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Il Concerto Delle Menti (1973), 6.5/10 | Links: |
| The Italian band Pholas Dactylus released only one album, Il Concerto Delle Menti (Magma, 1973), which collects a lengthy progressive suite. The title is misleading, as the work is mostly spoken, thus bordering on poetry and theater, like the Doors' The End. The gothic and apocalyptic imagery is wed to a keyboards-based soundtrack. |
(Scheda di Paolo Palma)
I Pholas Dactylus, sono una delle parentesi più interessanti e convincenti nel panorama del rock progressivo italiano minore degli anni 70. Questo unico album, Il Concerto Delle Menti, pubblicato nel 1973 dalletichetta genovese Magma, è diviso in due tracce a causa dei limiti tecnici del vinile e rappresenta una piccola perla nel cosmo della musica di quel periodo. E di certo unopera sperimentale pregevolissima, scevra dai barocchismi di cui molte volte il progressive si fregia. Più di una suite da lidea di un "pezzo" teatrale, in cui il testo, recitato anziché cantato, ha la stessa forza emotiva, se non superiore della parte musicale. "tra poco voi salirete su di un tram " con queste parole sospese nel vuoto strumentale, lalbum inizia con un recitativo inquietante. Inquietante e visionario come tutto il resto del testo, che proietta lascoltatore dentro uno scenario percettivo ed immaginifico. La voce di Carelli è impostata, ipnotica, è quella di un profeta dissennato dal tono minaccioso, che ti trascina in un mondo lisergico e allucinato. Il testo è scandito da stacchi e cambi di tempo, sorretto dalla parte musicale che in alcuni casi diventa trascinante e coinvolgente, in altri si dilata e reitera in una sorta di psichedelica accennata. Le tastiere di Galbusera e Pancotti si intrecciano in una trama di 50 minuti con la chitarra di Colledet su una matrice jazz che serve come base. Ci sono tratti di quiete, in cui la voce è rilassata in aperture di ampio respiro. E unopera che orbita attorno alla mente come alternativa ad un mondo a cui non si vuole appartenere, ai suoi viaggi, alla forza dellimmaginazione che dà vita ad una serie di allegorie e simbolismi. E una fucina di alchimie. Il testo a stralci ricorda le pagine dellHenry Miller più visionario o le righe zeppe di assenzio di Baudelaire, ma con un senso apocalittico delirante che ci prospetta scenari decadenti, viaggi a ritroso nel tempo in una visione circolare in cui il primo giorno ciba lultimo. Esseri umani nudi e senza volto, rospi con occhi di gemme, edifici fluttuanti, un boia, sei angeli di acciaio, un colosso dai piedi di argilla, una tromba solare, un bimbo di pietra sono tra le figure che incontriamo nellincedere narrativo. La seconda parte del disco inizia in maniera incalzante, ed in alcuni tratti ricorda alcuni album dei Jethro Tull. Musicalmente è più coinvolgente della prima parte, dove il testo era molto più presente. "il tempo e lo spazio non ci sono più" e cosi si arriva alla dissoluzione delle coordinate di riferimento, luomo si perde, rimane fluttuante, sospeso fin quando non si arriva allepilogo, recitato su un tappeto corale di gorgheggi, che ha il senso ed il tono di un monito; è drammatico finchè, incalzato dalla chitarra, acquisisce vigore e ci lascia con un interrogativo. Lopera che può sembrare ostica al primo ascolto, risulta alla lunga ben omogenea anche se non manca tal volta di pretenziosità, non sempre disillusa. Sospesa tra lavanguardia di Christian Vander ed il rock progressivo più convenzionale dalle influenze jazz è unopera che, a differenza di buona parte degli album di rock progressivo, ha un valore intrinseco, ha il pregio della freschezza di una idea nuova. |
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