- Dalla pagina su Peter Case di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Un gruppo fondamentale per lo sviluppo del power-pop di Los Angeles fu quello
di Paul Collins alla batteria, Peter Case (Buffalo, 1954) al basso e Jack Lee alla chitarra: i Nerves.
Il loro primo EP eponimo del 1976, auto-prodotto, contiene tre classici
del “Sixties Revival” in voga ai tempi: Hanging On The Telephone di Lee
(portato al successo da Blondie),
When You Find Out di Case, un perfetto restauro
del sound dei garage, e Working Too Hard di Collins, ballad raffinata.
I Nerves durarono soltanto una stagione.
Poi Collins formò i Beat e Case
i Plimsouls (di Lee si sarebbero perse le tracce). Fin dall'EP Zero Hour
(Beat, 1980) Case si dimostrò subito il più valido erede dei Nerves:
la title-track è un effervescente soul cantato con acidità alla Costello e
accompagnato da un organetto gospel; How Long Will It Take è un concentrato
di melodismo e arrangiamento folkrock.
Plimsouls (Planet, 1981) è uno dei capolavori del genere,
insieme ai migliori di Tom Petty e pochi altri. Il registro del canto di Case è
un misto di Paul McCartney adolescenziale e di rhythm'n'blues passionale.
Gli assoli timidissimi e i riff in punta di piedi del chitarrista Eddie Munoz,
e la sezione ritmica in primo piano di Dave Pahoa (basso) e Lou Ramirez
(batteria) compongono una miscela elegantemente classica e ingenuamente fresca.
Lo spettro espressivo non è molto ampio, racchiuso fra il rock'n'roll
"medio" alla Petty di Lost Time e la ballata grintosa alla Who di
In This Town, fra la canzoncina alla Beatles di Now e il garage-rock
di Hush Hush.
Ma se sono infinite le citazioni di gruppi e stili degli anni '60,
il modo in cui il loro powerpop fonde melodie orecchiabili e riff
trascinanti in brani come Everyday Things è davvero unico.
Tutti i brani sono pervasi da armonie vocali del Merseybeat, ma al tempo
stesso irrobustiti da vibranti figure boogie della chitarra.
Ma il disco pullula anche di inflessioni Stones,
soprattutto nel trittico composto dal soul di I Want What You Got,
dal boogie di Nickels And Dimes e dal blues di I Want You Back.
Il capolavoro di arrangiamento è forse la cover di Women, un rock and roll
a ritmo sostenuto con una pulsazione vertiginosa di basso, un ritornello da
Merseybeat cantato in un registro lascivo e grintoso a metà fra Jagger e
Daltrey e un assolo di chitarra furibondo alla Alvin Lee.
Maestro nel rielaborare il bluesrock e il folkrock, il rock and roll e
il beat, Case fu uno dei primi a compiere l'operazione di reinterpretazione
che i Fleshtones porteranno al massimo splendore.
Il 45 giri A Million Miles Away (auto-prodotto e uscito nel 1982) in particolare rinnovò i fasti dei Byrds con una grinta appena più hardrock.
Il secondo album dei Plimsouls, Everywhere At Once (Geffen, 1983), abbandonava le pose "beat" e sfoggiava arrangiamenti più maturi, all'insegna di un rhythm and blues irruente e tribale, nonchè un registro di canto più vicino al punkrock che al Merseybeat. Aperto da Shaky City, un rockabilly swingante alla Stray Cats, metteva in mostra soprattutto le filastrocche rabbiose e "anthemiche" Magic Touch e Play The Breaks che si servivano di un contrappunto melodico di chitarra e di una verve degna dei Monkees.
I Plimsouls, incompresi nonostante non avessero mai sbagliato un disco, si sciolsero nel 1984 (Munoz sarebbe tornato a suonare solo nel 1988, con i Walking Wounded, al fianco di un altro veterano di quella scena, l'altro chitarrista Roger Prescott dei Pop).
Case passò due anni a vagabondare suonando nei cafè finchè arrivò a
San Francisco.
Con il suo primo album solista, Peter Case (Geffen, 1986),
il leader diede un'opera molto diversa, improntata
all'umiltà e all'introspezione.
Il registro della sua voce è cambiato un'altra
volta, diventando un tenore da "roadhouse" molto più personale. Ma soprattutto
è lo scopo della musica ad essere mutato: la marziale e dolente Echo Wars,
il solenne boogie di Old Blue Car,
affrescano l'America della sua generazione;
e non a caso Steel Strings (nonostante una percussività da world-music)
e I Shook His Hand (nonostante un andamento da anni '50)
riecheggiano il piglio trascinante, da capo-popolo, di Bruce Springsteen.
Nelle sue canzoni rimane sempre un'ombra, una scia, un gene, per quanto
impercettibile, di arcaico, come dimsotrano il blues di Icewater e il folk di
Walk In The Woods.
Senza saperlo, Case, ispirato da T-Bone Burnett,
stava lanciando il revival del folk acustico fra le truppe
della new wave e del punk-rock.
Nonostante l'ottima accoglienza riservata all'opera da critica e pubblico, il successivo The Man With The Blue Postmodern Fragmented Neo-Traditionalist Guitar (Geffen, 1989) esce soltanto tre anni dopo. Prendendo come punti di riferimento Petty (This Town's A Riot) e Springsteen (Hidden Love), ovvero i due cantori per eccellenza del decennio, Case continua una parabola artistica che si allontana sempre più dalla forma e si avvicina sempre più al contenuto. I personaggi coloriti di questo suo teatrino di provincia (Poor Old Tom), e la vivacità delle scenette in cui vengono coinvolti, lo pongono comunque in una nicchia a parte nel panorama dei neo-folksinger.
Six Pack Of Love (Geffen, 1992), forte di uno dei suoi capolavori melodici,
Dream About You, abbandona il folkrock a favore di un roots-rock più
passionale e arrangiato.
Il cuore del disco sono le meste confessioni autobiografiche di
Vanishing Act, Never Comin' Home e
It Don't Matter What People Say.
Sings Like Hell (Vanguard, 1994) sancì questo approdo al sound dei maestri con una raccolta di traditionals arcaici. L'album è una metafora per la transizione che si stava verificando nella sua vita privata: divorziato da Victoria Williams, si era risposato e aveva avviato una nuova famiglia.
Torn Again (Vanguard, 1995) si riallaccia alla tradizione che congiunge Woody Guthrie a John Hiatt, quella del folk proletario suonato in maniera asciutta e finanche brutale (Workin' For The Enemy, Turnin' Blue). Blind Luck è invece un rock and roll vigoroso, quasi uno scatto rabbioso dopo tutta la malinconia ingoiata durante il suo viaggio attraverso l'America degli sconfitti.
La semplicità regna sovrana su
Full Service No Waiting (Vanguard, 1997), sesto album solista,
opera appena malata di un umore senile.
Quello di Honey Child, Beautiful Grind e
On The Way Downtown è un borghese domestico che, invecchiando, aspira
alla saggezza.
L'album si chiude con l'autobiografica Still Playin', che sembra fare
il punto della sua esistenza.
I Plimsouls si sono riformati per Kool Trash (1998).
Talento enorme della canzone sociale, Peter Case ha la capacità di evocare immagini come se facesse film invece che musica.
Con Flying Saucer Blues (novembre 1999 - Vanguard, 2000) Case continua a sfornare raccolte personali, profondamente sentite e mature che lo distinguono dalla folta schiera di folksinger post-Tom Petty. Il suo stile è classico, ricorda Gram Parsons (Black Dirt & Clay), Warren Zevon (Paradise Etc) e Bob Dylan (il lungo disco narrativo Two Heroes) senza mai suonare derivativo. Il ruggente rhythm and blues di Cool Drink O' Water e la serenata lounge di Lost In Your Eyes cambiano il suo panorama musicale. Ed è probabilmente la prima volta nella sua carriera che un suo disco è il naturale seguito del precedente (anche la formazione è la stessa).
La maggior parte dei brani di Bee Line (aprile 2002 - Vanguard, 2002) sono lunghi e si sforzano ovviamente di dire qualcosa di molto importante, ma il talento di Case è leggero e frivolo (come in If You Got a Light to Shine), non ponderoso e metafisico. Il risultato finale è leggermente inquietante, come quando non osi interrompere qualcuno anche se sai che si sta mettendo in imbarazzo.
Peter Case è tornato dopo una lunga pausa con l'album solista Let Us Now Praise Sleepy John (2007).
Poi è stata la volta di Wig (dicembre 2009 - Yep Roc, 2010), Hwy 62 (Omnivore, 2015), The Midnight Broadcast (dicembre 2019 - Bandaloop, 2021), Doctor Moan (2023), I Didn't Build This World (But I Sure Can Tear It Down) (2025).
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