- Dalla pagina sui Faust di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Alla ricerca di un punto di incontro tra la psichedelia post-nucleare e la "musica concreta" psico-ambient, il gruppo tedesco Faust coniò uno dei linguaggi più potenti, drammatici ed eccentrici della musica moderna.
Noti per le edizioni spartane dei loro dischi e per la modestia ascetica dei loro membri, i cui volti non venivano mai rivelati, i Faust furono, in un certo senso, il primo gruppo rock "lo-fi". Completamente lontani dai circuiti commerciali, la loro carriera fu molto underground e sommessa.
Tecnicamente, la musica dell'ensemble spingeva all'estremo un'estetica di oscurità, bruttezza, paura, caos e irrazionalità che derivava dall'espressionismo, dal surrealismo, dal teatro dell'assurdo, dal cabaret di Brecht/Weill, dal mito del superuomo, dal melodramma wagneriano, dalla musica concreta e dalla pittura astratta, il tutto fuso in un sistema formale tanto metafisico quanto grottesco. Influenzati dai collage di Frank Zappa, questi vampiri teutonici iniettarono angoscia, come lava ardente, in un suono deliberatamente meticoloso, ripugnante, incoerente. Dementi, demoniaci, paranoici, acidi e violenti, le loro composizioni costituiscono un puzzle di boutade sonore e giochi di parole ermetici. La loro opera era una messa nera che degenerava in un "happening". Tuttavia, dietro la superficie, la musica dei Faust nascondeva una visione commovente della condizione umana, una delle più liriche dell'intera storia del rock. Le loro visioni dell'inferno rappresentano il testamento più nobile scaturito dal progressive-rock.


(Tradotto da John Politico)

Bio:
Nel 1969 Werner "Zappi" Diermaier (batteria), Hans Joachim Irmler (tastiere) e Arnold Meifert (percussioni) suonavano con i Campylognatus Citelli. Ad Amburgo si agganciarono con tre musicisti provenienti dai Nukleus: Jean Hervè Peron (basso), Rudolf Sosna (chitarra) e Gunter Wuesthoff (sassofono). I sei divennero i Faust e, aiutati dal giornalista Uwe Nettelbeck, costruirono il loro studio nelle vicinanze del villaggio di Wuemme, in Germania.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Il primo album, Faust (Polydor, 1971) contiene tre lunghe digressioni all'insegna del collage dadaista e della musica concreta, facendo un uso molto libero di "found sounds". Why Don't You Eat Carrots comincia con un fischio radioattivo lancinante da cui trapelano due accordi di Satisfaction dei Rolling Stones e due di All You Need Is Love dei Beatles; poi il flusso libero di gag prosegue con una cadenza cabarettistica di piano, una fanfara "Zappiana" che insiste sulla stessa frase, distorsioni vocali alla Stockhausen, una jam di jazz-rock triturata da martelli pneumatici, da sibili cosmici, da tonfi di pressa, e sovrastata da un coro goliardico. Tutto sfuma nel nulla: un vento cosmico porta echi e frammenti delle fasi precedenti e brani di conversazione, oltre a spaventose folate di radiazioni.
L'ouverture di Meadow Meal è un fitto caos di manipolazioni elettroniche, di percussioni, di rumori "concreti", di strumenti stonati. Tutt'altro che dadaista, questa musica da camera dissonante prepara il terreno per un conciliabolo drammatico di voci. Poi la musica si lancia in una incalzante fuga di blues-rock chitarristico alla Grateful Dead. Il brano, tanto grottesco quanto disperato, è coronato da un organo da chiesa, che libra nel silenzio improvviso una preghiera ubriaca ma commovente.
Il significato di queste piece dell'assurdo è criptico, ma non "impossibile". I Faust alternano e fanno coesistere l'amatorialità più bambinesca e la profondità dei filosofi.
Quella dei Faust è una musica da camera tanto degradata da non avere più un'identità, ma riesce a comunicare un messaggio perchè dal caos emerge un "segno" che rende quasi razionale tutto ciò che l'ha preceduto. La tecnica dell'eccesso serve in realtà a preparare l'ascoltatore per le sferzate emotive che arrivano improvvise.
Come dimostra il loro capolavoro, Miss Fortune, la loro fantasia più spericolata. Il brano si apre con un crescendo tempestoso di tipico tribalismo "nero" teutonico (ritmo "motorik" di batteria e distorsioni violente), dal quale scaturisce un duetto surreale fra una selvaggia chitarra jazz-rock e uno strimpello acustico di flamenco psichedelico. La baraonda piomba d'acchito in un silenzio spettrale finchè un tenore ubriaco intona una cantilena da muezzin, accompagnato soltanto da un filo maligno di sintetizzatore e da una cadenza zoppicante di piano, con la batteria che prende velocità a passo di valzer. Dopo pochi secondi si scatena un travolgente uragano supersonico diretto verso gli spazi cosmici, e, quando gli spasimi si placano, rimane soltanto un canto da manicomio (moltiplicato dai mille echi della cella), sulle stesse tonalità ubriaco-etniche, scandito da orrendi stacchetti di pianoforte da music-hall; cigolii a tutto volume, registrazioni di voci lanciate a velocità pazzesche e intersecate dal nastro stridente di un pezzo d'organo.
Il finale è tenero, magico e delirante: sugli accordi impercettibili di una chitarra due voci raccontano una fiaba medievale dicendo una parola a testa, e un verso riassume l'intera filosofia del complesso: “Are we supposed to be or not to be?”.
I Faust erano riusciti a fondere il grottesco, il quotidiano e il trascendente in una colossale contraddizione, in un catastrofico squilibrio, che riusciva però a rendere la condizione umana in maniera più accurata di un discorso razionale.
La sensazione è di solitudine, di impotenza, di disperazione. I cicloni del destino incombono minacciosi sull'esile, sparuta, esistenza umana. L'umanità che trapela (a brandelli) da questo annuncio sconvolgente di apocalisse è fisica (gli accenni etnici) e mentale (tutta la paranoia dell'uomo moderno), condannata inesorabilmente a sgretolarsi contro gli impervi baluardi della storia. I Faust, Goethiani e Wagneriani, innalzano un solenne canto alla sconfitta universale, nella quale si sublima la titanica avventura umana.
Gli umani che, dinanzi allo spettacolo immane dell'universo, si domandano dubbiosi e spauriti “Are we supposed to be or not to be?” costituiscono la visione più commovente tramandata dal rock tedesco.
I versi finali “...and at the end realize that/ nobody knows/ if it really happened” battono qualsiasi lirica che sia stata mai scritta da Bob Dylan o Nick Cave. Questa è semplicemente grande Poesia.

So Far (1972), strutturato a canzoni invece che a free-form jam, attenua l'impeto esplosivo del primo capolavoro, pur confermando la grinta dissacratoria del quintetto. L'album si salva grazie alla paranoia ossessiva di It's A Rainy Day, alla fantasia Zappiana di I've Got My TV, al sabba elettronico di Mamie Is Blue, ma troppe canzoni sono ambiguamente semplicemente banali o chiaramente derivative.

Il terzo album, Tapes (virgin, 1973), viene presentato come una raccolta di (26) inediti, ma in realtà e stato composto e registrato a Oxford (quindi non così "casuale" come la leggenda vorrebbe). La natura disorganica della raccolta è semplicemente la natura dei Faust. Questi "nastri", in realtà, testimoniano la creatività dell'ensemble nella fase matura.


(Tradotto da John Politico)

Quindici secondi di piano dissonante e pochi secondi di caos portano(al minuto 1:20) a una serena fiaba alla Syd Barrett. Tre minuti dopo la canzone torna con lo stile chitarristico romantico. Al minuto 5:20 un'orgia "tibetana" di voci ronzanti e percussioni primitive portano al vaudeville stile Gong, il quale, alternativamente collassa in una jam guidata al sassofono. Il ritornello della canzone ritorna, ripetendosi oltre e oltre ancora per parecchi minuti. Al minuto 14:25 un po' di musique concrete alla Pink Floyd di Alan's Psychedelica Breakfast porta nell'ipnotica fanfara/marcia della cacofonica musica proto-industrial. Dissonanze orchestrali, che si collegano all'inizio, e la distorta musica registrata si protraggono, per pochi minuti di caos assoluto. Al 23:30 un clarinetto e un sassofono abbaiono rabbiosi alla luna accompagnati da una linea di basso jazzy. Dopo alcuni minuti di suoni casuali al 35:10 appare una nuova canzone. L'album finisce con due minuti recitati in francese assieme a una chitarra acustica: ancora una volta i Faust danno del significato al caos precedente "pausando" e riflettendo un tono malinconico.
Nell'era di Tubular Bells di Mike Oldfield questo è stato effettivamente un "successo" di progressive rock (50000 copie vendute in un anno).


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi, modificato da Stefano Iardella)

Nel frattempo, però, i Faust stavano morendo di inedia, sostenuti soltanto dall'avanguardia sperimentale. Esce anche una sua collaborazione con il violinista Tony Conrad, Outside The Dream Syndicate (Caroline, 1973 - Table of the Elements, 1996).
L'album contiene due lunghe tracce, ognuna di venti minuti: From the Side of Man and Womankind e From the Side of the Machine. La riedizione aggiunge From the Side of Woman and Mankind, la quale è pressochè identica alla prima traccia.

Alla fine, prima dello scioglimento, giunse il quarto album, IV (Virgin, 1973), molto più calmo e musicale, in certi momenti vicino a Barrett e al folk, ma ancora infestato da rumori elettronici.
Il pezzo forte è Krautrock, la suite iniziale: da un rumore cupo e ritmato (un orrendo derivato del raga psichedelico dei Velvet Underground) si levano miasmi sempre più letali e terribili. Presa nelle convulsioni di un'agonia incalzante, la mente esplode un'orgia immanente, il trip lisergico più sterminato di tutti i tempi, un condensato di terremoti psichici che ha come unico possibile referente le origini stesse del cosmo. Se gli Induisti tentavano di fondere la propria mente con Brahman, i Faust tentano di fonderla con l'immane big bang. Il loro rock è la versione infernale della kosmische musik: non celestiale calma, ma immane spaventoso gorgo di magmi galattici che freneticamente consumano energia termonucleare annientando anni-luce di materia.
Il punto più basso della depressione Faustiana viene toccato in Jennifer, tenue ballata sottovoce nei vortici di una suspense metafisica. Lauft parte come una parodia dei chansonnier parigini ma diventa un pezzo di ambient music (cinque anni prima che Eno l'inventasse).
Just A Second si apre con uno dei loro riff più incalzanti, ma dura soltanto un minuto, prima di sfumare in un glitch mandato in loop e nella sonata esagitata per pianoforte scordato di Picnic On A Frozen River.
L'album sa cogliere anche nel segno della musica da circo, con il music-hall futurista alla Gong di Giggy Smile, anche se questo brano esuberante (che a un certo punto sfodera un riff degno dei ZZ Top e un tema circense alla Frank Zappa) sembra un po' fuori luogo in mezzo a tanto cimitero emotivo.
Frank Zappa è in effetti l'unico musicista a cui si può ricondurre questa operazione. I "frammenti" continuano idealmente l'opera di demistificazione dei generi iniziata su We're Only In It For The Money e le bande marcianti sembrano appendici semiserie a Uncle Meat.

Ogni album dei Faust fa sostanzialmente storia a sè.

Dopo l'album IV i Faust si sciolsero, lasciandosi alle spalle almeno due capolavori da culto (il primo e il quarto album, appunto) e la leggenda di gruppo forse più misconosciuto del rock. Per ironia della sorte, invece, l'unico album a ottenere un minimo di riconoscimenti è stato quello peggiore.
Nessuna delle quattro grandi enciclopedie degli anni '90 (Rolling Stone, Penguin, Viking, All Music Guide, ciascuna di circa mille pagina) li citava.


(Tradotto da John Politico, modificato da Stefano Iardella)

Il quinto album dei Faust, registrato a Monaco nel 1973, non è mai stato distribuito, ma qualcosa alla fine riemerse su Return Of A Legend - Munich and Elsewhere (Recommended, 1987).
Ci sono soltanto sei tracce:
Munic/Yesterday; Don't Take Roots; Meer; Munic/Other; Baby; We Are The Hallo Men.
Questo album suona come se volesse essere un rifacimento del sound già compromesso di So Far.
The Last LP (Recommended, 1988) contiene le otto "parti di registrazione", originalmente registrate nel 1971 e parzialmente rilasciate sui singoli e negli EP. Queste non sono di certo cose essenziali. Infatti è l'unico album della prima parte della discografia dei Faust che non vale la pena d'ascoltare. Per confondere ulteriormente la discografia, questi due album saranno parzialmente (ma non completamente) raccolti su 71 Minutes (Recommended, 1990), con titoli leggermente diversi.

La resurrezione dei Faust avviene nel 1990, al “Prinzenbar” di Amburgo.
Una sequenza di performance live al “Marquee Club” di Londra e un tour in California attirarono sufficiente interesse per assicurare loro un contratto.
Diermeier e Peron non solo ricostituirono la band ma, finalmente, cominciarono a esibirsi dal vivo: Concerts: Vol. 1 (Table of the Elements, 1994) e Concerts: Vol. 2 (Table of the Elements, 1994).

I Faust ritornarono in studio per la prima volta dopo vent'anni ma, in linea con la loro inamichevole tradizione, le note di Rien (Table of Elements, 1995) sono otto pagine vuote: non una sola parola. E' stato comunque l'album della reunion.
Rien è, di fatto, un'antologia di materiale inedito, lavorato dallo straordinario esegeta Jim O'Rourke. Il limite di questo lavoro è precisamente che suona molto più come un remix di O'Rourke dei Faust che non un lavoro dei Faust (Diermeier e Peron). La seconda traccia (senza titolo) suona come una versione frenetica di space-rock alla Chrome (pieno di chitarra space alla Helios Creed) prima di finire repentinamente in silenzio (i Faust non avrebbero mai finito il pezzo in questo modo). Long Distance Calls In The Desert giocherella con suoni fusi. Eroberung der Stille, Teil II richiama i primi esperimenti elettronici-rumoristici di Edgar Varese, mentre la quinta traccia (senza titolo) richiama i primi Pink Floyd con una tromba bee-like come principale distrazione/attrazione e una lunga, ronzante coda. Eroberung der Stille Teil I è più che altro musica concrete primitiva, per collage di voci, suoni fusi e “Symphony 3” di Gorecki. Ogni cosa è ben eseguita e attentamente registrata, ma in fondo "è "proprio questo il problema. O'Rourke distrugge lo spirito originale kraut dei Faust: pazzo, impredicabile, incoerente. Oramai, i Faust stanno diventando un ensemble che si trascina in eterno, lavorando su troppe semplici idee. La musica dei Faust era criptica, non insignificante: Rien non è criptico, è semplicemente troppo indulgente, cioè... insignificante.

Seguirono molte speculazioni. Il mini album Untitled (Klangbad, 1996) contiene tracce inedite, le quali sono principalmente alternate, prese da molte canzoni minori: una vergognosa fregatura. Non meno patetiche sono le sessioni del 1973 su London 1-3.
La riedizione di questo, BBC Sessions (ReR, 2001), aggiunge quello che era stato lasciato fuori da 71 Minutes. È difficile credere che anche la band più alternativa degli anni '70 alla fine abbia cercato di trarre profitto dalla popolarità raggiunta in epoca tarda.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Rudolph Sosna è morto nel novembre 1996, all'età di 50 anni.

A differenza di Rien, che era principalmente una raccolta di materiale inedito, e degli album dal vivo, You Know Faust (ReR, 1997) segna il ritorno serio dei Faust sulla scena musicale. La formazione è composta da Diermaier, Irmler e Peron (anche se Irmlet non ha partecipato alle sessioni di registrazione).
La loro arte è maturata verso una forma più austera e severa, che consente solo gesti minimi, lontani dalle convenzioni melodico/ritmiche della musica popolare occidentale. Il tono della loro performance (anche nei pezzi più provocatori) è quasi classico: scarno, leggero, elegante, aggraziato. Ciò che colpisce come del tutto disorientante è la frammentazione (alcune tracce durano solo una manciata di secondi), come se i compositori non avessero bisogno di elaborare i loro gesti vaghi, essendo la vaghezza il messaggio finale. Lo spirito dell'operazione è quasi "ambient": più evocativo che narrativo, più sullo sfondo che in primo piano. Questo è il caso di brani fondamentalmente tranquilli: gli schemi ciclici di Hurricane, la funebre fanfara di tromba di C Pluus, il requiem d'organo di L'Oiseau.
Solo due composizioni si collegano alle loro radici dadaiste: Na Sowas (14a traccia e 14 minuti), una danza demoniaca che crivella un ritmo sincopato "robotik" con un carnevale di effetti sonori (ma dopo sei minuti non sembra sapere dove andare dopo), e Teutonen Tango (sedicesimo brano, sette minuti), un "Ubu-billy" demenziale con assurde voci francesi. Di fatto, entrambi remixano se stessi nelle loro code.
Altri brani compiuti finiscono per tradire una certa mancanza di ispirazione. Liebeswehen (otto tracce), l'epica revisione delle convenzioni di Duan Eddy/Sandy Nelson, e lo sketch umoristico di Men From The Moon difficilmente appartengono al resto dell'album: erano degli avanzi carini che la band si era sentita di pubblicare.
Ciò che manca è la grandiosità metafisica con cui completavano le loro cacofoniche incursioni. Qui c'è solo sperimentazione su timbri e texture. Interessante, intelligente, stimolante... ma fine a se stesso (Il CD contiene 17 tracce, ma elenca 26 titoli. Ovviamente non c'è corrispondenza biunivoca. La maggior parte dei recensori ha utilizzato i primi 17 titoli: per questa recensione, invece, ho identificato le tracce in base alla loro durata, come indicato dalla band).


(Tradotto da John Politico, modificato da Stefano Iardella)

Peron fu sostituito dal bassista Michael Stoll, e i Faust andaro avanti con Faust Wakes Nosferatu (1997), che documenta un'improvvisazione live per un film di Murnau, e Edinburgh Live (1998), che colleziona otto nuove composizioni.

I Faust sono ora per lo più un quartetto: Diermeier (batterie), Steve Lobdell (chitarra), Irmler (tastiere), Stoll (basso).

Infine Ravvivando (maggio 1999) continuò il programma di You Known.
Questa musica è di gran lunga meno peculiare, assurda, eccentrica di quella dei primi Faust. Queste tracce (apparentemente ce ne sono venti, ma organizzate in tre suite) sono dei monoliti.
Tracce:
Ein Neuer Tag; Carousel; il motorik Wir Brauchen Dich #6; Four Plus Seven Means Eleven; Take Care; Spiel; Dr. Hansl; Apokalypse; D.I.G.; Du Weisst Schon; Livin' Tokyo; il motorik T-Electronique.

The Land of Ukko and Rauni (2000) documenta uno show dei Faust a Hensinki. La line-up era costituita da Lars Paukstat (percussioni), Stoll, Lobdell e Diermeir.

Nell'epoca degli "inediti", delle "rarità", dei "remix", la band scoverà dalla spazzatura delle tracce da raccogliere su Patchwork: 1971-2002 (2002) e chiederà ad amici di dar vita a Freispiel (2002), un remix di Ravvivando.
Le cattive abitudini si diffondono anche fra i musicisti intelligenti.


(Tradotto da Giulio Bassanello, modificato da Stefano Iardella)

Derbe Respect Alder (Staubgold, 2004) è una claustrofobica collaborazione con il rapper newyorkese Dalek.

Il lavoro da solista di Hans-Joachim Irmler Lifelike (Staubgold, 2003), il primo album solista di un membro dei Faust, originariamente concepito per la riproduzione durante un’esibizione in un museo, è più vicino a Hans-Joachim Roedelius che ai Faust, sia per spirito, sia per sound.

Il triplo CD In Autumn (2007), con la collaborazione di Diermeir ma non di Irmler,testimonianza di terribili performance dal vivo, è una truffa.

Disconnected (Art-Errorist, 2007) è un album dei Faust solo sulla carta, perché Steven Stapleton dei Nurse With Wound e Colin Potter hanno semplicemente preso registrazioni dei Faust allo stato grezzo e le hanno trasformate in prodotto finito.

KleineWelt (Ektro, 2008) documenta concerti live del 2006 con questo assetto: JanWolbrandt alla batteria, Michael Stoll al basso, Lars Paukstat alle percussioni, Steven WrayLobdell alla chitarra e Hans-Joachim Irmler alle tastiere.
OdSerca Do Duszy (Lumberton Trading Company, 2008) testimonia un concerto del 2006 con Zappi Diermaier alla batteria, Jean-Hervé Peron alla chitarra e Amaury Cambuzat (Ulan Bator) alle tastiere.

I PaperFactory sono un ensemble che comprende il membro dei Faust Hans-Joachim Irmler alle tastiere elettroniche, Mike Adcok al pianoforte e alla fisarmonica, Clive Bells ai fiati, Sylvia Hallett al violino e Mike Svoboda al trombone. La loro prima registrazione, Schlachtfest Session 1 (Klangbad, 2008), sembra una più limpida e divertente versione di Lifelike, album solista di Irmler. L’atmosfera etnica, jazz e fusion è particolarmente efficace nella canzone da dieci minuti HinterdemEisentor.

C’est Com... Com... Complique (Bureau B, 2009) dei Faust è opera di Jean-Hervé Peron e Werner “Zappi” Diermaier assieme ad Amaury Cambuat degli Ulan Bator. Il risultato fu mediocre, sostanzialmente un album costruito per giustificare i nove minuti di KundaliniTremolos, uno dei loro migliori esperimenti nel campo della trance music.

Hans-Joachim Irmler dei Faust annunciò che il doppio CD Faust Is Last (2010), registrato tra il 2006 e il 2008, sarebbe stato il loro ultimo album.
Il secondo disco contiene le composizioni più lunghe: Karneval, In But Out, Voruebergehen, Primitivelona.

Irmler ha anche collaborato con l'avanpercussionista Stefan Weisser (Zev) su From The Frozen South (2009), attribuito a Fauz't, con il batterista svizzero Christian Wolfarth per Illumination (2011), che suona come i primi Tangerine Dream, e con FM Einheit, ex Einsturzende Neubauten, per No Apologies (2009) e Spielwiese Drei (2011), quest'ultimo con Katherine Young al fagotto e Ute-Marie Paul al sassofono.

I Faust di Jean-Hervé Peron e Zappi Diermaier hanno pubblicato il loro quarto e forse miglior album, SomethingDirty (Boureau B, 2011), stavola con il chitarrista James Johnston (Gallon Drunk) e Geraldine Swayne al piano, ai sintetizzatori, alla chitarra, all’organo, alla voce e al salterio, con canzoni che sono allo stesso tempo vibranti (Something Dirty e Tell the Bitch to Go Home) e meticolosamente teatrali (Lost the Signal e La Sole Doree).


(Tradotto da Stefano Iardella)

Irmler ha collaborato con il batterista Jaki Liebezeit dei Can su Flut (2014).

Ridotti al duo Peron-Diermaier, i Faust hanno pubblicato j US t (2014), noto anche come Just Us, e Fresh Air (2017), che raccoglie registrazioni sia dal vivo che in studio, in particolare i 17 minuti di Fresh Air.

Il quinto album perduto Punkt è finalmente riemerso sul cofanetto 1971-1974 (2021). Il gotico extraterrestre di Crapolino e la cacofonia dadaista di Prends ton Temps mostrano la stessa mentalità del primo album.
I dodici minuti strumentali Knochentanz, un crescendo psichedelico per tromba e ritmo ipnotico, sono degni dei loro momenti migliori, ma i dieci minuti di Schoen rund, una sorta di sonata jazzy al pianoforte, con synth gorgogliante, è effettivamente solo un avanzo.


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