- Dalla pagina sui Virgin Prunes di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Il dark-punk britannico fu facilmente superato dalla più eccentrica di tutte le band "dark", i Virgin Prunes, provenienti dall'Irlanda con un approccio completamente diverso al "gotico", un approccio che mescolava rituali arcaici con musica d'avanguardia. Il loro grottesco Grand Guignol regrediva dal grottesco e allucinatorio teatro espressionista di A New Form Of Beauty (1982) ai rituali demoniaci di Heresie (1982) fino al folk-rock pagano di If I Die I Die (1982).
Bio:
I Virgin Prunes di Gavin Friday, vero nome Fionan Martin Hanvey (Dublino, 1959), nacquero a Dublino
(Irlanda) non come formazione musicale ma come formazione teatrale.
La musica,
che inizialmente era astratta e violenta, ispirata all'"urlo" espressionista
e alle rappresentazioni pagane dei Celti,
divenne presto la parte preponderante dei loro show.
I primi
singoli, Twenty Tens/ Revenge/ The Children Are Crying (Baby, 1981) e
Moments and Mine/ In The Grey Light (Rough Trade, 1981), documentano
quelle colonne sonore dell'orrore, spappolate attorno alle selvagge
improvvisazioni canore di Friday.
Pur mantenendo il caratteristico piglio
barbaro, quella musica catastrofica si calmò alquanto, avvicinandosi al
folk e al rock, su
A New Form Of Beauty (Rough Trade, 1982 - Mute, 2004), un progetto multimediale
(tre dischi di formato diverso, cassetta, video, libro e performance).
Influenzati più dal gotico che dall'industriale (i due grandi filoni
dell'underground post-Sex Pistols), i Virgin Prunes si specializzarono in
sarabande cupe e grottesche, in allucinazioni morbose e macabre di estrema
tensione psicologica (Come To Daddy, Sad World, Beast),
pur rimanendo involontariamente legati alla tradizione del bardo bucolico
(Sandpaper Lullaby, Sleep Fantasy, Slow Children).
La loro è musica di scarsi mezzi tecnici, ma di estrema forza interiore.
Le folli acrobazie canore di Friday ne erano la voce e il subconscio.
Il doppio 10" Heresie (Invitation Au Suicide, 1982 - Mute, 2004), dedicato
giustamente al tema della follia, contiene due suite, una registrata
in studio e una dal vivo.
Mentre quest'ultima è semplicemente un rituale assatanato,
una selvaggia galoppata valpurgica fine a se stessa, la prima è strutturata
in sette movimenti che ben rappresentano la loro estetica folk-psichedelica.
La caotica sarabanda del secondo movimento, il più lungo, è un pretesto per
mettere in scena il conciliabolo demoniaco di Friday e soci, su un battito
costante e rumori assortiti di sottofondo, una delle loro tecniche preferite,
che degenera più avanti, nel sesto movimento, quando i gorgheggi "lisergici"
di Friday vengono lasciati liberi di fluttuare nel nulla.
Il terzo movimento fa venire in mente l'acid folk degli Holy Modal Rounders
e il successivo, su quella falsariga, contrappone il canto ubriaco di Friday
al borbottio del pianoforte.
Il finale, sostenuto da un battito nevrotico della batteria, solcato da spifferi
elettronici, straniato da una chitarra strimpellata meccanicamente, è un
crescendo di terrore che culmina in una coda di urla spasmodiche.
Nell'arco della suite i Virgin Prunes dimostrano una capacità impressionante di
costruire atmosfere sinistre, da fine del mondo, e di farle poi deflagrare.
Il tempo degli esperimenti è comunque finito.
Pagan Lovesong (Rough Trade, 1982), cantata, quasi
sbavando, su uno dei loro ritmi grotteschi e uno dei loro arrangiamenti
mediorientali, impone i Virgin Prunes anche in discoteca.
L'avanguardia è definitivamente abbandonata con
If I Die I Die (Rough Trade, 1982 - Mute, 2004), un album relativamente ben
arrangiato e, soprattutto, strutturato in vere canzoni.
Le canzoni sono mini-suite melodrammatiche che rivelano debiti storici verso
Genesis e King Crimson. Le recite magniloquenti di Friday sembrano
una versione punk di quelle di Peter Gabriel.
Il complesso di A New Form Of Beauty si riconosce soltanto per
le atmosfere da incubo, di panico puro, di gelo esistenziale.
Il lugubre cerimoniale dall'incedere medievale di Ulakanakulot dà il tono
al disco, con il canto straziato del suo bardo demente sullo sfondo di un coro
mantra.
Sweethome Under White Clouds, prosegue su quel tono con una cantilena acuta da
muezzin snocciolata su un ritmo hare krishna ossessivo e sul romantico lamento
di un clarinetto jazz. Apice psicotico della pantomima è Caucasian Walk,
una danza cosacca burlesca volta in ossessivo sabba stregonesco.
Completano il rituale due concessioni alla discoteca, il balletto giapponese di
Baby Turns Blue, che funge un po' da intermezzo comico della tragedia,
e l'incalzante mystery play di Walls Of Jericho, che rende invece
incandescente il clima.
Il sottofondo musicale è flebile ma suggestivo, tanto ricercato nei ritmi
quanto spartano negli interventi di chitarra.
Di rito in rito si compie la metamorfosi dei Virgin Prunes da druidi a giullari.
Dopo aver rifatto il verso a Brian Ferry nella ballad enfatica di
Ballad Of The Man,
il tour de force personale di Friday, già pregno di inflessioni "brechtiane",
culmina nel labirinto di dissonanze chitarristiche di Bau-dachong,
degno dei Pere Ubu (il brani in cui ricorre il verso che dà il
titolo al disco).
E' di quel periodo anche King Of Junk, una danza grottesca per piffero, gorgheggi di streghe ed elettronica dadaista che fonde folk, vaudeville e teatro dell'assurdo tirando dalla parte del rock demenziale dei Pere Ubu.
Dopo il capolavoro il declino sarà tuttavia rapido.
The Moon Looked Down And Laughed (Touch And Go, 1986) annovera soltanto
Love Lasts Forever, una trascinante distorsione chitarristica
deformata da nastri ed archi che segna il ritorno alla canzone antropologica.
Friday riconduce così il gioco al cabaret da cui era partito, e a quel punto
abbandona la formazione.
Gavin Friday intraprende a questo punto la sua carriera solista.
- Torna alla pagina sui Virgin Prunes di Piero Scaruffi -