- Dalla pagina su Bruce Springsteen di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Bruce Springsteen (Long Branch, 1949) è l'epitome dell'"epico" in musica. Dopo Bob Dylan e prima dei Ramones, è stato uno dei pochi musicisti capaci di trasformare l'umore di un'intera generazione in un "sound". Se le regole per giudicare l'importanza di un artista sono che a) sia indifferente a mode e tendenze; b) che i suoi testi scavino a fondo nella sua epoca e risuonino nell'anima di milioni di persone; c) che ogni disco sia, di fatto, un concept album; d) che ogni canzone faccia venire i brividi anche senza una melodia orecchiabile, allora Springsteen è uno dei più grandi di tutti i tempi.
Musicalmente, Springsteen ha coniato il modello del cantautore degli anni '80, colmando il divario tra il bluesman degli anni '30, l'urlatore nero degli anni '40, il rocker degli anni '50, il folksinger degli anni '60, il punk degli anni '70.
Per molti versi, Springsteen è stato il vero erede di Woody Guthrie (Bob Dylan non è mai stato un vero populista). Cantava dei sogni e delle paure dei comuni americani bianchi. Ma è stato anche l'erede del blues, in un'epoca in cui la nazione nera lo stava abbandonando per la musica dance.
Nel corso degli anni, Springsteen è cresciuto fino a diventare l'eloquente portavoce dell'America borghese e operaia. Le sue declamazioni combinano demagogia populista, passione patriottica e visione profetica in un modo che è tipicamente americano. L'entusiasmo alienato dei suoi esordi si trasformò prima in una nostalgica glorificazione del passato e infine in un dolore rassegnato. I sogni si trasformarono in ricordi e l'esuberanza in frustrazione. Mentre la terra promessa svaniva, Springsteen guidò l'esodo dalle utopie internazionali verso le virtù della gente comune.
Springsteen trasmise tutto questo in performance energiche e intense che cambiarono il significato stesso della parola "concerto". Il suo concerto è una cerimonia sacrificale collettiva che riversa la vita nuda e cruda in forma artistica. Che gridasse o sussurrasse, Springsteen "era" la voce di milioni di americani per i quali il sogno americano non si era mai materializzato. Le sue canzoni sono gli inni nazionali di quella nazione sommersa.
La fusione stilistica di The Wild The Innocent And The E Street Shuffle (1973) ricordava sia Van Morrison che Taj Mahal, mentre Born To Run (1975) introdusse il suo torrenziale "muro di suono".
The River (1980) riassumeva tutto: pathos, epos ed eros. Testi populisti, sound granitico del gruppo, tenere confessioni, ritornelli orecchiabili, riff hard-rock, imponenti groove boogie, spasmi rock'n'roll, ballate acustiche: Springsteen e la sua band erano i creatori per eccellenza di buone vibrazioni. Tristezza e pessimismo prevalsero negli album successivi (in cui Springsteen preferiva spesso il formato acustico), con la notevole eccezione di Born In The USA (1984), un altro set super-elettrizzante di anthem.
Bio:
Bruce Springsteen è uno dei pochi musicisti rock per i quali vale davvero il
termine "epico". Dopo Dylan e prima dei Ramones, è stato uno dei pochi a
trasformare l'umore di un'intera generazione in un "sound".
Se le regole per giudicare la grandezza di un musicista rock sono a) che sia indifferente alle mode, b) che le sue liriche scavino a fondo nella sua era e risuonino con l'animo di milioni di persone, c) che ogni suo disco sia di fatto un concept, d) che una sua canzone possa dare i brividi anche senza una melodia orecchiabile; allora Springsteen è uno dei massimi musicisti rock di tutti i tempi.
Musicalmente, Springsteen ha coniato il modello di singer/songwriter degli anni '80, assimilando le esperienze più svariate del canto popolare, dal folk-singer allo shouter nero, dal rocker al bluesman.
Per molti versi, Springsteen è il vero erede di Woody Guthrie (Bob Dylan era tutt'altro). Ma Guthrie era un'icona culturale soltanto per l'America bianca, mentre Springsteen è anche il vero erede del blues. In quegli anni la musica nera stava perdendo lo spirito "apostolico" del blues e identificandosi sempre più con uno stile di ballo. Springsteen continuò la missione di Blind Lemon Jefferson quando gli stessi musicisti neri l'abbandonavano. In tal modo Springsteen è davvero il cantore universale dell'Americano medio (bianco, nero, ispanico o altro).
L'opera di Springsteen si è sviluppata lungo tre direttive: quella del politico (New York Serenade, Promised Land, Jungleland, State Trooper, Born In The USA), quella del nostalgico (Glory Days, Going Down, l'American Graffiti di tutto River) e quella dell'erotico (Rosalita, Night, Sherry Darling), esplorate sempre attraverso l'introspezione nell'animo dell'everyman, ed evitando invece i proclami messianici.
Ma, con il passare del tempo, Springsteen è soprattutto diventato un eloquente portavoce dell'americano medio. Le sue declamazioni hanno quel tanto di demagogia populista, di passionalita' patriottica e di visionarismo profetico che da sempre fa delirare l'America. Springsteen è l'erede moderno dei tanti politicanti d'effetto e dei tanti predicatori invasati che hanno battuto le strade della Frontiera.
I suoi personaggi non sono però eroi, banditi o giustizieri:
sono uomini comuni presi dalla catena di montaggio, dall'
officina di riparazione, dalla folla della strada. Sono gente vera, con i loro
sogni, le loro paure, i loro complessi.
I vagabondi alienati ma entusiasti
di Born To Run sono invecchiati a poco a poco; sono diventati tristi e
rassegnati, e devono ora confrontarsi con la dura realtà di tutti i giorni
e con i relitti dei sogni di un tempo, dei loro "glory days".
E in parallelo la sua prosa si è fatta sempre più letterata ed esistenziale,
fino a farne un Woody Guthrie moderno: laddove Guthrie piangeva le sofferenze
della popolazione contadina della Dust Bowl, Springsteen osserva amaramente
le pene dei lavoratori dell'America industriale.
Springsteen epitomizza il giovane cresciuto nell'era del boom economico
e della contro-cultura, rivitalizzato da queste due grandi speranze che si sono
arenate miseramente sugli scogli della crisi e del "re-alignment" ("riflusso")
degli anni '70.
I suoi dischi
hanno semplicemente registrato il lento e mesto trasformarsi di
quei sogni in ricordi. L'esuberanza dei giorni di scuola si è ridotta a un
profondo senso di frustrazione. Persa la "terra promessa", è iniziato
un esodo quasi biblico dalle utopie internazionali
verso le virtù dell'uomo della strada.
Ne è risultato un performer energico e intenso che in ogni numero deve dare
tutto ciò che ha in un inesauribile cerimoniale di sacrificio che ha come fine
supremo quello storico di calare la vita nuda e pulsante nella forma.
Proprio nella veste di interprete è più saliente il suo contributo alla
storia del rock: tutti dovranno misurarsi con il suo modo dirompente e
passionale di tenere la scena.
Al populismo di Guthrie e di Frank Capra Springsteen ha dato la voce degli
shouter da bordello. Se Guthrie era ancora l'intellettuale che vive dall'esterno
le tragedie dei diseredati, e le canta con voce dimessa e funerea, Springsteen
è "uno di loro" e usa il tono dei rioni bassi. E i suoi sono allora gli
inni nazionali di quella nazione sommersa, inni che, come tutti gli inni,
possono anche essere musichette di quarta mano, ma fanno accapponare la pelle
se cantati sull'attenti a squarciagola, e valgono allora più di intere sinfonie.
Bruce Springsteen (classe 1949) crebbe nel New Jersey, a due passi da Ashbury Park, scimmiottando fin dagli inizi la carriera di Bob Dylan. Ma si trattava semplicemente di un rocker esuberante, dotato di talento lirico e per nulla politicizzato, un cantautore urbano che si affidava al rock and roll e al rhythm and blues dei bar di periferia.
Prendendo spunti vocali da Van Morrison (animale da concerto per eccellenza, vocalist possente e arrangiatore sapiente come lui), dal soul-rock "degli occhi azzurri" (Gary U.S. Bonds), dal tenore romantico di Roy Orbison, sul primo album, Greetings From Ashbury Park (1973), Springsteen snocciola senza soluzione di continuità ballate dylaniane che riprendono con sincera partecipazione la vita di strada (Spirit In The Night), i drammi sentimentali della piccola borghesia (For You), i monologhi interiori della gioventù suburbana (Growin' Up).
Con il secondo album, The Wild, The Innocent And The E Street Shuffle (CBS, 1973),
Springsteen si mette alla ricerca di uno stile originale con una raccolta tematicamente
unitaria di canzoni più complesse che (come liriche) approfondiscono
in senso drammatico tanto i personaggi quanto la narrazione e (come musica)
miscelano Stax-soul, serenate messicane e bande paesane, in una varieta'
assai eterogenea di arrangiamenti.
Kitty's Back (jump-blues bandistico, swing orchestrale, assoli
blues-jazz di organo e chitarra)
è un esempio di questa fusion integrale. Brano esteso e variegato,
ricorda il pop-jazz di Moondance e persino i pastiche dei Colosseum.
L'epico tex-mex a ritmo di tuba Wild Billy's Circus Story sembra
addirittura uscire da un disco di Taj Mahal.
La seconda facciata, poi, è praticamente una suite, tema la fauna giovanile
urbana, povera e romantica:
Incident On 57th Street, storia fatale di un piccolo ladro, ha
l'incedere di Desolation Row e un andamento ipnotico da Blonde On Blonde;
Rosalita, novella d'amore e tradimento, è un Van Morrison esuberante
e viscerale del periodo soul fiatistico;
e New York Serenade, che si apre su un arioso assolo jazz di piano e si
svolge per rintocchi di flamenco in un diluvio di violini,
è un sofferto brano di soul da camera immerso in un'atmosfera cupamente
apocalittica.
Queste lunghe canzoni narrative dipingono la metropoli
a toni scuri con una struttura metrica e corale nella linea creativa di
Van Morrison, sostenuta da una gamma vocale impressionante, dall'urlo più feroce
allo spasimo più soffocato, e da arrangiamenti d'avanguardia.
Il quintetto che lo accompagna consta di due neri, due bianchi e un messicano.
Ciò che lo distingue dai ensemble folk-jazz di Morrison sono le inflessioni
chicane, che danno a tutta l'opera un connotato più soffertamente latino.
Springsteen non è più il troubadour alla Dylan, ma piuttosto la versione
romantica di Lou Reed, capace anche lui di immergersi anima e corpo nei
rumori e nelle immagini dei quartieri poveri e di assorbirli nella rozza
energia del suo sound. Le sue composizioni non sono più ballate folk, ma
piuttosto quelle "piccole sinfonie per adolescenti" che Spector aveva
teorizzato.
Born To Run (CBS, 1975),
per effetto di una colossale campagna promozionale, di
un certosino lavoro di produzione ("wall of sound" alla Phil Spector più spezie di
Blonde On Blonde) e di un'ottimo combo di accompagnamento in stile
hard-soul divenne un best-seller, al tempo stesso acuendo i pregi/difetti del
cantautore, come la melodrammaticità, l'enfasi, la visceralità "a tutto
volume tutto d'un fiato" che servono a mascherare la pochezza di molte
composizioni ma che producono anche le vibrazioni più emotive.
Lo sperimentalismo dell'opera precedente viene abbandonato per ritornare
alla classica forma canzone, e il soul da camera alla Van Morrison viene
irrobustito di possenti sincopi rock and roll. Springsteen il rocker viscerale
non è in realtà all'altezza di Springsteen il poeta soul, e le due figure
non si fondono ancora adeguatamente.
Night, una lirica e travolgente serenata in crescendo,
il potente rock and roll sincopato di Shès The One,
la sofferta novella urbana di Backstreets,
Born To Run, anthem solenne ed eroico,
il finale drammatico di Jungleland, ringhioso, epico e appassionato canto
di vita scandito dal piano in un tripudio strumentale, che fa il paio con l'iniziale
Thunder Road, l'ouverture programmatica al milieu dei ceti bassi,
compongono un'opera fortemente tematica, compatta, rocciosa e rabbiosa,
un nostalgico affresco dei quartieri di periferia rigurgitante di personaggi,
quasi una rock opera autobiografica, una Tommy del New England.
Pomposo e marziale, lo stile di Springsteen si è lasciato alle spalle
la tradizione ascetica dei folk-singer e ha adottato
un atteggiamento a metà strada fra il più accorato e tragico tenore d'opera
e il tono di sfida del rocker più spavaldo e ribelle.
A creare la suggestione è, però, di nuovo l'arrangiamento, soprattutto
il sax struggente e festoso di Clarence Clemons e il piano tintinnante
"natalizio" di Roy Bittan.
Nei tre anni di silenzio che seguono (dovuti a beghe legali) il mercato viene sommerso di bootleg che riportano le sue esibizioni dal vivo, presto assurte a leggenda. Questi album sono talvolta migliori di quelli ufficiali fin qui pubblicati, grazie alle furibonde scorribande, chitarristiche e vocali, del leader (degno erede di Hendrix e di Burdon) e al fenomenale supporto della sua E-Street Band, che ora annovera anche la chitarra ritmica di Steve Van Zandt. Alcuni dei suoi classici vengono alla luce grazie alle cover fatte da altri: The Fever (Southside Johnny), Sandy (Hollies), Blinded By The Light (Manfred Mann), Fire (Pointer Sisters), Because The Night (Patti Smith).
Darkness On The Edge Of Town (1978) consegna le versioni ufficiali di
uno dei suoi rhythm'n'blues più trascinanti, Badlands (doppiato dall'inferiore Prove It All Night),
di una delle sue migliori imitazioni del Bob Dylan di Blonde On Blonde,
The Promised Land,
e della ruggente elegia filosofica Adam Raised A Cain,
ed opera una decisa trasformazione abbandonando gli abbellimenti spectoriani
di Born To Run per il suono duro e mordente anticipato dai bootleg, dove
irrompono fragorosamente
il sassofono di Clarence Clemons
e una coppia di tastiere (piano, organo) tempestose, oltre alle chitarre
di Steve Van Zandt e di Springsteen stesso.
Benchè inferiore ai due precedenti (alcuni brani sembrano scarti, altri
sono insolitamente sottotono), è questo il disco che
segna il passaggio alla fase maggiore di Springsteen: le liriche penetrano
nella vita quotidiana della gente comune e la trasformano in poesia
universale, santificano la cupa realtà sociale in atmosfere di un'intensità
quasi religiosa.
Springsteen, che fin qui era stato soltanto l'ennesimo bardo romantico
della strada, dei grandi sogni e delle grandi speranze,
diventa la coscienza dell'America di provincia.
E' questo anche il disco in cui Springsteen comincia a confrontarsi con il
passato, che gli ispirerà alcuni dei melodrammi più intensi: facendo leva
sul potere della nostalgia e del rimpianto, aggiunge altri strati di
pathos al suo affresco sociale.
La stagione classica di Springsteen ha origine dalla sintesi fra il sound
effettistico di Born To Run e l'anelito filosofico di Darkness.
Nel 1980 compensa la ormai leggendaria parsimonia discografica con il doppio River (CBS, 1980).
E' un album che, musicalmente, vive ormai soltanto sulla
carica spaventosa del cantante e sul baccano della sua banda di scalmanati e,
tematicamente, ripete per l'ennesima volta il trucco del ribelle selvaggio,
dell'eroe solitario, della vita di strada, in assenza di una reale forza lirica.
Springsteen è comunque abile a mischiare testi impegnati, emozioni struggenti
e sound elettrico, e molte canzoni, costruite su una valanga di citazioni,
sono dei classici della sua arte di sintesi.
Lo spettro è ormai sterminato, a riprova di come lo stile di Springsteen
sia equivalente al moto perpetuo nella musica rock.
Ad un estremo si situano le scarne ballate ascetiche nella più classica
tradizione degli hobo, rese più sofferte dal suo ruggente crooning:
River, amara parabola di tanti giovani iniziati prematuramente alla vita,
Point Blank, ballata dylaniana di denuncia,
Independence Day, pregna di nostalgia,
e Stolen Car, sospesa in un clima di fantasmi.
Le più emotive sono le elegie cantate con
quella foga disperata che incrocia la ferocia criminale dello shouter e
la spavalderia "maledetta" del rocker:
Two Hearts, un epico anelito d'amore,
Jackson Cage, grido di libertà per i condannati all'ergastolo,
e soprattutto Out On The Streets, altro forsennato soul che viene
cadenzato con violenza brada e urlato con rabbia a squarciagola.
All'estremo opposto ci sono le canzoni addirittura spigliate,
Sherry Darling, una serenata esuberante che è la quintessenza
dello "Spector-sound" (con piano kooperiano, clapping, vociare di sottofondo
e sax appassionato),
o Hungry Heart, una serenata rhythm and blues (e il suo primo vero hit),
o I Wanna Marry You, tenera e nostalgica ballad sentimentale,
fino al trittico indemoniato di
I Got A Crush On You, un feroce numero da shouter licantropo a ritmo
mozzafiato,
You Can Look, il rock and roll più epilettico della sua carriera,
e Cadillac Ranch, un country boogie incalzante e truculento,
baccanali di energia primitiva che celebrano il "fun" adolescenziale
degli scalmanati bravi ragazzi di provincia.
E' qui che lo Spector-sound raggiunge la sua apoteosi, rompendo gli argini
con furia incontenibile.
I rock and roll più tradizionali, Rocker e
Ramrod (altro capolavoro di arrangiamento, un ralenti rockabilly con una
cadenza pulsante di organo e un rovente sassofono boogie)
esaltano il macho narcisista.
Il rimando alla civiltà degli anni '50 è più marcato di quanto
sembri, e le stesse musiche sono un omagio al passato, dal folk ai Sixties.
River è un disco di revival, ideologicamente conservatore e nostalgico.
Le tre composizioni che chiudono il disco,
The Price You Pay, Drive All Night e Wreck On The Highway,
sono proprio le più pessimista:
sono tre finali di storia, immersi in un senso di vuoto deprimente, che svelano
dove siano finiti tutti gli eroi della mitologia springsteeniana, un po' come
il finale di "Monsieur Verdoux" (l'esecuzione alla ghigliottina) svelò dove
finisse la strada lunga e diritta per cui si
incamminava ogni volta l'omino buono e sorridente delle comiche di Chaplin.
A differenza dei dischi precedenti, nei quali Springsteen era il bardo che
cantava le vite dei personaggi esemplari del suo novelliere, in River
i testi sono tutti in prima persona, e il protagonista è sempre lui,
che colloquia filosofico e fatalista con la sua ragazza. Grazie a questa
tecnica l'osservazione si è fatta più profonda, riuscendo a penetrare dentro
le vite dei personaggi, al limite del monologo interiore.
Le tastiere, sempre in primissimo piano (ora organo da chiesa e ora Farfisa
da spiaggia, ora tintinnante pianola e ora pianoforte da camera), sono
tanto importanti quanto la voce
nel dare il tono ai brani, e Roy Bittan si affianca a Nicky Hopkins e Al Kooper
fra i grandi pianisti d'accompagnamento del rock.
Qualunque sia il tema (idillio, disperazione, sogno, requisitoria), la musica
della E Street Band è sempre coinvolgente ed emotivamente vicina allo spirito
del "good-time", pur non essendo mai semplice "fun": è questo il segreto
del compromesso storico raggiunto da Springsteen negli anni.
E così, su questi drammi accorati, la voce più vibrante del rock bianco
può incidere le sue note di pathos quotidiano e tragedia urbana senza nulla
togliere al piacere dell'ascolto.
River sancisce la definitiva consacrazione di Springsteen a eroe
popolare.
Ma due anni dopo Springsteen si rimangia tutto e incide Nebraska, nel
più ascetico stile folk
(chitarra e armonica), omaggio alle sue origini e occasione per disintossicare
le corde vocali. Le sue dure ballate di strada cantate quasi in sordina
(Highway Patrolman) profumano di Guthrie, di polvere e di sudore,
di American Graffiti e di beat generation.
Nostalgia e retorica si propagano di storia in storia, pathos, desolazione e
denuncia (Nebraska) si avvicendano con la sofferta grinta e l'entusiasmo che
hanno segnato tutte le fatiche dell'eroe.
Il tema unitario è la dura lotta per sopravvivere nell'era della Reagonomics.
Le ballate più avvincenti sono quelle
(Johnny 99, State Trooper, il capolavoro, Open All Night)
scandite da un ritmo accentuato che rende ancor pù allucinato e nevrotico
il paesaggio morale di queste storie di falliti.
Nebraska è un disco cupo e spettrale, che presenta il punto di vista
della classe lavoratrice, vittima impotente di un oltraggio morale.
Per colmo di schizofrenia il 1984 è invece l'anno del boom commerciale: l'album Born In The USA (CBS, 1984) gli conquista il primo posto sia nelle charts dei 45 giri sia in quelle dei 33 giri (18 milioni di copie vendute nel giro di sei anni). L'album esalta pregi e difetti del rock conservatore di Springsteen. Fra reminescenze di gioventù (i giorni ribelli della high school) e impegno sociale (la disoccupazione, i veterani del Vietnam) l'ennesimo atto della drammaturgia springsteeniana dispiega di nuovo il calore umano, l'incalzante sound elettrico e la foga disperata, che l'atto di contrizione di Nebraska avevano offuscato, ma con quanta nuova malinconia.
L'anthem Born In The USA
(originariamente composto per Nebraska in una toccante versione blues)
è un catalogo di tutto ciò che di negativo
è accaduto all'America nell'ultimo decennio: i suoi rintocchi marziali sembrano
voler chiamare a raccolta la nazione dei diseredati.
Tutta la tremenda
forza d'urto dell'epica springsteeniana sembra posta al servizio soltanto del
pessimismo più scorato, tanto che proprio le canzoni più ritmate e veloci
(come il rockabilly Working On The Highway) sono quelle più negative.
Il requiem marziale di Downbound Train, No Surrender e l'incalzante
Going Down (con l'ossessivo ritornello che rende il senso della decadenza)
toccano i vertici negativi dell'epos proletario.
Glory Days, la più epica, e al tempo stesso tetra, delle sue
rivisitazioni nostalgiche degli anni della sua gioventù, e la desolata
My Hometown ripiegano nella più autentica vena del rimpianto.
Gli hit, Dancing In The Dark, Cover Me, I'm On Fire, non fanno
invece che confermare l'abilità di Springsteen nel nascondere carenze melodiche
con una intensa carica emotiva.
Pink Cadillac è un classico del suo genio nel fondere il ritmo e
il tono di tre archetipi sonici della provincia come il
rock'n'roll, il rhythm'n'blues e l'honky-tonk.
Born In The USA rappresenta l'apice di una poetica che ha come referente la memoria collettiva dell'America, e che sottende un senso di colpa per tutti gli sbagli su cui gli americani non hanno mai avuto il coraggio di riflettere. Springsteen incarna l'altra America, opposta a quella ufficiale, un'America che non si esalta per la propria grandeur e che non indulge nel fanatismo intollerante dei bigotti. Di fatto Springsteen si propone come l'ultimo dei "padri fondatori" della Nazione. Le briciole di saggezza raggranellate in tante storie dolorose compongono una morale di rassegnazione e umiltà davanti all'atroce realtà dell'esistenza. Il suo popolo di umiliati e offesi è una delle tante carovane della civiltà della Frontiera, in marcia verso l'utopia in un paesaggio ostile e spietato, che prenderà molte di quelle vite e lascera' le altre sole a lottare nel deserto.
Il quintuplo Live del 1986, subito proiettato in testa alle classifiche di vendita, ne consacra il mito, ormai senza eguali, e dimostra una volta di più come si tratti soprattutto di un grande interprete (per esempio, in War, il vecchio successo di Edwin Starr).
Tunnel Of Love (1987), una raccolta di canzoni d'amore (che in realtà
racconta le vicende della separazione da sua moglie), limita l'enfasi
retorica e paternalistica e sprofonda invece in atmosfere crepuscolari e
autunnali. Springsteen tenta di forgiare lo spleen
dell'era moderna, non quello dei bohemien decadenti, e non quello dei bluesman
emarginati, e neppure quello del ribelle di strada, ma quello dei giovani
piccolo-borghesi integrati alle prese con le
illusioni e le delusioni della vita. E' un corollario a Nebraska,
un altro
album profondamente personale e fondamentalmente mitologico che ha il suo
momento maggiore in Brillant Disguise (un tipico brano "baion" nella tradizione di Leiber/Stoller). Musicalmente la regressione che lo aveva portato
al "wall of sound" di Spector approda ora al pop del Brill Building, con
reminescenze del phrasing di Gene Pitney e degli arrangiamenti di Burt
Bacharach (anche se eseguiti al sintetizzatore, come in
Tunnel Of Love).
Lo Springsteen introspettivo è meno agghiacciante di quello sociale, ma
non meno profondo
(Spare Parts, One Step Up).
Anche cambiando tema e stile, Springsteen è unico nel modo in cui riesce
a conservare la propria identità. Bastano due secondi per capire che questo
è lo stesso Springsteen dei primi anni. Il cantautore della mezza età
riesce a collegare con naturalezza le esperienze più intime della sua vita
privata alle esperienze più globali della vita pubblica.
E' uno dei pochi rockers che ha rifiutato il motto fondamentale del
rock and roll (“live fast die young”) e ha invece trasformato il rock and
roll in un'arte della crescita individuale.
Dopo essersi disfatto della venerabile E Street Band, Springsteen rompe la siccità di nuovo materiale che durava ormai da cinque anni, e lo fa con i due album gemelli Human Touch (Columbia, 1992) e Lucky Town (1992).
Il primo chiama a raccolta un pugno di canzoni pop "vecchia maniera", che hanno le sembianze di esperimenti stilistici (Soul Driver) più che di canzoni compiute. I numeri rock'n'roll (Roll Of The Dice, All Or Nothin', Real Man) soffrono la mancanza della E Street Band. L'unica eccezione degna di nota è il gospel spettrale di 57 Channels, con il suo drumming tribale e pastoso, e l'ambientazione elettronica, uno dei suoi capolavori.
Lucky Town mostra il suo tono depresso e pessimistico, e non a caso è il suo disco più bluesato di sempre (The Big Muddy, Souls of the Departed).
Con The Ghost Of Tom Joad (Columbia, dedicato al protagonista di Furore, l'epica novella di John Steinbeck, e quindi, indirettamente, all'America che fu cantata da Woody Guthrie), Springsteen torna alle imprese disperate degli americani più umili. Il problema è che, a questo giro, Springsteen non ha nessuna buona canzone per loro.
In seguito all'attacco terroristico dell'11 settembre 2001, Springsteen comincia a scrivere una nuova serie di canzoni, che sarebbero poi diventate The Rising (Columbia, 2002).
L'album punta a essere una credibile riproduzione dei sentimenti della middle-class Americana al risveglio dalla tragedia,
ma più che sul senso di perdita si concentra sulla ricostruzione dello spirito Americano. Sembra più un inno nazionale che un requiem.
Lonesome Day, leggermente sovra-prodotta con l'orchestra sinfonica e il coro gospel pone il tono epico (anche se ricorda più
Mellencamp che Springsteen).
La chiassosa melodia di Waitin' On A Sunny Day (che echeggia Born to Run), e la sua rumorosa andatura rythm and blues,
o il rave-up da party di Mary's Place (così piena di suoni e voci seguendo il suono classico di River),
o il pesante suono di chitarra e il ritmo martellante di Countin' on a Miracle
e Further On difficilmente possono essere chiamati canti di lutto.
Let's Be Friends è totalmente gospel, The Fuse è praticamente trip-hop.
La produzione non solo è troppo intrusiva, ma è anche troppo old-fashioned, dejavu, involontariamente autoironica.
Il "troppo suono" rovina anche i momenti migliori:
lo stimolante blues di Into the Fire (“The sky was falling and streaked with blood/ I heard you calling me/ then you disappeared into the dust”) e la solenne preghiera di My City of Ruins.
Nel suo tentativo di raggiungere altre culture Springsteen non è Peter Gabriel e la world-music di Worlds Apart suona stereotipata e non molto sincera.
I veri vincitori sono sull'altro fronte: l desolato lamento di Nothing Man,
la visione apocalittica di Empty Sky,
il romantoco addio ai morenti di Paradise.
Springsteen ha bisogno di poco più della sua voce per toccare l'anima dell'America.
I testi sono una summa dei telegiornali, talk-shows e interviste con i sopravvissuti del World Trade Center.
The Rising è più un artefatto sociale che musicale.
(Tradotto da Stefano Pertile)
Le ballate semplici e rilassate di Devils & Dust (Sony, 2005), terzo nella trilogia acustica, dopo Nebraska e The Ghost of Tom Joad, segnano un cambiamento significativo nel tono. Springsteen sembra più rassegnato che compassionevole, più contemplativo che arrabbiato. La sua potente macchina di suoni e parole è riluttante a caricarsi. Avendo perduto il suo ruolo storico di anima della classe operaia, Springsteen suona un pò erratico. A volte, parla (per la prima volta) da persona spirituale tormentata da pensieri di redenzione e salvezza, tirando fuori il massimo da Jesus Was an Only Son ,storicamente errata (Gesù aveva fratelli). Altre volte, gioca con il tema del ritorno a casa, senza affrontarlo da un punto di vista nostalgico o romantico. Chiaramente, la fase eroica è passata. La nuova fase è ancora uno strano limbo di emozioni che covano, dove il passato e il cuore devono ancora trovare un terreno comune.Mary's Place, Reno e Matamoros Banks sono probabilmente le migliori manifestazioni di questa arte in transizione.
Paragonato ai lavori precedenti, Magic (Columbia, 2007) è un album relativamente rilassato, ma anche meticolosamente arrangiato, in cui alla musica viene data più importanza rispetto ai testi. Springsteen si avvale della E Street Band (la corista Patti Scialfa, i chitarristi Steve Van Zandt e Nils Lofgren, il sassofonista Clarence Clemons, il pianista Roy Bittan e il batterista Max Weinberg) per cantare e suonare canzoni semplici, quelle che aveva già pronte, senza sforzarsi di assemblare un concept epico o un melodramma. Alcune tendono alla muzak, come Devil's Arcade e Your Own Worst Enemy, sviate da clavicembali barocchi, violini e timpani; altre, fortunatamente, riecheggiano il wall of sound di Born To Run: la palpitante Radio Nowhere, forte di battito martellante e riff hard-rock stentoreo (memore di 867-5309 di Tommy Tutone), il folk-rock scampanellante Gypsy Biker (con rimandi a Bob Dylan e Tom Petty), l'aria solenne e fatalista I'll Work For Your Love (l'apice melodico), la nostalgica e spectoriana Girls in Their Summer Clothes e l'urlo rhythm'n'blues Livin' In The Future. Il bardo malinconico della provincia americana intona il trittico di Magic (elegia anemica in tono dimesso, orchestrazione vellutata), Last To Die (sostenuta da energici accordi di chitarra) e Long Walk Home, pilastro ideologico di un lavoro che segna il ritorno al populismo arrabbiato e appassionato di Born In The USA.
Proseguendo sul modello degli ultimi due album, Working On A Dream (Columbia, 2009), ancora con la E Street Band, è un ulteriore passaggio vivace nel canone stilistico di Springsteen. L'apertura, in aria di rinnovamento, è affidata a Outlaw Pete, otto minuti di epiche sfumature western, qualcosa che avrebbe potuto fare Stan Ridgway. Le canzoni rhythm'n'blues (My Lucky Day) e le elegie solenni (Kingdom Of Days e Queen Of The Supermarket, parodia sarcastica à la Zappa che suona come se Jim Steinman stesse orchestrando una hit country) sono sparse con parsimonia nei solchi dell'album. Forse intenzionalmente, la maggior parte del disco è un tributo alla musica dell'infanzia di Springsteen: il tintinnio Byrds-iano di Surprise, Surprise (la melodia migliore); Working On A Dream, reminiscenza delle armonie vocali degli anni '50; This Life, con echi delle melodie easy-listening degli anni '60; la brezza folk di Tomorrow Never Knows e il blues da bar Good Eye. Nel complesso, è probabilmente la più confusa e ambigua delle sue collezioni, con del materiale davvero pessimo.
The Promise (Columbia, 2010) raccoglie scarti dalle sessioni di Darkness On The Edge Of Town, compresa la sua versione di Because The Night. Alcune canzoni superano la maggior parte di ciò che ha composto nei Duemila (Outside Looking In, Wrong Side Of The Street), altre appartengono al genere della ballata tiepida, da sempre croce e delizia (Racing In The Street, Ain't Good Enough For You).
Soltanto Springsteen,
inarrestabile e incorruttibile vate dell'uomo comune, avrebbe potuto collegare
la Grande Recessione dei tardi Duemila con la Grande Depressione degli anni
Trenta.
I toni populisti di Wrecking Ball (Columbia, 2012),
adattati all'epopea di The Rising, conferiscono un significato
trascendente a We Take Care Of Our Own, Jack Of All Trades, Wrecking
Ball e ai sette minuti di Land Of Hope And Dreams, risalente al
1999. Il folk singer della depressione apprezza anche loop e campionamenti (specialmente in Rocky
Ground), con lo
svantaggio che la musica scorre lenta e pesante. Shackled And Drawn, venata d'Irlanda, e il singalong
country We Are Alive (sosia dell'imperituro Ring of Fire) sono un
caso di “troppo poco, troppo tardi”.
High Hopes (2014) raccoglie degli avanzi, il live principale American Skin, una rielaborazione del suo The Ghost Of Tom Joad e tre cover (tra cui Just Like Fire dei punk australiani The Saints e Dream Baby Dream dei Suicide).
Western Stars (2019) è un album mediocre di ballate country (per lo più) orchestrali, salvo il lamento essenziale di Hitchhiker. La narrazione accorata di There Goes My Miracle, Tucson Train e Western Stars non hanno l'energia, la rabbia e la passione di Bruce Springsteen.
Letter to You (2020) ha completato la discesa nella modalità nostalgica, dopo il suo libro di memorie del 2016 e lo spettacolo di Broadway del 2017, e contemporaneamente al documentario "Letter to You" (2020) di Thom Zimny. Supportato dalla E-Street Band (che, oltre a essere più vecchia, ha perso Danny Federici e Clarence Clemons, entrambi deceduti), Springsteen ricicla vecchie canzoni (inedite) come Janey Needs a Shooter (con organo gospel e armonica blues), e crea stereotipi di ballate blue-collar come Ghosts (con il riff di Free Fallin' di Tom Petty) e I'll See You in My Dreams (che suona alla Dylan), prima di concludere con la nobile Last Man Standing.
Only the Strong Survive (Columbia, 2022) è un album di cover, tra cui Do I Love You (Indeed I Do) di Frank Wilson.
Springsteen è stato uno dei "pochi" artisti disposti a denunciare il regime neofascista del presidente USA Donald Trump.
Il suo EP Land of Hope & Dreams (2025) include un'invettiva politica contro “l'amministrazione corrotta, incompetente e traditrice” di Trump.
Ha ritrovato le sue migliori connotazioni epiche per la canzone di protesta (in merito alle uccisioni commesse dall'ICE a Minneapolis) Streets of Minneapolis (2026), sebbene con echi déjà vu di Bob Dylan.
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