- Dalla pagina su Steve Forbert di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

Nato e cresciuto nel Mississippi, Samuel Stephen Forbert (Meridian, 1954) si trasferÃŽ nel 1976 a New York City. Il formato acustico scarno di Alive on Arrival (Epic, 1978) gli valse la nomea di ennesimo "nuovo Bob Dylan", ma la preoccupazione di Forbert per i perdenti e per gli emarginati tradÃŽ l'influenza della generazione punk (e David Sanborn al sassofono aggiungeva un tocco eccentrico). L'album ÃĻ in gran parte autobiografico, registrando la sua transizione morale e fisica dal suo stato di nascita alla metropoli (Goin' Down To Laurel, What Kinda Guy, Big City Cat, Grand Central Station March 18 1977).

Jackrabbit Slim (1979) contiene l'orecchiabile Romeo's Tune, ma ÃĻ di gran lunga inferiore.

Little Stevie Orbit (1980) ÃĻ anche peggio e Steve Forbert (1982) ÃĻ un pasticcio stilistico.

Dopo una pausa di sei anni, Forbert ÃĻ tornato con il piÃđ centrato Streets of This Town (Geffen, 1988), influenzato da Bruce Springsteen e John Mellencamp.
Il breve The American in Me (1991) ha continuato su quella linea e contiene You Cannot Win 'Em All e Born Too Late.

Dopo l'album live solista Be Here Now (1994), Forbert ha messo in scena un ritorno impressionante con Mission of the Crossroad Palms (Paladin, 1995), forse il suo miglior album di sempre, con It Sure Was Better Back Then e Trouble With Angels.
Forbert si ÃĻ avvicinato ancor di piÃđ al formato alt-country degli anni '70 con Rocking Horse Head (1996), il live Here's Your Pizza (1997) ed Evergreen Boy (Koch, 2000).

Young Guitar Days (Relentless, 2001) raccoglie rarità dei primi tempi.


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