- Dalla pagina su Jam e Paul Weller di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
I Jam di Paul Weller (Woking, 1958) furono all'inizio parte integrante del fenomeno punk.
Il successo improvviso e clamoroso di In The City (1977)
e All Around The World (1977),
canzoni melodiche e nervose ispirate all'opera di Who, Small Faces e degli
artisti soul della Tamla, lanciò il revival dei "mod"
(capelli ben tagliati, camicia bianca, scarpe di pelle, vestito nero).
In The City (Polydor, 1977) fece epoca per le musiche nostalgiche
e per i vivaci ritratti cittadini
(Sounds From The Street,
Bricks and Mortar).
Duro e grintoso, con Modern World e News Of The World, l'album This Is The Modern World (Polydor, 1978) consacrò la moda.
All Mod Cons (Polydor, 1978) poneva però già fine alla fase adolescenziale e apriva nuovi orizzonti, abbandonando i sovratoni mod a favore di una canzone rock più varia e adulta. Ne scaturì la lirica protesta anti-razziale di Down In The Tube Station.
Dopo il tetro concept autobiografico Setting Sons (Polydor, 1979), con l'anthemica Eton Rifles, che li impose come la versione seria dei Kinks, ebbe inizio con Sound Affects (Polydor, 1980) la fase dei ritmi più danzabili (Start), nonostante qualche rigurgito di rabbia (Going Underground) e di sarcasmo (That's Entertainment).
Weller si allontanò ulteriormente dagli esordi con i singoli
Absolute Beginners (1982) e Funeral Pyre (1982),
esperimenti ritmici su tema melodico e psichedelico.
Questo suono più gradevole e ritmato porterà in classifica il soul esuberante
di Town Called Malice (1982), Bitterest Pill (1982)
e Beat Surrender (1983), l'ultimo singolo.
The Gift (Polydor, 1982) mostrava un complesso alla ricerca di nuovi
orizzonti, ma falliva su tutti i fronti (eccetto quello commerciale, in quanto
finì in testa alle classifiche britanniche).
Poi Weller, al culmine delle proprie capacità compositive, sciolse i Jam nel 1983 e, coadiuvato dal tastierista Mick Talbot, diede subito vita agli Style Council.
Con i primi singoli degli Style Council nel 1983 (Speak Like A Child,Long Hot Summer, Money Go Round, A Solid Bond In Your Heart) Weller varò una nuova strategia, allontanandosi dalla violenza punk e avvicinandosi a quella che era sempre stata una specialità dei cantautori britannici: coniare sulle fondamenta rock'n'roll un soul bianco d'autore. Il successo pubblico fu enorme e consacrò Weller fra i beniamini del pubblico.
Cafè Bleu (Polydor, 1984), noto come My Ever Changing Moods (Geffen, 1984) in America, lasciò soprattutto un'impressione di confusione e ingenuità, svariando senza un baricentro fra tremila generi (soul, jazz, funk, rap e rock). Headstart For Happiness, Paris Match e The Whole Point Of No Return sono, a seconda delle preferenze, ottime partiture da night club parigino o tediose, autoindulgenti lamentazioni. You're The Best Thing, My Ever Changing Mood, e Shout To The Top furono comunque le hit del 1984.
Nei brani di Our Favourite Shop (Polydor, 1985), noto come Internationalists (Geffen, 1985) in America, ben più sofferti e sofisticati, ma spesso anche stucchevoli, Weller si candida come l'erede bianco della dinastia dei Marvin Gaye e Curtis Mayfield. A parte le esuberanti Walls Come Tumbling Down e Shout To The Top, l'operazione lascia però l'amaro in bocca: Boy Who Cried Wolf, Homebreakers e Internationalists sono ballad molto raffinate, prodotte con perfezione certosina, ma anche poco comunicative.
The Cost Of Loving (Polydor, 1987) segnò un momento di crisi, nonostante It Didn't Matter.
Subito dopo venne però il suo album più ambizioso, Confessions Of A Pop Group (Polydor, 1988), con il suo ultimo hit, Life At A Top Peoples Health Farm, una lunga suite autobiografica in un chiassoso stile soul-funk, e una sequenza di sofisticate canzoni jazz (intitolate "Piano Paintings", in particolare la suite The Gardener Of Eden). I lambiccati arrangiamenti jazz di quest'ultimo lasciava però presagire che Weller era maturato anche come autore e aveva un bisogno disperato di dire la sua sul corso del mondo (vedi la torrenziale arringa della title-track).
La fortuna del gruppo era però finita.
L'album successivo,
New Decade Of Modernism, venne rifiutato dalla casa discografica e
a uscire fu soltanto una raccolta di rimasugli,
Here's Some That Got Away (Polydor, 1993).
Singular Adventure (Polydor, 1989) raccoglie tutti i singoli.
Weller gettò la maschera (ovvero il gruppo) e diede inizio alla carriera solista, improntata a una diligente rilettura del soul-pop di Curtis Mayfield, Marvin Gaye, persino Prince. Uh Huh Oh Yeah e Into Tomorrow confermarono più che altro la sua capacità di sintonizzarsi sui bisogni più epidermici del suo pubblico, ma l'album Paul Weller (Go DIsc, 1992) confermò anche la gracilità dello stile, in sostanza rimasto agli ultimi Style Council, meno le ambizioni grandiose dell'ultimo disco.
Weller trovò la sua vera voce con Wild Wood (Go Disc, 1993). Con Weaver e Sunflower Weller mirava più che altro a recuperare l'austera classicità del folk-pop-soul britannico (Winwood, Morrison, Stewart), ma nella title-track e in All The Pictures On The Wall spendeva accordi dimessi alla ricerca dell'introspezione che gli era fino ad allora mancata. Can You Heal Us e Has My Fire Really Gone Out restituiscono Weller ai toni più angosciati degli Style Council.
Stanley Road (Go Discs, 1995) proseguì in quella direzione, anche se,
passata la sorpresa, è facile rilevare i difetti di sempre, specialmente
quell'aggirarsi senza meta nel mondo, quell'essere filosofo che discetta
altezzoso sul fatto di non aver la più pallida idea di quale sia il
significato della vita. Changing Man e Out Of The
Sinking i nuovi singoli.
Nonostante lo spiegamento di ospiti d'onore, l'unico valore di questo disco
sono i testi, e soltanto per chi ama sentirsi raccontare le disavventure
morali di questo "giovane Werther" del soul.
Heavy Soul (Island, 1997), con l'accompagnamento degli
Ocean Colour Scene, non ha da offrire più di
Peacock Suit e
Up In Suze's Room.
Weller has become a mediocre clone of Van Morrison and Stevie Winwood.
Personaggio debole e confuso, Weller rimane comunque uno dei cantautori che meglio hanno saputo interpretare le ansie della sua generazione.
Modern Classics (Island, 1998) è un'antologia dei quattro album come solista.
Aver ripescato, per Heliocentric (Island, 2000), Robert Kirby, l'arrangiatore di Nick Drake, contribuisce a demistificare Nick Drake, certo non accresce il prestigio di Weller.
Quest'ultimo è un songwriter intelligente, serio e maturo, ma niente più che un autore di canzoni pop dotato di mediocre ispirazione. Le coloriture orchestrali sono gradevoli, ma non accrescono la limitata intensità delle sue composizioni, e a volte le fanno suonare troppo pretenziose. Dopo aver ascoltato There’s No Drinking After You’re Dead (la traccia che spicca) si comincia addirittura a rimpiangere Eric Clapton. With Time And Temperance, Loveless e Dust And Rocks non sono di per sé sgradevoli: probabilmente si tratta di buone canzoni, eseguite però da un cantante-arrangiatore che è terribilmente spiacevole (per ulteriori scempi si veda Elvis Costello).
It's Written in The Stars è il pezzo forte di Illumination (Independiente, 2002), e questo non è un complimento.
Per lo più, le sue ballate soul d'atmosfera suonano come avanzi di un vecchio album di Van Morrison (Going Places, Leafy Mysteries, One x One). Ma quello era un capolavoro se paragonato alla raccolta di cover Studio 150 (2004).
Catch Flame (2006) documenta una performance dal vivo.
As Is Now (2006) contiene rarità.
22 Dreams (2008) è un complesso atto di equilibrio tra jazz (Song For Alice), folk ( Light Nights), pop (Invisible), rock (Push It Along), soul (Empty Ring e Cold Moments), funk (22 Dreams), elettronica (111), music-hall (Black River) e persino strumentali kitsch (Lullaby Fuer Kinder) e, soprattutto, strani ibridi che incarnano la crisi del medioevo (Echoes Around the Sun). Ci si chiede però quanto l'album appartenga al produttore Simon Dine.
Wake Up The Nation (2010) ha la solita dose di riempitivi, ma anche alcune gemme irresistibili: il rockabilly al pianoforte Moonshine, il canto da pub Find The Torch Burn The Plans e il soul shuffle di Aim High. Il vero pezzo forte (forse della sua intera carriera) è Two Fat Ladies, aperto da un riff di chitarra in stile Who e presto trasformato in una danza boogie demoniaca.
Weller si avventura anche in una diligente imitazione del pop psichedelico degli anni '60 con 7&3 is the Strikers Name, un simpatico ibrido tra ritornelli orecchiabili e rumore dissonante di chitarra.
Dopo due album rock così solidi, Weller ha deciso di fare una deviazione nella sperimentazione stilistica su Sonik Kicks (2012). I risultati sono per lo più terribili, a eccezione del boogie elettronico di Green (che ricorda stranamente i Chrome), il soul psichedelico sincopato di That Dangerous Age e la dub-techno con sfumature da colonna sonora di film anni '60 di Study In Blue.
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