- Dalla pagina sui Felt di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
I Felt di Lawrence Hayward suonavano un pop ipnotico che spesso derivava dai Television e dai Velvet Underground. Singoli come Something Sends Me To Sleep (1981), Penelope Tree (1983), Sunlight Bathed The Golden Glow (1984) e Primitive Painters (1985), e il mini-album Splendour Of Fear (1984), creavano una trama densa e scintillante che consentiva al cantante di affrontare i suoi fantasmi alla Lou Reed. Le tastiere di Martin Duffy impreziosivano i lunghi madrigali incantati di Forever Breathes The Lonely Word (1986), che sembravano quasi appartenere a un'altra band.
Bio:
I Felt di Birmingham furono una delle novità più originali del rock
britannico nell'era del punkrock. Il loro rock chitarristico, nel quale
prevalgono le parti strumentali, sofferto e attonito, sembrava dotato di
una qualità metafisica che era agli antipodi delle musiche chiassose
dell'epoca e si riallacciava alle auto-flagellazioni di
Tom Verlaine, mentre
il canto rincorreva i fantasmi di Lou Reed e Bob Dylan.
La serie di fiabeschi 45 giri ebbe inizio con i singoli Index (Shangai) del 1979 e Something Sends Me To Sleep (Cherry Red) del 1981. Quest'ultimo fu quello che procurò loro la prima popolarità. Il mini-album del 1981, Crumbling The Antiseptic Beauty, registrato in maniera approssimativa (l'ouverture di Evergreen Dazed meritava una migliore dinamica) e i singoli My Face Is On Fire del 1982 (sul retro spicca però Trails Of Colour Dissolve, con un suggestivo ritmo di galoppo) e Penelope Tree dell'anno dopo (con uno spunto di chitarra degno di Duan Eddy) lasciavano intravedere soltanto a tratti il talento del gruppo.
La maturazione ebbe inizio nel 1984 con il mini-album Splendour Of Fear.
A conquistare gli ascoltatori furono soprattutto gli intrecci chitarristici
alla Television, con i riff fratturati, morbosi di Maurice Deebank, le
progressioni trascendenti degne della musica indiana, e anche il fragile
lamento di Lawrence Hayward.
Il tutto coagulava in un sound cristallino e minimale, tutto in sordina, ma
carico di emozioni represse.
Dei sei brani tre sono soltanto strumentali. Nel passo marziale di
Red Indians, nei cui trepidi tintinni, si nascondono tracce di folk medioevale
e di raga. Quello stile di derivazione indiana culmina nel crescendo maestoso
di The Optimist And The Poet. Ma il capolavoro del loro contrappunto e'
probabilmente da cercarsi nel minimalismo di frenetiche variazioni intrecciate
di Mexican Bandits.
Nei brani cantati, anche loro avvolti in delicate tessiture chitarristiche
che sembrano voler cullare le loro storie per l'eternità, Hayward oscilla fra
il tono agonizzante di Verlaine (The World Is As Soft As Lace) e
il tono stanco di Lou Reed (Stagnant Pool). Più che cantare, per la verità,
sembra sprofondare in catalessi psichiche.
A conferma della sua statura di chitarrista Deebank pubblica quell'anno anche un album solista, Inner Thought Zone.
Il singolo estivo, Sunlight Bathed The Golden Glow, riprendeva invece lo stile più melodioso e arioso dei primi singoli, forte di una cadenza tribale e di una cascata continua di accordi di chitarra, una specie di jingle jangle nevrastenico. L'album di ottobre, The Strange Idols Pattern, fuse sostanzialmente i Felt (più pop) dei singoli con i Felt (più trascendenti) dei mini-album. Le canzoni si emancipano così dal limite dei due accordi, anche se nel nuovo formato non ritrovano la stessa intensità.
Per il singolo Primitive Painters del 1985 al gruppo si aggiunse il tastierista Martin Duffy (Elizabeth Frazer dei Cocteau Twins fa il controcanto). Quella canzone allucinata, insolita per lo stile dei Felt, si riflette sull'album Ignite The Seven Cannons, con l'epico strumentale alla Morricone di Elegance Of An Only Dream e il vivace ballabile di The Day The Rain Came Down.
Deebank era al culmine della sua forma, capace
di riscattare un brano anonimo con un delicato arpeggio.
Ma è proprio lui
a mancare all'appello per l'EP Ballad Of The Band (Creation), forte
dell'incalzante e melodiosa title-track, del
folkrock chitarristico alla Byrds di I Didn't Mean To Hurt You e della sonata
pianistica alla Satie di Magellan, che nella
primavera del 1986 apre di fatto la seconda stagione dei Felt, caratterizzata
dall'uso del pianoforte e dell'organo (esemplare Ferdinand Magellan).
Il vero manifesto del nuovo corso è comunque il mini-album solo strumentale
Let The Snakes Crinkle Their Heads (1986 - Cherry Red, 2005) di settembre
(con tetri aforismi come il micro-requiem di Voyage To Illumination).
La produzione è la più professionale della loro carriera, ma i brani, per lo
più brevissimi, non valgono lo sforzo.
L'EP di Rain Of Crystal Spires, che, oltre al galoppante folkrock della title-track, contiene anche il brioso garage-surf di Sandman's On The Rise e la spigliata fuga barocca di I Will Die With My Head In Flames, è invece il primo disco riuscito di questa fase, subito doppiato da All The People I Like, prototipo dei loro lunghi madrigali incantati e ammantati di umori lisergici, e dalla deprimente Grey Streets e dall'incalzante folk-rock di Gather Up Your Wings And Fly sull'album Forever Breathes The Lonely Word (Creation, 1986 - Cherry Red, 2005), uno dei più vivaci del loro repertorio.
Toccato il vertice con questi lavori, i due dischi del 1987, il mini-album Poem Of The River e l'EP di Final Resting Of The Ark (una dimessa ballata chitarristica a metà strada fra Donovan e Barrett che fa il paio con il suo retro There's No Such Thing As Victory) sperimentano già nuove forme, per lo più tentando di reinventare il ruolo delle tastiere (e quindi di Duffy). Il Poem, in particolare, torna al formato dei primi lavori e annovera alcune delle loro migliori canzoni: Silver Plane, a imitazione del Dylan di Blonde On Blonde; She Lives By The Castle, bisbigliata in mezzo a un soave tintinnio di chitarre; Riding On The Equator, di un'intensità quasi religiosa; e Stained-Glass Windows In The Sky, un sincopato soul organistico. Sull'EP spicca anche Autumn, una sonata d'organo degna di Satie.
Inconsistenza e confusione sono anche le costanti dei due album del 1988, Pictorial Jackson Review, conteso fra una facciata pop (migliori Bitter End, ancora nel segno del jingle jangle dei Byrds, e Don't Die On My Doorstep, ancora nel segno di Blonde On Blonde) e una ambientale (spartita fra i dodici minuti di Sending Lady Load sulla falsariga di Robert Fripp e la trance di accordi sgretolati di Darkest Ending), e Train Above The City, praticamente un album strumentale di Duffy su cui svettano temi da Broadway come Book Of Swords.
Dopo il sensuale singolo Space Blues (pause funky, coro soul, violino arabo e organo insinuante), con sul retro la trance quasi ambientale di Be Still, nel 1989 i Felt trovarono finalmente il sostituto per Deebank, il chitarrista John Mohan, e registrarono Me And A Monkey On The Moon (El), che sarebbe rimasto il loro ultimo album.
Aumentando il coefficiente di trascendenza delle jam dei Television, i Felt approdarono a un genere rock che confina con la musica leggera e la new age, non troppo distante da quello degli Atzec Camera, di Lloyd Cole e degli Smiths. L'ossessionante identificazione canora di Hayward con Lou Reed ha però sempre tenuto questa musica in un limbo meno commerciale e più inquietante.
Absolute Classic Masterpieces (1992) raccoglie i singoli della prima fase della carriera.
Hayward è tornato alla ribalta con i Denim di Back In Denim
(Boy's Own, 1992) e un revival smaccato del glamrock degli anni '70.
I brani dell'album sono dedicati a una cronaca personale dell'epoca, da
Middle Of The Road (che in realtà è una cover di Roadrunner
dei Modern Lovers) a The Osmonds (otto minuti).
Quattro anni dopo è uscito Denim On Ice (Echo, 1996), un attacco ancor
più amaro contro i fenomeni del suo tempo (quasi una parodia maligna di
new wave e punk-rock).
Il tastierista Martin Duffy è morto a dicembre 2022, all'età di anni 55 anni.
- Torna alla pagina sui Felt di Piero Scaruffi -