe protesi tutti insieme ad emettere dissonanze più o meno a casaccio.
Earth, il loro pezzo più marziale e aggressivo, mutua da una danza popolare tzigana la progressione vorticosa, con gli strumenti ad arco che battono la cadenza in crescendo mentre oboe e viola si alternano alla conduzione in volteggi via via sempre più ebbri e pulsanti.
La costante del disco è il ritmo testardo di Sweeney, vero e proprio richiamo ancestrale verso cui convergono le improvvisazioni del trio.
Questi pezzi costituiscono i vertici della musica del "terzo orecchio", giunta qui a limiti insuperabili di fusion esotica e di libera sperimentazione. La missione del gruppo si articola in due punti, l'uno propedeutico all'altro: il coraggio di spaziare fuori dagli steccati dei generi e la determinazione ad esaltare la funzione morale della musica. La loro orgia stilistica si presta per un bagno catartico che annulli le ipocrisie codificate dalla musica occidentale. In tal modo la musica torna ad essere un veicolo di meditazione e di preghiera. Nell'annullamento dei codici si annullano anche le prospettive, e la musica ribalta chiaro e scuro, interiore ed esteriore, introversione ed estroversione, esponendo con luminosa consapevolezza l'intrinseca dualità di tutte le cose.

Nello stesso anno i Third Ear Band realizzarono la colonna sonora per un programma televisivo su Abelard And Heloise (Blueprint, 1999), che verrà pubblicata soltanto trent'anni più tardi.

Il terzo e ultimo album della Third Ear Band fu la colonna sonora per un allestimento del Macbeth (Harvest, 1972 - Blueprint, 1999) da parte di Roman Polanski. A Sweeney e Minns si aggregarono questa volta il violinista Simon House (ex High Tide), il violoncellista Paul Buckmaster (già arrangiatore di Elton John e di David Bowie) e il chitarrista Denim Bridges. La strumentazione elettrica ed elettronica ampliano gli orizzonti del progetto.
Il disco, strutturato in sedici brevi pannelli, ripercorre le vicende della tragedia shakespeariana, con il suo carosello di streghe e di fantasmi. L'ensemble abbandona del tutto le pretese arcaiche ed etniche, concentrandosi su complesse e ardite partiture di pura avanguardia, ciascuna della durata di pochi minuti.
Manca il respiro della suite, manca l'intricato contrappunto di oboe e violino, manca il ritmo incalzante delle tabla e manca la dimensione dell'improvvisazione free-jazz. I risultati migliori sono quelli dei pezzi che si ispirano alle danze medievali (Inverness, Court Dance, Groom Dance), ma sono spiccioli in confronto alle banconote dei dischi precedenti.

Il complesso si sciolse nel 1972, e svanì nel nulla, nonostante avesse percorso una delle strade più originali e suggestive del rock inglese. Vennero riscoperti soltanto vent'anni dopo, dai nipotini della musica new age che finalmente aveva capito la portata della loro fusion etnica.
Riformati da Sweeney e Minns, con Mick Carter alla chitarra e Allen Samuel al violino, i Third Ear Band registrarono Live Ghosts (MaSo, 1988) dal vivo e in studio in Italia.

Il quarto album della Third Ear Band, The Magus (registrato nel 1972 - pubblicato nel 2005), è rimasto inedito per oltre trent'anni.
Ha introdotto il canto e la strumentazione elettronica.

Magic Music (MaSo, 1990) segnò il vero ritorno in grande stile, con cinque suite degne del loro passato e appena un soffio di elettronica in più (fra cui una Third Ear Raga registrata dal vivo e una New Age Raga che funge da manifesto dei nuovi tempi e una Behind the Pyramid molto suggestiva).
Al fianco dei due leader c'erano ora il sassofonista Lyn Dobson (un veterano che aveva suonato negli anni '60 per George Fame, Manfred Mann, Nick Drake, John Martyn, e persino sul mitico terzo album dei Soft Machine) e il violinista Neil Black.

Il Live (Voiceprint, 1999) cattura un concerto del 1989.

Prophecies (Blueprint, 1991), attribuito a Hydrogen Jukebox, contiene otto brani registrati nel 1972 da un quartetto guidato da Sweeney.

La Psychedelic Trance Dance di Brain Waves (MaSo, 1993) li presenta anche pronti a balzare sul carro della musica ambientale, ma altrove (Midnight Drums, Spell Of The Voodoo, Alchemical Raga) il sound vira verso il jazz-rock, grazie al felice contrappunto fra il sassofono di Lyn Dobson, la chitarra di Mick Carter e il violino di Neil Black.

New Age Magical Music (Blueprint, 1997) contiene episodi raffinati e maestosi come Dance Of The Elves, Atlantis Rising e Midnight On Mars, che richiamano una sorta di ambient jazz poliritmico, ma sostanzialmente prendono di mira il pubblico della musica new age.

Songs from the Hydrogen Jukebox (Blueprint, 1998) è un'antologia (quantomeno bizzarra) degli album degli anni '90.

Paul Minns, uno dei suonatori di oboe più originali di tutti i tempi, è morto nel 1997, all'età di 51 anni.


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