- Dalla pagina sui di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
Colin Newman (canto, tastiere), Bruce Gilbert (chitarra), Graham Lewis (basso)
e Robert Gotobed (batteria) erano tutti stati all'art school, ma non avevano
alcuna istruzione musicale.
Formarono i Wire nella Londra nell'ottore del 1976,
all'apice del fenomeno punk.
Fin dal primo singolo, Mannequin (Harvest), era chiaro che il loro sound conservava del punk-rock soltanto la concisione, e un pizzico dell'isteria. Ma il gruppo aveva poco in comune con le arringhe nichiliste dei Sex Pistols; semmai era affascinato dagli esperimenti di "decostruzione" portati avanti da Brian Eno e dall'estetica "alternative" dei Velvet Underground.
Uscito a novembre, l'album Pink Flag (Harvest, 1977) lasciò a bocca aperta i punk di mezzo mondo: erano sì brevi e frenetici canzoni punk-rock (ben ventuno), ma ciascuno aveva qualcosa che ne stravolgeva il suono. Non erano i soliti "ramalama" isterici, erano arditi esperimenti armonici. L'attacco martellante di 12xU faceva pensare al punkrock, ma il ritmo si spezzava subito in una cadenza da musichall; la frenesia davvero thrash di Mr Suit, con tanto di ringhi e schitarrate, sfoggiava però un piglio demenziale alla Devo. Il talento pop dei ragazzi veniva alla ribalta in Ex Lion Tamer (con qualche inflessione di David Bowie) e Feeling Called Love (con il riff rubato a Wild Thing dei Troggs), degne dei complessi di Sixties revival. I Wire indulgevano persino in qualche boogie d'alta classe, quello languido e decadente alla Velvet Underground di Strange quello cingolato e abrasivo alla T.Rex di Reuters e quello marziale voodoobilly iperdistorto alla Cramps di Pink Flag. Pink Flag è anche un campionario di possibili incompiuti, miniature come It's So Obvious. La musica sardonica, velenosa, dissonante, esaltata dai vocalizzi psicotici di Newman, dal basso abulico di Lewis e dal chitarrismo nevrotico di Bruce Gilbert, di questo disco costituì un fatto rivoluzionario per l'epoca.
L'influenza di Brian Eno balzò in primo piano l'anno dopo con il singolo I Am The Fly (febbraio 1978) e la sua cantilena tragicomica a ritmo di pressa. L'etereo vortice melodico alla Barrett di Dot Dash (giugno) confermò la svolta.
L'album Chairs Missing (Harvest, 1978), sul quale compare anche
il sintetizzatore, gettò definitivamente la maschera, presentando un
quartetto di sperimentatori, a cui andava aggiunto
il produttore Mike Thorne, il George Martin della situazione.
Il sound surreal-decadente, gelidamente elettronico,
aveva saltato a piè pari
il punk-rock, riallacciandosi semmai agli
Ultravox.
Practice Makes Perfect, con il suo battito marziale da cabaret "brechtiano",
e il delirio libero di I Feel Mysterious Today appartengono più alla
psicanalisi che al rock. La lugubre cantilena di Marooned e
il punkrock sconnesso di Sand In My Joints
sono ambientate in scenari horror di sinistre apocalissi tecnologiche.
Il nuovo corso toccò un provvisorio vertice con la soave melodia di Outdoor Miner (gennaio 1979), doppiata da quella lievemente psicotica di A Question Of Degree (luglio).
La progressione culminò con il terzo album, 154 (Automatic, 1979),
Uno dei capolavori dell'epoca, un lavoro
estremamente cupo sul quale gli arrangiamenti di Thorne (che non lesina viola,
flauto e corno, oltre alle tastiere elettroniche) e il canto terrorizzato di
Newman fanno la parte del leone.
Nelle sue architetture geometricamente minimali convergono e si compenetrano
le diverse maniere che sono alle radici del loro sound.
Il bozzetto psichedelico di Syd Barrett viene immerso nel clima claustrofobico
di Map Ref 41 N 93 W e si dilata a dismisura nella suspence spasmodica di
A Mutual Friend; muta in litania d'oltretomba, si imbeve di nevrosi
industriale, annulla lo slancio emotivo.
Newman prosegue i suoi esperimenti sui ritmi incalzanti con
Two People In A Room, una sorta di rockabilly per androidi,
e Once Is Enough, un funk condito da rumori industriali.
I pastelli elettro-melodici di Eno sono il modello per la filastrocca
frenetica di On Returning e per The 15th, la melodia più ariosa del disco,
sempre collocate in scenografie sonore da incubo.
Lewis contende a Newman la palma di autore. Sue sono le composizioni più
tetre: odi tenebrose in cui si ripetono i cerimoniali spettrali di John Cale
e Jim Morrison (Single K.O.), lamenti funerei e marziali mormorati in trance
(I Should Have Known Better), recitazioni fra cori di morti e dissonanze
elettroniche (Other Window) e su tutto la lunga, opprimente agonia di
A Touching Display, con un sottofondo di rumori marziani a ritmo di raga.
E' un affresco potente e geniale dell'alienazione e dell'angoscia nell'era
delle macchine, in cui il gruppo dimostra un talento da drammaturgo
nell'interiorizzare la paura.
Con questo album i Wire portarono a compimento la transizione storica
dall'anthem di punkrock, sottoproletario e naturalista, alla canzone postpunk,
intellettuale e modernista.
Gli attriti fra Newman (l'ala "convervatrice", che propendeva per la forma canzone) e Gilbert e Lewis (l'ala "rivoluzionaria", che propendeva per gli esperimenti elettronici) finì per deragliare il progetto. Se i lavori solisti di Newman non fecero altro che riprendere le intuizioni di 154, Gilbert e Lewis si diedero invece alla musica ambientale e alle musica industriale con i Dome.
Dopo una parentesi durata sette anni, i Wire tornarono a
suonare insieme.
Annunciato dall'EP Snakedrill (Mute), in particolare
dalle minacciose A Serious Of Snakes e Drill, l'album
The Ideal Copy (Mute, 1987)
conservava un minimo di continuità con il passato, in particolare con
il modernismo moderato di Chairs Missing, e annoverava almeno un nuovo
classico, Ahead.
Ma il battito da discoteca e la produzione gelidamente "digitale" li fanno
assomigliare a emuli dei New Order.
Che il loro sound fosse soprattutto un fatto di atmosfere e di invenzioni
armoniche venne confermato due anni dopo dal secondo album del nuovo corso,
A Bell Is A Cup Until It Is Struck (Mute, 1988), nel quale la mano "psichedelica"
di Newman prende il sopravvento su quella astrusa di Gilbert. Se il soffice
melodismo a ritmo disco di Kidney Bingos e Silk Skin Paws è quello che
conquista il grande pubblico, il genio melodico e armonico dei Wire si manifesta
in ben altre forme:
The Finest Drops è un esercizio psichedelico con tanto di filastrocca
cadenzata alla Brian Eno e intermezzi sinfonici;
The Queen Of Ur And The King Of Um una fiaba bisbigliata da un Kevin Ayers
diventato nonno; la musica cerimoniale di Boiling Boy è talmente raffinata
che potrebbe funzionare anche come musica meditativa new age;
Follow The Locust è la quintessenza della loro arte di destabilizzazione
della canzone pop.
Ma troppo spesso le loro litanie scadono in un ballabile da AOR, come se
fossero state prima passate ai New Order o ai Depeche Mode.
Il singolo Eardrum Buzz dell'aprile 1989 (un'altra novelty per discoteche) chiudeva in realtà una fase e ne apriva un'altra, quella commerciale inaugurata pochi mesi dopo da In Vivo.
Sostituito il batterista con una drum machine, con Manscape (Mute, 1990), il peggior album della loro carriera, totalmente privo di idee, il quartetto gettava infatti la maschera e si prostituiva a un synth-pop convenzionale (Life In The Manscape e Torch It).
Mutato il nome da Wire in Wir,
The First Letter (Mute, 1991) recupererà un po' della loro dignità, ma anche
So And Slow It Goes affogherà nel vellutato e monotono etere sintetico
dei loro arrangiamenti.
Persino gli ultimi Roxy Music e gli ultimi Ultravox
erano più interessanti.
Il gruppo era definitivamente morto. Qualunque cosa avessero tentato di
dimostrare con i dischi del "ritorno", non c'erano riusciti.
Il mandato sembra essere di produrre non più di una melodia e un
arrangiamento per album.
Si salvano quattro o cinque canzoni (e sono davvero soltanto canzoni) di
tutti i dischi incisi dopo 154.
E' sorprendente come le "alternative tracks" di questo periodo raccolte su
Coatings (WMO, 1997) siano infinitamente più creative.
Turns And Strokes (WMO, 1996) era invece la raccolta (molto meno seducente) delle
"alternative tracks" degli anni 1979-80.
Bruce Gilbert e Colin Newman sono stati altrettanto attivi con i propri progetti personali.
L'EP di sei canzoni dei Wire, Read & Burn 01 (Pinkflag, 2002), li riporta al futuristico punk-rock dei loro esordi (In the Art of Stopping, I Don't Understand, Comet), anche se con una nuova consapevolezza dello studio cut-up e dell'estetica post-rock (Germ Ship).
Idem per il suo EP gemello, Read & Burn 02 (Pinkflag, 2002).
Sette delle canzoni presenti in questi EP sono emerse nell'album Send (Pinkflag, 2003).
On the Box (WDR, 2004) documenta una performance dal vivo del 1979.
Il mini-album Object 47 (Pink Flag, 2008), il primo album dei Wire senza il chitarrista Bruce Gilbert, segnò una svolta verso un formato più amichevole e accattivante. La ricerca di accettazione da parte del mainstream produce un insieme confuso e frustrante di stili alla moda degli anni '90, la maggior parte dei quali fa da riempitivo per quella che è la canzone più riuscita, One of Us.
È come dover ascoltare un lunghissimo B-side in più parti di un buon singolo. Solo verso la fine dell'album escono con alcune idee audaci, in particolare la nevrotica Hard Currency e la claustrofobica All Fours (con Page Hamilton ospite alla chitarra).
Red Barked Tree (2011) suona come un ponte tra le loro origini punk e il pop atmosferico del 2011, ma non c'nulla che spicchi in nessuno dei due generi. Queste canzoni sono senza volto come la musica ambient, tranne per il fatto che si può percepire quanto impegno sia stato impiegato nella progettazione di ciascuna di esse.
Change Becomes Us (Pink Flag, 2013), senza Bruce Gilbert, contiene canzoni incomplete del biennio 1979/1980, che la band aveva completato e riadattato allo scopo nel 2012.
- Torna alla pagina sui Wire di Piero Scaruffi -