- Dalla pagina su Peter Green di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Il chitarrista e membro fondatore dei Fleetwood Mac, Peter Green (Londra, 1946), pubblicò l'album interamente strumentale The End Of The Game (1970) prima di scomparire per quasi un decennio. Prendendo a prestito il format della jam session dal jazz, ma l'atmosfera dai dipinti surrealisti di Ernst, dalle colonne sonore horror e dai rituali voodoo, Green si abbandonò al puro sound painting. Il vagare allucinato della chitarra tesse trame colorate per salmi simili a mantra. È una musica viscerale e primordiale che riecheggia l'eruzione dei vulcani, le maree oceaniche e il ciclo vitale della foresta equatoriale. L'espansione di coscienza di Green è al tempo stesso follia ed estasi, un'espansione che si potrebbe meglio definire come “terrore epico”.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi, modificato da Stefano Iardella)

Bio:
Colto da una crisi mistica, il chitarrista Peter Green (all'anagrafe Greenbaum) lasciò i Fleetwood Mac nel maggio 1970. Incise un disco solista (pubblicato alla fine dell'anno) e poi scomparve dalle scene, dando origine a uno dei casi più singolari della musica rock: devoluti in beneficienza i proventi dei suoi dischi, vagò fra Inghilterra e Israele, si impiegò come becchino, barista e infermiere. Perse le tracce del leggendario chitarrista, il rock lo innalzò a mito storico dell'intransigenza contro i meccanismi del Sistema. In realtà era finito in un ospedale psichiatrico, inebetito dagli stupefacenti. Quando ne uscì, si trasferì negli Stati Uniti, si sposò e ricominciò a suonare. Nel 1979 torno' ad incidere, disilludendo la grande attesa di coloro che pensavano a lui come a un genio incompreso.

Ciò non toglie che The End Of The Game (Reprise, 1970), album puramente strumentale, sia un capolavoro, probabilmente la naturale continuazione di un disco che era rimasto interrotto dopo il brano Supernatural su Hard Road: echi d'infinito che si rincorrono per foreste equatoriali e deliri allucinati di chitarra, musica primordiale che esala dalle viscere del mondo, un soliloquio che deflagra lentamente, un'espansione della coscienza che trapassa dolcemente dalla follia all'estasi. L'atmosfera, più che da session jazz, è da rituale magico propiziatorio.
La chitarra domina da un capo all'altro del disco, ora stridula, ora feroce, ora sonnambula. In Bottom's Up blatera petulante su un ritmo fortissimo, ossessivo, quasi tribale, costruendo un clima di terrore che poi si placa in frasi dissonanti, come in un farnetico di agonia, e riprende lentamente a salire in un crescendo tempestoso. La danza più tribale del disco è però Burnt Food, forte di una delle progressioni ritmiche più trascinanti della storia del blues, da togliere letteralmente il fiato.
Nei brani meditativi la chitarra di Green è più misurata, ma non meno suggestiva. In Timeless Time si sospende in una specie di mantra dilatatissimo, accompagnata soltanto dai piatti. Altrove, avvalendosi del contributo di Money, Green disegna uno dei jazz-rock più geniali di sempre, tenendo presente le improvvisazioni "modali" dell' acid-rock.
In Descending Scale, un esercizio in cui piano (Zoot Money) e chitarra si divertono a polverizzare la scala musicale, un duetto di urla e gemiti, spasimi atroci di dissonanze che si alternano a sprazzi di estasi psichedelica, e folli corse orgasmiche su e giù per quelle (metafisiche) scale. In Hidden Depth l'atmosfera è di nuovo diffratta e dilatata come nell' acid-rock.
Il finale è The End Of The Game, con la chitarra che strilla impazzita, ubriaca, lasciva, l'inno supremo alla paura, alla disperazione, alla solitudine, l'ultimo respiro prima del nulla e dell'eterno.
Ogni brano è l'evocazione del clima minaccioso e opprimente della jungla e dei rituali occulti delle popolazioni primitive; e al tempo stesso è una preghiera orientale, o un viaggio lisergico. Ma, a qualunque livello metaforico, rimangono come valori assoluti i suoi esperimenti alla chitarra: quei brani sono anche dei mini-concerti di dissonanze, di tocchi atmosferici, di wah-wah lancinanti. Green ha portato alle estreme conseguenze il concetto blues della chitarra come "seconda voce". Quei brani sono frammenti lirici e ipnotici che tracciano la rotta della sua crisi esistenziale e della sua mistica conversione a una arcana religione dell'infinito.

Dopo qualche singolo (ancora due nel 1972) e una leggendaria versione di novanta minuti improvvisata dal vivo di Black Magic Woman, di lui si persero le tracce.

Dopo una lunga assenza, Peter Green tornò sulle scene con In The Skies (PVC, 1979), che non era malvagio ma non aveva nulla del genio di End Of The Game. Gli fecero però seguito album mediocri che gli appartenevano soltanto per ragioni marketing, ma in realtà erano in gran parte composti da suo fratello Michael. Nel 1985 le sue condizioni mentali peggiorarono di nuovo e per anni il suo nome scomparve di nuovo (i tre dischi di questo periodo sono antologie).
Nel 1995 formò lo Splinter Group, che due anni dopo pubblicò il primo album, Peter Green Slinter Group (1997), una specie di ritorno alle sue origini blues, seguito l'anno dopo da The Robert Johnston Songbook (1998).
Il fatto che il gruppo abbia continuato a pubblicare almeno un album all'anno dimostra che Green si era finalmente liberato dei suoi fantasmi interiori.

Green è morto durante il sonno nel luglio 2020, all'età di 73 anni.


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