- Dalla pagina su Peter Gabriel di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
L'ex cantante dei Genesis, Peter Gabriel (Chobham, 1950), si trasformò in tormentato poeta angosciato delle nevrosi post-industriali, capace di restituire visioni strazianti dell'olocausto psicologico in formati musicali magistralmente elaborati. Le ballate elettroniche di III (1980), che esplorano la paura e la disperazione urbana, l'inquietante paesaggio sonoro di Birdy (1985), il sinistro futurismo di So (1986) alimentarono la sua malinconia cosmica a diversi livelli. La fusione high-tech di elettronica, ritmi funk, strumenti rock e fonti etniche che aveva perfezionato nel corso di quegli album implose in Passion (1989), un murales sonoro di musica psico-ambient che rinnegò le sue innovazioni tecniche e si ritirò in un mondo arcaico, nel formato spartano della musica da camera, creando un ponte ideale tra passato e futuro, primo e terzo mondo, la dimensione personale e quella pubblica.
Bio:
Il primo album, Peter Gabriel (Charisma, 1977),
è un'opera sinfonica prodotta in stile "wall of
sound" e pervasa da un humour nero di chiara marca britannica, sublimato nel rock and roll marziale di
Modern Love e nella solenne ballata folk di Solsbury Hill e radicalizzato nella profezia
apocalittica di Here Comes The Flood, con la chitarra titanica di Robert Fripp (King Crimson).
Fripp è anche l'ispiratore del secondo disco, Peter Gabriel (Charisma, 1978), il quale, decisamente più paranoico e sperimentale (con pezzi hard-core come DYL), segna l'abbandono definitivo dei moduli dell'art-rock. Gabriel adotta il Fairlight, il synthcomputer che è responsabile del timbro particolare dei suoi arrangiamenti elettronici, filtra il canto nel vocoder e assume al suo seguito il bassista Tony Levin, il batterista Jerry Marotta, il tastierista Larry Fast.
La maturità, liberatosi dalle pastoie di Fripp, giunge con il terzo, Peter Gabriel (Charisma, 1980), una raccolta di ballate elettroniche sulla paura metropolitana cantate con tono inorridito e disperato, di un pessimismo apocalittico. I due hit, la cupa profezia tecnologica di Games Without Frontier e l'urlo terrorizzato di I Don't Remember, costituiscono l'apice delle sue doti di arrangiatore, e il pathos commovente di Biko (tamburi marziali, coro africano, cornamuse scozzesi) suggella il suo affresco dell'angoscia del nuovo anno Mille. Lapidario e avveniristico, il sound di Lead A Normal Life e No Self Control è lacerato da dissonanze armoniche e asprezze ritmiche che preludono all'abbandono della melodia.
Il quarto album,
Peter Gabriel (Charisma, 1982), ristampato come
Security (Geffen, 1982),
la sua prima registrazione digitale (una registrazione completamente digitale, ma mixata con una console analogica), abbraccia ritmi esotici e musica concreta e cristallizza la
visione teatrale del rock da camera dei Genesis in un music-hall tragico, verboso e pretenzioso per
sintetizzatore e poli-ritmi. I danzabili (il funk incalzante e straniato di Shock The Monkey, i
frenetici poliritmi di Kiss Of Life, il balletto robotico di I Have The Touch) costituiscono
soltanto l'aspetto più superficiale dell'opera.
I rintocchi marziali, la suspence sinistra, gli occulti tribalismi di
Rhythm Of The Heat preludono all'ossessivo, ipnotico percussionismo quasi gamelan di San
Jacinto, ai sibili cosmici e alle pulsazioni titaniche di Lay Your Hands On Me. In quel
coacervo di cataclismi sonori il canto declama alto, tragico e solenne, finalmente libero da artifici
elettronici, e l'epico inno di libertà Wallflower dà un senso politico a tutto il
disco.
Gabriel inizia in questo periodo la sua attività per il cinema, che culmina nell'angosciosa soundtrack di Birdy (Charisma, 1985), la sua opera fino a quel momento più sperimentale, realizzata con l'aiuto di Jon Hassell, Larry Fast, David Rhodes e Tony Levin.
Su So (Charisma, 1986), al tempo stesso il più sinistro e il più commerciale (merito anche del produttore Daniel Lanois), spiccano Red Rain, apice del suo futurismo spaurito e del suo idealismo politico, il dolce lirismo di In Your Eyes e l'elegia populista di Don't Give Up (duetto con Kate Bush). Nonostante i tribalismi africani e le folate di Fairlight, questo disco segna di fatto una riscoperta del soul commerciale della Motown e della Stax, come dimostrano le ballad sofisticate di Sledgehammer (detonata da sincopi funk) e Big Time.
Attraverso la progressione di questi album, il cantante ha coniato un idioma personale (una sorta di tristezza cosmica) servendosi di sorgenti etniche che elabora in studio (alla Brian Eno), con l'alta tecnologia occidentale e lo utilizza come contrappunto per un più vasto programma ideologico.
Passion (Real World, 1989), colonna sonora del film L'ultima Tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese, su Gesù di Nazareth, è il capolavoro di Gabriel e una delle grandi opere di sintesi degli anni '80. Manipolando fonti folk africane e asiatiche, Gabriel ha creato una sorta di murales sonoro sulla Passione di Gesù. I 21 pannelli reinterpretano fonti musicali provenienti da tutto il mondo in una forma di musica (quella che Brian Eno chiamerebbe psico-ambient): ogni brano evoca un "ambiente" e le qualità psicologiche di quell'ambiente. Allo stesso tempo, la fonte originale si perde in una ricerca stilistica che appartiene alla musica classica, al rock e persino alla dance music, ma certamente non (più) alla musica folk. La prassi richiama il futurismo arcaico di Jon Hassell, sebbene qui il sapore sia più propriamente ritmico (rock).
I groove etnoelettronici di Gabriel (che, nel frattempo, erano diventati un genere chic) avevano già radici nella filosofia moderna, ma con l'ulteriore astrazione che subì in Passion, "divennero" una filosofia a sé stante. Il tono dell'album è malinconico e meditativo, un misto di esistenzialismo occidentale e panteismo orientale. Allo stesso tempo, il tono dell'album è un misto di pietà cristiana e distacco esotico.
Le litanie funebri del flauto e il ritmo sincopato di Of These Hope evocano una preghiera nel deserto, mentre venti gentili spazzano le dune di sabbia e le carovane navigano verso l'orizzonte. Voci disperate emergono dal ritmo oscuro e paludoso di A Different Drum, materializzate dai lugubri ronzii d'organo. With This Love presenta una tenera melodia di oboe, degna di Schubert, che fluttua su un violino doppio che simula il violoncello della musica barocca. Questo brano, il pezzo forte dell'album, trasuda il fatalismo doloroso delle partiture di Ennio Morricone e la maestosa malinconia dell'Adagio di Albinoni.
Passion è un raga cosmico che sembra abbracciare la liturgia islamica, cristiana e pagana attraverso l'interazione di tre voci: il lamento muezzin di Gabriel, il soprano angelico di Nusrat Fateh e il grido equatoriale di Youssou N'Dour. Sono ipnotizzati dalle macabre frasi della tromba di Jon Hassell, mentre le percussioni brasiliane e l'elettronica cupa creano una suspense metafisica, evocando sia la genesi che l'apocalisse.
Gabriel si abbandona a diversi formati, come per esplorare lo stesso tema con occhi diversi: dai vorticosi dervisci persiani di The Feeling Begins al concerto minimalista di Zaar, dall'estasi psichedelica di Open (un altro momento clou) agli echi lontani della musica galattica che costituiscono Stygmata. L'idea è spesso così astratta che la musica fluisce all'indietro, verso il grembo materno piuttosto che verso il mondo reale. Occasionalmente si vedono istantanee delle visioni più ultraterrene di Robert Wyatt.
I brani più brevi non sono meno suggestivi ed eterei. Lungi dal limitarsi a rievocare l'impressionismo in musica, queste miniature proseguono il tema della musica del "feto": il salmo new age di Lazzaro, l'austera musica da camera di Gethsemane, la musica "respirante" di In Doubt, l'esorcismo ciclico di The Promise of Shadows, persino la techno-funk alla Talking Heads di Troubled.
Le ultime tre "canzoni" sono più esplicitamente legate alla storia e compongono un crescendo commovente: in Disturbed il sintetizzatore suona un requiem monotono su percussioni caotiche e il giubilante "muro sonoro" di It Is Accomplished conduce al languido inno di Bread And Wine.
Passion di Gabriel è, prima di tutto, uno studio sul "suono". Ogni brano coltiva il proprio suono quasi in termini semiotici (ogni brano è un segno, piuttosto che un oggetto). L'inconscio collettivo di Jung prende vita nelle partiture soprannaturali di Gabriel.
Dal tema più universale Gabriel passa a quello più personale con Us (Virgin, 1992), un'altra collaborazione con Daniel Lanois che questa volta esplora le tecniche della musica techno. E' l'album di un'artista ferito dal fallimento del suo matrimonio: una raccolta di canzoni più che mai intrise di solitudine e alienazione. Il progressive-rock esotico di questo disco è la media aritmetica fra il funky-soul futurista di So e la world-music elettronica di Passion. L'umore depresso di Gabriel si sfoga nella cupa violenza di Digging In The Dirt, nell'affranta supplica di Come Talk To Me (cantata da Sinead O'Connor), nel flusso di coscienza di Secret World, nella commossa dedica di Love To Be Loved (con Brian Eno). Si libra in voli allegorici con la ballad pianistica Washing Of The Water e l'eterea Blood Of Eden (ancora O'Connor). Levin al basso, Rhodes alle chitarre e uno stuolo di musicisti etnici sorreggono le sue tetre lamentazioni.
La musica di Gabriel si svolge all'insegna di una profonda paura esistenziale. Il suo canto si deforma spesso in modo demenziale, e l'arrangiamento cerca nella world-music un richiamo naturale che esorcizzi i suoi demoni tecnologici. Proprio l'inedita fusione di poliritmi, elettronica e testi alienati costituisce l'eredità più saliente del Gabriel della maturità. Con una voce che deve molto al lamento soul di Otis Redding, Gabriel ha intonato terribili inni al futuro.
Shaking The Tree (Virgin, 1990) è un'antologia.
Dopo US, Gabriel si è immerso nel mondo multimediale e ha pubblicato i CD-ROM Xplora 1 (1994) ed Eve (1997).
Ovo (Real World, 2000), la musica per uno spettacolo del nuovo millennio, è un concept imperfetto e pretenzioso. La storia è una favola didattica sulle tre "età" dell'umanità (ecologia, industria, spiritualità). La musica, che si avvale di numerose cantanti ospiti, è un miscuglio di stili nuovi e vecchi, che spaziano dal rap (The Story of Ovo, con Neneh Cherry) al trip-hop (The Man Who Loved The Earth), dalla ballata pop (Father Son) al dub (White Ashes). La world music spaziale di Low Light (per pianoforte e archi sereni, forse il brano più significativo), The Nest That Sailed The Sky (con Shankar al violino), The Weaver's Reel (per percussioni frenetiche e violini) è la naturale prosecuzione di Passion, ma occupa solo una piccola parte del concept. L'album viene salvato dalla complessità prog-rock di Downside-Up (con Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins alla voce), dal funk radiofonico con sfumature orchestrali di The Tower that Ate People e dal celebrativo finale di dieci minuti di Make Tomorrow. I testi sono un grosso difetto, ma anche tralasciandoli non si può parlare del Gabriel più ispirato.
È un Gabriel che presta il suo talento a una missione che ha sostenuto con uno scarso entusiasmo.
Long Walk Home (Real World, 2002) è una colonna sonora che richiama il sound ambient/espressionista di Birdy.
Up (Real World - 2002) è un lavoro alquanto confuso e
scialbo.
Gli album di Gabriel, a partire da Passion sono stati
formalmente
indipendenti e uniformi; e derivata la sua forza sovra-umana dalla
fondamentale unione
di forma e arte Up, da parte sua, sembra un riassunto della
carriera di Gabriel.
The Barry Williams Show e No Way Out richiamano i suoi
primi tre lavori solisti.
Darkness raggiunge tempi ancora piu' lontani, il progressive-rock
vecchia maniera
dei Genesis.
Signal to Noise e More Than This
sono una specie di triviale
inno umanistico che anche Phil Collins potrebbe sottoscrivere.
Il pastoso coro gospel di Sky Blue è imbarazzante (nonostante
Peter Green alla
chitarra). Sono apprezzabile lo spettrale finale di The Drop,
la sospensione Robert Wyatt-iana di
My Head Sounds Like That, e poco altro.
Si sente la mancanza di una contenuto che possa soffiare un po' di
vita in queste immagini
scheletriche dell'artista ormai troppo invecchiato.
Up è il primo lavoro discutibile nella lunga carriera di uno dei
veri
maggiori geni del rock.
E non è una coincidenza che venga nella parte più attiva della sua
carriera.
Gabriel ha contribuito con Down to Earth alla colonna sonora di Thomas Newman del film di animazione in CGI WALL•E (2008), diretto da Andrew Stanton.
Scratch My Back (2010) è una raccolta di cover. Ogni canzone è impreziosita da arrangiamenti orchestrali (senza strumenti rock né elettronica), come una parodia della carriera di Gabriel, ma suona anche come un atto di umiltà: una raccolta di meditazioni sommesse, riflessive, ossessive e orchestrali.
New Blood (2011) contiene arrangiamenti di alcune delle sue vecchie canzoni per un'orchestra composta da 46 elementi.
I/O (Real World, 2023) è il primo album di materiale originale in oltre vent'anni.
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