- Dalla pagina sugli X di Piero Scaruffi -
(Testo originale di Piero Scaruffi, editing di Stefano Iardella)
In breve:
Furono gli X a incarnare al meglio lo zeitgeist di Los Angeles nell'era del punk-rock. Invece di praticare il nichilismo e la perversione di cui spesso si vantavano i punk-rocker, i cantanti John Doe e Christine “Exene” Cervenka li dipinsero come mali sociali, causati dall'alienazione nella metropoli. Le litanie depresse di LA (1980) erano più vicine alla weltanschauung dei Suicide che alla disperazione dei Sex Pistols. Sebbene non fossero metafisici come i Doors, anche loro si concentravano sul ritratto atmosferico della malattia (la disumanizzazione), piuttosto che sull'analisi fisica dei suoi sintomi. A differenza dei Doors, che miravano alla trance psichedelica, gli X sfogavano rabbia e disgusto. L'album era, in definitiva, una galleria di disadattati, drogati, beatnik, pervertiti, vandali, ecc.
La vita decadente non era il soggetto bensì l'oggetto dei loro sermoni iperrealistici. Non sorprende che il loro punk-rock si basasse sulle sfumature stilistiche del chitarrista Billy Zoom che contenevano forti elementi di country, blues e rockabilly, generi che richiamavano la vita comune della gente comune.
Wild Gift (1981) e Under The Big Black Sun (1982) lo dimostrarono: gli X erano una band roots-rock, le loro armonie vocali richiamavano i Jefferson Airplane e i loro testi introdussero un populismo di nuovo tipo.
Bio:
Gli X rappresentarono più di chiunque altro la fusione fra spirito punk-rock
e spirito new wave: dei primi adottarono la perversione e il nichilismo, della
seconda adottarono la depressione e la disumanizzazione. In un certo senso
fusero la disperazione dei Sex Pistols e
e il weltanschaung dei Suicide.
Rifuggendo dalla violenza brada che sarebbe stata dell'hardcore,
gli X impostarono le loro litanie urbane sull'atmosfera decadente e "vissuta",
tutto sommato molto più vicina alla realtà quotidiana della piccola e media
borghesia americana. Gli ingredienti del loro sound, d'altronde, erano il
country, il blues e il rockabilly. Per quanto trasformati dal loro piglio
"artistico", le armonie vocali derivavano dal country, la chitarra derivava
dal rockabilly e i ritmi dal blues.
Infine gli X funsero da raccordo fra la generazione punk e quella hippie,
fra la generazione di Patti Smith e quella dei Doors.
Gli X, John Doe (canto e basso), Christine "Exene" Cervenka (canto), Billy Zoom (chitarra) e Don Bonebrake (batteria), incidono il primo singolo, We're Desperate, nel 1979. La loro ascesa nell'Olimpo del beach punk è fulminea. Pochi mesi dopo escono il 45 giri Los Angeles, un marziale hard rock subito assurto a inno dei punk locali, asciutta visione della squallida e violenta esistenza nella metropoli californiana, e l'album LA (Slash, 1980), sul quale brani come la martellante Sex And Dying In High Society e la febbrile, "doorsiana" The World's A Mess definiscono il loro programma di oltraggio e di denuncia in maniera ancora più esplicita. E' un sound che fonde l'intrepido, disperato delirio degli emarginati con le spensierate armonie folk della Carter Family, eredita dai Doors magie psichedeliche e agghiaccianti rituali onirici, ruba a Chuck Berry il celebre attacco scampanellante e dipinge con la foga e la ferocia dei punk un cupo affresco della decadenza morale. Sulla cadenza cingolata dell'heavy metal la nenia sciatta di Nausea, manifesto e testamento alla Patti Smith, sposta di una tacca in avanti la consapevolezza punk, dalla rabbia allo schifo. Per i solchi del disco si aggira una folla inquietante di maniaci sessuali (Johnny Hit And Run, un boogie mozzafiato), teppisti (Your Phone's Off The Hook, un abrasivo rock and roll alla Stooges), tossico-dipendenti (Sugarlight), razzisti, emarginati e sbandati. Vomito, sangue e siringhe: è la forma più "bassa" di iper-realismo.
Il loro è un suono angoscioso, più che criminale: scontato il drumming assillante, protagonisti ne sono il canto isterico, nauseato, in trance di Cervenka, capace di lunghe scariche epilettiche con vocali finali protratte allo spasimo, il chitarrismo maniacalmente rockabilly di Zoom e i crudi testi autobiografici di vita urbana scritti da Doe. Ray Manzarek presta consulenza per l'organizzazione del suono e in qualche caso mette mano ai leggendari tasti. Inoltre le armonie vocali di Doe ed Exenka ricordano i più epici Jefferson Airplane, ma con la novità che Exene ha inventato un modo anti-romantico di cantare temi romantici.
La stagione punk era già agli sgoccioli e gli X cominciavano a suonare
roots-rock (country, blues e rock and roll) senza la frenesia e l'angoscia
degli esordi, ma invece con un tono malinconico e fatalista molto vicino
alla tradizionale ballata esistenziale.
Con Wild Gift (Slash, 1981) lo stile accentua le propensioni per le direttrici
vocali di
San Francisco (i duetti vocali Doe/Exene, gli accordi country-blues di Zoom,
fino a rifare il verso ai Jefferson campestri di dodici anni prima in
Universal Corner e In This House).
Il marchio di fabbrica del gruppo è comunque ancora l'accoppiata di
rock'n'roll e canto annoiato, che qui pennella The Once Over Twice
e When Our Love Passed Out, e che talvolta
(It's Who You Know e soprattutto White Girl)
assume i toni della ballata di vita vissuta.
Il meglio si trova forse nelle parodie, che adottano arrangiamenti tanto
spassosi quanto fantasiosi: Adult Books scorrazza a ritmo ora di
cha cha ora di flamenco con un crooning alla Presley e chitarrismi hawaiani
alla Ventures; Back To The Base che ricalca i "rag" satirici di Country Joe;
e ancora meglio riesce Beyond And Back, un tuffo negli
swinganti anni Cinquanta. Niente a che vedere con l'hardcore, ma impeccabile
musica da party. Il trait d'union con le origini sono le liriche,
cupe e presaghe, dominate dall'incombere
della morte, dall'ineluttabilità del crimine e dal bisogno di sacrilegi.
Continuando in quella progressione verso le "radici" musicali, Under The Big Black Sun (Elektra, 1982) segna l'adesione al movimento "grass-roots" fondato dagli amici Blasters. Il paesaggio umano di Los Angeles viene ora reso attraverso ballad dolenti e vibranti come Motel Room In My Bed e la title-track, sostenute dal forte chitarrismo rock and roll del leader. Ancora una volta a dominare sono le atmosfere sinistre, come nella danza tribale di Hungry Wolf, ma il gotico è moderato dagli atteggiamenti da cowboy, come nel country-rock di The Have Nots. Che gli X siano soprattutto un grande combo di rock and roll lo dimostrano brani travolgenti come Because I Do e Real Child Of Hell.
I primi tre dischi degli X hanno definito la vera personalità del gruppo, che all'inizio era stato confuso bel bailamme del beach-punk. Ciascun disco, pur non essendo un capolavoro, vanta un pugno di brani da antologia.
Con More Fun In The New World (1983), per esempio nella retorica e complessa saga di I Must Not Think Bad Thoughts o nell'anthem marziale di New World, lo stesso affresco sociale viene esteso a tutta la Nazione. Il paesaggio diventa quello degli hotel di infima categoria, dei bar, delle stazioni, dei caffè. I protagonisti sono vagabondi, teppisti, perdenti, alcoolizzati. Il sound si emancipa ancor più dal gergo punk, nell'illusione di poter ripetere i fasti dei Creedence Clearwater Revival, ma al servizio di bozzetti iper-cinetici (Devil Doll e Make The Music Go Bang) che vengono sfregiati da un verboso chitarrismo di stampo heavy metal.
E' un difetto che il quinto album, Ain't Love Grand (Elektra, 1985), accentua, nonostante un trasparente intento di recupero delle matrici rock'n'roll (Love Shack, Supercharged), country (la serenata marziale di Around My Heart) e blues (Burning House Of Love, con fendenti alla Summertime Blues e ritornello sinistro alla Hendrix).
Doe e Cervenka suonano anche nei Knitters folk e country di Dave Alvin (ex Blasters). Dopo la pubblicazione dell'orrendo Poor Little Critter On The Road (Slash, 1985), Zoom viene sostituito proprio da Alvin.
Anche senza Zoom, su See How We Are (Elektra, 1987), la musica degli X
continuerà a fluire avvincente
(I'm Lost e 4th Of July, entrambe
dello stesso Alvin) e melodica (When It Rains).
L'album supera tutto sommato le incertezze dei due precedenti.
Gli X torneranno ancora con Hey Zeus (Big Life, 1993), album mediocre che si ispira al country (New Life, Everybody), ma soprattutto adotta un sound più commerciale, certosinamente curato negli arrangiamenti, e più "grunge" (anche per effetto del nuovo chitarrista, Tony Gilkyson, ex Lone Justice). Doe e Cervenka imbastiscono le gloriose armonie vocali in Someone's Watching e Cervenka trova ancora il fiato per lanciarsi in uno dei suoi hoe-down da strega campagnola, Clean Like Tomorrow. Billy Zoom, per la cronaca, ha aperto un ufficio di consulenza legale.
Gli X portarono a compimento un'importante sintesi, morale e musicale, di vecchio e di nuovo, di roots-rock e di punk-rock. Con loro la Boheme del punk californiano trovò i suoi eroi definitivi, più umani di Crash e ligi alla tradizione populista del rock and roll.
Exene Cervenka ha dato vita a una prolifica carriera solista.
John Doe, lanciata anche una carriera cinematografica, ha pubblicato soltanto il mediocre Meet John Doe (DGC, 1990), prodotto come se si trattasse di un idolo dell'heavy metal, e il più umile Kissingsohard (Rhino, 1995) che, almeno in Willamette, è più consono ai suoi mezzi e alla sua vera vocazione di portavoce della classe media.
Doe impiegò un po' di tempo per pubblicare l'album successivo, Freedom Is (SpinArt, 2000), una raccolta di pop raffinato, poetico e pieno di sentimento (Catch Me, Ultimately Yrs, When No One Cares, Drift Away), anche se il pezzo forte è quello più grintoso, X-ever After.
Dim Stars Bright Sky (Artist Direct, 2002), d'altra parte, è una raccolta umile, sommessa e malinconica di viaggi introspettivi.
Forever Hasn't Happened Yet (Yep Roc, 2005) di John Doe, con la partecipazione di Neko Case, Grant-Lee Phillips, Dave Alvin e Kristin Hersh, si piazza nella nicchia del roots-rock di classe ma lo-fi, musica che si rifà al passato con dignitosa eleganza abbracciando l'etica non commerciale. Diventa un po' monotono e indolente quando Doe si abbandona a ballate blues, ma è tonificante e stimolante quando trova il partner o la melodia giusti (The Losing Kind, Heartless, Hwy 5, Ready).
Il materiale pubblicato su A Year in the Wilderness (Yep Roc, 2007), di John Doe, invece era piuttosto inconsistente.
John Doe continua la sua tranquilla cronaca sull'invecchiamento del suo mondo in Keeper (2011), ancora diviso tra country-rock alla Tom Petty (Don't Forget How Much I Love You), echi di cowpunk vintage (Never Enough) e meditazioni blues (Moonbeam).
Il quartetto originale (Exene Cervenka, John Doe, Billy Zoom e DJ Bonebrake) si è riformato per il loro primo album in 27 anni, Alphabetland (2020), un raro album di reunion, che regge il confronto con gli album dei tempi d'oro, una perfetta evocazione dello spirito e dell'energia del primo punk-rock. L'inno Alphabetland è uno strano ibrido tra Jefferson Airplane e Ramones. Free è un pezzo voodoo-blues grezzo che si trasforma in uno scontro con uno dei loro ritornelli più orecchiabili di sempre. Water & Wine scatena un esuberante boogie alla Chuck Berry. Suonano positivamente giovanili nella corsa hardcore maniacale di Delta 88 Nightmare (una vecchia canzone mai pubblicata prima), nell'infuocato garage-rock I Gotta Fever (un'altra vecchia canzone, originariamente intitolata Heater) e nella locomotiva swing country-rock di Star Chambered. Hanno provato a puntare troppo forte sul power-pop mainstream con Cyrano de Berger's Back (che fu originariamente incluso dai Flesh Eaters sul loro album A Minute to Pray a Second to Die, del 1981) e Angel on the Road ma, nel complesso, la qualità dell'album è tale da far sembrare terribilmente inetti tutti i gruppi punk del 2020.
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