- Dalla pagina sui Clash di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
I Clash furono di gran lunga i più intellettuali tra i primi punk britannici e tra i primi gruppi punk a prendere di mira le questioni sociali. "Erano" l'epitome dell'"anthem". White Riot, Complete Control, Clash City Rockers e London's Burning incanalarono la rabbia del proletariato in rave party semplici, melodici, ritmati e rumorosi. Clash (1977), uno dei più grandi album punk-rock di tutti i tempi, fu una veemente chiamata alle armi. A differenza dei Ramones, i Clash erano consapevoli dello status sociopolitico del loro Paese. A differenza dei Ramones, i Clash sapevano collegare l'angoscia privata alla vita pubblica. Anche Joe “Strummer” Mellors e Mick Jones erano musicisti di talento, e lo dimostrarono con London Calling (1979), un disco epocale che era l'esatto opposto di ciò che il punk-rock avrebbe dovuto essere: lungi dall'essere analfabeti e nichilisti, i sermoni di questo album erano un'enciclopedia musicale (che attingeva a country, rock, rhythm'n'blues, boogie, funk, ska, calypso, ecc.) e si basavano ampiamente sulla melodia. Sandinista (1980) sottrasse il "punk" dall'equazione e mantenne solo il "rock". Una dichiarazione artistica e politica di ampio respiro, riassumeva 25 anni di musica, da Chuck Berry a Bob Dylan, da George Clinton a Bob Marley. Fu anche una delle prime appropriazioni su larga scala della musica del Terzo Mondo da parte di musicisti occidentali. Completando la svolta a 180 gradi, Combat Rock (1982) vendette quel sound alle discoteche. La band aveva coniato un sound distintivo, apprezzato tanto dai rocker quanto dai ballerini, che Mick Jones avrebbe continuato a esplorare nel suo progetto Big Audio Dynamite (B.A.D.).
Bio:
John Graham “Strummer” Mellor (Ankara, 1952) nacque in Turchia, figlio di un funzionario degli Esteri.
A causa degli spostamenti del padre entrò in una
scuola inglese soltanto a nove anni, ma ne uscì molto presto per prendere
servizio in una fabbrica di gomma e mettersi sulla strada a suonare i classici
del rock and roll con l'ukulele nella stazioni della metropolitana,
e a cercare di sfondare nei pub londinesi come chitarrista dei 101'ers.
Dopo una breve
frequenza presso una scuola d'arte, Joe "lo strimpellatore" conobbe nel 1976 altri tre figli del popolo, militanti in un complesso sinistroide,
ispirato dai Sex Pistols, e con essi diede
vita ai Clash, che, sull'onda della rivoluzione punk, adottarono il look
oltraggioso e il sound sfrenato ormai di moda nei club.
Il mito del complesso esplose con il trittico del 1977, capolavoro del punk inglese: White Riot, Complete Control e Clash City Rockers. Questi primi anthem sono percorsi dallo humour velenoso e sarcastico di Strummer, la cui pronunciata inflessione operaia, volgare e provocante, si avvale dei coretti di rinforzo alla Ramones, e dall'infiammato chitarrismo di Mick Jones, uno dei pochi "guitar hero" della generazione punk. Essi precorrono la foga rabbiosa con cui i disoccupati metteranno a sacco Brixton pochi anni dopo. Fin da questi proclami i Clash si pongono alla testa del punk politicizzato: non sono profeti nichilisti dell'apocalisse come i Pistols, ma giovinastri di piazza che inveiscono contro i raid polizieschi, contro il razzismo e contro gli istinti totalitari del regime della crisi, adottando a medium espressivo un rozzo power-rock sottoproletario e un'oratoria demagogica da Hyde Park.
Clash (CBS, 1977), soprattutto la versione Americana Clash (1979), è un concentrato di brevi pezzi dinamitardi, come si usava al principio del punk-rock, ma in realtà le canzoni tracciano un affresco romanticamente velleitario della società dalla prospettiva dell' "every-punk". I Clash scandiscono slogan contro le autorità (Complete Control e Remote Control), puntano il dito contro il capitalismo (White Man In Hammersmith), inneggiano alla vita di strada (Clash City Rockers), incitano al vandalismo (White Riot, London's Burning); e riflettono anche sulla situazione internazionale (I'm So Bored With The U.S.A., Hate And War) e sulla vita quotidiana dei kid sbandati (Career Opportunities). Dai due accordi epilettici alla Sex Pistols di White Riot all'epos corale in crescendo di Complete Control, dal boogie sincopato di Clash City Rockers alla solenne profezia apocalittica di London's Burning, dal coro scandito di Remote Control al reggae marziale di White Man In Hammersmith, dal rock and roll di Janie Jones al tribalismo "oi" di Career Opportunities, l'album è un continuo accendersi di emozioni, un inarrestabile tam-tam di guerra. L'attacco frontale dei punk si stempera in un melodismo beat che fa di ogni canzone un inno e in un ritmo caracollante che assimila marce militari, rock and roll acrobatici, garage-rock, skiffle e reggae. Il loro è un punk rock emotivamente carico, tutto l'opposto dell'arido inumano sfogo depressivo e deprimente dei Sex Pistols. Per anni nei dischi di molti altri complessi punk riecheggerà l'epica disperazione corale di Complete Control e Clash City Rockers.
Give Em Enough Rope (CBS, 1978) ha un suono più professionale, ispirato alle produzioni dell'heavy metal, e rinuncia al punk-rock di sfondamento. English Civil War, All The Young Punks e Tommy Gun sono pallide salve al confronto delle bombe del primo album. Safe European Home ammicca al reggae e Stay Free è una ballad sarcastica.
I Clash sono però ben altro, e presto mutano direzione. Strummer si fa una cultura e segue gli avvenimenti internazionali, in particolare la rivoluzione sandinista. E Jones allarga gli orizzonti musicali al reggae e alla musica latina.
I Clash smettono di essere punk con doppio London Calling (CBS, dec 1979). Il disco è una pietra miliare dell'epoca in quanto rinnega praticamente tutto ciò che era alla base di quell'epoca, tanto il nichilismo quanto l'analfabetismo musicale. I Clash comincano una nuova carriera con uno stile enciclopedico e melodico. L'album spazia così dal Merseybeat cadenzato di Hateful al country-bebop notturno di Jimmy Jazz, dal latin-funk-ska di Rudie Can't Fail al rhythm and blues marziale di Right Profile, dal boogie di Four Horsemen alla disco music di Lost In The Supermarket, dal funk-rock di Clampdown al calypso di Revolution Rock. Ma il meglio sono ancora gli anthem politici: la sinistra London Calling, che impone Strummer cone il Dylan dei punk, Spanish Bombs, ballata soul-rock alla Costello, e Guns Of Brixton (il reggae dedicato ai disordini razziali). Il capolavoro è forse l'incalzante shuffle Train In Vain. Parte del disco è ridondante e monotona, ma l'insieme ha comunque l'effetto di spiazzare il punk-rock. Come spesso capita con le opere di rottura, il disco vale più come evento che come arte. Dal punto di vista artistico, i Clash, discretamente amatoriali nel ripescare i generi musicali del passato, sono semmai abili a conservare dall'inizio alla fine una tensione drammatica che è quasi apocalittica. Ed è questo il trait d'union con il primo album, quel senso opprimente di tragedia che si trasforma con ogni ritornello in uno scatto di violenza. La differenza è che quel senso ha cambiato semantica: da incombente e ineluttabile "fine della civiltà" a "aberrazione della civiltà" che non è incombente ma è attuale e non è ineluttabile ma può essere cambiata con la lotta di classe. Insomma, la filosofia dei Clash passa dall'esistenzialismo al marxismo, il loro atteggiamento dalla retorica alla predica. Non costituisce necessariamente un progresso, anzi la confusione e le velleità costituiscono certamente un regresso rispetto alla forma, alla determinazione e alla concisione spettacolari del primo album.
Moderati o redenti che siano, i nuovi Clash predicano la novità nella continuità, riprendere il rock là dove la sventatezza punk l'aveva lasciato, innestargli addosso un po' di reggae (con perturbazioni "nere" di vario genere: soul, latin, funk, gospel) e dargli una parvenza di serietà, di impegno civile, anti-fascista e anti-razzista. Il carisma schiude così un periodo di dischi caleidoscopici sempre più ambiziosi, in un'accozzaglia di stili e di polemiche, che si propongono come compendio supremo di 35 anni di rock, come sintesi e rilettura di un'intera civiltà socio-musicale.
Il triplo Sandinista (CBS, 1980) esagera la dispersività del precedente in una
varietà stilistica sfocata che in fondo è soltanto un pretesto per stendere
il più ampio almanacco di questioni sociali e politiche che artista rock
avesse mai affrontato su disco; senza smettere comunque di costruire canzoni
progressive, impegnate ed orecchiabili come Washington Bullets,
Somebody Got Murdered, il ritornello più felice,
Bankrobber, ballata dai toni dylaniani,
Corner Soul, un soul-rock alla Costello,
con tutta una serie di variazioni su tema reggae, dalla litania melensa di
Living In Fame al sofisticato tempo jazzato di Crooked Beat,
dalla fanfara di Call Up (forse la loro composizione più riuscita di
sempre, con un tintinno classicheggiante di xilofono),
alla ballata ubriaca Equaliser, con dissonanze orientaleggianti,
ma anche con tutta una serie di citazioni surreali e vagamente sinistre:
gospel (Sound Of The Sinners),
rockabilly (Midnight Log),
voodoo-blues (Junkie Slip).
Sandinista è anche il loro disco "avanguardista", nel quale diversi
spartiti vengono nobilitati da orchestrazioni colte: Hitsville UK,
motivetto corale arrangiato con tecniche da kitsch "zappiano",
Rebel Waltz, valzer bandistico arrangiato per ensemble barocco,
Ivan Meets G.I. Joe, funk fiatistico con un dub elettronico/terzomondista,
nonchè Mensforth Hill, piece per synth, litanie, organo liturgico e ritmi
etnici.
Rispetto a London Calling, Sandinista è indubbiamente ancor più
disperviso, ma questa volta i Clash hanno davvero imparato a suonare quelle
musiche e hanno loro dato una personalità omogenea attraverso quel ritmo
sempre più ballabile (come dimostrano
Magnificent Seven, un classico funky-rap da discoteca,
Lightning Strikes, un epidermico funky-soul,
e Let's Go Crazy, delirio ritmico brasilero).
Se London Calling era un disco pretenzioso di un gruppo di dilettanti,
Sandinista è il disco misurato di un gruppo di professionisti.
Laddove London Calling era stato più "evento" che disco,
Sandinista è più "disco" che "evento".
London Calling era stato un gesto di penitenza, con cui i Clash
tradivano e rinnegavano le loro radici; Sandinista è un gesto di sfida.
E, banalmente, vanta canzoni molto migliori.
Le stesse velleità ideologiche inficiano
Combat Rock (CBS, 1982), sul quale i ritmi del Terzo Mondo vengono messi
senza pudore al servizio della sala da ballo. I Clash si ricostruiscono
un'altra personalità attraverso
il funk elettronico di This Is Radio Clash e la world-music
poliritmica di Rock The Casbah, che proseguono idealmente
la saga di Magnifecent Seven.
Su tutto si staglia Should I Stay Or Should I Go, scolpita nelle sincopi
brutte e sporche di uno strascicato, epidermico garage-blues.
Subito dopo Mick Jones lascia il complesso, per formare i Big Audio Dynamite (B.A.D.), mentre Joe Strummer registrò ancora un album a nome Clash, Cut The Crap (Epic, 1985), prima di avviare la carriera solista (è morto di attacco cardiaco nel dicembre 2002).
Assorbendo gli stili musicali neri, e iniettando overdose di politica nei testi, i Clash hanno forgiato uno stile fatto di eclettismo ed impegno che rappresenta il primo valido e creativo superamento del punk di fogna.
I Clash sono probabilmente il gruppo punk britannico che ha meglio "tenuto" nel tempo, forse anche perche' i Clash non erano un vero complesso punk. Se i Pistols furono i Rolling Stones del movimento, i Clash ne furono i Kinks: rivoluzionari si, ma con giudizio; provocatori si, ma con savoir fair. Laddove i Sex Pistols semplificavano la sintassi e la semantica della musica ai livelli minimi, i Clash le ampliavano entrambe in diverse direzioni, salvando gran parte di ciò che i Sex Pistols avevano distrutto.
Cut the Crap (1985), registrato senza il chitarrista Mick Jones e il batterista Topper Headon, e ampiamente plasmato dal manager della band Bernie Rhodes (con drum machine e campionamenti), è un imbarazzante canto del cigno. Strummer successivamente rinnegherà l'album.
Earthquake Weather (1989) rappresenta il debutto di Strummer come solista.
Joe Strummer è morto d'infarto (per una malformazione congenita) in Somerset nel dicembre 2022, all'età di 50 anni.
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