- Dalla pagina su Patti Smith di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
La reincarnazione più autentica dello spirito di Bob Dylan, Lou Reed e Jim Morrison, la poetessa e rocker Patti Smith (Chicago, 1946), fu la prima a emergere dalla generazione new wave. Le canzoni di Horses (1975) erano poco più che accompagnamenti liberi delle poesie di Smith, ma Radio Ethiopia (1976), il suo capolavoro, e Easter (1978) aggiunsero numeri rock'n'roll epilettici e introdussero un urlo selvaggio, viscerale e febbrile nei suoi testi, a metà strada tra una strega medievale e una predicatrice gospel. Quel registro isterico ed enfatico si librava su un baccanale boogie in crescendo, trasmettendo epiche confessioni di frustrazione e alienazione che riscoprivano il vecchio trucco di Chuck Berry nel trasformare i problemi di una generazione in materiale mitologico.
Bio:
Patti Smith fu una delle voci più autentiche del movimento new wave e
ispirò gran parte del fenomeno che l'aveva creata.
Giunse a New York ventunenne, un'intellettuale provinciale come tante alla
ricerca di una vocazione negli ambienti underground.
Era già ragazza madre e scriveva poesie.
Per otto anni sbarcò il lunario con svariate attività culturali,
ora commessa in un negozio di libri,
ora critica di una rivista musicale, ora drammaturga.
Ebbe la determinazione e la fortuna di entrare in contatto con
l'intellighenzia che conta, da Andy Warhol a Bob
Dylan, da Sam Shepard a Johnny Thunders.
Durante la sua relazione con Allen Lanier, scrisse alcune canzoni per i
Blue Oyster Cult. Ma la svolta cruciale fu quando cominciò a scrivere musiche
per le proprie recitazioni libere, una tradizione di New York che in lei
trovò una delle voci più potenti e una delle poche in grado di complementare
le proprie parole con musiche trascinanti
(merito anche del chitarrista e musicologo rock Lennie Kaye).
Quando la new wave esplose, Patti Smith si trovò nella posizione ideale
(e nei circuiti ideali) per cavalcarla. In breve Patti Smith divenne la
reginetta della new wave.
Non furono soltanto il suo stile isterico di canto e le sue liriche free-form
a farla conoscere. Patti Smith era una personalità completa, una di quelle
per le quali il confine fra vita e arte è molto labile.
Pervasa dallo spirito dei maledetti del rock, da Lou Reed a Bob Dylan, da Janis
Joplin a Jim Morrison, e dotata di una voce secca e stridente,
malata e feroce, disperata e rabbiosa, trascinante e febbrile, che trova il
suo tono naturale nel recitato invasato o in tiratissimi rock and roll senza
fronzoli, Smith era una visionaria contesa fra la Bibbia e Rimbaud,
fra catechismo e boheme.
Trentenne ossuta strega che si proponeva di salvare il rock, blaterando sulla morte presunta del genere, atteggiandosi a profetessa di un revival cristiano e pavoneggiandosi come ragazza qualunque che ha avuto soltanto più coraggio delle altre, impose un clichè prima ancora che uno stile musicale. Come tutti i miti della musica rock, aveva quel tanto di esibizionismo che le consentiva di magnetizzare il pubblico, nonchè spettacolari doti d'interprete. La sua ideologia era peraltro molto fumosa: fedele al proprio paese, ragazza di strada redenta dal Concilio Vaticano, proclamava migliori performer di tutti i tempi Jagger, Cristo e Hitler (cioè i più abili a conquistare le masse), e predicava il rock come forma di comunicazione delle anime. Pur chiacchierata per le idee professate, conservava tuttavia il fascino della sacerdotessa generazionale, seducente e impotente, aggregante e illudente.
Gli schemi musicali erano invece sempre gli stessi: il lungo delirio con suspense, oppure una sorta di gospel conciso e isterico, l'equivalente di un salmo biblico a tempo di rock'n'roll. Spesso il chitarrismo distorto e trascinante di Lenny Kaye aveva più consistenza del suo vomito in crescendo.
Il suo primo singolo Piss Factory, uscito il 31 luglio 1974, segna di fatto la nascita della new wave, ed è un esempio canonico delle sue declamazioni libere su jam chitarristica free-form.
Il primo album, Horses (1975 - Arista, 2005), segnò per la musica rock un ritorno allo stile
dei tempi eroici, a Bob Dylan e ai Doors, alle epiche confessioni di
frustrazione e alienazione.
In realtà il disco spiegava semplicemente come "leggere" i suoi poemi:
la voce incalzava in un crescendo emotivo, il complesso rock imbastiva un
boogie più o meno velato.
L'introspezione drammatica di Birdland, "lento" dilatato in ipnosi
psichedeliche e fraseggi da cocktail lounge che esplode in un'epica
e invasata sarabanda da messa gospel;
l'incubo nevrotico di Land, variazioni sul celebre tema di Pickett
e primo saggio di come l'esile, liturgica Patti sappia lottare allo
spasimo con le note grazie a una vasta gamma di sfumature, una retorica tutta
istintiva e una tensione espressiva al limite dell'esaurimento nervoso, e
costruire così atmosfere allucinate che deflagra poi nelle sue titaniche
progressioni;
e il solenne tormento "doorsiano" di Break It Up, dove si sublimano
le sue doti di attrice capace di creare suspence, emozione e disperazione,
furono i primi capolavori dell'artista.
Gli accompagnamenti free-form, ma molto rockeggianti, capaci di tendersi
come elastici e di esplodere all'improvviso con potenza e violenza da
hard-rock, di Kaye e Richard Sohl (piano) costituiscono una novità tanto
rivoluzionaria quanto il suo stile isterico di canto/recitazione.
Canzoni più regolari come il reggae Redondo Beach, la caracollante
e ipnotica Kimberley e la funerea Elegie che chiude l'opera
passarono pressochè inosservate pur vantando costrutti e interpretazioni
originali.
Con quest'operazione Smith replicava il trucco operato da Dylan alla generazione
della "contestazione": costruire con il proprio stile di arte e vita
l'immaginario dei propri fan affinchè essi potessero soddisfare il bisogno di
realizzare il proprio immaginario nel suo stile di arte e vita. Mettendo
il suo genio visionario al servizio delle frustrazioni della sua generazione,
Smith diede voce ad un'epoca. E' una voca torturata e insicura, affannata e
sofferente, che non sa più nè librarsi nei voli epici di Slick nè affondare
nel roco pianto di Joplin. E' più selvatica e spontanea di entrambe,
tecnicamente debole, dilettantesca. Non emula nè l'utopismo radioso della
prima nè il realismo depresso della seconda: i suoi sono deliri confusi,
volutamente vaghi, volutamente astratti.
In Radio Ethiopia (Arista, 1976) la poetessa volle seguire la strada
del maestro "maudit" (l'Etiopia fu la seconda patria di Rimbaud).
Per esprimere sensazioni di vita vissuta, Smith modellò un linguaggio più
esasperato, dalle brevi epilessi di Ask The Angels e
Pumping My Heart, un boogie dinamitardo (dove l'apprendistato heavy presso
i Blue Oyster Cult mostra la sua utilità), cantate con voce tagliente e
straordinaria energia psicomotoria, alle disperate agonizzanti dissonanze
di Radio Ethiopia, sputi di suono marcio che raggiungono vertici
di ossessione e sperimentalismo in un sabbah allucinato condotto dalla chitarra
hendrixiana di Kay nella miglior tradizione psichedelica dei sotterranei
newyorkesi.
Litanie free-form come la sinistra e apocalittica Ain't It Strange e
la più serena Distant Fingers, ed elegie quasi religiose come
Pissing In A River non aggiungono nulla al breviario di Horses.
Easter (Arista, 1978) è l'album della definitiva maturità artistica e commerciale di Patti Smith. Il sound è ormai un cocktail di sound classici (Dylan, Reed, Morrison, Stones, Who) e le liriche sono più mistiche e visionarie che mai. La concisione e si traduce in riff più grintosi e melodie più centrate e finisce per beneficiarne anche il canto, non più da muezzin delirante ma feroce e neroide. La grinta esplosiva di vocalist e chitarrista pennella potenti e accurati rock'n'roll (Rock And Roll Nigger, la progressione più terrificante, un gospel-boogie cannibalesco ed epilettico da invasata, Set Me Free, altro concentrato di cadenze e riff epidermici) concedendo ampio spazio ai toni ritualistici (Space Monkey e la Ghost Dance, due esagitate sceneggiate su cadenze macabre ed esotiche), liturgici (High On Rebellion) ed enfatici (Till Victory, Because The Night di Springsteen) che l'avevano resa celebre. L'approdo alla forma-canzone non toglie nulla all'emotività della sua drammaturgia: Smith si sgola senza pietà, gracchia e rutta, lancia urla gutturali e acuti selvaggi, in una specie di negazione sistematica del "bel canto".
Wave (Arista, 1979) è un'umile appendice di canzoni in quello stile (Dancing Barefoot, Fredrick).
Se Horses fu il disco della poesia free-form, se Radio Ethiopia fu quello del flusso di coscienza, Easter è quello del rock e Wave è quello dell'elegia.
A questo punto Smith rinunciò alla musica e si ritirò a vita domestica a Detroit, moglie di Fred Smith degli MC5.
Il chitarrista Lenny Kaye ne approfittò per registrare il suo primo disco solista, I've Got A Right (Giorno, 1984), oscillando fra power-pop (I've Got A Right) e country-rock (Luke The Drifter).
Continuando la parabola pseudo-dylaniana che l'aveva vista prima profetessa biblica dell'underground, barda maledetta in gergo beat e mito di una generazione, e poi soltanto ambigua rinnegata, Patti Smith torna a sorpresa nel 1988 con Dream of Life (Arista). Il sound è meno brutale e più elegante, ma fra le righe dell'anthem People Have the Power, del boogie Up There Down There, dell'elegia Paths That Cross è facile riconoscere la stessa tigre lirica dei dischi precedenti. L'età l'ha però resa troppo petulante, ed è così che a fallire sono proprio i sermoni più ambiziosi, come Where Duty Calls.
Dedicato alla memoria di suo fratello e di suo marito (Fred "Sonic" Smith),
Gone Again (Arista, 1996) ha avuto una lunga gestazione ed è stato registrato
con l'aiuto dei chitarristi e amici Lenny Kaye e Tom Verlaine.
Come già la volta precedente (questa è la seconda volta che "torna" sulle
scene, per chi si fosse perso la prima), Smith fa vivere il disco soprattutto
dei fantasmi del suo passato. Ogni brano ne fa venire in mente uno di quelli
classici, e allora ci si mette sull'attenti.
Ma Gone Again e Summer Cannibals sono ben poca cosa rispetto alle
Because The Night e Ask The Angels di un tempo, e Fireflies
(quasi dieci minuti), per quanto suggestivo l'accompagnamento, non ha nulla
della carica emotiva delle lunghe improvvisazioni dei primi dischi.
Le liriche, come sempre (e come hanno dimostrato i suoi libri), lasciano il
tempo che trovano. Di poeti come lei l'America ne ha duecentomila. Conta il
feeling, non il testo. E allora, più che canzoni di morte, le sue sono canzoni
di compassione, di meditazione sulla tomba prima che calino la bara.
Così eccola a mormorare il requiem di About A Boy (il suo tributo a Kurt
Cobain), un po' logorroico e monotono, eccola a intonare un'Ave Maria come
My Madrigal, eccola a danzare Ravens come a un funerale irlandese.
Questa reduce degli anni '60 (che era già fuori tempo a suo tempo, avendo
esordito a trent'anni suonati, e che oggi veleggia verso i cinquanta),
ha perso gran parte del suo fascino istrionico e maliardo. E' rimasta
soltanto una consumata bohemienne e intellettuale, che si lascia illudere
dalla longevità artistica di Bob Dylan: soltanto che Dylan è Dylan, e
lei invece no.
Peace And Noise (Arista, 1997) è il secondo album della seconda stagione di Patti Smith. Passato il periodo di lutto,
Smith si getta a capofitto nel panorama sociopolitico dell'America di oggi.
Tirati fuori da un ospizio dei vecchi i Lenny Kaye (chitarra) e J.D. Daugherty
(batteria) di un tempo, e assoldati i brillanti giovani
Oliver Ray (chitarra), suo nuovo boyfriend, e Tony Shanahan (basso), Smith non cambia di una virgola,
convinta, come tutti i profeti, di essere nel giusto (musicalmente e non).
Ambizioni e determinazioni si sfogano nel fervore religioso di
Waiting Underground, nel declamato beat di Spell (le liriche sono tratte
dall'"urlo" di Allen Ginsberg che ha sempre costituito un suo modello di
riferimento),
e nell'enfatica Death Singing (l'unica canzone davvero sua dell'album).
Ma sembra di ascoltare la nonna ripetere per la millesima volta la favola
che ci teneva col fiato sospeso da piccoli. Purtroppo siamo cresciuti.
Memento Mori è la lunga improvvisazione di turno, ormai una tradizione
come il tacchino nel giorno del ringraziamento.
La musica si ascolta semmai in Whirl Away, un incrocio fra Pretenders
e Badalamenti, che intreccia passi di flamenco e di reggae, e in Dead City,
un boogie degno di Easter.
Smith apparteneva a un'altra epoca (quella dei poeti beat, quella dei beatnik degli anni '50) quando comparve per la prima volta sui palcoscenici della new wave. Adesso sembra appartenere a un altro evo. Antica e antiquata, ha il fascino dei fossili. Come la maggior parte dei fossili, non è soltanto inutile, è anche noiosa.
Il suo canto animalesco, figlio dei predicatori itineranti più che di Stooge, le sue liriche blasfeme (“Jesus died for somebody's sins/ but not mine” la più celebre di Horses), le sue contorsioni epilettiche (un critico paragonò una sua performance alle doglie e al parto) rinnovarono soprattutto il ritualismo rock, rimasto fermo ai baccanali dei Velvet Underground (con la chitarra di Kaye ad emulare la viola di John Cale). E servirono certamente a imporre l'immagine di una donna "rock", non semplice cantante o mascotte, ma personalità forte, autonoma e intelligente.
Per coloro che avevano riconosciuto il declino iniziato dopo Radio Ethiopia e non si erano aggrappati al mito, Gung Ho (Arista, 2000) risulta solamente un'altra tappa dell'invecchiamento di Patti Smith, ma in un modo leggermente sorprendente.
Laddove i dischi precedenti sfruttavano soltanto il suo mito e rimaneggiavano gravemente la sua personalità, Gung Ho è un album rock'n'roll serrato. Glitter In Their Eyes è un rave-up coraggioso e al vetriolo, mentre la marcia One Voice (dedicata a Madre Teresa) e Boy Cried Wolf ravvivano la sua vena messianica. Con il lungo sermone di Gung Ho (dedicato a Ho Chi Min) Smith sembra chiudere il cerchio iniziato un quarto di secolo prima con Birdland (stessa voce vacillante, ma accompagnamento molto meno avvincente e quasi nessuna delle sue proverbiali progressioni).
Smith seppellisce sapientemente i toni cupi e gli accenti blues e folk di Gone Again (gli ultimi echi si spengono con Gone Pie e Libbie's Song) e ritorna alle sue origini stregoneshe. C'è molta debolezza (gli otto minuti di Strange Messengers non hanno mai quella forza che continuano a promettere, e Persuasion, con il figlio Jackson Smith alla chitarra, suona come una cover band dei Police) ma, nel bene e nel male, questo è l'album più raffinato della Smith.
Land (1975-2002) (Arista, 2002) è un doppio cd antologico che, sfortunatamente, include numerose tracce rare, non pubblicate o dal vivo.
Trampin’ (Columbia, 2004) è accademico al punto cui potrebbe esserlo una cover band di Patti Smith che interpreta alcuni dei suoi classici. I pezzi più brevi mancano di veleno e di spirito (il tamburellante e mancato inno Jubilee è il migliore), e le due tracce lunghe, il sermone rivoluzionario Gandhi (nove minuti) e la declamazione contro la guerra Radio Baghdad (dodici minuti), mantengono il carisma ma non sembrano convogliare energia strumentale sufficiente a sostenere le abilità verbali di Smith. È peraltro discutibile se uno debba stare ad ascoltare le opinioni politiche di Smith (in contrapposizione al surrealistico flusso di coscienza di Horses).
Twelve (Columbia, 2007) è una raccolta di cover.
Il doppio disco The Coral Sea (2008) documenta una lettura dal vivo di poesie con Kevin Shields dei My Bloody Valentine fornendo un sottofondo musicale.
Se il tuo nome non è Bob Dylan, Leonard Cohen o Nick Cave, faresti meglio a pensarci due volte prima di incentrare un intero album sui tuoi testi. Questo consiglio vale anche per Patty Smith, i cui testi non sono mai stati il motivo per cui valesse la pena ascoltare la sua musica.
Lo erano senz'altro la sua performance vocale e la sua band di supporto.
Banga (Columbia, 2012), il primo album di materiale originale in otto anni, cade proprio in quella trappola. Il violento boogie Fuji-San (che è solo una variazione di boogie decisamente migliori della fine degli anni '70) e la danza pow-wow di Banga sono passabili, ma la meditazione pensosa di Amerigo, la noiosa improvvisazione da dieci minuti Constantine's Dream e ballate addormentate come This is the Girl sono semplicemente atti di sabotaggio contro il suo glorioso passato.
Nello stesso anno registra Capitol Letter, facente parte della colonna sonora del film di successo The Hunger Games: Catching Fire (2013), regia di Francis Lawrence.
Nello stesso anno ha pubblicato una cover di Io Come Persona di Giorgio Gaber (con titolo e testo in inglese).
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