- Dalla pagina sui Green di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)


(Tradotto da Stefano Iardella)

In breve:
I Green di Chicago furono tra i grandi eroi misconosciuti degli anni '80. La quantità e la qualità degli elementi che contribuirono a rendere Green (1986) un ciclo di canzoni fantasmagoriche avevano pochi rivali: si potevano sentire echi di Buddy Holly, Ray Charles, Marvin Gaye, Kinks, Rolling Stones, Hollies, Tom Petty e molti altri, mentre il virtuoso cantante Jeff Lescher tesseva i suoi racconti classici. Elaine MacKenzie (1987) giocò con fondamenta musicali che trasfigurarono decenni di rock'n'roll e soul, e l'ipnotizzante varietà di White Soul (1989) raggiunse nuove vette artistiche. Potenti e romantiche al tempo stesso, le canzoni di Lescher si distinguevano perché raggiungevano recessi del cuore che erano stati fino ad allora inaccessibili alla sua generazione.


(Testo originale in italiano di Piero Scaruffi)

Bio:
Jeff Lescher è il cantautore di Chicago a cui si devono le canzoni dei Green.
L'EP omonimo (per la Gang Green) con cui esordirono nel 1984 (e in particolare i ritornelli di Gotta Getta Record Out e Better Way) li fece considerare alla stregua di tanti "cloni" del Mersey-beat e del garage-rock.

Il primo album, Green (Gang Green, 1986), uscì soltanto due anni dopo: il sound non aveva perso nulla della sua freschezza beat, anzi aveva assimilato le armonie vocali degli Hollies (Shès Not A Little Girl), i baccanali strumentali dei Rolling Stones (I Play The Records), il piglio farfallone di Buddy Holly (Baby Why), passi ska (If You Love Me) e accenti soul (I Don't Wanna Say No), Svariando lungo un fronte immenso, dal ritmo scoppiettante di Technology alla foga disperata di Better Way, dalla serenata sottovoce di For You al garage-rock perverso di Hurt You, fino al rock and roll tutto d'un fiato di Big In Japan, i Green davano un saggio di revival iperbolico e spettacolare, ma non esaltato in quanto tale.
La centralità dei testi, intimamente integrati con le musiche, controllava ed esorcizzava la dimensione latente di barbarie in queste, incanalandola in gesti di commossa e devastante partecipazione alle vicende della propria comunità di maledetti e di sopravissuti, in maniera analoga a quanto andava facendo Paul Westerberg con i Replacements. Di Lescher colpì insomma la straordinaria maturità compositiva, grazie alla quale poteva già fare concorrenza ai più blasonati scrittori di canzoni degli anni '50 e '60.

Lescher maturò come arrangiatore sul successivo Elaine MacKenzie (Pravda, 1987). In brani come Up All Night, un boogie cantato in un falsetto lascivo, o My Lovès On Fire, un gospel assatanato strillato come un Sioux sul sentiero di guerra, non è trascurabile l'influenza della musica nera. Ma a dominare i numeri più epici è soprattutto la vetusta civiltà dei garage, alla quale sono ispirati un inno fervente come Youth In Asia e un lamento angosciato come Can't Seem To Get It Thru My Head. Le armonie vocali, gli scampanellii di chitarra e le cadenze gioviali degli anni Sessanta animano invece Shès An Addiction e Fingerprints. Vignette adolescenziali come Saturday Afternoon sono costruite prendendo a prestito gesti musicali a Kinks e Hollies, e Radio Caroline rifà persino il verso ai Beach Boys.
Lescher entra nei cuori dei suoi fan con la tenerissima She Was My Girl e il bisbiglio accorato di I Know I Know, coronando con queste confessioni in punta di piedi un disco commovente dall'inizio alla fine.
Oltre a scrivere canzoni da manuale, Lescher si rivela anche un cantante magistrale, uno dei grandi virtuosi del vocalizzo maschile, capace di piegare la voce ai timbri più estremi, dall'urlo sgraziato dei garage al baritono tenero delle serenate. Al suo fianco non è trascurabile il contributo del bassista Ken Kurson.

Il successivo White Soul (Megadisc, 1989 - Widely Distributed, 1991) è un album a tema che mette a frutto la definitiva maturità del gruppo concentrandosi su un formato ben preciso, quello della "serenata". Ne risulta una spettacolare sfilata di canzoni romantiche che impiegano vigorose armonie powerpop e assoli sbrigliati alla Tom Petty (Shès Heaven), quando non graffianti rock and roll (My Sister Jane) e boogie sgolati (I Don't Even Need Her), toccando forse il culmine emotivo nella Give Me Your Hands lanciata a frenesia da garage. Se in qualche canzone il gruppo imita i Beatles più sornioni (Monique, Monique), in altri fa invidia agli Stones più lascivi (I'm In Love With You); e se in certi riecheggia il Prince più sibillino e barocco (I Know), in altri ancora pennella uno stile acustico del tutto originale e fantasioso (I Love Her). Il canzoniere è tanto toccante quanto avvincente: raramente la melodia sentimentale ha saputo comprimere emozioni così forti in un ritornello.

Dopo aver ulteriormente raffinato le loro produzioni sul six-song EP Bittersweet (Megadisc, 1991), soprattutto nel soul lambiccato della title-track, i Green (senza Kurson, passato ai Lilacs) registrano nel 1992 Pop Tarts (Futurist), che continua la metamorfosi con alcune delle loro migliori melodie, Hear What You Want Yo Hear (il Mersey-beat più spensierato) e Skirt Chaser (il pop più naif) su tutte. A dominare è però soprattutto uno strano hard-rock, cantato su registri sempre "sbagliati": Long Distance Telephone è vagita in un falsetto demenziale (su un rock and roll sporchissimo alla New York Dolls), Hot Lava Love è strillata a squarciagola (su un non meno feroce rave-up), BITCH è un corale sguaiato da "Rocky Horror" (su relativo boogie alla Meat Loaf) e la baraonda peggiore, Tough Cram Judy, è un coacervo di urla sgraziate (su una cadenza di sabba). Questi cerimoniali sfrenati e perversi sembravano lanciare di fatto una nuova carriera per i Green.
L'EP Pathetique (Widely Distributed, 1994) segnò invece la fine di una delle formazioni più sottovalutate di sempre.

Lescher si unì a Janet Bean (Eleventh Dream Day e Freakwater) per registrare l'incantevole Jesus Built A Ship To Sing A Song To (Kokopop, 1994), un disco tanto semplice quanto geniale nella sua semplicità. La coppia sfiora il gospel nelle accorate Brand New Heartache e Return Of The Grevious Angel, mentre in duetti come Sin City, Love Hurts e Hearts On Fire sembra di ascoltare gli X in formato country.

Lescher è stato a lungo considerato un "clone" americano di Ray Davies, per le somiglianze (mai negate) fra tante canzoni dei Green e il repertorio dei Kinks; ma in realtà Lescher prometteva di diventare il Prince bianco, capace delle citazioni più audaci dal rock, di ritornelli demenziali e di arrangiamenti nonsense. In ogni caso appartiene alla gloriosa tradizione che, da Tom Petty a Dave Pirner (Soul Asylum), ha rinnovato con vigore rock la ballata pop.


(Tradotto da Stefano Iardella)

5 (1998) è una raccolta molto minore di canzoni poco elaborate e derivate come la canzoncina power-pop Tuesday, l'imitazione dei Led Zeppelin Seize The Means Of Production e la languida ballata in stile Pink Floyd Lying In The Grass.

C'è poco da salvare anche in Eau De Vie (2001), che è per lo più invasa da ballate pop che fanno sbadigliare. Il brano power-pop del momento, One And Only, cerca invano il riff da inno e il ritornello orecchiabile. Il soul-rock urlato a squarciagola di When All The Leaves Are Green, la canzone a ritmo di marcia in stile Beatles Don't Be Sad e il croccante boogie southern di Motorcycle sono così derivativi che si ha l'impressione di una cover band che si esibisce in un saloon di provincia.

Dopo una lunga pausa i Green sono tornati con The Planets (2009). I Just Can't Remember Your Face è una tenera tiritera sulla scia dei Byrds, Tom Petty e il Bob Dylan country-zzato degli anni '70'. Poi Tonight applica i leggeri arrangiamenti post-psichedelici degli ultimi Pink Floyd a una ballata toccante. Gli stili delle prime due canzoni si fondono nel solare ritornello di Be That As It May. I'd't Wait Too Long aggiunge il tono punk di Elvis Costello all'esuberante shuffle di Blonde on Blonde di Bob Dylan. Il maestoso inno guidato dal pianoforte I'm Waiting for the Sun introduce un elemento quasi religioso. L'album esplora anche terreni più accidentati, e forse eccelle proprio lì: Honey Hold the Rail è una jam rhythm'n'blues di sette minuti sulla scia di Sympathy for the Devil dei Rolling Stones. Quel filo "selvaggio" continua con Rockinville Road. È strano che questa memorabile band degli anni '80 suonasse così "Sixties" negli anni 2000.


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