- Dalla pagina su Robert Wyatt di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
Robert Wyatt è uno dei veri geni del rock.
Robert Wyatt (Bristol, 1945), il batterista originale dei Soft Machine, ha sviluppato le intuizioni di The Moon In June (la miglior composizione che abbia mai realizzato per la vecchia band) nel suo primo album solista, The End Of An Ear (1970). Ha inventato un linguaggio completamente nuovo, con richiami sia alla tradizione (pop, soul, folk, jazz) che all'avanguardia (minimalismo, elettronica), sia personale che pubblico. La stessa fusione di temi privati ​​e pubblici, ma con un'enfasi sulla sua immagine pubblica (e comunista), caratterizza i due album dei Matching Mole, Matching Mole (1972) e Little Red Record (1972), che sono rari esempi di musica intellettuale e agit-prop che è anche toccante, oltre a essere tra le registrazioni più intense mai registrate da qualsiasi quartetto jazz-rock. La sua personalità più intima esplose in Rock Bottom (1974), uno dei massimi capolavori della musica rock, una vera e propria trasfigurazione sia del rock che del jazz. I suoi brani si muovono sul confine improbabile tra un intenso inno religioso e una filastrocca infantile. Lungo quella linea immaginaria, Wyatt scavò un profondo solco di sfogo emotivo, dove felicità, dolore, fede e rassegnazione trovarono un'unità metafisica. La sorprendente originalità di quel capolavoro, e il suo flusso di coscienza sapientemente costruito, non furono mai eguagliati dalle successive pubblicazioni di Wyatt.
L'ultima opera significativa della sua carriera fu Animals Film (1982). Wyatt creò alcune delle musiche più commoventi di tutti i tempi e almeno uno dei capolavori del secolo. Fu aiutato dal suo talento di batterista, erede sia della tradizione progressive rock che di quella jazz rock, e da quello di cantante straordinariamente innovativo, il cui falsetto, vagamente derivato dal canto jazz senza parole, fondeva soul, buddismo e psichedelia.
Nonostante la sorprendente originalità e il flusso di coscienza ben strutturato dei suoi dischi, Wyatt è stato a lungo relegato a una nota a piè di pagina nella storia del prog-rock britannico, oscurato dalla fama di star come Yes o Genesis. Persino i critici che conoscevano il suo lavoro rivoluzionario non gli prestarono sufficiente attenzione (la Trouser Press Record Guide raccomandava Ruth... come suo miglior album e menzionava a malapena il "disordinato" Rock Bottom; nessun libro pubblicato prima del 1991 includeva un album di Wyatt tra le registrazioni essenziali della musica rock).


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi, completato da Stefano Iardella)

Bio:
Con i suoi capolavori Robert Wyatt scrisse una colonna sonora dell'esistenzialismo post-industriale, accoppiandola a un commovente atto di fede nella dignità dell'uomo. In prospettiva, l'opera di Robert Wyatt rappresenta un monumento artistico che si può collocare tra i vertici raggiunti dalla musica del ventesimo secolo.

La Moon In June del Third dei Soft Machine aveva rivelato appieno le doti di Robert Wyatt, che non era soltanto un batterista o un cantante, ma era capace di suonare tutti gli strumenti e di amalgamare il sound con un inconsueto processo di fusione che attinge in egual misura al jazz, alla musica leggera e alla musica elettronica, e contemporaneamente dotato di una spiccata sensibilità artistica.

All'epoca della sua dipartita dai Soft Machine aveva già realizzato il primo album solo: End Of An Ear (CBS, 1970).
Aveva sovrainciso meticolosamente ore di solitarie improvvisazioni, aggiungendo poi le parti suonate da Elton Dean, David Sinclair, Mark Charig, e altri.
La "fine dell'orecchio" è nei suoni anomali, nei rumori orchestrali, nei pastiche vocali, nell'anarchia curiosa e capricciosa . Il riferimento d'obbligo è la Moon In June, prima fuga del giovane batterista dai canoni geometrici e patafisici della Soft Machine. Come là, anche qui il tono medio è un solfeggio dadaista senza trama che esplora il suono più che architettarlo.
Las Vegas Tango è il momento più alto del disco: in questo brano trovano definitiva sistemazione gli esperimenti sulla voce, le fantasie percussive e il pianismo para-jazz; prende forma il magma informe di vocine, lamenti, cantilene, scioglilingua, nonsense, vagiti, grida, versi animaleschi, dove la pazzia malinconica e la nevrosi alienata si sublimano in titanismo radioso e disperato. Le dissonanze del piano trattengono il climax in una suspence da psicodramma espressionista, ma il carnevale di vocalizzi, che ruba "maniere" a tutti i generi, stempera la tensione in uno spettacolare eccesso di solfeggi psichedelici. Il vortice trascina fette di mente e di universo in un tango assoluto, ballo apocalittico della dissoluzione delle forme.
La seconda parte, sull'altra facciata del disco, rinuncia a deformare elettronicamente il canto, ma prova ancor più difficili equilibrismi vocali. Sul filo teso delle percussioni e delle tastiere, Wyatt carambola da un versante all'altro del delirio; e ritmi ottusi, clamori insulsi, sibili e ticchettii miscelati in pozioni inebrianti, distorcono e lacerano il messaggio, che alla fine rimane allo stato di follia pura, decantata; oppure declamata, recuperata come strumento di salvezza di fronte a realtà tanto più angoscianti quanto più razionali .
La crisi del Movement, il crollo degli ideali, la decomposizione del Sessantotto sono i presupposti da cui procede la mite pazzia del disco. E questo tema "politico" si salda a un più metafisico tema "morale". Il complesso, intricatissimo, universo sonoro di Las Vegas Tango ritrae l'animo traboccante di contraddizioni e frustrazioni dell'uomo che ha fallito un'impresa cosmica, e che ora si abbandona alla stupidità e alla inutilità di tutte le cose, forse cercando in quel nulla lo scopo ultimo del proprio esistere.
La voce, sovraincisa a diversi livelli, va alla deriva su un sottofondo musicale minimo (spesso nulla più che un tintinno dissonante di piano), su un'intonazione onirica iterata all'infinito e d'ispirazione palesemente jazz-rock.
E' una nuova forma di mantra, che si ciba di free-jazz e di solfeggi eterodossi. In definitiva l'esperimento sta al fianco di quelli di Meredith Monk e Joan LaBarbara fra i grandi tentativi di reinventare il ruolo dello strumento voce.
Gli altri episodi del disco, interamente strumentali, sono soprattutto affettuose dediche ad amici, un dispensar saggezza sugli sbagli altrui, parodie surreali dei loro difetti e delle loro manie: il fischiettio che riecheggia meccanico ed eterno in To Saintly Bridget, terribile e bello sul caos di fiati e percussioni; la grottesca marcia industriale dei fiati di To Mark (Charig), mini-capolavoro espressionista; la confusione babelica di To Oz Alien Daevid And Gilly; il duello "creativo" di cornetta e di sassofono di To Nick (Evans), eccelente incursione nell'area del free glaciale, pioggia di divagazioni aleatorie e "creative" nel caos furente delle percussioni, con un continuo e vertiginoso inventarsi e riprodursi della musica per frasi spezzettate, impulsi, spasimi, scatti nervosi, fremiti e conati; la melodia confidenziale di To Caravan, portata su un ritmo ipnotico da un organo religioso e un piano dissonante; l'esperimento di tromba, elettronica e percussioni libere To The Old World; e infine la tenera e gioiosa elegia del piano in To Carla Marsha And Caroline.
Gli effetti più suggestivi sono quelli ritmici di Mark e Caravan, dove pare profetizzata una nuova forma di ballo dada-primitivista. Ma brani come Old World e Nick si situano all'estreme propaggini dell'avanguardia, rispettivamente elettronica e jazz, e hanno pertanto un'importanza più storica.

Dopo aver consegnato alla storia del rock inglese questo capolavoro, Wyatt forma i Matching Mole (il nome deriva da un'assonanza con la traduzione francese di "soft machine", cioè "machine molle"), raccogliendo attorno a sè Phil Miller (chitarra), Bill McCormick (basso) e David Sinclair (tastiere, ma presto sostituito da Dave McRae). Al principio del 1981 esce il loro primo album, più condizionato dal jazz e meno personale del precedente.

Il tono medio del primo album, Matching Mole (CBS, 1972), è più dimesso. L'esistenzialismo trepido di Wyatt impregna come al solito le parti vocali, ma le contorsioni strumentali guastano con eccessive elucubrazioni il Weltanschaung globale, per quanto il canto immateriale che apre Instant Kitten, l'assolo elettrico circolare al principio di Dedicated To Hugh, e la cupa anarchia di Beer As In Braindeer siano altrettanti incubi metafisici.

Arabeschi emotivi altrettanto geniali si trovano in Caroline, serenata desolata in un medioevo lunare, in Instant Pussy, un lamento sfinito, una preghiera silenziosa, in Signed Curtain, il lungo febbricitante farnetico di un saggio che scioglie agli dei dell'ignoto la sua inutile cantilena. La gelida apoteosi orchestrale di Immediate Curtain appunta una morale pessimista al disco: la pochezza dell'uomo nell'intrico ineluttabile del suo destino. Costruito su una serenata orrendamente disfatta dalla fornace cosmica, è un crescendo di angoscia che inonda piano piano tutti gli spazi liberi.

In estate il gruppo è di nuovo in studio per registrare il secondo disco: Little Red Record (CBS, 1972).
Questo album, che si gloria anche della partecipazione di Brian Eno e della produzione di Robert Fripp, è più opera di gruppo rispetto a quello precedente, e in tal senso acuisce la spersonalizzazione della musica. In copertina il ritratto di quattro guerriglieri con il libretto rosso di Mao in una mano e nell'altra un mitra levato verso Oriente chiarisce le intenzioni politiche di Wyatt, dichiarato fautore di una musica socialista.
Il valore di questo difficile disco è dovuto soprattutto ai giochi vocali di Wyatt, adorabili nonsense per mostri psichici del ventesimo secolo. Wyatt lascia agli altri (soprattutto a McRae) la responsabilità di comporre la trama sonora, e si dedica invece a una caparbia ricerca sull'uso della voce. Mentre McRae e gli altri si avvicinano ancor più al jazz, Wyatt lavora sia dentro la musica, partecipando come batterista al jazz-rock collettivo, sia sulla musica, in quelle parti cantate che costituiscono un risultato di tutto rilievo a se stante, la continuazione cioè dei mirabili esperimenti di Las Vegas Tango. Quel modo di canticchiare socchiudendo appena le labbra, intriso di mistero e di malinconia, è una piroetta patafisica nel segno del nonsense più scientifico. E` un flusso di coscienza per bisbigli di sillabe, cantilene incompiute, gemiti interiori.
Esempi sommi di questo mulinar vocali sul corpo inerme della musica sono Starting In The Middle Of The Day (quasi un tenore liturgico) e il delizioso conciliabolo paranoico di Righteous Rhumba. In territori più decisamente jazz crescono i fiori dadaisti di Marchides e il liquido cespuglio strumentale di Brandy As In Benj, nonche' l'iridescenza di tastiere di Nan Truès Hole, incubo sotterraneo di talpe elettroniche, poi sonnecchianti e leggere alla Zappa.
Le sequenze inanimate di Gloria Gloom, con i vortici metafisici del sintetizzatore di Eno e gli echi spaziali di Wyatt, quasi grida rallentate e soffiate per le vie del cosmo, e Smoke Signal, che spalanca la porta della percezione (la musica si scioglie in oceani di riflessi, l'intreccio di tasti appena sfiorati e di piatti vibranti affonda flessuoso e tentacolare nell'ombra degli abissi, segnale di fumo per guerrieri dell'infinito) costituiscono forse il culmine dell'avventura del complesso.

Altre registrazioni del 1972 compariranno su Smoke Signals (Cuneiform, 2001) e March (Cuneiform, 2002).

WMWS (Robert Wyatt, il piano di Dave MacRae, il sax di Gary Windo e il basso di Richard Sinclair) si sono esibiti live nel 1973, come documentato da One Night Stand (Gonzo, 2015).

I Matching Mole si sciolsero nell'autunno del 1972.
Proprio quando li sta ricomponendo, nel giugno 1973, Wyatt è vittima di un brutto incidente che lo paralizza dalla cintola in giù e, dopo sei mesi di ospedale, lo costringe pertanto alla sedia a rotelle.
Il silenzio che ha sempre circondato il suo lavoro sembra dover avvolgere definitivamente anche il personaggio. Soltanto Soft Machine e Pink Floyd gli dedicano un concerto (e il relativo incasso). Nonostante ciò sei mesi dopo Wyatt riprende comunque a suonare e prepara piuttosto quello che sarebbe stato il suo capolavoro.

Rock Bottom (Virgin, 1974) è realizzato con un'infinità di ospiti: Hopper e Richard Sinclair al basso, Gary Windo al clarinetto, Mongezi Feza alla tromba, Mike Oldfield alla chitarra, Fred Frith alla viola, Ivor Cutler alla concertina e Nick Mason produttore: mezza Canterbury rende omaggio al suo sovrano. Le reazioni della critica di tutto il mondo saranno entusiastiche, ma non serviranno a risollevare le sorti finanziarie di Wyatt.
Wyatt non può suonare la batteria e si sfoga perciò con le tastiere, delle quali è smaliziato utente dai tempi di Moon In June. Il disco, abbandonato il concitato e cerebrale jazz-rock di Matching Mole, nasce all' insegna di una ricerca interiore, di un'immersione negli abissi del proprio io. C'è come un respiro, una medesima pulsazione vitale, che anima tutti i brani, come esalante da una massa organica di sentimenti. Per questo arduo programma di flusso di coscienza in Rock Bottom si fondono le due componenti principali della musica di Wyatt: il melodismo sentimentale di Moon In June e il vocalismo patafisico di Las Vegas Tango. All'insegno del free-jazz nasce allora una forma-suite di grande suggestione ed emotività.
Oltre all'uso massiccio delle tastiere elettroniche e a questo "respiro" comune a tutti i brani, Rock Bottom ha un altro tratto caratteristico, ed è il tono pacato, disteso, quasi rassegnato, che rallenta e addolcisce la musica di colui che fu un irriducibile dadaista. L'esperienza e la conoscenza lo hanno privato del suo proverbiale humour musicale. Adesso è un saggio che osserva sconsolato il divenire dell' universo rinunciando a capirne la ragione, ma tragicamente conscio della condizione umana.
I due brani iniziali sono interamente nelle mani delle tastiere, che salgono e scendono guidando la voce umile e addolorata; mentre rinunciano ai fiati. La funerea elegia di Sea Song (quasi un assolo di Wyatt alle tastiere, al canto e al tamburo) si libra in un gorgo armonico sinistro e disperato con un lento incedere da cerimoniale segreto. Last Straw affonda in modo ancor più sinistro in misteri occulti, con uno svolgimento che ricorda una Las Vegas Tango più lineare e nervosa, con un arrangiamento che rende la sensazione di una mente sconnessa e dell'apocalissi imminente.
E apocalittiche sono certamente le sarabande maggiori, i cui temi conduttori sono due: quello di Alife (la moglie Alfreda di Wyatt) e quello di Little Red Hood (Cappuccetto Rosso), che rappresentano anche i due stati fondamentali dell'arte di Wyatt, il lirismo titanico e il nonsense dadaista, ovvero l'ansia d'assoluto ("unendliche sehnsucht") e la paranoia del quotidiano.
La voce si abbandona a deliri e convulsioni con un tono dimesso che è ben lontano dai gargarismi del passato, e i fiati si lanciano in lunghe traversate, arabescando di incubi terribili atmosfere già demenziali.
Alifib è un quasi assolo di Wyatt per respiro e tastiere. Sul ripetersi ginnastico della medesima nevrotica inspirazione (un respiro batte il ritmo al posto della batteria !) ricama a flusso di coscienza il basso di Hopper, si distendono serafiche le tastiere in accordi celestiali; poi un crooning nonsense, malinconicamente innamorato e teneramente folle, tesse una serenata "spenta", come certe scarne ballate di Buckley.
Prende forma Alife: tastiere sinfoniche inondano il cosmo e il clarinetto crepita nevrotico, mentre Wyatt declama brechtiano le sue filastrocche su un pianoforte marziale.
Little Red Riding Hood è invece l'inno al caos: la tromba e il mellotron divorano spazi enormi, il piano intesse preghiere epiche, le percussioni incalzano tribali, il canto si protende sul pandemonio verso melodie impossibili.
E' una forma di "wall of sound" catastrofico, che crea un clima di terrore per accumulo di suoni assoluti.
La seconda parte, Little Red Robin Hood, a conclusione del disco, è ancor più densa e rappresenta davvero il "fondo del rock": il canto comincia con una litania marziale, superbamente scandita da un tamburo militare e dai soffi invernali del mellotron, in un clima davvero da diluvio universale, e poi si accanisce sullo stesso verso, come la puntina di un grammofono sul solco difettoso (danse macabre del duemila), prima gli accordi della viola e il declamato solenne, liturgico e brechtiano di Cutler facciano collassare tutto in un pezzo da camera per archi dissonanti.
E' una nenia intensa e sconsolata che sembra cercare il senso e lo scopo in un mondo senza dio, un delirio struggente in cui fato e fede si fronteggiano, entrambi senza speranze.
Se End Of An Ear può essere considerato un "elogio della pazzia" dedicato all'uomo, Rock Bottom è un "elogio del caos" ed è dedicato al cosmo.
Il pessimismo anti-epico, fatto di tristezza profonda e di allegria fatua, giunge alla sua più perfetta enunciazione. La follia e la malinconia si fondono in un unico sentimento di solitudine nella folla, di impotenza nell' universo. L'animale che simboleggia la filosofia di Wyatt è la talpa, che vive sottoterra, nel buio e nel silenzio, inutile e sovversiva (“le talpe non servono a nessuno e perciò bisogna ucciderle”).


(Tradotto da Stefano Iardella)

Rispetto al suo capolavoro, Ruth Is Stranger Than Richard (Virgin, 1975) fu un album abbozzato, un progetto incompiuto che non aveva abbastanza materiale valido quando fu pubblicato prematuramente. Soup Song potrebbe essere una farsa alla Bob Dylan della metà degli anni Sessanta. Muddy Mouse è una noiosa ballata lamentosa che suona come l'esatto opposto delle elegie di Rock Bottom. Lo strumentale Sonia è una banale fanfara di corni. Team Spirit è una versione più jazz e (per lo più) più rumorosa delle ballate di Rock Bottom: nessuna magia, solo pomposità. Almeno il brano strumentale Solar Flares è un discreto jazz-rock nello stile di Nucleus e Keith Tippett. È stato il primo album fallimentare nella carriera di Wyatt, segno che una fase della sua carriera era giunta al termine. La parola "deludente" non rende nemmeno l'idea.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Nei seguenti cinque anni di silenzio ufficiale, Wyatt vive di apparizioni occasionali come ospite d'onore in concerti o dischi altrui, godendosi la progressiva rivalutazione critica della sua opera, l'interesse postumo del pubblico, il rispetto da parte dei giovani.

Ritiratosi a Twickenham in una tranquilla casetta della vecchia Inghilterra con la moglia Alfie e un figlio, passa il tempo libero nella locale sezione del Partito Comunista inglese, oppure ascoltando musica.

Intorno al 1980 Waytt rompe l'isolamento incidendo alcuni singoli, per lo più revisioni a sfondo agit-prop di musichette d'altri tempi, raccolte su un Nothing Can Stop Us (Rough Trade, 1981).
Queste canzoni "civili", che Wyatt scrive per commentare (da sinistra ovviamente) fatti contemporanei, costituiscono l'ultimo atto di una nobile militanza nei ranghi dell'intelligentia musicale. Shipbuilding (1982) è una felice collaborazione con Elvis Costello.

La lenta costante ripresa passa attraverso una preziosa colonna sonora per il film Animals (Rough Trade, 1982), mezz'ora di suoni liberi fra i più allucinati e suggestivi dell'intera produzione wyattiana, capaci di evocare con stupefacente emozione le atrocità che il film denuncia: Wyatt commenta le scene del film, canticchiando con aria distratta nenie struggenti composte di monosillabi sovrapposti e risonanti, spiegando sulla tastiera del pianoforte il fascino eniano di note "discrete" ed "ambientali", parafrasando alla batteria i ritmi del macello e dell'agonia.
Le atmosfere da incubo riportano al clima di rassegnata disperazione e tenue follia del caos jazzistico di Rock Bottom, pur se da tutt'altro versante tecnico.
L'elettronica onomatopeica del disco scaturisce dall'incrocio fra diverse tecnologie del nuovo rock (dall'etno-jazz al minimalismo trascendentale, dal synth-pop di consumo alla musica industriale), a dimostrazione di quanta poca strada separasse le geniali intuizioni di End Of An Ear dalla musica dei decenni a venire.

Nel 1985 Wyatt prosegue il discorso militante con due 45 giri di critica sociale, Age Of Self, un rilassato e melodico jazz-rock da cocktail lounge, e Wind Of Change, e registra la prima opera non a tesi degli ultimi dieci anni, Old Rotten Hat (Rough trade, 1985). L'album, interamente suonato da Wyatt, è una raccolta di "incompiuti" d'autore su testi militanti.
Ballate solenni e addolorate si fanno largo fra le macerie del mondo contemporeaneo e il bardo del giudizio universale le addita una per una, pronunciando per ognuna un sermone di duro e commosso cordoglio. Gli otto minuti trascendenti di Gharbzadegi, fatti di pianismo jazz e di cantilene intrecciate che si librano in un crescendo spirituale e si spengono in un carillon, e lo stornello folk di British Road, con un'ipnotica cadenza minimale e un arrangiamento medievale (tamburello, clarino, harmonium), sgorgano con intensità di inni religiosi in un universo sempre più personale. Le tragedie dell'umanità si fondono e confondono con le ansie individuali, e le sue fragili vocali sembrano voler cullare l'orrore universale in una solenne ninnananna.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Dondestan (Rough Trade, 1991), diviso tra gli idilliaci acquerelli di Alfreda Benge e i sermoni politici di Wyatt, si annovera tra le sue opere più introspettive. Wyatt predilige ancora una volta la semplicità al suono "sinfonico" dei suoi capolavori. È una raccolta estremamente disomogenea. L'anima sembra disintegrarsi nei sussurri elettronici, nelle note di pianoforte e nel respiro ritmico che accompagnano l'anemico salmo di The Sight Of The Wind. Il momento più intenso arriva con la catatonica ballata jazz Catholic Architecture, in cui la voce di Wyatt scolpisce paesaggi psicologici su uno sfondo di elettronica fluttuante, fragili figure di pianoforte e ritmi lenti. Ancora più rarefatta è l'atmosfera di N.I.O., un canto onirico che sembra fluttuare nell'arazzo del nulla. L'esperimento più notevole è Shrinkrap, non proprio un rap, ma certamente un pezzo parlato surreale con pianoforte staccato e percussioni fragorose. D'altra parte, canzoni come la blueseggiante Worship o la jazzeggiante CP Jeebies sono piuttosto semplici e poco entusiasmanti, con i ricordi di glorie passate che oscurano le canzoni stesse. La infantile Dondestan prende in giro i balli Charleston d'epoca, ma non sa bene cosa farsene di quest'idea. Costa evoca il jazz-rock contorto dei Matching Mole, ma, ancora una volta, in modo piuttosto inconcludente.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

L'EP A Short Break (Voiceprint, 1992), registrato a casa propria, consegna altri cinque lieder del suo purgatorio personale. A Short Break sembra documentare un momento di serenità, ma Kutcha e Venti Latir affondano di nuovo nel pantano della sua pacata nevrosi, e Unmasked si domanda, fra l'atterrito e l'esterrefatto, “is every moment forever?”
Il cantautore meno ermetico e più umile non può tradire un minimo di angoscia esistenziale anche all'interno della sua tenera accettazione della vita quotidiana.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Mid-Eighties (Rough Trade, 1993) contiene Old Rottenhat, l'EP Work In Progress (1984), dedicato principalmente a cover, e alcune rarità.

Going Back A Bit (Virgin, 1994) è un'antologia che ripercorre la carriera del gruppo. Flotsam & Jetsam (Rough Trade, 1994) raccoglie brani inediti.

Shleep (Hannibal, 1997), uno dei suoi album dal suono più professionale, eseguito da veterani come Brian Eno, Phil Manzanera, Paul Weller, il chitarrista jazz Philip Catherine, il sassofonista jazz Evan Parker, la trombonista Annie Whitehead, è, ancora una volta, degno di nota soprattutto per come Wyatt non riesca a evocare un se stesso più giovane. La novità caraibica Heaps Of Sheeps o la malinconia mediterranea di Maryan o il poliritmo africano di Alien o il lungo duetto con Hopper, Was A Friend o la semplice routine di A Sunday In Madrid, non sono degni dell'uomo che ha registrato Rock Bottom.
D'altra parte, l'accompagnamento alla fiaba narrata di The Dutchess impiega una miscela surreale di jazz, musica mediorientale e neoclassica, September The 9th inizia con una fanfara di corni dissonante che fonde free-jazz e melodia folk, e la dilatata Out Of Season rievoca almeno l'introspezione lirica di Dondestan. E fanno ciò che fanno con grazia e profondità. Un omaggio a Bob Dylan (Blues In Bob Minor) e una meditazione in stile Neil Young, Free Will And Testament (“esiste la libertà di non essere?”), suggellano quello che potrebbe essere stato il suo estremo tentativo di pronunciare la parola che si trova tra "amore" e "la fine".

Resta il fatto che ben poco di ciò che Wyatt ha registrato dopo Animals si possa considerare memorabile.


(Tradotto da Cinzia Iacovelli, modificato da Stefano Iardella)

Solar Flares Burn For You (Cuneiform, 2003) è in effetti la colonna sonora di un film, ma i brani risalgono anche al 1972.
Nell'era delle registrazioni a basso costo, persino Robert Wyatt non poteva resistere alla tentazione di pubblicare gli avanzi della sua gloriosa carriera. Ci vengono offerte versioni molto inferiori dei suoi classici, composizioni minori talvolta imbarazzanti, ridicole cover di musica pop, ecc.
Certo, la surreale fanfara di corni di Blimey O'Riley, il ritmico jazz d'atmosfera di Twas Brilling, e il dissonante/minimalista concerto Solar Flares Burn For You sarebbero considerati dei capolavori se pubblicati su album di altri artisti. Ma il musicista più criminalmente sottovalutato (o meglio, ignorato) del ventesimo secolo merita più di un'antologia di avanzi tratti dalla sua monumentale carriera.


(Tradotto da Roberto Morelli, modificato da Stefano Iardella)

Cuckooland (Hannibal, 2003), il primo album di materiale totalmente nuovo di Wyatt da sei anni a questa parte, ritorna al formato tipico della canzone pop, che non è mai stato il punto forte di Wyatt, non importa quanto eterea, melodica o malinconica essa risulti.
A ogni modo, l’album è meno disorganico rispetto a quelli degli anni ’90.
Cuckooland è, per certi versi, formato da quattro album in uno: ci sono canzoni scritte dallo stesso Wyatt, canzoni scritte dal principale arrangiatore Karen Mantler (rovinate a dire il vero dalla parte vocale di Wyatt), quelle scritte in collaborazione con la moglie Alfreda Benge e inoltre un paio di orribili cover.
Non deve quindi sorprendere che l’album finisca per suonare come un insieme di registrazioni eterogenee mescolate fra loro per formarne una sola.
Nonostante queste premesse l’album di Wyatt risulta in ultima analisi eccezionalmente ermetico, brillante e nondimeno elegante.
Il denso e disorientante pastiche vocale, il sassofono, l’elettronica e le tintinnanti percussioni di Just a Bit sono il tentativo più riuscito, tra tutti quelli che Wyatt abbia mai fatto, di ripetere il miracolo sonoro di Rock Bottom.
In Tom Hay's Fox non accade null’altro se non la presentazione di un’atmosfera noir per qualcosa che sarebbe dovuto accadere. Il tono colloquiale di Trickle Down si nasconde dietro cadenzati ma densi ritmi dal sapore antico e un ingarbugliato arazzo melodico di trombone, tromba e sassofono. Foreign Accents ricorda la musica minimalista di Michael Nyman per voci e trombone. Brian the Fox è di fatto il punto più alto della tendenza di Wyatt a essere etereo: sussurra il testo della canzone (formato da sole quattro parole) come se fosse dentro una bolla di elettronica, tromba e trombone.
La musica composta per i poemi della moglie Alfreda risulta essere troppo pretenziosa, anche se a tratti accattivante. Nonostante il fatto che sia un semplice duetto con un suonatore di canne, Old Europe è una canzone vitale, cadenzata e allo stesso tempo complicata, che attraversa numerosi e diversi stili di musica jazz, dal be-bop al dixieland, vantando inoltre una orecchiabile melodia d’accompagnamento.
Il canto indolente di Forest scorre morbidamente su un letto di contrappunti blues, mentre Cuckoo Madame incespica sotto il peso dell’agonia esistenziale delle voci. Il trombone e la fisarmonica creano un sottofondo misterioso per una canzone invece alquanto lineare come Lullaby for Hamz.


(Tradotto da Luigi D'Acunto, modificato da Stefano Iardella)

Giunto all'età di 62 anni, Wyatt compone il suo autoritratto con Comicopera (Domino, 2007). La malinconia cronica di Wyatt è ormai una delle più grandi icone della Weltanschauung del mondo contemporaneo.
E' una grande metafora di tutti gli orrori compiuti contro la civiltà umana in nome delle ideologie genocidiarie del ventesimo secolo, dal Nazismo al Comunismo (nonostante la sua adesione al comunismo, la sua musica è una calzante colonna sonora per i genocidi compiuti dai regimi comunisti).
Questa "opera comica" è una maniera di riassumere tutto ciò che egli ha sentito, cantato, lasciato intendere sull'argomento. E' strutturata in tre atti: “Lost in Noise”, una suite principalmente di canzoni d'amore (di fatto una collaborazione con Alfreda Benge), che scava negli aspetti privati della sua anima nella stessa maniera in cui aveva fatto Rock Bottom; “The Here and the Now”, una suite di anthems sociopolitici; “Away with the Fairies”, una suite di canzoni di protesta provenienti da tutto il mondo.
La parte migliore è di gran lunga la prima.
Dopo Stay Tuned, di Anja Garbarek (la canzone della jazzista vanta una formazione stellare, con Brian Eno alle tastiere, Seaming To al clarinetto, Annie Whitehead al trombone, Yaron Stavi al violino e lo stesso Wyatt alla batteria), Wyatt intona Just as You Are (un duetto con la vocalist brasiliana Monica Vasconcelos, con una melodia che ricorda i primi lavori di Leonard Cohen), e la funerea You You, in contrasto con una versione più calma del vortice guidato dai fiati di Rock Bottom.
Il passaggio dal privato al pubblico si sancisce con A Beautiful Place (una terribile imitazione di Bob Dylan), Be Serious e la strumentale On the Town Square (con Wyatt alla cornetta, Del Bartle alla chitarra, Gilad Atzmon al sassofono, Orphy Robinson alle steelpan). La parte "politica" comprende la canzoncina pop vecchio stile A Beautiful War (con Phil Manzanera dei Roxy Music alla chitarra) e il duetto con Brian Eno Out of the Blue, che vanta l'arrangiamento più denso (tastiere staccate e frammentate, fiati turbolenti, voci elaborate). Wyatt non riesce a resistere alla tentazione di aggiungere sfumature politiche alla sua musica, un vizio che è sempre stato il suo principale punto debole, sprecando il suo talento in sciocche cover comuniste (tra cui un commovente tributo nientemeno che a Che Guevara, l'uomo che era a capo dei plotoni di esecuzione istituiti da Fidel Castro durante la rivoluzione cubana).
Tuttavia, questo album contiene anche ciò che sa fare meglio.


(Tradotto da Stefano Iardella)

Radio Experiment Rome February 1981 (Rai Trade, 2009), che documenta un'improvvisazione multitraccia di Robert Wyatt su voce, tastiere e percussioni, è stato pubblicato solo 28 anni dopo che il fatto era accaduto.

For The Ghosts Within (2010) testimonia una collaborazione con il sassofonista/clarinettista di origine israeliana Gilad Atzmon e il violinista britannico Ros Stephen. L'album include alcune vecchie (brutte) canzoni di Wyatt e alcune cover.

L'album '68 (Cuneiform, 2013) raccoglie le registrazioni soliste di Robert Wyatt della fine del 1968.


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