- Dalla pagina su Kate Bush di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Kate Bush (Bexleyheath, 1958) è stata certamente una figura influente e intelligente, ma è stata anche il tipico compromesso anni '70, sperimentando solo a metà, flirtando continuamente con le classifiche pop. Ha contribuito a ridefinire la cantautrice nell'era della new wave, ma la new wave aveva già reso quella figura obsoleta. I suoi principali contributi sono stati nel reparto vocale: un'estensione di quattro ottave che ha massacrato folk, opera e world music, spesso in un registro stridulo a metà strada tra un urlo infantile e un ululato da soprano. I suoi arrangiamenti non sono stati così rivoluzionari come pubblicizzato, prendendo in prestito da Joni Mitchell e Peter Gabriel, ma hanno introdotto l'elettronica in un formato folk-rock, creando atmosfere claustrofobiche. Kick Inside (1978), un terrificante diario personale, e The Dreaming (1982), la testimonianza definitiva del suo suono eccentrico, lussureggiante e futuristico, rappresentano i due poli opposti del suo lavoro. Il diario di viaggio freudiano di Hounds Of Love (1985), alimentato da un'orchestrazione ancor più densa, si concluse vent'anni dopo con la meditazione filosofica di Aerial (EMI, 2005), per lo più attutita da intime trame cameristiche.
Bio:
Kate Bush è stata una musicista influente e intelligente,
ma certo non coraggiosa, un personaggio di compromesso, sempre conteso
fra il successo di classifica e i suoi veri ideali artistici (che forse
sono tuttora ignoti). Rinnovò la figura del singer-songwriter in un'epoca
in cui le istanze della new wave stavano creando figure completamente
diverse, per cui, tutto sommato, fu un personaggio di retroguardia, legato
alla tradizione, che rappresentò il tentativo estremo dell'industria
discografica di tenere in vita una formula di successo.
In prospettiva i suoi meriti sono soprattutto canori. I suoi arrangiamenti
non erano nulla di rivoluzionario, le liriche non erano molto diverse da
quelle della ballata romantica, la struttura delle sue canzoni era in
fondo quella di sempre. Ma il suo modo di "portare" le canzoni era davvero
originale, carico di riferimenti suprannaturali che fanno di molte canzoni
l'equivalente rock dei "misteri" medievali.
Le atmosfere cupe e disperate dei suoi dischi non sarebbero nulla di
spettacolare se non sfociassero talvolta in veri e propri deliri di terrore.
è allora che Bush tocca le corde più nobili del suo lirismo.
Caso più unico che raro, Kate Bush venne scritturata da una "major" a soli
sedici anni, ma passò i successivi tre anni a studiare canto, danza e
pantomima. La lanciarono con Wuthering Heights (1977), un successo
mondiale che impose il suo trillo acutissimo e il suo pop gotico, arcaico
e mitologico. L'album a cui aveva lavorato in quei tre anni,
Kick Inside (EMI, feb 1978), non era l'opera di un'artista matura,
ma era certamente l'opera di un genere nuovo di artista.
Moving, Strange Phenomena,
James and the Cold Gun, Feel It,
L'amour Looks Something Like You,
Them Heavy People,
Kite
compongono un diario-shock.
Adolescente dotata di un'apertura vocale di quattro ottave, ispirata
dal folk, dall'opera e dalla world-music, e suggestionata dal soprannaturale,
Bush sposava la sensibilità umana di Joni Mitchell ai melodrammi fiabeschi
di Peter Gabriel, gli esperimenti di Meredith Monk alla malinconia
delle chansonnier.
Bush ebbe meno tempo per preparare Lionheart (nov 1978), che infatti contiene molto materiale raffazzonato. Su questo album è più evidente come le canzoni dipendano dalla "dizione": il suo nitido soprano sapeva raggelare ad arte storie torbide come The Man With The Child In His Eyes e Wow. Ma spesso l'accoppiata serve soltanto a "vendere" pop muzak (Hammer Horror, Don't Push Your Foot on the Heartbrake). Si dimostrò ancora una volta caso più unico che raro concedendo un solo tour (nella primavera del 1979), che non verrà mai più ripetuto.
Il gusto per il folklore etnico giunse a maturazione in
Never For Ever (sep 1980), album più rarefatto e dimesso sul quale
impiegò il Fairlight CMI (prima al mondo con Peter Gabriel).
Le liriche li liberano del romanticismo adolescenziale e affrontano temi
più profondi.
Le sue vocals acrobatiche si insinuano nelle pieghe più recondite di un animo
emotivo per cantare di disperazione e destino ineluttabile, con sovratoni
tragici che toccano corde ora dolenti (Babooshka)
ora epiche (Breathing) ora rabbiose (Violin).
Gli arrangiamenti sono quantomeno eccentrici, e la produzione è densa di
sound effects. Strumenti acustici ed elettronici si compenetrano in maniera
quasi delirante.
Bush si era progressivamente emancipata dai produttori della casa discografica
e con The Dreaming (sep 1982) pervenne a un sound non solo eccentrico
ma anche personale.
L'album, con i suoi arrangiamenti lussureggianti e le sue liriche metafisiche,
la rivelò musicista completa e avveniristica, immersa in un
esotismo eclettico e trapunto di elettronica.
Il sabba demoniaco di Sat In Your Lap, puntellato da un battito
africano e falciato da strati intrecciati di vocalizzi e trombe,
e la non meno sinistra e tribale Dreaming, lenta danza pellerossa
bombardata da vocals sovraincise e disturbi elettronici, mantenevano la
promessa degli esordi.
Night Of The Swallows e All The Love tornavano anche al pathos
struggente di Wuthering Heights.
Il suo canto si apriva ormai a tutti i registri, dal soprano d'opera
al gospel invasato, dall'urlo pellerossa allo squittio di bambina, e
il lavoro in studio (soprattutto in Leave It Open)
contribuiva a trasformarlo in un elemento soprannaturale.
Invece Hounds Of Love (sep 1985), il primo album interamente prodotto da Bush nel suo studio privato, preferì concentrarsi su una voce da stagionata soul singer. Bush si convertì a un sound più pesante, ritmato, e aggressivo, all'insegna dei voluttuosi gorghi tecnologico-tribali di Peter Gabriel (Hounds Of Love e Running Up That Hill). Le sue ambizioni sono comunque ancora evidenti nel marziale crescendo di Cloudbursting e in Ninth Wave, una concept-suite gaelica che è anche un viaggio psicanalitico dentro le sue radici culturali e che applica tecniche di produzione simili a quelle dei tardi Pink Floyd (conservando però l'effetto "umano" degli strumenti acustici).
The Sensual World (oct 1989) conserva quel sound atmosferico e barocco,
ma è un album pervaso da una torbida sensualità,
con accenti ora freudiani (This Woman's Work)
e ora pagani (The Rocket's Tail).
Bush pennella una delle sue melodie più
memorabili (Never Be Mine) e alcuni degli arrangiamenti più certosini
(la title-track), impiegando strumenti celtici e cori slavi.
The Whole Story (EMI, 1986) è un'antologia dei singoli della Bush.
This Woman's Work (1990) è un box-set di 8 CD contenente rarità, live e remix.
Malgrado la quantità e la qualità degli ospiti, The Red Shoes (1993) contende a Lionheart la palma di suo peggior album di sempre. E' un confuso barrage di stili e citazioni, nessuno dei quali funziona particolarmente bene. Lei trova ciò che serve per la vergognosa pop muzak di Eat the Music e You're the One ma smarrisce la via nel cercare qualcosa di più profondo (Rubberband Girl, Moments of Pleasure). Abbandona i canoni in alcuni momenti forti (Lily, Top of the City, Big Stripey Lie) ma non abbastanza da giustificarne l'ascolto.
L'ambizioso doppio disco Aerial (Columbia, 2005), primo album in studio in 12 anni, rappresenta un prodigioso ritorno. Il primo CD è piuttosto errabondo, con una solenne meditazione su Elvis Presley, King of the Mountain, un flirt con l'elettronica in Joanni, e pezzi più personali (Bertie, dedicata a suo figlio, A Coral Room, dedicata alla madre, o Mrs Bartolozzi). Il secondo CD è virtualmente un concept circa le stagioni della vita, i cui punti forti (Aerial Tal Sunset, Somewhere in Between, Nocturn) introducono vocalità emotiva e bellezza strumentale in una sorta di flusso di coscienza.
50 Words for Snow (Fish People, 2011), il suo lavoro più
ambizioso fino a questo momento, è una collezione di lunghi pezzi di atmosfera
à la Jane Siberry. Sfortunatamente, Snowed in At Wheeler Street è un duetto con
la pop star Elton John, praticamnete una ballata soul (che lei canta con il
tono di una diva del soul) rallentata negli ultimi otto minuti e
controbilanciata da un’elettronica vacillante; il sussurrato pezzo shuffle Wild
Man è funk-soul di seconda fascia; Snowflake è un duetto di dieci minuti con il
suo figlio adolescente (su un semplice e ripetitivo pattern al piano) che ti fa
rimpingere il duetto con Elton John, e la ballata al piano Among Angels (il
pezzo più breve dell’album coi suoi sette minuti) è una canzone folk in cui gli
strumenti a corda non riescono a generare abbastanza pathos. La preghiera di tredici
minuti Misty mette in scena un crescendo estatico con batterie in salsa jazz,
chitarra e basso che suonano quasi orchestrali se messi a confronto con il
debole arrangiamento del resto; ma è ancora lontano dall’intensità, tanto per
dire, di un "sermone" di Van Morrison.
I picchi del disco sono l’atmosferica e
impressionistica Lake Tahoe, dalla durata di undici minuti (anche se limitata
ancora una volta dal semplicistico suono del piano) e, se a qualcuno piacce
molto l’imitazione di una soul diva, 50 Words for Snow, che almeno vanta di un
sincopato ritmo da far scuotere i fianchi (così come, ahimé, alcune lunghe
parti spoken-word). Il problema è
che, mancando una musica solida, molte di queste non sono neanche canzoni:
magari funzionerebbero meglio come letture accademiche. Ci sono lampi di genio
sparsi nel mezzo di questi suoni high-tech, ma anche momenti di doloroso tedio.
Director’s Cut (EMI, 2011) contiene versioni remixate di vecchie canzoni.
Nell'agosto del 2014, dopo essere tornata in tour, cantando all'Hammersmith Apollo di Londra, dopo ben 35 anni, ha stabilito un nuovo record: prima artista femminile ad avere otto album in classifica, due dei quali nelle prime dieci posizioni.
Il triplo disco Before the Dawn (Fish People, 2016) è stato il suo
secondo live album e documenta proprio quel tour.
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