- Dalla pagina su Don McLean di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Donald McLean (New Rochelle, 1945) debuttÃē nel 1963, nel periodo di massimo splendore del Greenwich Movement, ma ottenne un contratto discografico solo quando quella scena era ormai svanita.
Tapestry (Media Arts, 1970) includeva canzoncine romantiche e modeste come Castles In The Air e And I Love You So, ma American Pie (EMI, gennaio 1971) sconvolse il mondo, grazie alla saga di nove minuti della title-track (American Pie), una storia criptica della musica rock basata su riff di pianoforte saltellanti, un maestoso ritornello e il contrappunto di fisarmonica e armonica, mandolino lirico e un maestoso ritmo di valzer, e grazie all'inquietante ballata Vincent (Van Gogh).
If We Try e Dreidel, i pezzi forti di Don McLean (UA, 1972), non erano certo dello stesso stile: Don McLean si prese la libertà di abbandonare uno stereotipo di successo, un'azione che raramente si ÃĻ verificata negli annali della musica popolare.
Homeless Brothers (UA, 1974) andÃē oltre nel processo di decostruzione di Don McLean, presentandolo come una sorta di Neil Diamond per famiglie (Wonderful Baby, La La Love You), nonostante Legend Of Andrew McGraw.
Prime Time (1977), Chain Lightning (1979), Believers (1981) e Dominion (1983), album dal vivo con orchestra, non avevano nulla in comune con il cantautore di American Pie.
Con Love Tracks (Columbia, 1987) McLean si ÃĻ addirittura convertito alla musica country (Love in My Heart).
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